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martedì 6 agosto 2013

Risposta a Roberto Napoletano - per riavere un nuovo giovane Giulio Natta, di Renato Costanzo Gatti


di Renato Costanzo Gatti

Pubblichiamo di seguito la risposta data da Renato Costanzo Gatti all'editoriale del direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, del 4 luglio scorso. 

Dopo aver pubblicato due lettere di giovani cervelli emigrati, il direttore affronta sul suo Memorandum sul Domenicale del 4 agosto, “l’irrisolta questione italiana, università e città che attraggono sempre meno e una classe politica delegittimata e litigiosa, in un clima segnato da un prolungato (nefasto) vuoto di coscienza civile. Quella di un Paese che si è abituato a tutto, smarrendo il senso dell’indignazione, e assiste inerme allo stravolgimento delle regole e alla giustificazione di ogni angheria rassegnandosi all’inevitabile declino. Bisogna fare in modo (e farlo subito) che i nostri ragazzi scelgano di vivere e di lavorare in Italia per la semplice ragione che qui, non altrove, si vive meglio e si lavora con maggior soddisfazione. Abbiamo bisogno di una classe politica che ci regali un nuovo Giulio Natta, l’uomo che inventò il propilene isotattico, le vaschette di plastica Moplen, negli anni del miracolo economico. Abbiamo (disperato) bisogno di incidere nella architettura istituzionale dello Stato e di costringere le sue mille burocrazie a rinunciare al gioco (tutto italiano) di bloccare chi vuole solo creare lavoro e spegnere sul nascere ogni spirito di intrapresa. Il Paese ha bisogno di un Governo e di una classe dirigente che sappiano fare queste cose, non di altro, per ritrovare la fiducia e risalire la china”.

Signor Napoletano Roberto
Direttore de Il Sole 24 ore
Vorrei ringraziarla per il suo articolo sul Sole di domenica, e vorrei integrare il suo racconto su Giulio Natta con la seguente pagina di Patrizio Bianchi tratta dal suo libro “La rincorsa frenata” (acquistato da me a seguito della recensione del suo domenicale.
Si riuscì nel 1983 a creare una joint- venture paritetica, Hymont, tra Montedison ed Hercules per lo sviluppo delle tecniche di polimerizzazione del propilene attraverso un nuovo catalizzatore, sviluppato dal metodo di Natta, in grado di indirizzare e fissare le caratteristiche del prodotto finale, in ragione dei bisogni funzionali per i quali era stato disegnato; si trattava in altre parole di una plastica di massa che tuttavia poteva essere realizzata per quantitativi singolarmente specificati in ragione degli usi finali.
Nella creazione della joint-venture Hercules portava una quota di mercato mondiale pari al 12,12% (primo produttore mondiale) e Montedison una quota del 6,67% (terzo); Montedison portava però in dote le nuove tecnologie sviluppate in proprio.
La nuova impresa fondata su tecnologie italiane assunse da subito la leadership mondiale del comparto, con quasi un quarto del mercato mondiale, raddoppiando il fatturato ogni quattro anni. (…)
In questo gioco l’industria italiana sembrò finalmente svolgere un ruolo di forza, dal momento che Montedison disponeva dell’innovazione cruciale: ne aveva finanziato per anni la ricerca, tanto che Natta ebbe il Nobel per la chimica; di questa ricerca ha sempre finanziato l’avanzamento, potendo infine giocare attraverso un’alleanza strategica un ruolo dominante sul mercato mondiale.
Questa vicenda assume qui però i toni emblematici del disastro annunciato. La fragilità del contenitore aziendale in cui questa ricerca era posta, la debolezza prima e l’arroganza poi del management Montedison, la struttura complessiva del vertice dell’industria italiana hanno fatto sì che non solo quella occasione andò persa, ma che di tutto questo non resterà nulla: infatti questa ricerca di punta, dopo le vicende Ferruzzi, finì alla Shell (Montell) e da questa alla Basf (Basell, nell’ottobre 2000).
Forse una sua riflessione sull’industria italiana incapace di realizzare produttività (non è tutta e soltanto colpa dello Stato) da vent’anni a questa parte potrebbe costituire anche un esame di coscienza di Confindustria. 

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