Cerca nel blog

i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
.

martedì 6 marzo 2012

Roberto il turatiano



di Norberto Fragiacomo


In un articolo scritto, qualche giorno fa, per “La Repubblica”, Roberto Saviano mette a confronto il violento Gramsci con l’eretico Turati, e decreta la schiacciante vittoria morale del secondo: il mondo socialista esplode in un applauso scrosciante, liberatorio, senza rendersi conto (immagino) che all’autore di Gomorra interessa molto il presente, pochissimo il passato. Saviano non trucca propriamente le carte: sfoglia un libro pubblicato di recente (“Gramsci e Turati. Le due sinistre” di Alessandro Orsini), ne estrapola alcuni passaggi significativi ed esprime, citazioni alla mano, la sua convinta adesione ad un riformismo che “fa paura ai poteri, alle cor­po­razioni, alle caste, per­ché prova, cer­cando con­senso, ponen­dosi dubbi, ragio­nando e con­frontan­dosi, di (prova… di?) risol­vere le con­trad­dizioni qui e ora.” Poteri, corporazioni, caste… è la scelta accurata di parole oggidì sulla bocca di tutti a svelare la furbizia del nostro, ad indicarci il fine realmente perseguito – che non è di certo lo “sdoganamento” dei vilipesi socialisti italiani. Non a caso, essi neppure vengono menzionati nelle tre frasette che contengono il messaggio per il lettore: “Nat­u­ral­mente, oggi, nel Pd erede del Pci, non c’è più trac­cia di quel mas­si­mal­ismo ver­boso e vio­lento, e anche il lin­guag­gio della Sel di Ven­dola è molto meno acceso. Ma c’è invece, fuori dal Par­la­mento, una certa sin­is­tra che vive di dogmi. Sono i sopravvis­suti di un estrem­ismo massi­mal­ista che sostiene di avere la ver­ità unica tra le mani.” Niente male: conciso, ma chiaro – e durissimo. Non arrostiranno più i bambini, i comunisti, ma sono rimasti intolleranti, ottusi, fanatici e distruttivi al punto da augurarsi un peggioramento delle condizioni di vita, “perché  (tale peggioramento, s’intende) accresce l’odio con­tro il sis­tema e rilan­cia l’iniziativa riv­o­luzionaria.” Ce n’è anche per chi si oppone alle avventure militari occidentali: “Amano Cuba e non rispon­dono dei cri­m­ini della dit­tatura cas­trista — mi è cap­i­tato di par­lare con per­sone dif­fi­denti verso Yoani Sánchez solo per­ché in questo momento rap­p­re­senta una voce crit­ica da Cuba — , non rispon­dono dei cri­mini di Hamas o Hezbol­lah, hanno in sim­pa­tia regimi fero­cis­simi solo per­ché anti­amer­i­cani, toller­ano le peg­giori bar­barie e si indig­nano per le con­trad­dizioni delle democra­zie. Per loro tutti gli altri sono ven­duti.” A parte la considerazione che non si vede perché un attivista debba “rispondere” di (ipotetici) crimini commessi da altri, il gioco di Saviano è fin troppo scoperto: per denigrare e “squalificare” l’unica opposizione ancora esistente, egli non esita a farne, in patente malafede, la caricatura. Così, chi dice no alla manipolazione del diritto internazionale ed alla distinzione tra massacri “giusti” e “sbagliati” diventa senz’altro un sostenitore di Assad; chi, anziché recitare il credo composto (forse) da una blogger, riconosce i grandi meriti del regime castrista in campo educativo e sanitario viene additato come antidemocratico ecc. Apprendiamo anche, dal bravo scrittore progressista, che “indignarsi per le contraddizioni delle democrazie” è roba da settari: in fondo, ci viene insegnato, l’unica alternativa è la barbarie, il totalitarismo. Gradiremmo sapere, da Saviano, se egli annoveri tra queste “contraddizioni” - tra queste bagatelle - anche il commissariamento o la sostituzione di governi eletti per ordine di tecnocrazie prive di legittimazione democratica, la spoliazione di Paesi interi senza riguardo per la volontà e le esigenze popolari, la cancellazione delle tutele sociali per i ceti meno abbienti, il disprezzo per i risultati referendari, e così via. Forse che sì, forse che no: se è vero che Roberto il turatiano ama il riformismo, e quelle del welfare sono etichettate come “riforme”, esse dovrebbero andargli a genio – tutte, senza eccezioni. Guai comunque a dire che i “riformisti” sono alleati dei capitalisti: l’odio nei confronti dei primi (e magari anche dei secondi, perché no?) è “il pilastro dell’ideologia dell’intolleranza” (copyright Orsini/Saviano). Con buona pace di quanti, tra i socialisti, hanno ingenuamente esultato per la rivalutazione di Turati, l’intervento di Roberto Saviano parlava di tutt’altro. Il suo elogio del vecchio leader d’anteguerra è, in realtà, una lode al PD moderno, atlantico e liberal/“riformista” che appoggia Monti (there is no alternative, of course!), condita da un feroce attacco a chi, non rassegnandosi all’andazzo dei finanzieri, va sbeffeggiato con la medesima violenza e la stessa intolleranza che l’eroe di Gomorra intravede in qualche scritto gramsciano.
La sola differenza è che, rispetto a Saviano, Antonio Gramsci aveva più cose da dire, e non si occupava di propaganda – per tacere del fatto che, dei due perseguitati, l’uno languiva in una cella fascista e affidava i suoi pensieri a una matita e al buio, l’altro è ospite coccolato di seguitissime trasmissioni televisive, e mette in fila le proprie comode verità sulla prima pagina del principale giornale italiano “di sinistra”. Una sinistra, quella esaltata dallo scrittore, pronta a difendere (letteralmente) a spada tratta i diritti di siriani, iraniani e russi, per meglio occultare le responsabilità avute nella svendita dei nostri al Capitale internazionale. Checché ne pensi il suo interessato estimatore, siamo convinti che Filippo Turati denuncerebbe, oggi, il gioco sporco dei “riformisti” per procura, e – da eretico tosto e coraggioso – dissentirebbe, con le parole e con gli atti, da chi, abbarbicato al seggio parlamentare, mostra di aver interiorizzato la logica del “tanto peggio (per noi), tanto meglio” (per lorsignori).

lunedì 5 marzo 2012

Quel che serve è la rinascita dell' INTERNAZIONALE SOCIALISTA.



di Franco Bartolomei


Cari Compagni, cominciamo un po' a chiarirci le idee sul PSE.

Un PSE attorcigliato come ora sui problemi del governo dell'euro, attento a non urtare le prospettive politiche dei partiti aderenti, e privo di una capacità di ragionare su un piano globale con tutte le forze politiche progressiste che dirigono gli altri scacchieri mondiali, ed in particolare i grandi nuovi produttori mondiali emergenti, non può costruire in piena autonomia progettuale un nuovo modello di sviluppo continentale, in quanto non è nelle condizioni di valutare e concordare in una logica di cooperazione e sviluppo le interazioni mondiali che un progetto innovativo di tale portata implicherebbe necessariamente.


E' necessario che il consolidamento del PSE non implichi un ulteriore affievolimento di ruolo della Internazionale Socialista, che può essere il solo luogo politico in cui l'Europa progressista può riuscire ad interloquire direttamente con i partiti, ad essa più vicini, che guidano alcuni dei grandi paesi emergenti mondiali in fase di ESPANSIONE ECONOMICA ed in condizioni di piena SOVRANITA' delle loro rispettive istituzioni statuali rispetto al governo dei processi economici e sociali. Quest'ultimo determinante elemento costituzionale, tuttora solidamente connaturato alla situazione dei BRICS,  ad oggi assente nelle dimensioni statuali dei paesi d'Europa e pressoché ancora inesistente nelle stesse istituzioni comunitarie, attribuisce a queste specifiche forze politiche una autonomia decisionale che può costituire elemento non secondario di rafforzamento della stessa forza politica del movimento socialista europeo, qualora questo sia in grado di ricostruire con essi un quadro di rapporti politici fondato su una condivisione di valori nella interpretazione delle linee dello sviluppo necessario e sostenibile del mondo.

Mi riferisco in particolare al Partito dei Lavoratori di Lula che guida il Brasile, al Partito del Congresso che guida l'India, e all'African Nazional Congress che guida il Sud Africa, tre dei cinque BRICS, i quali tutti e tre prima dell'avvio dei processi di globalizzazione globale, all'epoca della grande iniziativa della INTERNAZIONALE SOCIALISTA guidata da PALME, BRANDT, KREISKY, MITTERAND e CRAXI, negli anni 1974/1987, facevano parte della IS con il ruolo di osservatori speciali.

E' sotto gli occhi di tutti come nonostante i processi di integrazione economica e commerciale mondiale, seguiti alla fine del comunismo ed alla riunificazione dei mercati, abbiano marcato prepotentemente lo scenario mondiale condizionando tutte le relazioni geo-politiche mondiali e le regole finanziarie e commerciali tra gli stati, e conseguentemente le politiche economiche interne, L'Internazionale Socialista al contrario non sia divenuta il punto di incontro internazionale di tutte le forze interessate a democratizzare e riequilibrare socialmente i processi in atto.

Occorre rivitalizzarla assolutamente ed evitare che il Socialismo democratico si rinchiuda in quell'eurocentrismo che i grandi Partiti Socialisti dell'epoca Keynesiana hanno sempre voluto evitare dando impulso alle politiche della integrazione NORD-SUD, e del dialogo EST-OVEST.

Il PSE se vuole divenire forza progettuale a livello mondiale, e non spaurito, fragile ed incostante difensore di una particolarità europea in crisi, appiattito e condizionato dalle logiche interne Franco-Tedesche, deve interpretare il proprio ruolo come parte del movimento Socialista internazionale rappresentato e reso operante della ripresa di un forte ruolo della IS.

Non e' piu' possibile che tutte le problematiche inerenti i processi di globalizzazione, e le ricadute nella economia europea dei processi di integrazione economico-commerciale- finanziaria mondiale, vengano affrontate nel rapporto con i BRICS esclusivamente dal governo americano, o nei rapporti interni tra le grandi istituzioni economiche mondiali come l'OCSE o il WTO, in un rapporto esclusivo tra estranee istituzioni politiche di governo, ed in alcun modo tramite consessi internazionali tra le forze politiche progressiste e democratiche che nei diversi paesi operano nel solco della antica appartenenza o frequentazione dell'INTERNAZIONALE SOCIALISTA.

Il PSE non serve ad interpretare una soggettività ripiegata sul vecchio continente che risucchia nelle sue difficoltà progettuali, e nelle sue timidezze rispetto alle rispettive politiche nazionali degli stati europei, il possibile ruolo di dialogo, comprensione e progettazione di un diverso assetto dei rapporti internazionali che ha sempre avuto, e potrebbe utilmente tornare ad avere L'INTERNAZIONALE SOCIALISTA.

Uno degli aspetti della involuzione liberista della socialdemocrazia europea degli anni passati, che abbiamo assolutamente necessità di rimuovere, è proprio rappresentata dalla perdita di peso della IS, e dalla scarsissima attenzione che ad essa viene tuttora riservata dai partiti aderenti al PSE, allora tutti abbacinati dalla illusione in uno sviluppo tendenzialmente illimitato, conseguente alla riunificazione del mecato mondiale, in grado di costituire il presupposto materiale di processi di mobilità sociale irreversibili, destinati a risolvere perennemente la questione sociale nelle società occidentali terziarizzate e finanziarizzate. La persuasione illusoria in questo possibile quadro evolutivo ha condotto ad una accettazione passiva di uno stato dei rapporti internazionali, politici ed economici, scaturito dal crollo dell'URSS e dal decollo economico del terzo mondo, che rendeva apparentemente marginale il ruolo di uno strumento politico di ispirazione internazionalista che si è erroneamente ritenuto fosse ormai appartenente ad una fase della storia del Socialismo Europeo, quella del contrasto al vecchio imperialismo, gloriosa, ma ormai inevitabilmente relegata al culto della memoria.


Un PSE eurocentrico, anzi euro-baricentrato, non serve a nulla perché non è in condizione di affrontare alle radici i problemi che costringono le classi dirigenti europee  a mettere in discussione il   modello di relazioni sociali che ha finora caratterizzato il vecchio continente, e non avendo la percezione di una scala globale delle questioni non riesce a misurare con piena consapevolezza la reale portata delle scelte necessarie a costruirne uno nuovo in grado di risolvere la crisi che ci attanaglia. Un PSE assente dal confronto con le forze che dirigono i  nuovi paesi in crescita si rende, al tempo stesso, privo di una capacità di lettura dei processi in atto con occhi autonomi rispetto a quelli ufficiali delle istituzioni economiche europee e mondiali, riproducendo rispetto allo scenario delle interrelazioni economiche mondiali lo stesso disastroso atteggiamento subalterno già visto rispetto ai processi di omologazione delle  nostre società europee alle scelte di modello indotte dal sistema di crescita neo-liberista.


Un PSE del genere, così come lo conosciamo ora privo di una proiezione extra-europea, non puo' quindi, sopratutto se rifiuta la logica di un rifrazionamento per aree omogenee del mercato mondiale, decollare  come  soggetto anticipatore e protagonista di una grande svolta di sistema, ed è destinato a lasciare sempre piu' ai movimenti no-global o anti-finanza un inevitabile ruolo di supplenza, che non riesce in ogni caso, evidentemente, a tradursi in un progetto di modello alternativo.

Occorre quindi riattivare una piena operatività politica ed organizzativa della INTERNAZIONALE SOCIALISTA, portando il PSE a concepire se stesso non come la vestale del "dover essere" dei  governi d'Europa, ma come parte di un processo di cambiamento globale che deve vedere come protagoniste anche le forze che rappresentano il mondo del lavoro nei grandi paesi emergenti, aprendo da subito con i tre partiti  progressisti alla guida di Brasile, India e Sud Africa un forte, fraterno, immediato, e diretto rapporto di confronto sui problemi esistenti, collaborazione sulle prospettive, ed elaborazione comune dei programmi di intervento correttivo sugli squilibri del mercato globale, del modello finanziario e dei rapporti sociali e produttivi da questi indotti.



FRANCO BARTOLOMEI segreteria nazionale del Partito Socialista

domenica 4 marzo 2012

LUCIO DOVE VAI





di Lorenzo Mortara

Oggi a Bologna ci saranno i funerali di Gesù Bambino. Purtroppo questa volta, più o meno come l’altra, non risorgerà. È l’unica nota davvero stonata tra le tante che ci ha lasciato.
Ho sentito per la prima volta Lucio Dalla tanti anni fa, quando mi prestò i suoi dischi la mia balia. Solo coi suoi ultimi pezzi ho però scoperto che il motivo profondo che mi lega a lui è che è siciliano proprio come me. In ogni caso, fino a quel momento, i cantautori erano per me un unico disco del Principe che mi aveva fatto conoscere il mio migliore amico e che avevo sentito fino allo strazio per almeno un paio di anni senza capirci granché, se non che d’istinto mi piaceva molto, forse per la sobrietà dei testi, così lontani dalle note dolciastre nelle quali si erano imbattute fino a quel momento le mie orecchie, non per amore ma per sordità ad ogni sforzo di ascolto alternativo a quel che passava il convento, poca roba per altro, non entrandoci io quasi mai.
È dunque ribellandomi con sforzi indicibili alla mia pigrizia che misi sul giradischi gli Lp ormai famosissimi che Dalla aveva intitolato col suo nome. E mentre palleggiavo nelle mani la copertina con gli occhiali sulla berretta coi due occhi beffardi appena sotto che li spiavano, o più probabilmente che guardavano dentro di sé, cominciai a capire che il mondo della canzone era molto più vasto e complesso di quello racchiuso in Miramare. Da lì in poi, fui rapido a saccheggiare un po’ tutto il pantheon dei cantautori italiani, da Conte a De Andrè, passando per Gaber, Guccini e tanti altri.
In pochi mesi persi la verginità, quando, devo dire con rammarico, un altro emiliano insegnò alla mia ingenuità che a canzoni non si fan rivoluzioni. Ci volle ancora un secolo, però, prima che capissi che non si fanno nemmeno a cinema, a pittura, a scultura, a teatro, a poesia, a romanzo e ad arti varie in genere. Le rivoluzioni si fanno solo a marxismo o non si fanno punto. A canzoni, però, si possono rivoluzionare le canzoni, ed è già molto. Ed è questo che ha fatto Lucio Dalla e per questo sarà ricordato a lungo.
Non è vero che il Dalla migliore è quello dei tre dischi con Roversi, come ha lasciato intendere il Pedifesto, che l’ha ricordato in maniera ingenerosa, praticamente senza neanche accennare al Dalla successivo. Pur con sprazzi evidenti di genio e anche alcuni affreschi davvero riusciti, i tre dischi con Roversi restano fatti di canzoni sperimentali, ibride, a metà strada tra canzone e poesia. È una fortuna che Dalla abbia interrotto la collaborazione per intraprendere un percorso suo, autonomo. Se avesse continuato non sarebbe stato né grande poeta né grande cantante. Sono infatti i cantanti mediocri che vogliono essere dei poeti e viceversa. Il complesso di inferiorità dei cantanti verso la poesia indica l’effettiva importanza secondaria della canzone, che resta, a dispetto di chi dice il contrario, un’arte minore. Infatti, a nessun poeta viene mai chiesto se si senta un cantante. Non c’è invece cantautore che non si domandi se le sue canzoni possano essere lette anche come poesie. I più disgraziati rispondono pure di sì dimostrando senz’altro d’essere dei cantanti minori. Un grande artista non sente il bisogno di essere promosso nella serie A degli artisti, sta nel girone dove l’ha messo il suo estro e scolpisce l’arte che gli è propria, fosse pure l’ultima delle arti. Dal 1977 in poi Dalla ha scolpito alla perfezione canzoni che solo il suo scalpello poteva tirare fuori. Sono Quale allegria, Anna e Marco, Futura, Caruso, Henna e tante altre ancora le canzoni davvero memorabili, perché perfette, di Lucio Dalla. Quelle scritte con Norisso-Roversi, potranno essere ricordate perché piene di genio e di grande profondità, ma, almeno per chi ci capisce qualcosa d’arte, resteranno a futura memoria della loro imperfezione, della loro essenza di canzoni incompiute.


Lucio Dalla, ebbe a dire una volta De André, era il solo che era riuscito a cucire insieme adeguatamente musica e testi. In effetti, gli altri cantautori storici erano e sono più parolieri che musicisti. Sia in De André che in De Gregori o Guccini, sono inoltre forti le influenze subite da Dylan, Brassens e Cohen. In Conte la traccia del jazz permea quasi ogni sua canzone. Dalla, da uomo curioso qual era, ha indubbiamente saputo assorbire un po’ di tutta la musica che gli girava attorno. E tuttavia è molto difficile trovare un riferimento per Dalla, perché in effetti un riferimento per Dalla non c’è. Il timbro di Dalla è unico. Non ce n’è un altro simile. Per questo, di tutti i cantautori, è stato l’unico veramente artista. E poco importa che, a differenza di De André che migliorava col tempo, lui come la maggior parte dei cantautori avesse sempre meno da dire. Il segno ormai l’aveva lasciato. E qualche colpo assestato ancora qua e là negli ultimi anni, bastava a giustificare il suo tramonto.
A qualcuno sembra che Dalla non valga niente perché non si è occupato di ciò che gli era più prossimo, cioè l’omosessualità, tenuta nascosta, non dichiarata, senza mai prendere posizione nemmeno sulla sorte dei suoi simili e dei loro diritti negati. Naturalmente codesti criticoni non sanno cosa dicono perché si illudono che uno possa occuparsi d’altro che di sé stesso. In realtà, tutti noi, dalla mattina alla sera, non facciamo altro che occuparci di noi stessi. Se Dalla ha trasformato la sua omosessualità in classiche canzoni d’amore, vuol dire che il suo più intimo sé corrispondeva al suo sdoppiamento. Se per viltà, calcolo o perché non ha trovato sul suo cammino qualcuno o qualcosa in grado di tirargli fuori altro, ha poca importanza. Cara è più prossima a Dalla di quanto sarebbe stato Caro. Non potrebbe essere altrimenti. Quando un omosessuale dichiarato pretende che uno non dichiarato ci parli del suo più intimo sé, credendo che ne esista un altro al di sotto di ciò che uno mostra o non mostra, significa solo che il sé dell’omosessuale dichiarato non è contento se non riesce a infilarsi anche nel sé dell’omosessuale non dichiarato a dettare a un altro le sue norme di comportamento civile.
Dalla non si è occupato dei gay, ma è meno ridicolo di chi si è battuto e si batte a sinistra per i loro diritti appoggiando in pieno il cattolico Monti e la sua finta Ici alla Chiesa che ne costituiscono il consueto rovescio a destra. Il popolo sarà anche bue innalzando alle stelle Lucio Dalla, ma sarà sempre meno asino di tutte le pecore nere che innalzano tutti i pastori del Capitale. Una canzone di Lucio Dalla è innocua, da questo punto di vista, la musica di Monti no!
Come tutti gli intellettuali e gli artisti che hanno ruotato attorno al vecchio PCI, e quindi allo stalinismo, con la caduta del Muro, Dalla si spostò a destra fino a votare come sindaco di Bologna Guazzaloca del PDL. L’amicizia con Craxi - tutto sommato fatti suoi - c’entra poco e niente con questa scelta. Pesa molto di più l’incapacità congenita dell’intellighenzia di sinistra di andare più in là del temibile meno peggio. In mancanza del marxismo, lo stalinismo a sinistra è per sempre anche se ci si sposta al centro o addirittura a destra. Almeno come forma-mentis. Girare sempre a vuoto è il destino politico di tutta questa sinistra che ha sempre cantato, scritto e pensato al di sotto del marxismo, per sordità congenita all’analisi di classe. Tuttavia, votando Guazzaloca, Dalla, con l’intuito dell’artista, dimostrò agli innamorati a sinistra delle etichette anziché dei contenuti, che era ormai completamente incosciente chi si faceva un problema di coscienza per la scelta tra le due fazioni di un unico partito borghese.
Dalla non ha voluto essere un trasgressivo anticonformista, e nemmeno eroe o maître à penser. Non s’è cacciato in mille polemiche e battaglie che, evidentemente, non sentiva sue. Sono i suoi critici a volerlo immaginare così perché non sanno prenderlo semplicemente per quello che è stato: un goliardico artista della canzone. Dei diritti dei gay se ne occupi chi ne è capace. Dalla ha voluto solo essere un grande cantante e c’è riuscito sfornando canzoni irripetibili. Chi è capace se le goda, chi non lo è si trastulli pure col loro retro. In fondo va bene lo stesso, non bisogna pretendere altro da chi non è in grado di farlo. Dei diritti dei gay del resto, come di tutti gli altri diritti, dobbiamo occuparcene noi operai, perché tutti gli altri, gay dichiarati scrittori o scrittori dichiarati gay possono solo parlarne o scriverne, perché conquistarli è un’altra faccenda che tocca come sempre a noi. Domani però. Per oggi ammainiamo un momento la bandiera, perché oggi, anche il nostro cuore rosso, ha la barba tutta nera... 

Lorenzo Mortara
Delegato Fiom
Stazione dei Celti
4-3-2012

La lotta contro la TAV Torino-Lione è lotta di classe di tutti i lavoratori, di Riccardo Achilli



Iniziando a sgombrare il campo da qualsiasi possibile equivoco, occorre dire chiaramente che il progetto sulla TAV è, da analisi economiche e trasportistiche accurate fatte da esperti del settore, un’opera totalmente inutile sia dal punto di vista dell’interesse economico nazionale complessivo (anche se soddisfa interessi imprenditoriali particolari, propri di una specifica parte del capitale industriale e finanziario italiano, come meglio si dirà) che dal punto di vista ambientale (è anzi dannosa in questo senso).
Dal punto di vista economico, la realizzazione della TAV Torino-Lione costa all’incirca 15 miliardi di euro, considerando la somma della parte di investimento nella tratta italiana, della quota di 30% di incertezza sull’investimento dichiarata dallo stesso progetto preliminare del 2011, nonché del costo prevedibile per la provvista di capitale. Tale costo, peraltro, come avvenuto regolarmente su tutte le tratte ad alta velocità sin qui costruite, è presumibilmente destinato, per ”fisiologiche” lievitazioni, ad essere moltiplicato almeno per quattro, nei 20 anni di durata del cantiere (stime tratte dalle osservazioni al progetto preliminare pubblicato da Italferr il 28.03.2011 da parte della Comunità Montana della Val di Susa e dall’articolo di Boitani, Manghi e Mercalli “sulla Torino-Lione una pausa di riflessione produttiva”, pubblicato su lavoce.info).
Tale immane investimento serve soltanto a soddisfare gli appetiti imprenditoriali di un segmento della borghesia italiana, ed in particolare, come è ovvio, dell’industria delle costruzioni (uno dei comparti più politicizzati e legati alla casta politica di tutta l’economia) oltre che di alcune aziende specializzate nella produzione di sistemi e segnali ferroviari, e sistemi di telecomunicazione ad uso ferroviario, che produrranno i sistemi di segnalazione e telecomunicazione con cui equipaggiare la linea. Ovviamente, è un ottimo business per il sistema bancario, che fornirà in prestito alle imprese appaltatrici le risorse finanziarie per l’investimento iniziale. Ed è una prospettiva di un certo interesse potenziale per il gruppo Fiat, che può sperare in un effetto-indotto sulle vendite di veicoli per cave e miniere e veicoli speciali per costruzioni, prodotti da IVECO Astra e da New Holland. Naturalmente, la lunghissima e tormentata fase di progettazione dell’opera ha dato lavoro ad una congerie di studi professionali e professionisti.
Fra i promotori del progetto TAV figurano la Fondazione Agnelli, Alenia, Telecom, tre banche di livello nazionale, fra cui il gruppo San Paolo e CRT. Quel che resta da vedere è se l’opera porterà ad un vantaggio complessivo per l’economia italiana nel suo insieme. E qui iniziano i punti dolenti. L’impatto occupazionale previsto, peraltro tutto precario e legato ai tempi delle varie fasi del cantiere, è di 6.000 addetti complessivi a regime, cioè quando i lavori raggiungeranno il punto massimo. A regime, cioè fra qualche anno, i 6.000 addetti possono generare un effetto-reddito, temporaneo e legato all’occupazione di cantiere, di circa 0,008 punti di PIL (stimando una propensione marginale al consumo analoga a quella attuale), più 0,22 punti di PIL all’anno connessi all’effetto-investimento (stima basata sui coefficienti tecnici di produzione desunti dalla matrice input/output dell’economia italiana al 2008, pubblicata dall’Istat). Nell’insieme, quindi, l’investimento, a regime, cioè fra diversi anni, porterà ad un incremento della crescita economica (ovviamente del tutto temporaneo, e che svanirà con il completamento dell’investimento) valutabile attorno a 0,228 punti di PIL aggiuntivo all’anno, per non più di 5-10 anni. Da ciò però occorre scorporare gli effetti negativi derivanti dal danno economico alle attività turistiche ed agricole della Val di Susa, legati all’impatto paesaggistico e al consumo di terreno per le attività di scavo e deposito dei materiali, e quelli sull’economia piemontese, derivanti dalla congestione delle arterie stradali di collegamento fra Torino e la Francia, dovute ad un traffico di camion, legati al cantiere, stimato attorno ai 500 camion al giorno.
Stiamo quindi parlando di un effetto del tutto temporaneo, per pochi anni (non più di 5-10 anni) di pochissimi decimali di PIL, a fronte del quale vi è da calcolare il costo-opportunità, ovvero il PIL che si sarebbe potuto ottenere investendo in modo alternativo quei 15-20 miliardi di risorse pubbliche. Soltanto utilizzandoli nel modo più ingenuo possibile, ovvero distribuendoli a tutti i cittadini come assegno monetario, quei soldi genererebbero un incremento annuo di 0,05 punti di PIL per 15 anni, tramite l’aumento dei consumi, misurato a propensione marginale al consumo vigente.
Riguardo al capitolo relativo ai cosiddetti impatti ambientali favorevoli, cavalcati dai sostenitori del progetto, va detto che l’impatto potenziale più importante, ovvero la riduzione del traffico merci su gomma che passerebbe alla TAV, è del tutto marginale, con effetti assolutamente insignificanti sulle emissioni di gas serra o sul tasso di incidentalità stradale. Ciò deriva da considerazioni tanto semplici da essere accessibili persino ad un bambino. Intanto perché il grosso del traffico merci su gomma è concentrato su tratte nazionali: le tonnellate di merci trasportate su gomma in conto terzi su tratte interne al Paese sono infatti pari al 97,8% del totale delle merci trasportate su gomma in conto terzi (Istat, 2003). Quindi di fatto un tunnel ferroviario pensato per le merci è mirato soltanto ad una piccolissima quota del traffico su gomma, quello cioè di tipo internazionale. Ciò perché esiste una soglia di costo molto ben determinata, e nota agli esperti di economia dei trasporti: in Italia, stante l’assetto orografico, infrastrutturale e la distribuzione degli insediamenti produttivi ed insediativi sul territorio e nei Paesi limitrofi, la convenienza a trasportare merci su ferro è inesistente per tragitti inferiori ai 1.000 chilometri (Russo, 2009). Per tragitti superiori ai 1.000 chilometri, uno studio condotto da STEP, centro studi indipendente, conduce a ritenere che soltanto il 25% delle merci che transitano fra Italia e Francia potrà essere portato dalla gomma al ferro in una modalità economicamente conveniente. Ciò significa che, stante l’attuale volume di merci che transita per l’esistente valico del Fréjus, sarebbe conveniente spostare su ferro soltanto 6 milioni di tonnellate di merci, che è esattamente la quantità attualmente trasportata dall’esistente linea ferroviaria del Fréjus, senza bisogno di nessuna ulteriore opera! Anche volendo considerare una previsione di 30 milioni di tonnellate trasportate al 2030, fatta dagli estensori del progetto della TAV, solo 7,5 milioni di tonnellate, nel 2030, potrebbero essere trasportate su ferro in modo economicamente conveniente. Siamo ancora una volta ampiamente all’interno della capacità dell’attuale linea ferroviaria, che nel 1999 ha superato i 12 milioni di tonnellate trasportate.
La conclusione del ragionamento è la seguente: attualmente, dalla Val di Susa, il mix di merci che transita su gomma e su ferro è perfettamente compatibile con le convenienze economiche relative delle due modalità di trasporto. Prendendo per buone le previsioni al 2030 degli estensori dello studio di fattibilità favorevole alla TAV, al 2030 il mix di modalità trasportistiche sarebbe ancora una volta del tutto coerente con le convenienze economiche relative, oltre che con la capacità dell’attuale linea ferroviaria, e quindi non vi sarebbe la necessità di una nuova opera ferroviaria, sia perché la capacità di quella attuale è del tutto sufficiente, sia perché la distribuzione del volume di merci fra gomma e ferro dipende da un calcolo di convenienza economica che non è modificato in nessun modo da una nuova opera ferroviaria, perché è legato piuttosto al costo di esercizio di ogni specifico vettore, alla tipologia di merci trasportate, ai tempi medi di percorrenza. Quindi non c’è nessun effetto di spostamento di merci dai camion alla ferrovia legato specificamente alla realizzazione della linea TAV Torino-Lione. D’altro canto, però, l’afflusso di circa 500 camion al giorno per le attività di cantiere nei prossimi 15 anni, nonché l’esigenza di depositare nella valle milioni di tonnellate di materiali di scavo, avranno un effetto ambientale netto sicuramente molto negativo.
Quindi, in sostanza, a che serve realizzare una nuova linea ferroviaria, se l’impatto macroeconomico è risibile (cioè l’impatto sull’intera economia italiana, non quello, limitato che andrà a beneficio di qualche impresa di costruzioni, di qualche banca e di qualche fornitore di macchine per l’edilizia) e l’impatto ambientale è negativo? I sostenitori adducono una ulteriore argomentazione: la riduzione del tempo di percorrenza. Questo dato è in parte errato, perché sul versante francese le merci trasportate tramite il nuovo valico TAV non incontrerebbero più linee ad alta velocità, in quanto la Francia ha fatto la scelta strategica di non investire in alta velocità per il trasporto cargo, e quindi il risparmio di tempo sarebbe molto relativo, riguardando soltanto la tratta italiana. Inoltre, il trasporto-merci su ferro, come sa bene chi si occupa di tale tematica, richiede soprattutto sicurezza, stabilità ed un incremento della frequenza dei passaggi, più che l’alta velocità (poiché già ad una velocità di 140 km/h la merce trasportata su ferro viaggia più velocemente di quella trasportata su gomma, non richiedendosi quindi punte fino a 250 km/h per essere più competitivi sotto l’aspetto della velocità). Ora, ciò che garantisce sicurezza, stabilità e maggior frequenza di transito è l’alta capacità, non l’alta velocità. Per cui, per migliorare l’efficienza del traffico ferroviario fra Italia e Francia sarebbe del tutto sufficiente attrezzare la linea attualmente esistente per renderla una linea ad alta capacità, con costi di investimento incomparabilmente inferiori rispetto a quelli previsti dalla TAV Torino-Lione, e con benefici reali sul trasporto ferroviario delle merci, che l’alta velocità non garantisce affatto.
La verità vera è che il progetto serve soltanto a far fare soldi a una ristrettissima cerchia di imprese e di professionisti, a cui la politica regionale e nazionale, come al solito, si prostra deferentemente. E poi il progetto serve all’economia francese e, in misura minore ma comunque significativa, ai sistemi produttivi dell’area del Benelux e del bacino industriale tedesco della Ruhr e della Germania centro occidentale. Infatti, la realizzazione del valico TAV fra Torino e Lione è un pezzo fondamentale dell’attuazione del corridoio trans europeo numero 6, che mira a collegare la Francia centro meridionale con i mercati della Slovenia (e da lì verso tutti i mercati balcanici, tramite il corridoio 10, che si interconnette con il corridoio 18), dell’Ungheria, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e dell’Ucraina. Tale collegamento è garantito anche alla Germania ed al Benelux, tramite i corridoi 24 e 4, che si interconnettono con il corridoio 6. in pratica, tramite la realizzazione della Torino-Lione, migliaia di PMI italiane del Nord, ed in particolare del Nord Est, perderanno un vantaggio competitivo sui costi di trasporto verso i mercati dell’Europa centro orientale e dei Balcani rispetto ai loro concorrenti francesi e tedeschi, che attualmente è garantito dalla loro vicinanza geografica a tali mercati. Con la realizzazione di una linea ad alta velocità che dal confine francese porterà fino a quello con la Slovenia, attraversando tutta l’Italia del nord, le PMI italiane perderanno gran parte di tale vantaggio competitivo.
Ancora una volta, il Governo Monti agisce in nome di interessi extra-nazionali, adempiendo ai suoi compiti di Governo-fantoccio del capitale nord europeo, ed in specie franco-tedesco, che governa l’Unione Europea, ed a vantaggio di una ristrettissima cricca di interessi imprenditoriali italiani, che però non coincidono con quelli più generali dell’economia italiana, facendo pagare il conto alle popolazioni, ai lavoratori. Da questo punto di vista, lo squilibrio democratico esistente fra un Governo diretto da poteri economici forti, non tutti interni al Paese, e la popolazione della Val di Susa, costretta alla lotta diretta per assenza di ascolto istituzionale (i cambiamenti di tracciato concessi in questi anni non spostano infatti di un millimetro il problema dell’inutilità e dannosità di tale opera) rende ridicolo pensare di risolvere la questione con un referendum rivolto alla popolazione della Val di Susa, come fa, sia pur con tutte le buone intenzioni, Adriano Sofri, dalle colonne di Repubblica. Chi non è disposto ad ascoltare non è certamente disposto a concedere strumenti di democrazia diretta, ed infatti già Chiamparino, sindaco di Torino, si è esplicitamente opposto a tale ipotesi.
Se il movimento di protesta NO TAV dovesse venire soffocato nelle prossime settimane, e personalmente non lo credo, vista la risonanza che ha ottenuto, e ovviamente non me lo auspico, sarà colpa dell’inaudita repressione poliziesca, che si esercita anche nei confronti di un movimento sostenuto dalle istituzioni democratiche locali (Comuni e Comunità Montana) e della disinformazione dei media di regime, che si combina con una semi-indifferenza di larga parte dell'opinione pubblica italiana, angosciata dalle crescenti difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena.
Ma un eventuale fallimento del movimento No TAV chiamerebbe però anche in causa una falla teorica. La falla è quella di isolare i fatti della Val Susa come elemento di protesta a sé stante, senza comprendere il nesso che lega l'investimento sbagliato, nella TAV Torino-Lione e il più generale disegno della borghesia italiana e del capitale finanziario europeo, cui l'attuale Governo è totalmente asservito.
Esattamente come con le politiche economiche di austerità imposte dal Governo-Monti, che sono funzionali soltanto agli interessi dei mercati finanziari globali, ben rappresentati da Sarkozy e Merkel e dalle burocrazie dell’Unione Europea, ed esattamente come nel caso del progetto di riforma del mercato del lavoro, ancora una volta imposto dagli interessi del capitale globale (oltre che della borghesia nazionale) Monti porta a compimento un'opera pubblica che non favorisce nell’insieme la nostra economia, ed anzi ne penalizza fortemente alcuni comparti ed aree, crea danni ambientali considerevoli, danneggia popolazioni, soltanto per favorire un pugno di grandi capitalisti italiani, e gli interessi della borghesia europea (in primis francese e tedesca), legati ad una conquista dei mercati balcanici ed est europei, resa più facile dal completamento del corridoio 6, di cui la linea Torino-Lione è parte essenziale.
In un simile quadro, la sinistra dovrebbe, per essere più efficace nel contrasto alla TAV Torino-Lione, far capire meglio il nesso fra tale lotta e quella più generale contro le gerarchie europee e franco-tedesche, contro l'euro e contro i rappresentanti italiani di interessi in realtà a noi ostili. D’altro canto, il movimento NO TAV dovrebbe, per essere realmente efficace, inquadrare la protesta contro la TAV nel contesto più generale di una necessaria ripresa della lotta di classe, altrimenti anche eventuali, piccole concessioni che dovessero essere strappate in queste settimane di lotta (come ad esempio una moratoria temporanea sui lavori, o un nuovo tavolo di negoziazione) sarebbero del tutto provvisorie, e verrebbero cancellate non appena le condizioni lo consentissero. Quindi la sinistra dovrebbe ricomporre il quadro delle lotte anticapitaliste, evitando di frazionarle in micro-lotte settoriali, per singolo evento, e riportare quindi anche il contrasto alla TAV nel quadro di una più generale lotta di classe contro l'intero quadro politico italiano. Altrimenti porterà la responsabilità di aver contribuito anche al fallimento della lotta NO TAV. D’altro canto il movimento NO TAV deve ampliare i suoi obiettivi di lotta, andando oltre la singola questione dell’investimento pubblico da bloccare sullo specifico territorio in questione, per inquadrarli all’interno della lotta di classe contro l’insieme delle politiche neo-liberiste che l’attuale Governo Monti, su commissione del capitale, sta attuando.

sabato 3 marzo 2012

LE CATENE DELLA SCHIAVITÙ di Stefano Santarelli


 LE CATENE DELLA SCHIAVITÙ
                              di Stefano Santarelli
                                        

                                                              
La grandeur du crime est la seule différence qu'il y ait entre un conquérant et un brigand            
                          J.P. Marat - Les chaînes de l'esclavage  (1774)



Nessun protagonista della Rivoluzione Francese è stato così ferocemente calunniato come Jean-Paul Marat ed è questo un amaro destino per un uomo che forse più di ogni altro ha contribuito a creare la République. Eppure senza di lui ed altri uomini del suo stampo la grande Rivoluzione francese non sarebbe riuscita a sconfiggere l’Ancien Régime e quindi a trasformare il mondo con le sue idee di libertà e di uguaglianza.
Come Napoleone anche Marat in fondo è solo un francese di adozione essendo nato nel 1743 in Svizzera da un prete sardo che si era convertito al calvinismo, infatti l’originale cognome paterno era Mara.
Una gioventù trascorsa in una dignitosa povertà che solo l’abnegazione paterna aveva permesso al futuro rivoluzionario di far compiere e terminare gli studi secondari al collegio di Neuchâtel.
Nel 1759, a sedici anni, lascia la casa paterna per fare il precettore per il figlio di un ricco commerciante di Bordeaux dove inizia gli studi di medicina e due anni dopo giunge a Parigi. Nel 1765 si trasferisce a Londra dove inizia ad esercitare la professione medica. E a Londra il giovane Marat si interessa di argomenti filosofici e politici. Contrariamente ai Montesquieu o ai Voltaire non vede nell’Inghilterra quel regno della libertà che essi decantano, ma al contrario vede il feroce dispotismo del privilegio nobiliare di pochi proprietari terrieri i quali gestiscono il potere a proprio esclusivo vantaggio contrapponendosi alla maggioranza della popolazione che vive in assoluta miseria.
Ed è proprio qui che nel 1774 Marat scrive “Les chaînes de l'esclavage” o meglio “The chains of slavery” visto che questo libro viene pubblicato anonimamente in inglese e solo diciannove anni più tardi questa opera verrà tradotta in francese dallo stesso autore. Siamo ormai nel 1793 l’anno più determinante per la Rivoluzione francese che sarà poi anche l’anno del suo assassinio.
Come si può quindi comprendere “Les chaînes de l'esclavage” non ha avuto nessuna influenza diretta nello sviluppo della Rivoluzione, ma è un testo importante e fondamentale per potere comprendere il pensiero di questo grande rivoluzionario.
“Le catene della schiavitù” si ispira direttamente al “Contratto sociale” di J.J. Rousseau, infatti Marat è pienamente d’accordo con il famoso incipit: “L’homme est né libre e partout il est dans le fers”. Ma dopo questa constatazione del filosofo ginevrino per Marat solo la violenza e l’insurrezione possono rompere queste catene. Questo libro non è un trattato filosofico, ma anzi può essere tranquillamente definito come il primo trattato moderno dell’insurrezione.
Marat è infatti convinto che la pratica rivoluzionaria è necessaria per sostenere le teorie rivoluzionarie. E non è quindi un caso se Babeuf nel settembre del 1794 prende proprio alcune citazioni delle “Catene della schiavitù” per un suo messaggio al popolo francese.
Ma forse il miglior riconoscimento indiretto verso questa opera la possiamo trovare nella biblioteca di Marx dove questo libro ha tutta una serie di annotazioni di sua mano a dimostrazione dell’importanza che il fondatore del comunismo riconosceva per il pensiero di questo grande giacobino.
E anche Engels ricordando la rivoluzione tedesca del 1848 deve rendergli omaggio:

Quando più tardi ho letto il libro di Bougeart su Marat ho scoperto che per più di un aspetto noi non abbiamo fatto altro che imitare inconsciamente il grande modello autentico dell’Amico del Popolo (…) e che anche lui come noi, rifiutava di considerare la Rivoluzione come terminata, ma voleva che essa fosse permanente.” 

Les chaînes de l'esclavage” è un opera fondamentale per potere comprendere il pensiero politico di Marat prima della rivoluzione. Avendo vissuto molto tempo in Inghilterra, molto di più di Montesquieu, conosceva meglio di lui i difetti della costituzione inglese. Una costituzione che dava al Re un potere enorme sul parlamento con la sua facoltà di nominare i Lords e ne critica la limitazione del diritto di voto e la condizione di possidente richiesta ai membri del parlamento.
Ma nonostante questi profondi limiti riconosceva che “al confronto delle altre, la costituzione inglese era un monumento di saggezza politica”.
Ma già in questo testo si possono intravedere le posizioni politiche che Marat esprimerà nel corso della Rivoluzione. Tra l’altro la condanna senza attenuanti della religione ed in particolare del cristianesimo come pilastro fondamentale dell’assolutismo monarchico.
Va sottolineato che Marat chiede l’abolizione della pena di morte, fatta eccezione per alcuni delitti particolarmente efferati. In questo anticipando il primo intervento che Robespierre farà alla Costituente proprio contro la pena capitale.
Questo libro costituisce anche un mezzo per far riflettere lo stesso Marat sul concetto di sovranità del popolo e già qui si intravede la sua grande simpatia per gli oppressi. Infatti emerge con forza la sua profonda indignazione per l’ingiustizia di certe leggi che colpivano con più severità i ceti più poveri della popolazione, denuncia con forza la pessima organizzazione degli ospizi e degli ospedali ed in queste pagine riusciamo già ad intravedere il futuro leader rivoluzionario colui che sarà il tribuno più amato dai sanculotti.
E quindici anni prima della rivoluzione Marat poteva scrivere:

Il male è nelle cose stesse ed il rimedio è violento. Dobbiamo portare la scure alla radice. Dobbiamo far conoscere al popolo i suoi diritti e quindi impegnarsi per rivendicarli; bisogna mettergli le armi in mano, assalire in tutto il regno i meschini tiranni che lo tengono oppresso, rovesciare l’edificio mostruoso del nostro governo e costruirne uno nuovo su una base equa. Le persone che credono che il resto del genere umano ha lo scopo di servirli per il loro benessere indiscutibilmente non approveranno questa soluzione, ma non sono loro che devono essere consultati; si tratta di risarcire un intero popolo dall’ingiustizia dei loro oppressori.”

E non si può assolutamente sottovalutare il suo ruolo anche teorico come si può vedere nel suo Plan de législation criminelle del 1780 dove anticipa il Proudhon che definiva “La proprietà è un furto”:

Il diritto di possedere deriva da quello di vivere; quindi tutto quanto è indispensabile alla nostra esistenza ci appartiene; e nulla di superfluo potrebbe appartenerci legittimamente, mentre altri mancano del necessario. Ecco il fondamento legittimo di qualunque proprietà, sia nello stato di società, sia nello stato di natura.”

Ma con questo non vogliamo però dare l’impressione di un Marat socialista,  egli è ovviamente un uomo del suo tempo e certamente si possono vedere nelle chaînes de l'esclavage anche i limiti del suo pensiero politico.
Certo minaccia la nobiltà terriera, l’alto clero, vuole dare la terra ai contadini, ma in fondo non ha nessuna intenzione di abolire la proprietà privata che come insegna anche Rousseau “per natura” spetta a tutti gli uomini. Infatti il diritto di proprietà è per tutti i pensatori politici del seicento e settecento un diritto fondamentale che neanche Marat mette in discussione anzi per questo si oppone duramente alle proposte e alla linea politica degli Enragés.
Certamente nella sua visione sociale egli anticipa tutta una serie di forme di assistenza, di cooperazione o di intervento dello Stato a favore dei meno abbienti, in difesa dei poveri e contro l’arroganza dei nobili e della ricca borghesia, ma il tutto senza mettere in discussione il diritto di proprietà. E dobbiamo altresì ricordare che ci troviamo nel XVIII secolo in una Francia, che al contrario dell’Inghilterra, è un paese con una economia ancora rurale e dove non si trovano  masse operaie, ma solo contadine.
Marat quindi non è un proto socialista, ma è invece un profondo intellettuale e come abbiamo potuto vedere con una prospettiva tutt’altro che provinciale, ma proprio perché è un uomo del suo tempo farà di tutto per entrare nell’Accademia delle Scienze o per avere un titolo nobiliare senza peraltro ottenere tali riconoscimenti. E’ un medico abbastanza stimato tanto che nel 1777 ha la responsabilità sanitaria della Compagnie des Suisses del Conte d’Artois, uno dei fratelli del Re, il futuro Carlo X. Ed è tra i primi a sostenere la possibilità dell’uso terapeutico dell’elettricità.
Ma è anche l’unico rivoluzionario preparato per gli avvenimenti che nel 1789 porteranno la Francia alla pagina più gloriosa e nel contempo più tragica della sua storia. Quando verranno convocati gli Stati Generali da Luigi XVI egli è già un uomo non più giovane avendo 45 anni, mentre Robespierre e Danton sono dei trentenni.
La sua esperienza inglese come fa notare lo storico Albert Mathiez lo porta ad essere estremamente pessimista anche sulla democrazia rappresentativa: “Mentre i francesi del 1789 si facevano le più ingenue illusioni sul valore del sistema rappresentativo, Marat (…) conosceva già molto bene i mezzi usati per dirigere la stampa, fare le elezioni, comprare i deputati ecc. Di qui la sua diffidenza, di qui il suo pessimismo, di qui i suoi giudizi acuti sugli uomini e sulle cose.”

Infatti si può osservare già nelle chaînes de l'esclavage un pessimismo di fondo che rimarrà una caratteristica di questo grande rivoluzionario. Ma in fondo è proprio questo pessimismo che contribuisce a renderlo il politico più acuto e lungimirante della rivoluzione e nel 1790 può ammonire in modo realistico che non si può più indietreggiare:

Lo ripeto: è il colmo della follia pretendere che uomini che da dieci secoli hanno la possibilità di dominarci, di derubarci e di opprimerci impunemente, si risolvano di buon grado ad essere soltanto nostri uguali: essi trameranno in eterno contro di noi, fino a che non saranno sterminati; e se noi non prendiamo questo partito, il solo che detta la voce imperiosa della necessità, ci sarà impossibile sfuggire alla guerra ed evitare che noi stessi finiamo per essere massacrati.”

Il suo giornale L'Ami du peuple sarà quindi uno dei principali punti di riferimento dei sanculotti e degli elementi più radicali dei Clubs repubblicani e probabilmente se non fosse stato ucciso dalla mano della Corday forse sarebbe stato l’unico che avrebbe potuto opporsi o attenuare il Grande terrore di Robespierre perché come già ammoniva nelle chaînes de l'esclavage :

per restare liberi occorre stare sempre in guardia nei confronti di chi governa”.


Bibliografia:

J.P.Marat –         Les chaînes de l'esclavage – Union générale d’éditons- 1972

J.P.Marat-           L’amico del popolo – Editori riuniti- 1977

L.R.Gottschalk-   Marat- Dell’Oglio editore - 1964



venerdì 2 marzo 2012

OMAGGIO ALLA VAL DI SUSA di Norberto Fragiacomo





OMAGGIO ALLA VAL DI SUSA
di Norberto Fragiacomo



Torniamo, dopo una breve pausa, a parlare di monti: ma veri, stavolta, in legno e roccia.
Situata all’estremo occidente d’Italia (e della provincia di Torino), la Val di Susa è attraversata dalla Dora Riparia, affluente di sinistra del fiume Po, e presenta rilievi che superano i tremila metri. Abitata da 120 mila persone circa, in parte ancor dedite alle attività tradizionali, la valle è sempre stata luogo di transito: di qua sembra sia passato Annibale, prima di dilagare, con torme di elefanti, nella Pianura Padana, ed anche i soldati napoleonici calpestarono, marciando, i suoi sentieri. Crocevia di genti e di scambi, quindi, sin da epoche remote: a partire dall’Ottocento, in Valsusa, ha fatto la sua comparsa il treno, che attraverso il Traforo del Frejus trasporta merci e passeggeri da e per la Francia.
Chissà come reagirono, i valligiani, all’apparire delle prime locomotive a vapore, chissà se si spaventarono udendo il loro fischio acuto e prolungato, che squarciava un silenzio millenario. Magari, frugando tra le pagine dei giornali di allora, si troverebbero anche una o più risposte; ma quella odierna al progetto TAV è inequivocabile: i valsusini della linea ad alta capacità tra Torino e Lione non vogliono proprio sentir parlare.
Le ragioni sono molteplici, e largamente condivise: preoccupano soprattutto i rischi ambientali e quelli per la salute della popolazione, causati da amianto, uranio e gas radon presenti in grandi quantità nel sottosuolo, oltre che dal prevedibile aumento dell’inquinamento acustico ed atmosferico. Inoltre, si argomenta, l’opera sarebbe del tutto inutile (in quanto persino la c.d. Linea Storica, oggetto di un potenziamento nel 2010, è attualmente sottoutilizzata) ed economicamente insostenibile: si vocifera di 16-17 miliardi di euro, che andrebbero a gravare su un bilancio statale già in sofferenza [1].
In sintesi, chi contesta il progetto sostiene che la realizzazione della tratta, e dell’intero “corridoio” ferroviario Lisbona-Kiev, rappresenti un affare soltanto per i grandi gruppi industriali coinvolti, cui vengono assicurati lauti profitti: saremmo in presenza di una curiosa caricatura del keynesismo, con l’Unione Europea che, attraverso i singoli Stati, finanzia lavori pubblici non per rilanciare occupazione e domanda, bensì per foraggiare le imprese private – e (giustamente) nessuno, in valle, è disposto a vivere peggio per consentire a questo o a quel paperone di cambiare Ferrari. Tutto il resto è conseguenza; ciò che non era preventivabile era il carattere duraturo (oramai possiamo dirlo: permanente) della mobilitazione, la sua caratterizzazione politica “di sinistra” e la solidarietà attiva riscossa in tutta Italia, che ne fa un movimento di rilievo nazionale. Se per gli abitanti la valle è innanzitutto un territorio, il loro territorio, chi si sobbarca centinaia di chilometri (ironia della sorte, spesso in treno), nei fine settimana, per sostenerne la causa ha eretto la Valsusa a simbolo dell’opposizione ad un “progresso” e ad un modello economico che violentano la natura senza recare benefici generali, traducendosi, al contrario, in tagli alle risorse per la collettività decisi nell’interesse di pochissimi. Altro che protesta nimby [2]: quello contro l’alta velocità/capacità è un impietoso e consapevole atto d’accusa nei confronti della bulimia capitalista, percepito come tale nei palazzi del potere economico/politico che, difatti, mostrano di prenderlo molto sul serio. Il risultato non è ovviamente il dialogo, bensì la repressione: di fronte ad una contestazione non generica, ma puntuale e dunque insidiosa, non c’è finzione (alias “democrazia”) che tenga, anche quando a scendere in strada sono pacifici ed attempati sindaci con tanto di fascia tricolore.
Invero, la rovinosa caduta dal traliccio di Luca Abbà (cui vanno i nostri auguri di ristabilimento) è solo l’ultimo episodio sintomatico di un clima teso, quasi da caccia all’uomo. Tralasciamo gli esiti del “sondaggio” di Libero – da quel giornale e dal becerume che lo legge non ci si può attendere altro – ed ogni giudizio sull’efficacia di quello che voleva essere un gesto dimostrativo: come riconosce, tra le righe, lo stesso Ezio Mauro, a sconcertare è la scelta, da parte delle forze di ordine, di lanciarsi all’inseguimento di un giovane che, senza minacciare nessuno, stava arrampicandosi, a suo rischio e pericolo, su un pilone. Sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità, ma appare censurabile – e gravissimo – l’atteggiamento di chi, incaricato di proteggere la vita dei cittadini, la mette ingiustificatamente a repentaglio. Non è la prima volta che avviene: già in svariate occasioni la condotta di agenti e militari ha sollevato scandalo, ed i pestaggi di persone inermi, così come l’utilizzo sconsiderato (?) di gas nocivi, sono ormai una sinistra prassi, tanto che lo Stato, temendo la crescente impopolarità dei suoi sbirri, ha inscenato la pietosa buffonata dell’encomio al “carabiniere taciturno [3] ”, che diligentemente le radiotelevisioni di regime hanno provveduto a pubblicizzare.
Nonostante il massiccio impiego di manganelli, opinionisti e lacrimogeni, la strategia del terrore non sta tuttavia sortendo alcun effetto: i montanari non cedono di un metro, ed attivisti di tutte le età continuano ad affluire in valle. V’è in questa sfida all’oppressore un pizzico di romanticismo: la stessa natura – bucolica, quasi “tolkieniana” – dei luoghi, il ricordo delle lotte partigiane in quelle terre invogliano all’azione, per tacere del fatto che la presenza di boschi, saliscendi e ripari annulla parzialmente il vantaggio militare e tecnologico delle forze dell’ordine, più avvezze ad operare nei centri urbani.
A parere di chi scrive, c’è anche dell’altro. Alcuni giorni fa, il Comitato NO debito greco ha fatto pervenire ai compagni di tutta Europa un accorato e commovente appello che, tra le altre cose, conteneva un sensato parallelismo tra la Grecia in lotta e la Repubblica Spagnola degli anni ’30, difesa dalle brigate internazionali antifasciste. Ebbene, la Val di Susa è, oggi, la piccola Spagna d’Italia, un’enclave in cui si combatte, a viso aperto, contro un disegno reazionario sovranazionale. La posta in gioco non è più una superlittorina: sono la libertà, la democrazia, la giustizia sociale. Niente a che vedere, dunque, con l’inquinata e localistica protesta dei forconi siciliani, o con quella – meritevole di sostegno, ma circoscritta – dei pastori sardi: ai piedi delle Alpi sta germogliando un seme potenzialmente rivoluzionario, che può essere esportato anche altrove. In effetti, dal nord al sud della penisola i focolai di rivolta si vanno moltiplicando, e le manifestazioni e i blocchi di solidarietà tenutisi lunedì scorso lo comprovano.
Per fare il salto di qualità, il movimento ha bisogno di un’organizzazione e, come nelle arrampicate, di guide esperte: al momento non se ne vedono, malgrado il sostegno generoso di poche personalità politiche (Ferrero, più che il camaleontico Vendola) e sindacali (Cremaschi, in parte Landini con la Fiom).
Il potere è comunque in allarme: se le spore si diffondessero, la situazione italiana diverrebbe incandescente, e i carabinieri – “buoni” o “cattivi” che siano – non basterebbero a controllare il Paese. Pertanto, si vuole chiudere in fretta, con l’aiuto del partito dell’ordine (PDL+PD+centristi), il capitolo valsusino, cercando lo “scontro decisivo”. E se qualcuno si fa male, o cade, peggio per lui.
La militarizzazione del Paese è in corso (da almeno un decennio): tocca a noi reagire, in maniera democratica ma ferma.



Trieste, 1 marzo 2012


NOTE

[1] Per approfondimenti, vedi il sito http://www.notavtorino.org/.

[2] Not in my back yard, vale a dire: “non nel mio cortile”.

[3] Il quale, stando a Repubblica, si è detto sorpreso dalla… risonanza del suo silenzio: al Comandante generale dell’Arma avrebbe infatti risposto di aver compiuto “soltanto il mio dovere”.


Stampa e pdf

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...