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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 2 marzo 2012

OMAGGIO ALLA VAL DI SUSA di Norberto Fragiacomo





OMAGGIO ALLA VAL DI SUSA
di Norberto Fragiacomo



Torniamo, dopo una breve pausa, a parlare di monti: ma veri, stavolta, in legno e roccia.
Situata all’estremo occidente d’Italia (e della provincia di Torino), la Val di Susa è attraversata dalla Dora Riparia, affluente di sinistra del fiume Po, e presenta rilievi che superano i tremila metri. Abitata da 120 mila persone circa, in parte ancor dedite alle attività tradizionali, la valle è sempre stata luogo di transito: di qua sembra sia passato Annibale, prima di dilagare, con torme di elefanti, nella Pianura Padana, ed anche i soldati napoleonici calpestarono, marciando, i suoi sentieri. Crocevia di genti e di scambi, quindi, sin da epoche remote: a partire dall’Ottocento, in Valsusa, ha fatto la sua comparsa il treno, che attraverso il Traforo del Frejus trasporta merci e passeggeri da e per la Francia.
Chissà come reagirono, i valligiani, all’apparire delle prime locomotive a vapore, chissà se si spaventarono udendo il loro fischio acuto e prolungato, che squarciava un silenzio millenario. Magari, frugando tra le pagine dei giornali di allora, si troverebbero anche una o più risposte; ma quella odierna al progetto TAV è inequivocabile: i valsusini della linea ad alta capacità tra Torino e Lione non vogliono proprio sentir parlare.
Le ragioni sono molteplici, e largamente condivise: preoccupano soprattutto i rischi ambientali e quelli per la salute della popolazione, causati da amianto, uranio e gas radon presenti in grandi quantità nel sottosuolo, oltre che dal prevedibile aumento dell’inquinamento acustico ed atmosferico. Inoltre, si argomenta, l’opera sarebbe del tutto inutile (in quanto persino la c.d. Linea Storica, oggetto di un potenziamento nel 2010, è attualmente sottoutilizzata) ed economicamente insostenibile: si vocifera di 16-17 miliardi di euro, che andrebbero a gravare su un bilancio statale già in sofferenza [1].
In sintesi, chi contesta il progetto sostiene che la realizzazione della tratta, e dell’intero “corridoio” ferroviario Lisbona-Kiev, rappresenti un affare soltanto per i grandi gruppi industriali coinvolti, cui vengono assicurati lauti profitti: saremmo in presenza di una curiosa caricatura del keynesismo, con l’Unione Europea che, attraverso i singoli Stati, finanzia lavori pubblici non per rilanciare occupazione e domanda, bensì per foraggiare le imprese private – e (giustamente) nessuno, in valle, è disposto a vivere peggio per consentire a questo o a quel paperone di cambiare Ferrari. Tutto il resto è conseguenza; ciò che non era preventivabile era il carattere duraturo (oramai possiamo dirlo: permanente) della mobilitazione, la sua caratterizzazione politica “di sinistra” e la solidarietà attiva riscossa in tutta Italia, che ne fa un movimento di rilievo nazionale. Se per gli abitanti la valle è innanzitutto un territorio, il loro territorio, chi si sobbarca centinaia di chilometri (ironia della sorte, spesso in treno), nei fine settimana, per sostenerne la causa ha eretto la Valsusa a simbolo dell’opposizione ad un “progresso” e ad un modello economico che violentano la natura senza recare benefici generali, traducendosi, al contrario, in tagli alle risorse per la collettività decisi nell’interesse di pochissimi. Altro che protesta nimby [2]: quello contro l’alta velocità/capacità è un impietoso e consapevole atto d’accusa nei confronti della bulimia capitalista, percepito come tale nei palazzi del potere economico/politico che, difatti, mostrano di prenderlo molto sul serio. Il risultato non è ovviamente il dialogo, bensì la repressione: di fronte ad una contestazione non generica, ma puntuale e dunque insidiosa, non c’è finzione (alias “democrazia”) che tenga, anche quando a scendere in strada sono pacifici ed attempati sindaci con tanto di fascia tricolore.
Invero, la rovinosa caduta dal traliccio di Luca Abbà (cui vanno i nostri auguri di ristabilimento) è solo l’ultimo episodio sintomatico di un clima teso, quasi da caccia all’uomo. Tralasciamo gli esiti del “sondaggio” di Libero – da quel giornale e dal becerume che lo legge non ci si può attendere altro – ed ogni giudizio sull’efficacia di quello che voleva essere un gesto dimostrativo: come riconosce, tra le righe, lo stesso Ezio Mauro, a sconcertare è la scelta, da parte delle forze di ordine, di lanciarsi all’inseguimento di un giovane che, senza minacciare nessuno, stava arrampicandosi, a suo rischio e pericolo, su un pilone. Sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità, ma appare censurabile – e gravissimo – l’atteggiamento di chi, incaricato di proteggere la vita dei cittadini, la mette ingiustificatamente a repentaglio. Non è la prima volta che avviene: già in svariate occasioni la condotta di agenti e militari ha sollevato scandalo, ed i pestaggi di persone inermi, così come l’utilizzo sconsiderato (?) di gas nocivi, sono ormai una sinistra prassi, tanto che lo Stato, temendo la crescente impopolarità dei suoi sbirri, ha inscenato la pietosa buffonata dell’encomio al “carabiniere taciturno [3] ”, che diligentemente le radiotelevisioni di regime hanno provveduto a pubblicizzare.
Nonostante il massiccio impiego di manganelli, opinionisti e lacrimogeni, la strategia del terrore non sta tuttavia sortendo alcun effetto: i montanari non cedono di un metro, ed attivisti di tutte le età continuano ad affluire in valle. V’è in questa sfida all’oppressore un pizzico di romanticismo: la stessa natura – bucolica, quasi “tolkieniana” – dei luoghi, il ricordo delle lotte partigiane in quelle terre invogliano all’azione, per tacere del fatto che la presenza di boschi, saliscendi e ripari annulla parzialmente il vantaggio militare e tecnologico delle forze dell’ordine, più avvezze ad operare nei centri urbani.
A parere di chi scrive, c’è anche dell’altro. Alcuni giorni fa, il Comitato NO debito greco ha fatto pervenire ai compagni di tutta Europa un accorato e commovente appello che, tra le altre cose, conteneva un sensato parallelismo tra la Grecia in lotta e la Repubblica Spagnola degli anni ’30, difesa dalle brigate internazionali antifasciste. Ebbene, la Val di Susa è, oggi, la piccola Spagna d’Italia, un’enclave in cui si combatte, a viso aperto, contro un disegno reazionario sovranazionale. La posta in gioco non è più una superlittorina: sono la libertà, la democrazia, la giustizia sociale. Niente a che vedere, dunque, con l’inquinata e localistica protesta dei forconi siciliani, o con quella – meritevole di sostegno, ma circoscritta – dei pastori sardi: ai piedi delle Alpi sta germogliando un seme potenzialmente rivoluzionario, che può essere esportato anche altrove. In effetti, dal nord al sud della penisola i focolai di rivolta si vanno moltiplicando, e le manifestazioni e i blocchi di solidarietà tenutisi lunedì scorso lo comprovano.
Per fare il salto di qualità, il movimento ha bisogno di un’organizzazione e, come nelle arrampicate, di guide esperte: al momento non se ne vedono, malgrado il sostegno generoso di poche personalità politiche (Ferrero, più che il camaleontico Vendola) e sindacali (Cremaschi, in parte Landini con la Fiom).
Il potere è comunque in allarme: se le spore si diffondessero, la situazione italiana diverrebbe incandescente, e i carabinieri – “buoni” o “cattivi” che siano – non basterebbero a controllare il Paese. Pertanto, si vuole chiudere in fretta, con l’aiuto del partito dell’ordine (PDL+PD+centristi), il capitolo valsusino, cercando lo “scontro decisivo”. E se qualcuno si fa male, o cade, peggio per lui.
La militarizzazione del Paese è in corso (da almeno un decennio): tocca a noi reagire, in maniera democratica ma ferma.



Trieste, 1 marzo 2012


NOTE

[1] Per approfondimenti, vedi il sito http://www.notavtorino.org/.

[2] Not in my back yard, vale a dire: “non nel mio cortile”.

[3] Il quale, stando a Repubblica, si è detto sorpreso dalla… risonanza del suo silenzio: al Comandante generale dell’Arma avrebbe infatti risposto di aver compiuto “soltanto il mio dovere”.


3 commenti:

Carlos ha detto...

Il vero problema di questo movimentismo, come si è anche visto il 15 ottobre scorso, è la sua etereogeneità, il suo spontaneismo, la mancanza di una disciplina interna e di un vero coordinamento in grado di interagire con altre forze in ambito nazionale ed internazionale. Con il risultato che le infiltrazioni, le strumentalizzazioni e le reazioni "mirate" poi, si sprecano. Il problema No-Tav non può avere una dimensione "fuochista" e locale, ma deve assumerne piuttosto una transnazionale, e deve essere legato ad una questione ben più ampia di natura ambientale, affrontata e coordinata da un vero partito Ecosocialista che in Italia purtroppo manca del tutto.

Vincenzo Rauzino ha detto...

L'etereogeneità, il suo spontaneismo, la mancanza di una disciplina interna e di un vero coordinamento sono i punti di forza di questo movimento.
C'è forse omogeneità nei movimenti che appoggiano Chavez?
Eppure hanno fatto una Costituzione avanzatissima.
Il fronte no-Tav è l'occasione per compattare il movimento attorno ad una piattaforma ecosocialista, seppure in nuce.

Carlos ha detto...

"L'etereogeneità, il suo spontaneismo, la mancanza di una disciplina interna e di un vero coordinamento" possono essere una risorsa oppure un problema, a seconda di come riescono a trovare sbocco ed efficacia, in un intero Paese. In Venezuela cosa sarebbero rimasti senza un leader carismatico capace di intepretare e di raccordare quelle istanze con la concreta possibilità politica di una svolta, difendendola a sua volta con forti legami con le Forze Armate? Probabilmente Chavez non avrebbe considerato i carabinieri "pecorelle" ma a loro volta lavoratori in lotta, ed in marcia per il cambiamento. Quindi, comunque, il fronte No TAV ha bisogno di un salto di qualità, che non presuppone la necessità di tacitare questi importanti fermenti, ma piuttosto di convogliarli in efficaci proposte politiche, nazionali, e non solo locali, inzialmente con una serie di liste civiche che riportino l'astensionismo a lottare per obiettivi politici territoriali e, successivamente, peri unire tutti in una struttura politica federativa, inclusiva delle istanze dei movimenti, su base ecosocialista.

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