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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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mercoledì 23 maggio 2012

L'INTERPRETAZIONE DELLA CRESCITA SECONDO I PADRONI DELL'EUROPA di Riccardo Achilli



L'INTERPRETAZIONE DELLA CRESCITA SECONDO I PADRONI DELL'EUROPA
di Riccardo Achilli


Introduzione

Sarebbe ingenuo non dire che, dalla vittoria elettorale di Hollande, e dalla dura sconfitta della Merkel in un land strategico per l’economia tedesca come il Nord Reno-Vestfalia, l’asse strategico degli euro-funzionari del Capitale finanziario posti alla guida dei diversi Stati europei non sia cambiato, sia pur di una misura appena percettibile.
Nel suo recente outlook (16 maggio) su una delle più disastrate economie dell’area euro, ovvero l’Italia, il FMI cambia un pochino il registro, rispetto alla consueta litania basata sui principi del Washington Consensus (lotta all’inflazione, rigore di bilancio, privatizzazioni, riforme del mercato del lavoro e dei servizi, taglio della spesa per ridurre la pressione fiscale, ecc.). Intendiamoci: il registro cambia di pochissimo, intanto perché il FMI esalta il macello sociale compiuto dal Governo-Monti, sparando una previsione di incremento di 6 punti del PIL legata ai presunti effetti della riforma-Fornero e del pacchetto-liberalizzazioni. Ovviamente è troppo chiedere la metodologia con cui il FMI ha ideato questa fantastica crescita previsionale, ma basta ricordare agli analisti del FMI che:


a)      non esiste alcuna correlazione fra grado di flessibilità del mercato del lavoro e crescita. L’indice di correlazione del Perason fra l’indice di rigidità della protezione dei lavoratori con riferimento al costo ed alla facilità di effettuare licenziamenti collettivi (fonte Ocse) ed il tasso di disoccupazione, per i Paesi Ocse nel periodo 2008/2009, è pari a zero, mostrando come la flessibilità in uscita non generi alcun effetto di miglioramento sul tasso di disoccupazione, essendo le due variabili incorrelate (http://ilmarxismolibertario.wordpress.com/2012/02/25/la-flessibilita-del-lavoro-miti-e-realta-di-riccardo-achilli/)

b)      l’eventuale effetto di stimolo alla crescita derivante dalla liberalizzazione del settore dei servizi dipende da una ripresa del flusso di investimenti nei settori industriali che si avvalgono di tali servizi, derivante da un calo del costo di acquisto del servizio. Tuttavia, il beneficio è solo eventuale e di breve periodo: noi sappiamo da lunga data (cfr. Sweezy e Baran al proposito) che, in un’ottica di lungo periodo, ad una maggiore liberalizzazione dei mercati corrisponde una maggiore concentrazione oligopolistica degli stessi (per ovvi motivi legati all’accelerazione dei meccanismi di accumulazione generata dalla maggiore concorrenza). Il susseguente potere di mercato acquisito comporta un rialzo dei prezzi, oppure una diminuzione della quantità offerta al di sotto del livello ottimale, come in ogni tradizionale modello di oligopolio.  Curioso che il FMI esalti, come modello da seguire, la prossima ventura liberalizzazione della distribuzione del gas, con separazione fra produttore e distributore, prevista dal decreto-Monti, affermando con una sicumera degna soltanto di chi non ha letto altro che Friedman nella sua vita, che ciò comporterà una riduzione del prezzo del gas. Peccato però che il prezzo del gas sia strettamente correlato con quello del petrolio: chi invece di dare adito a luoghi comuni studia empiricamente la questione, come Villar e Joutz (206) scopre infatti che il prezzo del WTI (petrolio) e del gas sono caratterizzati da una significativa cointegrazione, e che le variazioni del secondo sono significativamente influenzate da quelle del primo, già nel breve periodo. Quindi, se il prezzo del petrolio continua a crescere per fattori geopolitici, non ci sarà liberalizzazione della rete del gas che potrà ridurne il prezzo. Ma questo non spiegatelo al FMI: i suoi analisti potrebbero essere licenziati, e tengono famiglia anche loro…

Il cambiamento di asse del comunicato in questione è quindi semplicemente dovuto al fatto che gli analisi del FMI ripetono la parola “crescita” almeno una quindicina di volte, come se fosse un mantra. Va bene che le aspettative ed il clima di fiducia influenzano le prospettiva di crescita, ma insomma…Evidentemente, l’esplosione della Grecia sotto i colpi dell’austerità, e la sua sostanziale bancarotta nonostante i provvedimenti lacrime e sangue adottati per “risanare” il suo bilancio, deve aver finalmente suggerito al FMI che senza politiche che stimolino la crescita del PIL, è anche impossibile risanare le finanze pubbliche, poiché qualsiasi modellino econometrico, anche di quelli costruiti dalla zia Genoveffa, mostra come i saldi di bilancio siano endogeni alla crescita, tramite l’effetto che questa esercita sul gettito fiscale e sugli ammortizzatori automatici di spesa. In pratica, dopo aver massacrato inutilmente la Grecia, quelli del FMI scoprono…una cosa che viene insegnata agli studenti di Economia Politica I.

Le illusorie ricette per la crescita dei liberisti

Ad ogni modo, qual è la ricetta che il FMI suggerisce per riattivare una crescita, ovviamente “rispettosa” dello sforzo di risanamento dei bilanci pubblici? Si tratta della classica ricetta dei liberisti. E qui occorre un piccolo chiarimento di teoria economica. In termini molto generici, e necessariamente non del tutto precisi, si può dire che, a differenza dei keynesiani che si sono dotati di un modello del ciclo basato sull’andamento della domanda aggregata (consumi interni ed esteri, investimenti privati e pubblici, ma anche spesa pubblica corrente per acquisti di beni e servizi per la pubblica amministrazione) i liberisti credono che la crescita possa essere stimolata essenzialmente agendo sui fattori di competitività dal lato dell’offerta, cioè della produzione. Stimolare la crescita tramite politiche economiche espansive dal lato della domanda, per i liberisti, è inutile e controproducente, perché genera inflazione (dal momento che l’offerta si adegua con un periodo di ritardo rispetto all’incremento della domanda, e quindi si crea una tensione sui prezzi), e questa destabilizza le aspettative degli operatori, che si formano, secondo questa teoria, in modo relativamente “conservativo”, ovvero estrapolando le previsioni da ciò che si è verificato nel recente passato (aspettative adattive, M. Friedman) oppure da una valutazione razionale di tutta l’informazione economica disponibile al momento (aspettative razionali, Lucas e Sargent). Poiché i prezzi rappresentano i segnali delle dinamiche reciproche di domanda ed offerta, la destabilizzazione di tali segnali indotta dalla spirale inflazionistica impedisce agli operatori economici di formulare scenari di mercato affidabili (cioè impedisce loro di formarsi delle aspettative corrette) e quindi impedisce loro di formulare programmi di investimento, ostacolati dall’incertezza sui mercati indotta dal clima inflazionistico. Senza investimenti, niente crescita della produzione e dell’occupazione. Poiché un bilancio pubblico in deficit è una fonte potenziale di inflazione, allora la cosa migliore da fare per “stabilizzare” le aspettative degli operatori è tenerlo in equilibrio, evitando disavanzi.
Quindi, poiché uno stimolo di politica economica  dal lato della domanda comporta solo l’aumento dei prezzi e niente crescita reale,  l’unico modo di promuovere la crescita, secondo i liberisti, è agire dal lato della competitività dell’offerta: maggior competitività che significa in primis un più elevato rapporto fra produttività e costo dei fattori produttivi, ed in secundis un maggiore valore aggiunto unitario dei prodotti, indotto da un miglioramento della loro qualità e/o del contenuto di conoscenza ed innovazione tecnica incorporata negli stessi, che ne provoca un incremento di redditività necessario per ripagare il “fattore conoscenza” utilizzato per idearli e produrli. In pratica, in questo schema teorico, si arriva a parlare di “capitale umano”, ovvero il capitale che genera la conoscenza e l’innovazione.
Da tale impostazione, assurda dal punto di vista teorico e sballata da quello pratico, come vedremo, discendono naturalmente le “ricette” per la crescita suggerite:

-          occorre investire sui fattori che incidono sulla produttività, quindi sull’educazione, sull’innovazione tecnologica di processo, su una rete infrastrutturale efficiente (che consenta di movimentare rapidamente materie prime e fattori produttivi). Questi sono gli unici investimenti pubblici che, in tale impostazione, hanno senso, e neanche tanto, nel senso che, poiché i mercati vengono reputati più affidabili del soggetto pubblico nel selezionare ed interpretare i segnali che provengono dal sistema dei prezzi e dal trend della domanda e dell’offerta, allora è meglio che siano i privati a fare tali investimenti, ove possibile (ecco quindi che si esaltano i sistemi di project financing, ovvero di compartecipazione del privato alla realizzazione e successiva gestione di una infrastruttura, che altro non sono che forme larvate di parziale privatizzazione delle stesse, le scuole e le università private, ritenute “più vicine” alle esigenze formative espresse dalle imprese, ecc.);

-          altri fattori che incidono sulla produttività sono quelli che richiedono le cosiddette “riforme strutturali”: una pubblica amministrazione ridotta all’osso e che interferisca il meno possibile con le dinamiche del mercato, e che, quando è proprio costretta ad intervenire (per esempio per rilasciare una autorizzazione indispensabile, oppure per dirimere una causa giudiziaria fra due imprenditori o fra un imprenditore e i suoi lavoratori o clienti) lo faccia nei tempi più rapidi possibili, per non interferire sulla produttività. Ma la riforma strutturale “madre di tutte le riforme” è quella del mercato del lavoro: occorre creare una massa di lavoratori privi di tutele, in concorrenza l’uno con l’altro, per strizzare loro la massima produttività possibile, al minor costo;

-          insieme alla massimizzazione della produttività dei fattori, occorre minimizzare il loro costo. Ancora una volta, riforme del mercato del lavoro che creano eserciti di precari sottopagati sono all’uopo necessarie, perché se non hai la certezza del posto del lavoro, accetti più docilmente un minor salario in cambio di un maggiore impegno; ma poi occorre anche ridurre un altro costo, ovvero quello fiscale, che incide ovviamente sulla struttura complessiva dei costi delle imprese. Ma per ridurre le tasse occorre aver prima selvaggiamente tagliato la spesa pubblica. Altrimenti, una riduzione delle imposte prima di aver tosato la spesa rischia di far andare in disavanzo di bilancio pubblico, resuscitando il demone inflazionistico che riposa nelle bolge infernali dei capitoli di bilancio dello Stato (è indubbio che il liberismo abbia una forte radice nel protestantesimo più bigotto, anche se questo non ha creato quello, come ci dice Weber. Non è quindi fuori luogo adottare termini religiosi per descriverlo). Poi c’è una finezza: occorre tagliare le tasse, sì, ma non a tutti. Non si possono tagliare le tasse ai più poveri, perché costoro hanno una propensione marginale al consumo più alta dei ricchi, quindi di fronte ad un incremento del reddito disponibile, consumano di più, rischiando di alimentare nuovamente il Demone dell’inflazione. Occorre tagliare le tasse ai più ricchi, invece, perché costoro (benedetti dal Cielo calvinista) sono quelli che lavorano e non pesano sul welfare, come fanno invece quei pidocchiosi senza-Dio che si affollano per un piatto di minestra davanti alla sede dell’Esercito della Salvezza (lo schema mentale purtroppo è proprio questo; non si tratta di una mia esagerazione. Chi conosce il fumetto “Alan Ford” potrà trovare il paradigma del pensiero liberista in Superciuk, il supereroe che ruba ai poveri zozzoni per regalare ai ricchi eleganti e puliti);

-          poiché la competizione di mercato seleziona il più forte, cioè colui che riesce a mettere in campo il migliore rapporto produttività/costi dei fattori, per massimizzare la competitività occorre liberalizzare ed eliminare ogni posizione di monopolio pubblico, estendendo la concorrenza anche ad ambiti innaturali, come ad esempio la sanità (poiché ogni uomo ha diritto alla vita, mi chiedo anche da un punto di vista filosofico ed etico che giustificazione abbia una sanità privata, in cui sopravvive solo chi può pagare). Però anche qui c’è una finezza, come sopra: va bene che ambiti essenziali per la sopravvivenza, come il cibo, l’acqua, la sanità, l’educazione, la pensione, il lavoro, siano totalmente privatizzati. Però le banche, che in fondo non sono indispensabili per sopravvivere (non ho mai visto nessuno mangiare una banconota) devono essere parzialmente messe al riparo dagli effetti della concorrenza, salvandole con abbondanti iniezioni di denaro pubblico se in difficoltà (ed in questo caso, il terrore del Mostro Inflazionistico viene messo da parte, anche se il modo migliore per produrre inflazione è proprio quello di inondare di liquidità il sistema). Questo perché il capitalismo attuale, nelle economie mature, è essenzialmente finanziario e non produttivo, e quindi senza banche crollerebbe.

Come volevasi dimostrare, la “crescita” che il FMI auspica affinché l’Italia trovi le risorse per ridurre il debito pubblico (leggi: per ripagare le banche creditrici) è proprio basato sulle “ricette” sopra esposte, quindi:

a)      accelerare e rendere possibilmente più radicali la riforma-Fornero e le liberalizzazioni;

b)      aumentare l’occupazione giovanile e femminile riducendo il salario di ingresso ed i contributi sociali, e flessibilizzando i salario tramite un modello contrattuale puramente aziendalistico (naturalmente questi geni del FMI non pensano che un motivo fondamentale che ostacola l’occupazione femminile non è tanto il costo contributivo, quanto l’assenza di un welfare pubblico che metta a disposizione efficaci servizi di conciliazione vita/lavoro, per cui se si taglia la spesa pubblica di welfare per ridurre i contributi sociali non si crea alcun effetto incentivante sull’occupazione femminile);

c)      potenziare lo start up di PMI innovative, tramite una espansione dei sistemi di ingegneria finanziaria dedicati all’innovazione tecnologica (venture capital, seed capital ed altre amenità, peraltro molto lucrose per banche e società finanziarie globali);

d)     strozzare ulteriormente la spesa pubblica, in particolare gli stipendi dei lavoratori pubblici, per finanziare una riduzione delle imposte, ovviamente non certo per i lavoratori ed i pensionati, ma per le imprese. Vale la pena ricordare di nuovo che questi scienziati del FMI si sono guardati bene, ad esempio, dall’analizzare la recente relazione della Corte dei Conti, che evidenzia come la spesa dell’Italia per il personale pubblico sia in linea con la media continentale (11,1% del Pil), con valori superiori alla Germania (7,9%) ma ampiamente inferiori a Spagna (11,9%) e Francia (13,4%) e, inoltre, che l’Italia è l’unico Paese europeo, insieme al Portogallo, ad aver ridotto il numero dei dipendenti pubblici negli ultimi dieci anni. Però chiedono di ridurre il costo del lavoro pubblico. Senza essersi informati. Vorrei ricordare che un analista del FMI, di questi qui che pensano che la liberalizzazione della rete del gas ne ridurrà il costo, o che occorre ridurre un costo del lavoro pubblico già in calo, guadagna un rispettabilissimo stipendio. Per un decimo di quello stipendio, mia zia Genoveffa è in grado di fare ragionamenti economici più evoluti;

e)      privatizzare il privatizzabile, però salvando le banche, che anzi dovrebbero essere incoraggiate (udite udite) a cartolarizzare le sofferenze ed i crediti incagliati, impacchettandoli dentro titoli finanziari da rivendere sul mercato. In pratica…questi scienziati ci stanno dicendo che dobbiamo ricostruire il meccanismo perverso di cartolarizzazione dei debiti privati che ha portato alla crisi che stiamo vivendo!!!

f)       come piccolo regalo (bontà loro) gli analisti del FMI  concedono anche la possibilità di fare aumenti negli investimenti pubblici in infrastrutture, purché questi siano “modesti e ben finalizzati” (va bene essere generosi, ma non esageriamo, eh?)

Questa sconclusionata ed assurda “ricetta” per la crescita non dipende dal fatto che gli analisti del FMI siano dei subnormali. Più o meno, essendo anche loro esseri umani, avranno un Q.I. nella media. Il problema vero è che arrivano a consigliare ricette grottesche perché l’armamentario teorico di cui si avvalgono è manifestamente infondato.
Non è vero che la soluzione al problema dell’economia passi attraverso la crescita della produttività. Basterebbe pensare al fatto che in Europa a 27 Paesi si aggira un esercito di oltre 23 milioni di disoccupati, in continua crescita, cui vanno aggiunti altri 15 milioni di “scoraggiati”, cioè persone in età da lavoro che vorrebbero lavorare ma che hanno perso la speranza di trovare lavoro. E’ di tutta evidenza, dunque, che il problema non è quello di strizzare di più chi già lavora, per aumentarne la produttività, ma è quello di allargare la base produttiva, per dare più lavoro, ed al contempo fornire strumenti reddituali a chi non lavora, per consentirgli di continuare a consumare e tenere attivo il circuito economico.
Non è vero che qualsiasi stimolo alla domanda creerebbe automaticamente inflazione, e quindi impedirebbe quella stabilità del quadro complessivo necessaria per far ripartire gli investimenti. Nell’industria europea, a maggio 2012, vi è un 21% di capacità produttiva inutilizzata, proprio a causa del calo della domanda. Uno stimolo alla domanda non sarebbe inflazionistico, perché verrebbe coperto da un incremento di produzione, per cui vi è ampio margine libero. E qualora si verificassero momentanei attriti inflazionistici, dovuti al ritardo di risposta sul versante dell’offerta, questi sarebbero facilmente sterilizzabili mediante un calo dell’Iva, delle accise e delle altre imposte indirette.
Inoltre non è vero che gli investimenti dipendono da un quadro macroeconomico e di aspettative stabile. In Italia, i più alti tassi di investimento li abbiamo avuti negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, in un contesto macroeconomico e sociale molto instabile e mutevole, e con inflazione più alta di quella attuale. Non è possibile “modellizzare” le aspettative degli imprenditori, come fa Friedman, con il suo modello delle aspettative adattive, o la Nuova Macroeconomia Classica con quello delle aspettative razionali. Perché le aspettative sono essenzialmente determinate da fattori psicologici ed irrazionali. Keynes in proposito legava la propensione all’investimento agli “spiriti animali” (animal spirits) degli imprenditori, cioè a fattori istintivi ed irrazionali, non certo a modelli facilmente predittibili.
Non è vero che l’informazione sarebbe un nuovo fattore produttivo costituito dal capitale umano. Il capitale umano non esiste, esiste solo il capitale variabile di Marx, dato dal valore dei salari, o per meglio dire del tempo di lavoro socialmente necessario per produrre i beni ed i servizi associati a quei salari. Quindi non è l’innovazione o il miglioramento qualitativo incorporato ai prodotti a farne aumentare il valore aggiunto unitario. Questo aumenta perché è cresciuta la quantità di lavoro socialmente astratto incorporato. Quindi è il lavoro a dare valore alle merci. Non è possibile pensare di sostituire al lavoro astrazioni come la “creatività” o la “qualità totale”, perché frutti esse stesse del lavoro.

Eppure i leader del G8 continuano a seguire strade perdenti

E’ tutto fasullo, è tutto campato in aria, è tutta apparenza. Ed è ovvio che partendo da simili premesse, le ricette di politica economica suggerite sono assurde. Purtroppo però, come tanti bravi scolaretti, i leader del G8, ivi compreso Obama, ivi compreso Hollande, questa settimana, si sono trovati negli Stati Uniti, ed hanno adottato un documento, che probabilmente è la base del compromesso fra Hollande e la Merkel che sarà adottato come “allegato” al fiscal compact, per farlo firmare anche alla Francia, in cui si replicano queste ricette assurde e insensate. Il documento sulla crescita adottato, infatti, dice che:

-          occorre “coniugare crescita e rigore”, ed “operare in un quadro macroeconomico non inflazionistico” (ecco che ricompare lo spaventapasseri dell’inflazione, mai abbandonato, persino quando la domanda è catatonica, come oggi) quindi continuare a tagliare la spesa pubblica, ed a deprimere di conseguenza la domanda aggregata, facendo esattamente il contrario di ciò che è necessario fare;

-          occorre agire per far crescere la produttività tramite, per l’appunto, investimenti in ricerca, infrastrutture ed educazione, naturalmente ove possibile tramite l’intervento dei privati, realizzando quindi privatizzazioni de facto di infrastrutture e sistemi educativi, e le immancabili riforme strutturali del mercato del lavoro e dei mercati dei servizi e delle utilities, atte a creare maggiore concorrenza;

-          maggior concorrenza da cui ovviamente il mercato bancario va tenuto fuori. Anzi, si discute di creare un sistema di garanzie europeo sui depositi in conto corrente;

-          ovviamente di mutualizzazione su scala europea dei debiti pubblici nazionali, di eurobonds, o di imposte sulle transazioni finanziarie manco a parlarne. Sono argomenti tabù. Il primo viene nuovamente bocciato dal Governo tedesco, il secondo da quello britannico.

In questo modo non si va da nessuna parte, e non si stimola nessuna crescita: le imprese accresceranno una produttività del tutto potenziale, nel momento in cui la domanda è depressa, e non ci sono sbocchi per piazzare il surplus produttivo generato dall’extra produttività. Aumenterà la quota di risorse inutilizzate, sia in termini di capitale variabile (disoccupati in crescita) che di capitale fisso (aumento della quota di capitale produttivo ozioso) e quindi si andrà sempre più verso il blocco dei meccanismi di riproduzione allargata.
Gli investimenti in ricerca ed educazione, tutt’al più, daranno effetti positivi sulla crescita differiti nel tempo, quando invece è oggi che c’è bisogno di stimoli alla crescita. Non fra cinque anni. Gli investimenti infrastrutturali, al più, creeranno un po’ di occupazione temporanea nella sola fase di cantiere, ma poi si riveleranno inutili, in una fase in cui la produzione non cresce. Una nuova strada serve in un’economia dinamica, in cui si generano nuovi flussi di traffico. Non in un’economia alla paralisi.
Tutta questa operazione sulla crescita sembra quindi essere orientata a due scopi: contrastare il clima di sfiducia e disperazione che aleggia in Europa, mediante un po’ di strombazzature pubblicitarie su una crescita cui nessuno crede, e riprendere il controllo di una opinione pubblica che sta, sia pur molto lentamente (ed a velocità variabile da Paese a Paese) derivando verso sinistra, oppure verso forme di contestazione antipolitica. Ma le bugie hanno le gambe corte.

E Hollande?

 Hollande vuole dimostrare qualcosa? Ne ha ancora la possibilità: leghi l’adesione al fiscal compact del suo Paese ad una sua radicale revisione, che elimini gli obblighi di rientro dall’extra debito e i vincoli di bilancio pubblico in pareggio, ad una mutualizzazione del debito pubblico a livello europeo con l’emissione di eurobonds, ad un controllo politico della Bce, obbligandola ad acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti alle aste primarie, ad una fuoriuscita morbida dall’euro dei Paesi troppo indebitati per rimanervi, che ne attenui al massimo il contraccolpo economico e sociale, proseguendo ad erogare gli aiuti dell’Esfs necessari a tali Paesi per fare fronte ai loro impegni finanziari fino a quando non saranno usciti dal default, ed utilizzando sistemi di cambi fissi con margini di oscillazione progressivamente sempre più ampi fra l’euro, il dollaro e le ripristinate monete nazionali, al fine di evitare disastrose svalutazioni di queste ultime. Non segua la strada di Obama. Combatta. Non ha niente da perdere e tutto da guadagnare. Personalmente non credo che farà qualcosa di significativo in tal senso.
Oggi come  allora per Hollande varrà il detto “ce qui est bon pour le roi est bon pour le peuple”. Solo che oggi il Re è un re impersonale e molto crudele: è il re denaro, che opera nelle reti dei mercati finanziari.

martedì 22 maggio 2012

Es una lucha a muerte


di Carlo Felici

Per chi aveva l'età di quella povera ragazza uccisa nel barbaro attentato di Brindisi, all'epoca delle cosiddette “stragi di stato”, quello che è accaduto nella cittadina pugliese rischia di apparire come un tristissimo remake, penosissimo e ancora più grave, dato che sembra quasi che il tempo sia passato invano e che il livello dello scontro e della ferocia fine a se stessa sia cresciuto ancora di più.

Allora, da giovani, era difficile trovare una speranza e una fede nel futuro durante i tristissimi anni di piombo, speravamo tutti che un giorno sarebbe passata, che la notte sarebbe finita per sempre.

Invece siamo ancora qui, a piangere i nostri morti, stavolta ragazzini, col volto innocente e fresco di chi anche allora vedemmo cadere sull'asfalto, senza un perché, il volto di Melissa Bassi infatti assomiglia maledettamene a quello di Giorgiana Masi, anch'essa vittima di una violenza cieca, quella che spara nel mucchio senza curarsi di chi potrà essere il suo agnello sacrificale.

Allora, a cosa è giovato, nel frattempo, passare dai banchi di una scuola alla sua cattedra?

Forse solo a capire che quella lotta per un avvenire migliore, per una civiltà dei valori, per la nostra Costituzione, per il diritto al lavoro, allo studio, ai serivizi essenziali che si devono ad ogni cittadino in una qualsiasi comunità degna di essere chiamata civile, non è mai finita e sicuramente non finirà mai, anche se negli ultimi tempi è quasi diventata una lotta contro la disperazione.

Questo appare infatti una sorta di “atto finale” contro l'unica barriera di civiltà rimasta in un contesto civile e sociale talmente esposto al degrado, da scivolare vertiginosamente verso il non senso.

Che senso può avere infatti spendere la maggior parte delle risorse economiche dei bilanci finanziari dello stato per spese militari, per altro mandando a morire i nostri uomini e a far ammazzare dei ragazzini in paesi tanto lontani da apparire ai più quasi insistenti, e tagliare in maniera spietata servizi essenziali per la formazione, per l'integrazione dei diversamente abili, per il servizio sanitario, per i trasporti, per la sicurezza, per la Magistratura? Non ha alcun senso, se non quello di voler consegnare un intero sistema paese in mano alla barbarie.

E la barbarie, quando sente di avere sempre meno argini intorno a sé, non può che dilagare.

E' difficile ipotizzare oggi chi possa essere stato così ferocemente indifferene ad ogni spirito di umanità e di raziocinio, al punto da colpire nel mucchio in una scuola, sapendo che avrebbe ucciso, avrebbe bruciato, dilaniato e inferto sofferenze indicibili ai più deboli ed indifesi, ma che sia stata pura barbarie non vi è alcun dubbio.

E che cosa è la barbarie oggi? Essenzialmente indifferenza e ferocia, con un unico scopo: potere e profitto.

L'Italia oggi è sotto attacco, come mai durante il dopoguerra, e lo è tutto il tessuto sociale, civile e politico del nostro paese.

Ciò nonostante, chi ancora lavora per la comunità in cui viviamo tutti, a partire dalle forze di polizia, dagli insegnanti e dai magistrati, lo fa con grande senso di responsabilità, di abnegazione e di consapevolezza.

Per questo, un sistema completamente avulso dalle necessità del contesto civile in cui tutti viviamo, si è accanito con tagli insopportabili alle risorse di queste categorie, per distruggere cioè sistematicamente l'argine a quella barbarie che, prima ti ricatta con la paura, facendoti credere che non esista alcuna alternativa al suo strapotere, poi piano piano ti dissangua di risorse, infine se le incamera con il minimo sforzo e raggiunge il suo scopo traendone enorme vantaggio in termini di potere, profitto e controllo del territorio.

Da molti anni l'Italia ha visto proliferare complicità, depistaggi, inconcludenze che hanno sempre lasciati impuniti i mandanti di stragi che sono solo servite per rafforzare un sistema di potere senza alternative, per tutelare un assolutismo politico che consente che un consigliere regionale qui, guadagni quasi più di un presidente della repubblica statunitense, per fare in modo cioè che al posto della democrazia, vi sia un rigido feudalesimo clientelare che conta sulla persistenza inamovibile di una gerarchia di vassallaggio tale da impedire anche lontanamente ogni forma di cambiamento.

Cosa c'entra tutto questo con l'attentato di Brindisi?

E' semplice, il terrore serve, ed è sempre servito, per porre sotto ricatto ogni eventuale scelta politica, per impaurire la gente e costringerla ad accettare ogni cosa, mantenendo così gli equilibri esistenti.

La violenza degli attentati serve per allontanare forti scelte di cambiamento, per impedire di mutare radicalmente il quadro economico e sociale, favorendo la conservazione ed il mantenimento di un ordine di cose imposto dall'alto e rafforzato così da ragioni di emergenza, contrariamente a ciò che accade quando le istituzioni democratiche si affermano in un clima di consapevolezza e di giustizia sociale, oltre che di libertà e di serenità, dovute al pieno funzionamento degli organi che sono vitali nell'esercizio della democrazia: la scuola, la Magistratura e i servizi di prevenzione e di repressione della criminalità a tutti i livelli. Per uccidere una democrazia, si indeboliscono prima queste istituzioni, poi le si attacca frontalmente.

E' un gioco criminale che perdura nel nostro paese da decenni, perché il nostro paese era e continua ad essere di vitale importanza negli equilibri geostrategici mondiali.

Sebbene esista una continuità notevole sul piano dell'azione distruttiva di tali organi fondamentali dello Stato, tra questo e il governo che lo ha preceduto, almeno quello che vedeva Maroni come Ministro dell'Interno, ha conseguito importanti successi contro la criminalità organizzata ed un'opera importante di prevenzione del terrorismo, anche se, poi, a tale governo si deve anche un taglio di risorse alla DIA di proporzioni rovinose.

Il governo attuale sta solo proseguendo un'opera distruttiva nel merito dei fianziamenti alle strutture di prevenzione e lotta contro la criminalità ed il terrorismo.

Il governo Monti non ha tagliato affatto i costi della politica in termini di privilegi e stipendi, ma ha pensato fosse utile per il paese tagliare alle forze dell'ordine come Polizia, Carabinieri e Vigili del fuoco chiudendo le caserme e i commissariati . Secondo Monti e i suoi ministri infatti caserme e commissariati sarebbero troppo cari con gli affitti, quindi si deve risparmiare sulla sicurezza e salvare la politica. Gli stipendi degli insegnanti e della polizia devono essere bloccati a tempo indeterminato, o forse solo fino a quando non si allestirà un servizio di formazione e di sicurezza privato, con cui solo chi paga potrà garantirsi quei diritti che verranno negati alla maggioranza di noi tutti.

Questo governo, tramite un suo ministro, ha invocato l'uso dell'esercito contro il terrorismo, ignorando del tutto che tale fenomeno si combatte con l'incremento delle risorse per l'intelligence e per le strutture di controllo del territorio.

E' del tutto evidente che per un gotha di politici che la gente non sopporta, perché non li ha votati, che è del tutto incompetente ad affontare le sfide epocali che il nostro paese deve oggi sostenere, che teme persino la rivolta imminente dei migliori servitori dello Stato, un elemento di terrore che compatti l'opinione pubblica intorno a sé è, di fatto, come una "manna", ma, data l'efferatezza del crimine compiuto, non diremmo che piove dal cielo, bensì dall'inferno.

Rifiutiamo ipotesi strampalate ma non sarebbe la prima volta che in questo paese, si fanno “patti col diavolo”, in pieno clima di strategia della tensione, un tempo erano all'ordine del giorno, perché c'era il pericolo comunista alle porte, e dunque, apparati deviati, mafie e bombaroli neri erano pronti a fare di tutto per utilizzare e strumentalizzare tale pericolo, in funzione di rafforzamento di un potere corrotto e clientelare che li ha abbondantemente ricompensati con l'impunità e la libertà di continuare ad essere corrotti e di corrompere, spadroneggiando come i vari Don Rodrigo dell'epoca evocata dal Manzoni.

Oggi il pericolo è che l'Italia resti in piedi, che, di fronte alle bufere speculative, sappia mantenere una sua dignità, autonomia e libertà di azione, in un'area come quella mediterranea, cruciale per il controllo del Medio Oriente e dei traffici leciti di materie prime, ed illeciti di ogni sorta di nefandezza, dai clandestini, alla droga, alle armi, ai rifiuti tossici e via dicendo..

Per questo il nostro paese “deve morire”, è stato condannato alla morte “civile, democratica e sociale”, per farlo sopravvivere solo come servo, come schiavo obbediente e incapace di ribellarsi.

A partire da chi è più giovane e rischia, in una scuola modello per l'apprendimento di quella legalità che è compagna inseparabile di ogni libertà condivisa e non autoreferenziale, di capire di più e meglio come ribellarsi quando crescerà e vorrà giustamente lottare in un ambito più vasto.

Quella scuola doveva morire, così come tutta la scuola italiana, specialmente quella pubblica, in cui l'autonomia della didattica non è condizionata da alcun finanziatore, deve morire.

L'attentato di Brindisi è l'esecuzione di una condanna a morte per tutti noi: genitori, insegnanti e studenti.

E dunque, di fronte a tutto ciò non ci resta che una lotta ed una Resistenza disperata ma implacabile, augurandoci che il nostro sacrificio, così come quello di Giorgiana e di Melissa, risvegli la rabbia, la coscienza e la voglia di combattere di tanti che in questi lunghi anni di notte senza alba né riscatto, si sono addormentati davanti alla catena che li avvolge, di fronte allo schermo della loro televisione.

Ma noi, così come abbiamo già fatto, schierandoci con la FIOM per il diritto alla civiltà del lavoro, oggi combattiamo con la scuola e con le sue vittime.

Siamo alle Termopili, la barbarie è soverchiante, ma noi non arretreremo. Lotteremo fino alla vittoria, per noi o per coloro che verranno.

Oggi non è tempo di disperazione o di rassegnazione ma è quello di gridare con i fratelli greci:

ΜΟΛΩΝ ΛΑΒΕ

C.F.

domenica 20 maggio 2012

Echi della strategia della tensione, di Giuseppe Angiuli


Potrebbe sbagliarsi di grosso chi ha dato subito per scontato che il grave attentato consumatosi stamane dinanzi ad una scuola professionale femminile di Brindisi debba senz’altro essere attribuibile alla criminalità organizzata pugliese.
Doveva essere una strage di ragazzi giovanissimi e solo per un caso l'innesco è partito in tempo utile per fare meno morti di quelli che avrebbe dovuto fare.

Può sembrare strano, ma anche le organizzazioni mafiose osservano dei codici etico-comportamentali intrinsecamente connessi al loro ruolo sociale e, proprio osservando i fatti alla luce di tali codici consolidati, risulta altamente improbabile che i boss  brindisini abbiano consapevolmente deciso di colpire con inusitata efferatezza un luogo simbolo della gioventù studentesca della loro città.
Pare che l’istituto professionale “Morvillo-Falcone” di Brindisi fosse frequentato da molte ragazze di Mesagne, un centro a pochi chilometri dal capoluogo messapico: di Mesagne era infatti la prima vittima sedicenne dell’attentato, Melissa Bassi.
Chi non è pugliese non sa che proprio Mesagne è stata a lungo uno dei principali centri irradiatori della Sacra Corona Unita.
E’ dunque credibile che i “cervelli” della Sacra Corona Unita possano avere seminato morte di primo mattino, tra i ragazzi e le ragazze che facevano ingresso in un istituto scolastico, rischiando di fare una strage e magari di colpire uno dei loro figli o un figlio di un loro cugino, di un loro vicino di casa?
E’ plausibile che un’organizzazione criminale a carattere locale scelga di colpire uno dei luoghi più vitali del territorio in cui la stessa organizzazione opera e dove trae dal consenso sociale una delle principali linfe che ne determinano il ruolo di dominio?
E’ possibile che la criminalità brindisina non abbia tratto lezione da quanto avvenne alla fine degli anni ’90, allorquando perse il consenso sociale (retroterra indispensabile per qualunque organizzazione mafiosa) proprio dopo avere trasformato il lucroso business del contrabbando di sigarette da fenomeno silenzioso a fattore di morte sulle strade pugliesi, dando l’incipit  alla rabbiosa reazione dello Stato con l’operazione militare “Primavera” che portò ad azzerare il fenomeno-contrabbando?

No, che la criminalità brindisina abbia deciso di fare questo è troppo poco credibile per essere vero.
Se perfino la ministra dell’Interno Cancellieri ha parlato a caldo di un “fatto anomalo e complesso”, allora forse è bene che tutti proviamo a fare i conti con scenari molto più grandi ed inquietanti di quelli con cui siamo soliti rapportarci, magari liberandoci da quella sorta di condizionamento preventivo che induce a bollare frettolosamente come “complottismo dietrologico” qualunque tentativo di andare aldilà della mera superficie dei fatti e delle spiegazioni più banali.

E’ bene convincersi (ma lo so, è davvero difficile comprenderlo) che l’Italia sta vivendo la fase terminale e delicatissima di un importante trapasso storico-politico.
La democrazia rappresentativa in cui siamo stati abituati a vivere a partire dal 1945 non c’è più.
Lo Stato forte ed autorevole, quello che doveva garantire a tutti i cittadini l’eguaglianza formale e sostanziale (art. 3 Cost.), che doveva loro assicurare lavoro e scuola, salute e giustizia, previdenza per tutti, non esiste più.
Lo Stato che doveva guidare l’economia, dirigendone i processi in direzione del perseguimento dell’interesse collettivo, anch’esso non c’è più.

Vi chiederete: ma che c’entra tutto questo con l’attentato di Brindisi (e magari con la recente gambizzazione di un dirigente dell’Ansaldo, industria di punta di quello che fino a qualche tempo fa era un poderoso apparato produttivo di Stato e che nel corso della seconda Repubblica, pezzo dopo pezzo, è stato smantellato)?

Ebbene, in tutte le fasi di trapasso politico, in Italia, fin dal momento del raggiungimento della sua unità e indipendenza, sono sempre scoppiate le bombe: fin dalla spedizione garibaldina del 1861 che disarcionò i Borbone, passando per il biennio rosso e l’avvento del fascismo, per poi giungere al secondo dopoguerra ed agli anni ’70, per approdare infine al grande disegno destabilizzatore del 1992-93 (che doveva adeguare il contesto italiano all’inedito scenario post-bipolare), le bombe e gli attentati, così come gli intrighi orditi da cervelli stranieri, hanno sempre giocato un ruolo di primo piano nel determinare gli scenari di casa nostra.

Un sabato pomeriggio di 20 anni fa Giovanni Falcone veniva colpito a morte in un attentato eclatante nella cui organizzazione la mafia siciliana ebbe sì, certamente, un ruolo di manovalanza ma non ne fu la mente (anzi, i corleonesi furono “usati” da poteri ben più “in alto” di loro e poi, come sempre avviene, furono subito “scaricati”, tant’è vero che meno di un anno dopo, il “capo dei capi” Totò Riina fu presto arrestato a seguito di un banalissimo appostamento dinanzi alla sua dimora palermitana).
Giovanni Falcone (così come Paolo Borsellino) aveva capito troppe cose del piano di destabilizzazione che 20 anni fa investiva l’Italia, forse non ne condivideva tutti gli aspetti o forse ne avrà in qualche modo ostacolato il compimento. Doveva morire in un attentato dai connotati di “guerra”, sbloccando non a caso l’impasse  nell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Analogamente al 1992-93, anche oggi in Italia ci sono dei settori che ancora oppongono una (flebile) resistenza al compimento della fase terminale del piano di destabilizzazione del Paese.
L’Italia depotenziata, umiliata, deindustrializzata, l’Italia privata di ogni sovranità politico-economica e vassalla dei Piani NATO oltre ogni immaginazione, l’Italia del 2012, portando a compimento il piano del 1992, deve diventare a tutti gli effetti una colonia.

Una colonia politica degli USA e della NATO e una colonia economica del capitalismo franco-tedesco.

La recente gambizzazione del dirigente Ansaldo (a dispetto delle consuete e ricorrenti, oltre che assurde, rivendicazioni pseudo-anarcoidi) è un messaggio facilmente decodificabile, evidentemente diretto alle poche e residue aziende di punta italiane ancora da “spolpare”.
Il suo chiaro significato è: “Dovete mollare l’osso”.
E la città di Brindisi (oltre ad essere vicina ad insediamenti dell'industria tecnologica militare come Alenia e Agusta) simboleggia 2 ulteriori grosse aziende strategiche di punta dell'industria nazionale sotto attacco dai poteri forti stranieri che devono "comprare a saldo" l'Italia, relegandola a colonia, o se vogliamo a mera "espressione geografica", tanto cara al principe Metternich: a Brindisi ci sono grossi insediamenti dell'ENI e dell'ENEL.

L’attentato di Brindisi, rivolto contro dei sedicenni, con l’evidente obiettivo di fare strage tra ragazzi che attraversano la fase più “verde” della loro adolescenza, è a mio avviso portatore di un altro messaggio tanto macabro quanto inquietante, che i poteri oscuri  autori dell’attentato hanno voluto indirizzare a tutta la gioventù di questo Paese: “Qui in Italia, per voi, non c’è più futuro né speranza”.

E, come disse Aldo Moro in una delle sue ultime lettere consegnate nelle mani dei sedicenti brigatisti, “un giorno tutto apparirà chiaro”.

sabato 19 maggio 2012

CARA VECCHIA ANARCHIA di Andrea Papi








CARA VECCHIA ANARCHIA
di Andrea Papi

Nel documento di rivendicazione della “gambizzazione” dell’amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare, gli stessi autori marcano un abisso tra le loro “idee” e le nostre.



"…una nuova anarchia è sbocciata al fianco di un anarch-ismo ideologico...".
È il concetto portante di una delle frasi centrali del documento del neonato “nucleo Olga” (aderente alla F.A.Informale/F.R.I.), spedito via posta per rivendicare la gambizzazione (loro preferiscono scrivere di aver “azzoppato”) di Roberto Adinolfi, a.d. dell’Ansaldo Nucleare, avvenuta il 7 maggio scorso.
Una “rivendicazione” nella rivendicazione particolarmente significativa e parecchio eloquente. Chiarisce infatti in modo esplicito che l’azione di cui si dichiarano responsabili, come quelle che faranno, per scelta consapevole (consapevolezza reciproca come si chiarirà nel corso di quest’articolo) non hanno nulla da spartire con l’anarchismo del dopoguerra, che dopo la liberazione dal fascismo ha liberamente deciso di agire alla luce del sole, seppure in opposizione al di fuori delle istituzioni. In un certo senso li ringrazio, perché così dicendo aiutano a sgombrare il campo da ambiguità ed eliminano possibili fraintendimenti.
Nel concetto citato si nota subito un’incongruenza, per me particolarmente evidente. Com’è possibile che sia sorta «una nuova anarchia»? L’anarchia è l’insieme del senso e dei valori, politici etici ed esistenziali, che permettono di desiderare e di aspirare ad una convivenza sociale alternativa all’esistente, fondata sulla realizzazione delle libertà, sia individuali che collettive. L’anarchia non esiste se non come aspirazione e come ideale di riferimento per tutti quelli che ritengono validi e irrinunciabili il suo senso, i suoi valori e i metodi che propone. Se è vero che è nata una “nuova anarchia”, com’essi scrivono, diversa da quella che ha infiammato e infiamma i cuori e le menti di tantissimi/e compagni e compagne, bisogna che facciano anche sapere di che cosa si tratta. Ripudiano l’unica anarchia conosciuta, trasmessa storicamente, e affermano che ne è nata una nuova senza delinearne le caratteristiche
Non può esser sufficiente la frase: «Il nostro sogno è quello di un’umanità libera da ogni forma di schiavitù, che cresca in armonia con la natura
Questo panorama utopico è già perfettamente contenuto da sempre nell’insieme di senso e di valori della, per loro, “vecchia anarchia”, ripudiata con una buona dose di supponenza. Nulla di nuovo dunque al di là delle dichiarazioni altisonanti scritte con ostentato disprezzo. Viene da chiedersi come mai se non si riconoscono più nell’anarchia continuano ad usarne il nome? Chiamino in altro modo le aspirazioni che ritengono nuove, così riuscirebbero a distinguersi meglio e al contempo ci farebbero il piacere di non offrire al potere un’altra occasione per denigrare e colpire gli anarchici. Viene il sospetto che in realtà non vogliano distinguersi, tanto è vero che hanno scelto lo stesso acronimo della Federazione Anarchica Italiana, che nulla ha a che fare con loro. Non vedo altra spiegazione che quella di voler creare confusione.
Di differente dal “vecchio anarchismo” invece c’è la rappresentazione e la narrazione di ciò che hanno fatto ed hanno intenzione di fare. Almeno per quello che si è visto fino ad ora, non può certamente essere gabellata per “nuova” l’azione conclusa, come pure quelle intenzionali che hanno dichiarato di voler attuare. Come può essere “nuova” una classica gambizzazione, copiata pari pari dal logoro lottarmatismo? La rivendicazione del “nucleo Olga” è certamente diversa da come si esprimevano Br, Nap, Prima Linea e quant’altri, mentre il rituale è più o meno lo stesso ed anche le motivazioni fattuali.
Anche il contorno teorico giustificativo dell’azione, terreno di viaggio nell’ideologia, anche se ne vorrebbero essere esenti avendo scritto che è ideologico solo il vecchio anarchismo, è senz’altro differente dal vecchio lottarmatismo marxista-leninista.

Non è invece differente il rituale pragmaticamente necessario, dai presunti pedinamenti al momento in cui hanno premuto il grilletto, come pure la scelta di esprimere un giudizio inappellabile che decide unilateralmente, con conseguente condanna inappellabile, colpevole e colpa. Tutto trito e ritrito. Ha tristemente il sapore del tribunale del popolo, o roba simile. No, mi sbaglio! Forse è il tribunale della “nuova anarchia”. Su questo punto gli estensori non si sono espressi in modo chiaro. Non si capisce a nome di chi o di che cosa hanno deciso di condannare e punire i responsabili individuati. Tutto ciò mi appare solo squallido.
Una spiegazione c’è. «Le idee nascono dai fatti…» esordiscono nella loro rivendicazione. Siccome non possono e non riescono ad avere idee oltre i fatti, dal momento che l’anarchia non è un fatto di conseguenza sembrano non averne idea. Anche l’idea della gambizzazione, evidentemente, non poteva che nascere da fatti precedenti. Così, forse, hanno evocato (con nostalgia?) quelli che il potere definì “anni di piombo”, orrendo neologismo inventato apposta per mistificare e ascondere la vera ricchezza socio-culturale di quegli anni. Purtroppo per riuscire a capire le diversità dei contesti temporali, culturali e sociali, quindi per farsi un’idea che aiuti a ipotizzare come agire, bisogna essere anche creativi, cioè pensare prima e al di là dei fatti per cercare di determinarli in modo adeguato e fecondo. Sono una mentalità e un metodo che si conquistano accettando di non essere dogmatici e di autocorregersi sperimentando.
Di diverso, più che di nuovo, c’è l’enfasi spropositata del piacere dell’uso delle armi, riproposta in più parti. Forse nelle intenzioni avrebbe voluto essere un’esaltazione dei sentimenti, mentre è risultata una comica ostentazione di una contraddizione palese.

 «Pur non amando la retorica violentista con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore
Se non è retorica violentista questa? Dicono di non amarla, ma poi si lasciano scivolare con grande leggerezza in un ampolloso lirismo che esalta il piacere di predisporsi ad usare la violenza. Benedetta Tobagi (la Repubblica, domenica 13 maggio 2012) vi ha visto il Toni Negri che esalta il piacere di calarsi il passamontagna sul viso. Personalmente mi ha subito ricordato certi opuscoli degli anni settanta, che fra le altre cose esaltano\ il piacere di colpire il nemico godendo dei danni provocati dalla pallottola che penetra nelle carni.
È uno sfoggio di godimenti che rimanda ad esaltazioni da estrema destra più che a sentimenti in qualche modo riconducibili all’anarchismo. Per noi anarchici “vecchi” e “superati”, che veniamo dalla scuola dei Malatesta, dei Fabbri, dei Berneri, per citare gli anarchici italiani più noti, l’insurrezione e l’uso della violenza sono una triste necessità, mezzi e strumenti che siam pronti ad usare all’occorrenza, ma che non hanno mai e poi mai rappresentato il momento fondamentale dell’approccio anarchico alla ribellione. Anzi! Per l’anarchismo come per l’anarchia l’ideale da raggiungere è l’armonia sociale, il rifiuto più totale dell’uso della violenza come mezzo di regolazione sociale, quindi delle armi e di corpi armati militarizzati,. Una società più si avvicina all’anarchia e meno è violenta. La violenza c’è oggi, dove l’anarchia è assente e trionfano gli stati, gli oligarchi e i militarismi, cioè il suo contrario.
Nella retorica violentista del “nucleo Olga” troviamo invece quasi una mistica dell’uso delle armi, presentato come elemento di discrimine per identificare chi ha scelto di smettere di essere alienato. Si vantano di essere nichilisti, «…nostra rivolta anarchica e nichilista…» e inneggiano al superamento della paura come elemento che qualifica il vero anarchico, accusando di cedere alla paura gli anarchici che non sono come loro. «…sempre pronti a trovare infinite giustificazioni ideologiche pur di non ammettere le proprie paure.» Questa esaltazione della violenza e del superamento della paura, proposti come discriminanti per giudicare chi sono i compagni, è solo ridicola e, insisto, è tipica di culture e comportamenti che provengono dalla destra estrema. Le scelte di militanza e l’adesione agli ideali sono al contrario dettate dal modo di pensare e dall’identificazione del senso. All’occorrenza, gli anarchici, tutti, hanno sempre saputo dare il loro contributo.
L’originalità vera di questo documento è che per una buona metà della sua stesura serve per attaccare il movimento anarchico, presentato come «…quell’anarch-ismo infuocato solo a chiacchiere e intriso di gregarismo.» col quale «...vogliono segnare definitivamente un solco…»

E di questo li ringrazio di nuovo. Strana come rivendicazione! Non hanno neppure fatto come facevano quei “burocrati” delle br, che nelle loro rivendicazioni indicavano sempre alcuni momenti specifici dell’azione che potevano sapere solo quelli che l’avevano compiuta, dimostrando così di essere stati veramente loro ad eseguirla. Senz’altro sarà autentica, però sta di fatto che avrebbe potuto scriverla chiunque, sia effettivo partecipe oppure no.
Da un punto di vista politico, oltre ad attaccare durissimamente l’anarchismo, in nome di una “nuova anarchia” che non si sa bene che cosa effettivamente sia, (il potere statuale non sarebbe stato altrettanto efficace), questo documento di rivendicazione ha tutta l’aria di volersi presentare come un’autentica dichiarazione di guerra. Non a caso chiama alle armi e dice di agire per

«…l’idea di sociale in lottaè quella di un popolo in armi contro ogni forma di oppressione statale, politica, economica.».
Come mai proponete questa idea che non è legata a nessun fatto?
Dov’è il popolo in armi tanto chiamato e conclamato?
In realtà, non solo il popolo non è in armi, bensì per ora sta rifiutando ciò che proponete.

Appena vi siete mostrati sono già cominciate le manifestazioni contro la logica armata che tentate di proporre. E ci potete giurare che ci sarà più d’una manifestazione.
Ciò che in realtà si percepisce è che siete voi ad aver dichiarato guerra allo stato e che siete voi che state tentando di condurla. Ma rassegnatevi. È una guerra di elite, anche perché la proponete esclusivamente sul piano militare.
Ciò che a voi interessa non è la rivoluzione sociale, cioè la radicale trasformazione rivoluzionaria dal basso della società, con i sottomessi che, non solo si ribellano, ma che finalmente cominciano a costruire l’alternativa direttamente e autonomamente, in modo autogestito.
Ciò che a voi interessa è scatenare uno scontro armato contro lo stato.
Agli anarchici invece interessa il contrario: la rivoluzione sociale che si organizza attraverso democrazia diretta e forme di autogestione a tutti i livelli della società. Se per realizzare e difendere questa conquista vissuta da tutti in prima persona ci costringeranno a uno scontro armato, lo affronteremo con tutta l’energia e la solidarietà necessarie.
Ma pensare e riproporre a priori la logica militare della rivoluzione armata come unico necessario e necessitante sbocco rivoluzionario è assurdo, oltre che stupido perché controproducente. La vostra scelta, che ne siate consapevoli o no, che lo vogliate o no, non potrà che avere un unico sbocco. Di trascinare le forze disponibili (non è difficile prevedere che non si tratta affatto del popolo in armi, ma di una piccolissima minoranza), potenzialmente sovversive, in uno scontro militare devastante, in cui l’unico vincente sarà lo stato. In questo modo il potere dominante sarà riuscito a castrare le possibilità di azioni politiche libertarie di costruzione dal basso dell’alternativa, che è sempre più viva e si manifesta ogni giorno di più.

Il conflitto militare è ormai rimasto l’unica possibilità che ha il potere di fermare l’ondata di rivolta che sta avanzando in tutto il mondo. Mi sembra ben poco anarchico aiutare lo stato, consapevolmente o no ha poca importanza, a realizzare questa guerra civile per annientare e rendere inoperanti i sovversivi e le potenzialità sovversive della società.


ATTENTATO A SCUOLA


COMUNICATO DELLA REDAZIONE


La redazione di Bandiera Rossa esprime il più profondo orrore per l'infame atto assassino compiuto contro il patrimonio più prezioso delel nostre società, ovvero i ragazzi, ed il nostro cordoglio e partecipazione per le famiglie delle vittime. Chiediamo che su questo terribile episodio di barbarie sia fatta luce con la massima rapidità e senza alcuna remora per nessuno, evitando che si crei qualsiasi area di opacità o equivoco che troppo spesso aleggiano su fatti simili verificatisi nella triste storia del nostro Paese. Evidenziamo anche come l'attentato assuma un connotato ancor più vile perché compiuto contro la scuola, quasi a voler rappresentare un attacco simbolico anche contro il bene supremo dell'istruzione. 

venerdì 18 maggio 2012

CHI AMA ANGELA SCEGLIE (SEMPRE) LA CDU? di Norberto Fragiacomo




Checché ne dica quel volpone di Seneca, ogni tanto è opportuno “cambiare il cielo”, se non altro per staccare la spina e schiarirsi le idee, confuse dal chiacchiericcio dei social network: al di là della Alpi ci attende l’Europa “vera”, quella carolingia, dove le autostrade sono quasi tutte gratuite (ma anche, in Germania, un cantiere aperto: che Keynes si sia messo al lavoro in incognito?), la benzina e gli alimentari costano meno che da noi, i bagni pubblici sono immacolati e, più in generale, le leggi vigenti sono considerate “istruzioni per l’uso” da seguire, non gride manzoniane di un potere corrotto e disprezzato, ma – all’occorrenza – servilmente blandito. Lassù, in Germania e in Alsazia-Lorena, anche il paesaggio sembra “più europeo”, perché l’ambiente è rispettato, ma senza isterie italiche: al posto degli sconci padano-veneti verdeggiano rilassanti foreste, e si specchiano, nell’acqua dei fiumi, le sagome a freccia di stupefacenti cattedrali, puntate contro un cielo che passa disinvoltamente dal grigio all’azzurro terso.
Per una settimana ho fatto a meno di internet, visto pochissima televisione e rinunciato ai giornali italiani; ciononostante, alcuni aspetti della realtà europea mi appaiono oggi meno indecifrabili di quanto non risultassero, per chi scrive, solo una decina di giorni fa.
 Sappiamo tutti che in Nord Reno-Vestfalia – il Land più ricco e popoloso (18 milioni di abitanti, come Austria e Cechia messe assieme) della Repubblica Federale - la CDU ha incassato una sconfitta epocale, attestandosi sul 26% dei voti: la vittoria, inequivocabile e nelle proporzioni addirittura insperata, è arrisa ai Socialdemocratici (oltre il 39%), che governeranno d’ora in avanti assieme ai Verdi (10% abbondante).
Una clamorosa sconfessione della politica di Frau Merkel? Evitiamo di pronunciare verdetti a cuor leggero, anche se la cancelliera ha accusato il colpo, e immediatamente ammesso la disfatta (aggiungendo però che la sua politica nei confronti dell’Europa non cambierà). Gli analisti di casa nostra soffrono quasi tutti di miopia: pensano che l’intero mondo c.d. civile sia una copia ingrandita dell’Italia, meno bella dell’originale ma stampata su carta migliore; e che gli elettori europei – olandesi, tedeschi o francesi che siano – si comportino più o meno come il signor Rossi, per il quale qualsivoglia elezione si riduce ad un referendum pro o contro il governo in carica.
Non è così: in Vestfalia, il corpo elettorale ha bocciato il mio (quasi) omonimo Norbert Röttgen e gli altri candidati della CDU, senza pronunciarsi sulla gestione Merkel. Si può votare SPD e proclamare senza nessun imbarazzo, che “a noi tedeschi Angela Merkel va bene”? Assolutamente sì, se il metro con cui si misurano i politici – sia locali che nazionali – è quello della competenza, dell’affidabilità e persino della simpatia, e delle sigle non si tiene granché conto. State attenti: l’affermazione testé fatta non è uno degli innumerevoli ipse dixi che sconosciuti teorici “di sinistra” calano quotidianamente dall’iperuranio sulla propria pagina Facebook; è la sintesi di alcune conversazioni da me avute con carissimi amici tedeschi – persone colte, istruite, progressiste che si augurano, per il futuro, un governo di coalizione a guida Merkel.
Non sono un campione attendibile, questi conoscenti? Da un punto di vista statistico, certamente no: ma discutere con chi vede l’Europa – e la crisi – da una prospettiva differente (opposta?) non è mai una perdita di tempo, anche se tocca prendere nota di giudizi che lasciano l’amaro in bocca, e inducono il sottoscritto a un pessimismo cosmico – o perlomeno continentale. “Allora l’Europa è morta”, mi sono detto a voce alta, annegando la desolazione in un sorso di birra chiara.
Ma cos’è che, nello specifico, la maggioranza dei tedeschi apprezza di più in Angela Merkel? Evidentemente, la sua fermezza nei confronti delle “cicale” del sud Europa, e gli sforzi fatti per tenere la Germania fuori da una crisi di cui, nei fatti, viene negato il carattere eccezionale. Addossare ogni responsabilità a greci, italiani, spagnoli ecc. che “non hanno fatto i compiti”, o “hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità” (altra formula in voga) significa disconoscere le cause reali dello sconquasso finanziario, esorcizzarne – ma solo nel mondo virtuale – i futuri effetti dirompenti e, in ultima analisi, ingannare un popolo che desidera soltanto essere ingannato. Angela Merkel sta facendo precisamente quello che un anno fa rimproveravamo a Berlusconi e Tremonti: afferma che il suo Paese non corre rischi – e i tedeschi, dall’alto dei loro lauti stipendi e di un welfare ben organizzato, le credono sulla parola. E gli altri cittadini UE? Che si fottano.
Ovviamente, nel quadro della desertificazione europea ci sarà posto anche per la rovina germanica; ma chi oggi sottolinea i rischi di una politica egoista e miope viene inesorabilmente bastonato dagli elettori. In Nord Reno-Vestfalia la Linke passa dal 5,6 al 2,4%, e scompare dalla scena politica. Colpa di capi litigiosi e poco seri (con l’eccezione di Gregor Gysi), come sostiene l’amico tedesco? Può darsi, ma può anche darsi di no. Mi è capitato di prendere in mano, a Freudenberg, una copia di un giornale locale, il sabato prima delle elezioni: c’erano le risposte dei candidati in lizza ad alcune domande standard. La giovane donna che rappresentava la Linke analizzava la situazione attuale, invitava ad aprire gli occhi, escludeva coalizioni con forze solo nominalmente di sinistra. I manifesti elettorali erano incisivi: tra gli slogan, il più gettonato era “tassare i milionari”.
Niente da fare: i milionari possono dormire tranquilli, perché i dubbiosi, quelli che un po’ di strizza la sentono, hanno gettato i loro voti ai Piraten (8% abbondante). Leggendo le dichiarazioni del loro candidato, mi sono vergognato per lui: due concetti in croce, e pure confusi; qualche battuta stantia. Mille volte meglio i grillini, insomma… ma la presenza, nell’offerta elettorale, di questa combriccola di avventurieri consente al (giovane) cittadino tedesco di esprimere una protesta “senza impegno”, un no/ni privo di controproposta.
Stanno troppo bene, i tedeschi federali, per desiderare un autentico mutamento; appoggiano la Merkel – anche quando, localmente, maltrattano il suo partito – perché la “culona” venuta dall’est dà voce, meglio di ogni altro, alle loro aspirazioni ed esigenze. Non è la pifferaia magica: è solo una fedele interprete. Non aspettiamoci, quindi, che il popolo le volti le spalle, o che futuri successi dell’SPD modifichino la sostanza delle cose: ciò che sta a cuore agli elettori è unicamente la preservazione del loro benessere.
La famiglia Marx, in un ritratto (moderno)
conservato nella Karl Marx Haus di Trier.
Deutschland hat endgültig Europa im Stich gelassen[1], e il comportamento intimidatorio ed antidemocratico tenuto a Francoforte dalla birraglia tedesca nei confronti dei manifestanti anti BCE (a cui va tutta la mia solidarietà) non fa che dimostrarlo.
Sarà allora Francois Hollande a salvare il continente? E’ possibile, ma alquanto improbabile. Dopo la fastosa cerimonia di insediamento, il neopresidente è subito volato a Berlino per un vertice/conferenza stampa a due con la cancelliera. Rispetto all’era Merkozy, si potevano cogliere piccole differenze: un minore affiatamento, qualche divergenza di opinioni sulla Grecia (per il francese, essa deve restare comunque nell’Euro; Angela Merkel condiziona invece la sua permanenza in Eurolandia alla piena acccettazione del memorandum); ma anche l’esplicito riconoscimento, da parte di Hollande, della necessità di agire anzitutto per l’abbattimento di debito pubblico e deficit. Continuità, dunque – ed una serie di “particolari” che, da telespettatore interessato, non ho potuto fare a meno di rilevare. L’Aquila germanica campeggiante sullo sfondo era una plastica rappresentazione delle gerarchie oggi esistenti in Europa; e se qualcuno pensa che l’apparenza conti poco o nulla, rifletta sul fatto che, nel giorno della “incoronazione” presidenziale, è stato Hollande a prendere l’aereo, non la Bundeskanzlerin. Nell’epoca mediatica, la forma è sostanza, e il summit berlinese ci assicura che la diarchia è mera apparenza. I commentatori tedeschi ne sono ben consci: Fiscal compact e regole di bilancio non verranno toccati; al più, la Germania è disposta a concedere qualcosa – ma non troppo – sulla crescita, cavallo di battaglia di Hollande in campagna elettorale.
Con questo non intendo dire che il neopresidente socialista sia in cattiva fede: semplicemente che, anche a causa della lucida pressione dei mercati, la sua posizione contrattuale è debole.
La situazione potrebbe capovolgersi se i Paesi oggi sotto attacco (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, Slovenia) creassero un fronte comune, ed arrivassero a minacciare – nell’evenienza di un respingimento delle loro richieste di rinegoziazione dei trattati – un’uscita compatta dall’Euro, e l’adozione di una nuova moneta mediterranea, previa nazionalizzazione delle banche “malate” e sospensione sine die degli scambi borsistici. Ad oggi, quest’ipotesi è fantascienza pura, ma un’eventuale vittoria, questa volta netta, di Syriza alle elezioni bis di giugno potrebbe innescare un effetto domino nelle nazioni meridionali – sempreché i troppi lacerti di sinistra si diano una svegliata, e rompano finalmente gli indugi.
Per quanto concerne l’Italia, sono assolutamente pessimista. Basta dare un’occhiata alle montagne di boiate scritte su Facebook (e, più in generale, su internet) per convincersi che i nostri “pensatori” non vivono neppure nel passato: svolazzano su Giove e, invece di affrontare la realtà, ripongono ogni fiducia in parole magiche e talismani salvifici (il PSE), oppure spacciano i loro personali rancori e/o calcoli opportunistici per analisi politiche.
E poi ci meravigliamo che la gente, spaesata, dia il voto a Beppe Grillo… la colpa (=Schuld) è nostra, tutta nostra.


[1] Più o meno, significa “la Germania ha definitivamente piantato in asso l’Europa”.

Tesi politiche della LEGA DEI SOCIALISTI

Tesi politiche della LEGA DEI SOCIALISTI
documento del direttivo nazionale del 21/4/2012.


1 – Crisi di sistema e crisi delle società occidentali

La crisi di sistema del modello economico neo-liberista, iniziata ad esplodere a partire dal 2007, è ormai giunta, a causa dell’evolversi a catena dei cortocircuiti dei processi di finanziarizzazione e terziarizzazione delle economie avanzate, ad un punto di maturazione tale da compromettere la stessa tenuta, nel medio periodo, dei tessuti produttivi delle economie occidentali di fronte alle capacità di espansione globale dei nuovi grandi produttori emergenti .
Il modello di sviluppo attuale, vittima degli squilibri finanziari che ne hanno rappresentato uno dei fondamentali elementi propulsivi, si dimostra non più in condizione di garantire quei livelli di crescita necessari al mantenimento dell’equilibrio sociale su cui l’occidente democratico ha costruito il suo modello di società.
L’illusorio tentativo di rianimarlo, a cui stanno lavorando le classi dirigenti economiche e finanziarie responsabili della crisi, rischia di generare nelle società occidentali una crisi irreversibile dei propri modelli di garanzia sociale e della loro stessa articolazione democratica.
La Lega dei Socialisti ritiene che questa situazione drammatica costringa tutta la sinistra ad affrontare, con urgenza, la grande questione della trasformazione strutturale di un sistema di rapporti economici finanziari e sociali che distrugge la ricchezza sociale ed espropria il valore del lavoro e della vita degli individui, pensando di riattivare un processo di crescita attraverso nuovi processi di flessibilità nei processi produttivi, ed una compressione sistematica dei redditi da lavoro dipendente, quali condizioni indispensabili a sostenere un processo di crescita compatibile con il mantenimento della centralità decisionale del sistema finanziario, salvaguardata dalla garanzia della alta redditività dell’investimento finanziario, fondato sull’azzeramento delle residue politiche di intervento pubblico degli stati sovrani.
Questa nuova consapevolezza diffusa dei limiti di un sistema economico integrato a livello sovranazionale, in cui l’elemento finanziario agisce ormai in contrasto con gli interessi, reali e concreti, delle comunità dei produttori, dei lavoratori e degli stessi imprenditori, può infatti costituire la base sociale di un nuovo grande patto democratico, nei popoli e tra i popoli, verso un nuovo modello di rapporti economici e sociali, in cui l’economia reale, la qualità concreta dei rapporti interpersonali, sociali e produttivi, i parametri di valutazione della ricchezza sociale effettivamente goduta dai cittadini, la riqualificazione dei consumi all’interno di un più generale processo di maturazione culturale delle società sviluppate, e sopratutto la centralità dei meccanismi e dei sistemi redistributivi della ricchezza socialmente prodotta, anche come protezione sistemica al calo tendenziale dei tassi quantitativi della crescita, possono tornare ad essere le pietre angolari di un progetto di rinascita democratica della società.
Per la sinistra la soluzione alla crisi del sistema non deve quindi essere la concentrazione delle politiche economiche sulla sterilizzazione del debito sovrano, che porterebbe alla impossibilità di realizzare qualsiasi possibile intervento pubblico sui rapporti economici in grado di riprogrammare le scelte complessive di modello, ma la individuazione di un nuovo modello di sviluppo fondato su diversi criteri valutativi della crescita economica, che salvi l’equilibrio sociale attraverso il mantenimento di alti livelli redistributivi della ricchezza sociale diversamente prodotta, e valutata in base a differenti parametri di riferimento sociale a fronte di una restrizione tendenziale di una crescita fondata sui tradizionali parametri quantitativi.
Un nuovo modello di rapporto tra pubblico e privato, e tra sovranità, statuale o sovrastatuale, e finanza e mercati, che deve nascere dalla eliminazione di tutte le nuove norme costituzionali (vedi art. 81), o comunitarie (fiscal compact) introdotte a garanzia forzosa di un pareggio di bilancio degli stati che non distinguono tra spesa corrente e spesa per investimenti, che hanno solo la finalità di azzerare i poteri di intervento pubblico in economia e di generare una assoluta dipendenza dell’investimento produttivo dal sistema creditizio privato, ed in ultima analisi dagli organismi finanziari e bancari globali, che in qualità di tecnostrutture libere da condizionamenti statuali ne organizzano a livello superiore gli indirizzi di azione e la supervisione funzionale.
Un nuovo modello di sviluppo da realizzare nel quadro di una piena assunzione di poteri esecutivi e legislativi da parte degli organi di rappresentanza democratica della Unione Europea, le cui linee portanti possono fin da ora essere delineate, fondato sull’inversione delle regole che hanno governato le economie dei paesi sviluppati negli ultimi 20 anni, e sulla riforma radicale della struttura dei modelli sociali costruiti sulle compatibilità con un mercato pienamente sovrano funzionalizzato alla garanzia assoluta del profitto nell’investimento finanziario, assunto ad elemento centrale del processo di creazione della ricchezza sociale, strutturalmente destinato, direttamente o attraverso l’indebitamento diffuso dei consumatori, al sostegno della domanda, in sostituzione della crescita progressiva e tendenziale del reddito del lavoro che costituiva l’elemento centrale del precedente modello keynesiano.
In contesti sociali sempre più impoveriti e inquieti, potrebbero verificarsi derive antidemocratiche, oligarchiche e tecnocratiche, di cui già si avvertono i primi sintomi, come ad esempio in Italia con il governo dei tecnici, o una disperata recrudescenza di fenomeni terroristici .
Ma è, più in generale, in tutta Europa che si avverte lo scollamento fra le popolazioni e la tecnocrazia dell’Unione Europea, rappresentata dalla Commissione (organo non elettivo ma che di fatto detiene, oltre al potere esecutivo, anche quello di iniziativa legislativa) e della Bce, supportate dal capitale finanziario responsabile della crisi. Il sogno socialista novecentesco di un’Europa dei popoli rischia di diventare l’incubo di una euro-burocrazia neomonetarista, asservita agli interessi della finanza, con una rinascita degli antagonismi nazionali.
La politica, quindi, deve riacquisire dignità, coraggio e solidarietà per rompere le catene del degrado sociale ed umano del nostro presente e futuro, e proporre una alternativa di modello economico e di sistema sociale che sia punto di incontro, da una parte, ed opportunità politica, dall’altra.
Una alternativa che sia socialista, nel senso più nobile del termine, ed abbracci tutti coloro che hanno la determinazione di ricostruire Il socialismo e la sinistra in Italia ed in Europa.

2 – Un nuovo progetto sociale ed economico per il governo della sinistra

La Lega dei Socialisti vuole lavorare per un nuovo modello di societa’ da costruire attraverso UNA POLITICA DI RIFORME DI STRUTTURA, concertata a livello europeo dalle forze del Socialismo Democratico e dalle altre forze della sinistra, fondata innanzitutto sul recupero di una sovranità delle istituzioni governative, europee o statuali, sul governo complessivo dell’indirizzo dei processi monetari comunitari, in grado di consentire, o il recupero di autonomia monetaria e fiscale delle autorità statuali in un quadro di rinnovata ed ampia libera contrattualità con gli istituti di controllo monetari sopranazionali e comunitari, all’interno di una logica espansiva delle capacità produttive dei paesi aderenti al sistema, o l’assunzione a livello comunitario del debito degli stati, con la liberazione delle economie nazionali dal peso di interessi determinati dal mercato dei capitali privati e dalle valutazioni speculative delle agenzie di rating e la contemporanea attribuzione al nuovo governo comunitario del compito di riprogrammare e attuare uno sviluppo omogeneo di tutta la realtà economica e produttiva europea in forma integrata e compatibile con le possibilità e le specifiche particolarità di tutte le aree omogenee che ad essa appartengono.
Una trasformazione strutturale del modello liberista che dalla riappropriazione delle politiche fiscali e monetarie passi alla costruzione, a livello comunitario e dei singoli stati, di un sistema istituzionale di programmazione dello sviluppo, intergrato e rappresentativo, di natura politica e non solo tecnica, dotato di poteri vincolanti per realizzare i piani generali di una programmazione comunitaria degli indirizzi produttivi , articolati in piani regionali contrattati con i singoli stati nazionali, vincolanti per gli operatori economici privati e le istituzioni finanziarie del credito, le cui scelte generali di investimento debbono essere oggetto di verifiche in ordine alle loro compatibilità di piano.
Un sistema di programmazione democratica degli indirizzi economici e delle conseguenti forme sociali, in grado di introdurre criteri di ridistribuzione interna delle risorse in ragione della loro finalizzazione alle scelte economiche programmate attraverso una riappropriazione sociale dei giudizi di valore sulla qualità dei processi di sviluppo economico, attraverso la realizzazione di nuove forme istituzionali di controllo delle scelte degli operatori e di verifica delle variabili economiche, orientate a garantire gli interessi generali della comunità civile.
Un nuovo modello di sviluppo che riassegnando ai poteri statuali, espressione della sovranità popolare democraticamente espressa, il diritto- dovere di dettare le regole dei rapporti economici e la selezione delle priorità sociali, attraverso il recupero di una politica di programmazione europea delle scelte economiche che qualifichi diversamente gli obiettivi della crescita economica, valutandone la congruità secondo nuovi parametri informati a criteri di qualità sociale dello sviluppo (es.: il QUARS), non più ancorati rigidamente ad indistinti criteri esclusivamente quantitativi connessi meccanicamente al tradizionale parametro del prodotto interno lordo (PIL).
Un modello economico che inverta il processo di privatizzazioni che ha caratterizzato l’esperienza neo-liberista, realizzando:
1) La RIPUBBLICIZZAZIONE DI TUTTE LE RETI ED INFRASTRUTTURE DI INTERESSE COLLETTIVO, I CUI INTROITI, FRUTTO DI UNA NATURALE TARIFFAZIONE DI TIPO MONOPOLISTA, DEBBONO TORNARE AD ESSERE UNA ENTRATA PUBBLICA, diretta a sostenere PROVVEDIMENTI DI SPESA di intervento pubblico in economia FINALIZZATI A SCELTE ECONOMICHE, SOCIALI e PRODUTTIVE DI INTERESSE PUBBLICO, assunte e coordinate in base alle soluzioni individuate dagli istituti di PROGRAMMAZIONE.
2) La NAZIONALIZZAZIONE di tutti gli istituti di credito coperti a garanzia, in quantità di molto eccedente i mezzi propri, dai fondi statuali, conferiti a copertura delle insolvenze accumulate in conseguenza della crisi dei derivati esplosa nel 2007/2008, e dai quantitave easing comunitari, in conseguenza delle speculazioni sui Bond nazionali comunitari realizzate nel periodo 2010/2011. parallela ad una riaffermazione del ruolo statuale delle Banche Centrali, come fulcro delle politiche monetarie Statuali ed Europee, le quali devono essere ristrutturate e riformate secondo moduli giuridici a partecipazione totalmente pubblica.
3) la RIFORMA, a livello sovranazionale, dei CONTRATTI FINANZIARI, attraverso l’adozione di una convenzione mondiale, che porti all’abolizione, in tutte le piazze finanziarie mondiali, dei contratti borsistici meramente aleatori, privi di utilità economica, e dei contratti lucrativi aventi causa nella perdita di valore di imprese non in condizioni di dissesto; il DIVIETO di CUMULO DI FUNZIONI tra banche di investimento finanziario e banche di credito produttivo e gestione di risparmio privato; la FISSAZIONE di RIGIDI PARAMETRI MASSIMI di grandezza delle banche private.
4) Un generale processo di REINDUSTRIALIZZAZIONE, ecocompatibile ,dei paesi europei, finalizzato anche ad un potenziamento della domanda interna , programmato ed assistito tecnicamente e finanziariamente a livello comunitario , ed attuato anche attraverso il rientro progressivo delle delocalizzazione di impianti produttivi effettuate a fine di profitto nei paesi caratterizzati da bassi costi del lavoro e privi di garanzie normative del lavoro dipendente.
Un processo di riqualificazione e riposizionamento sul territorio dei sistemi industriali ,e produttivi ,da realizzare al fine di ricostruire livelli occupazionali , riconsolidare la domanda interna attraverso la ricostruzione di monte salari, e recuperare una piu’ complessiva rifocalizzazione sulla base produttiva reale da parte di economie , tuttora ricche di formidabili conoscenze industriali , sospinte nell’ultimo ventennio dai modelli di finanziarizzazione a spostare risorse impressionanti dai redditi reali del lavoro ad un monte profitti , non reinvestito per l’allargamento della base produttiva, o in innovazione tecnica dei sistemi , ma impiegato in maggior parte in speculazione finanziaria o immobiliare, o al piu’ diretto ad incrementare fenomeni di terziarizzazione delle economie occidentatali fondato su una induzione/omologazione sociale verso una crescita delle propensioni ai consumi in campi di esperienza della vita delle persone precedentemente non oggetto di attivita’ commerciale ed imprenditoriale
Questo processo di ricostruzione delle strutture produttiva deve essere accompagnato dalla trasformazione del ruolo degli organismi internazionali di cooperazione economica (es. l’OMC o l’ OCSE), fInalizzata a creare condizioni tendenziali di equilibrio sui diritti del lavoro e dei lavoratori contemporanee alla garanzia del diritto al libero scambio di merci e servizi, utile a riequilibrare le condizioni di competizione internazionale attraverso una elevazione dei diritti sociali nei paesi emergenti che porti alla riconversione de facto dei processi di delocalizzazione delle produzioni.
Un generale processo di RIACCULTURAZIONE che investa tutti i campi dell’universo culturale delle società europee, ed in particolare della nostra, come premessa di una più generale riconversione dei modelli di consumo e di riqualificazione della domanda sociale, finalizzata a considerare l’investimento sui livelli culturali del paese come una scelta di priorità all’interno di un più generale disegno di riaggregazione sociale, in cui la capillarizzazione della vita culturale, la diffusione dei saperi e l’accesso ai processi formativi, come vero e proprio diritto pubblico soggettivo, possano concretamente rappresentare fattori determinanti di una ricostruzione qualitativa del tessuto civile del paese, ed una opportunità di creazione di nuova ricchezza sociale, reale e pulita, fondata sulla tutela delle capacità creative degli individui. Un processo generale di riacculturazione dell’intero sistema paese necessario a riacquisire una complessiva capacità di innovazione sociale, tecnologica e produttiva, necessaria ad evitare che il nostro sistema produttivo, confinato prevalentemente a gamme di produzioni di bassa qualità e ridotto valore aggiunto, rimanga prigioniero delle logiche soffocanti di un confronto con nuovi produttori mondiali che poggiano la propria estrema competitività su un quadro di arretratezza sociale di fondo, in cui la contrazione dei costi del lavoro e la mancanza di garanzie segnano livelli incompatibili con un normale sviluppo democratico. Un modello di sviluppo che consideri l’attività culturale, diffusa ed autoprodotta in modo autonomo, o associato, da operatori liberi ed indipendenti , come una attività sociale da riconoscere, promuovere, e garantire, pone le basi di un nuovo elemento strutturale di creazione di reddito, che in un paese sviluppato, in cui la soddisfazione dei bisogni secondari rappresenta una enorme voce di consumo dei cittadini, andrebbe a coinvolgere un numero di attori di notevole entità, attraverso attività svolte con forme, tempi e modi di lavoro pressoché liberamente autoregolati, secondo moduli settoriali di flessibilità lavorativa socialmente accettabili in quanto strettamente inseriti in una logica di apprendistato finalizzata alla diretta acquisizione di competenze su cui costruire nel futuro una propria iniziativa autonoma.
La Lega dei Socialisti vuole, quindi, lavorare ad un nuovo progetto sociale della sinistra che affermi :
il LAVORO, inteso come asse centrale dell’ essere sociale, in tutte le diverse forme in cui concretamente si esplica nella economia reale ed in cui concorre alla creazione di valore nei processi produttivi ed organizzativi, d’impresa o autonomi, ed in tutte le sue differenti rappresentanze sociali ed articolazioni produttive, come l’ elemento strutturale di riferimento di un nuova aggregazione maggioritaria di interessi e di valori che identifica un nuovo modello di sviluppo alternativo, in cui il rispetto del rapporto reale tra crescita della ricchezza sociale prodotta e crescita del reddito dei lavoratori e dei cittadini evolva da imprescindibile esigenza di giustizia sociale a fattore essenziale dello stesso equilibrio dei processi di crescita e fattore di certezza della solidità di una economia che torna a valorizzare ed incentivare i processi produttivi reali.
Un nuovo sistema di crescita della economia reale in cui LA REDISTRIBUZIONE DEI REDDITI e DELLA RICCHEZZA SOCIALE, intese su un piano di valore come elementi di garanzia reale della qualità di base della convivenza civile, e della qualità sociale dei processi di produzione della ricchezza, divengono elementi strutturali di un modello sociale che rovescia una interpretazione della flessibilità come strumento di compressione dei costi del lavoro finalizzato al recupero di profitti in gran parte sottratti al reinvestimento diretto nel circuito produttivo, o non utilizzati per innovazione e ricerca finalizzata al rafforzamento della capacità produttiva.
Un nuovo modello di sviluppo che considera quindi LA GIUSTIZIA SOCIALE l’elemento di qualificazione morale e civile assoluta dei parametri del sistema di vita associata, ed assume a valore di riferimento la garanzia di uguali diritti ed opportunità per tutti, senza discriminazione alcuna, dal diritto all’istruzione all’assistenza sanitaria, ad un equo trattamento fiscale, all’assistenza sociale in rapporto ai bisogni dei singoli, all’accesso alla cultura ed ai processi formativi diffusi, ed alla fruizione di tutti i diritti sociali connessi con una concezione sostanziale della democrazia.
Un progetto di rafforzamento della DEMOCRAZIA, come regola suprema e fondante di tutti i processi istituzionali, decisionali, gestionali, amministrativi, esecutivi e giudiziali, e quale metodo di impostazione e regolazione dei processi sociali di interesse generale, attraverso la difesa della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, e la affermazione assoluta dei principi di legalità, di libertà, di partecipazione, di integrazione, di solidarietà e di eguaglianza.
Il compito dei socialisti, diviene quindi sempre più, la costruzione di una nuova sinistra impegnata a lavorare ad un modello alternativo di sviluppo fondato sulla priorità degli interessi generali delle comunità dei produttori e dei consumatori, in grado di svincolare la vita delle società dal totale assorbimento nelle logiche di mercato raggiunto nell’attuale fase di finanziarizzazione integrale della economia, ed in grado, su un piano globale di rappresentare un potenziale alternativo sistema di riferimento per gli stessi paesi emergenti e per il resto del mondo in via di sviluppo, e la base strutturale economica su cui fondare un nuovo sistema di relazioni internazionali, in cui i processi di integrazione economica e commerciale vengano governati da istituzioni, anche sovranazionali, legittimate esclusivamente delle sovranità democratiche dei popoli e degli stati.
Per la Lega dei Socialisti diviene quindi fondamentale lavorare per nuovo sistema di rapporti tra i popoli e gli stati in cui LA PACE e LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, divengano sistema vincolante e regola prima di riferimento delle relazioni internazionali, garantite da una riforma democratica degli Organismi di Rappresentanza delle Nazioni Unite, finalizzata a consolidare e difendere i diritti umani in tutti gli stati aderenti , garantire il diritto di autodeterminazione dei popoli e tutelare la sovranita’ degli stati-nazione ,e degli altri Organismi Sovranazionali di natura economica, finanziaria, sociale e commerciale, che ne rafforzi il carattere multipolare ed affermi e garantisca nei loro processi decisonali la piena rappresentatività delle comunità sociali e nazionali che ne costituiscono la base di legittimazione, potenziandone ed estendendone i compiti fino a garantire, oltre al corretto svolgimento delle relazioni politiche internazionale, anche l’espressione di una superiore capacità di governo e di controllo degli stessi processi economici globali, con efficacia vincolante rispetto alle funzioni ed ai compiti delle stesse tecnostrutture finanziarie e monetarie sovranazionali, che allo stato costituiscono il nocciolo decisionale delle attuali istituzioni economiche sovranazionali, che agiscono e condizionano le politiche nazionali con logica propria fuori da ogni vincolo di mandato , o di semplice rappresentanza, con i paesi ad esse aderenti.

3 – Limiti della sinistra italiana, socialismo democratico e sinistra europea

La Lega dei Socialisti ritiene che nella sinistra italiana si riscontrano due particolari debolezze di fondo, costituite dal permanere della confusione sulla reale identità del PD, connessa al suo abbandono, ormai strutturale, di qualsiasi velleità di riformismo di sinistra, direttamente derivato dal ruolo ricoperto nella II repubblica e riconfermato dalla sua subordinazione al governo Monti, e l’estrema debolezza della capacità di proposta dei partiti di sinistra alternativi al PD, unita ad una loro frammentazione rispondente più a inutili logiche di difesa di posizione che all’esigenza di ricostruire un rapporto organico con la società sulla base di una chiarezza di programmi.
La Lega dei Socialisti ritiene che questo stato di cose costituisca un gravissimo limite della sinistra italiana, fortunatamente in via di superamento in tutta la sinistra europea che va ricostruendo una maggiore ampiezza delle sue capacità di rappresentanza , messe a rischio dalla dissoluzione sociale prodotta dalla crisi, riorganizzandosi attorno a due entità distinte, destinate a collaborare attorno a programmi comuni, costituite dalle grandi maggioritarie tradizionali forze socialdemocratiche e dalle nuove consistenti formazioni socialiste di sinistra, che ricollocano la vecchia sinistra radicale su un nuovo terreno di rapporti politici unitari.
Per questo, anche in Europa, ci schieriamo con forza affinché le forze socialiste tradizionali legate al PSE ed all’Internazionale Socialista, grandi forze sempre centrali e decisive dello schieramento di progresso, non si chiudano al rapporto con esperienze e sensibilità diverse e nuove (dai partiti raccolti attorno al gruppo GUE/NGL, ormai quasi tutti diretti da compagni provenienti dalle file delle sinistre socialiste europee, ai Verdi, fino ai più ampi settori progressisti), e sopratutto prendano in considerazione quello che è un elemento nuovo della società europea: il sentimento di rivolta generazionale di quei giovani cresciuti con la speranza (o l’illusione) di un impiego nel terziario avanzato e nel settore dei servizi, oggi schiacciati dalla crisi verso prospettive di disoccupazione e precariato spaventose.
Questi giovani, che vivono in prima persona il fallimento della grande illusione neo-liberista di una società di mercato in cui la garanzia di una ampia e progressiva mobilità sociale, costruita alimentando i processi di crescita con la leva finanziaria, avrebbe dovuto costituire la grande contropartita della compressione degli spazi di potere e di ripartizione della ricchezza del lavoro dipendente, costituiscono la base sociale ed elettorale di nuovi movimenti che esprimono insofferenza e voglia di cambiamento, come i grillini italiani o i Pirati nordici, seppure con le dovute grosse differenze, e vanno coinvolti, con le loro istanze, nella realizzazione di un nuovo progetto di ricostruzione democratica delle nostre società.
In tal senso riteniamo che il Manifesto di Parigi e il Manifesto per l’Alternativa Socialista Europea, che hanno spianato la strada alla vittoria del compagno Hollande, costituiscano i primi passi per ridefinire una forte identità riformatrice delle forze del socialismo europeo, aperto a tutte le altre forze della sinistra europea.
In Italia, ancor più che nel resto d’Europa, la sinistra deve avere un punto di riferimento socialista nuovo e forte, al momento mancante, sopratutto di fronte ad un Partito Democratico che rifiutando una chiara identità socialista continua a scaricare sull’intera sinistra tutti i suoi limiti di rappresentatività e la sua subalternità culturale, ed a volte esplicitamente politica, ad un insieme di poteri ed interessi economici, finanziari ed internazionali , tradizionalmente estranei all’area di rappresentanza della sinistra, la cui legittimazione per il PD continua a costituire tuttora elemento ineludibile delle proprie necessità politiche.
Di fatto, fra i grandi paesi europei, l’Italia è l’unico a non avere un partito di sinistra unitario, in grado di fare sintesi fra il marxismo, il socialismo democratico, l’ecosocialismo, il libertarismo e le dottrine del socialismo del XXI Secolo, e che dia uno sbocco politico ai movimenti sociali ed alle forme di aggregazione spontaneistica della società civile.
Questa assenza, costituisce un elemento di gravissimo indebolimento delle possibilità di difesa delle classi subalterne, e di logoramento di tutto il nostro sistema democratico.
C’è una enorme domanda di sinistra insoddisfatta all’interno dell’elettorato, e che può essere calcolata non soltanto aggregando il consenso attribuito a partiti come SEL , la FdS o il PSI, ma che si rivolge anche a soggetti politici che non sono di sinistra, ma sanno gestire bene la fase comunicativa con tali frange di elettorato (si pensi ad IdV o al Movimento 5 Stelle, che pur essendo lontani da una visione ed una tradizione di sinistra, catalizzano voti di elettori di sinistra, o alle componenti di elettorato ex-DS presenti ancora nel PD) oppure che, in assenza di riferimenti politici validi, si rifugia in un astensionismo in forte crescita, che oramai supera il 30% dell’elettorato, e che secondo i principali studi demoscopici è composto perlopiù da elettori con orientamento politico a sinistra.
La Lega dei Socialisti, convinta che il logoramento e la sfiducia verso il sistema politico non riguardi solo lo schieramento conservatore, vuole intervenire con il proprio progetto su questo terreno di crisi delle rappresentanze e di perdita di credibilità della politica come veicolo della domanda sociale, per evitare che la sinistra italiana, in assenza di un progetto per la ridefinizione di una sua forte identità come forza di cambiamento reale della società, venga inghiottita dalla crisi di questo sistema politico e dalla sua inevitabile ristrutturazione.

4 – La Lega dei Socialisti ed il suo progetto per la ricostruzione della sinistra italiana

E’ in questo quadro generale di analisi della crisi e di individuazione delle linee portanti di un modello alternativo dello sviluppo, che la Lega dei Socialisti, consapevole dei limiti della iniziativa politica del PSI, duramente critica del ruolo e della natura del Partito Democratico, preoccupata per la fragilità delle attuali alternative politiche che ad esso tentano di contrapporsi , vuole esercitare un ruolo importante di attrazione, coesione e sintesi di tutte le anime del socialismo italiano fuori dal solco neo-liberista, e, di conseguenza, proporsi in prospettiva, qualora fosse necessario, anche come autentico soggetto politico autonomo socialista, portatore di una alternativa di modello economico, e di una concezione diversa dei processi di crescita della ricchezza e di sviluppo dei rapporti sociali.
La Lega dei Socialisti è un soggetto strutturato a livello nazionale, organizzato sulla base di leghe regionali e cittadine, che ha il compito di sviluppare l’azione di promozione politica necessaria ad aggregare tutti i socialisti, attualmente dispersi in diverse forze della sinistra, che condividono l’idea di superare la pretesa di autosufficienza del socialismo italiano, per rifondare la sinistra attraverso la costruzione di una nuova forza socialista e democratica che abbia come cardini di riferimento, come deciso al congresso del giugno 2011, i seguenti punti:
La ricostruzione nella sinistra di una prassi politica fondata sulla rappresentanza democratica degli interessi reali dei cittadini come vincolo ineludibile della propria legittimazione sostanziale, e su una interpretazione critica dei processi sociali, economici, e culturali in atto, necessaria a definire un nuovo progetto programmatico che traduca in proposta politica concreta una visione alternativa dello sviluppo economico e dei suoi nuovi modelli culturali e sociali di riferimento, che renda concreto, a partire dalla nostra realtà nazionale, un processo ineludibile di rifondazione a sinistra di tutto il socialismo democratico europeo.
La necessità di tradurre in un progetto politico conseguente la constatazione che la crisi delle economie dei paesi sviluppati abbia assunto i caratteri di una crisi di sistema, tale da incrinare la fiducia collettiva in un futuro caratterizzato dai livelli di garanzia sociale finora conosciuti, e possa quindi rendere possibile il superamento definitivo di quella egemonia delle idee-forza liberiste, neoconservatrici e tecnocratiche, attorno a cui l’Occidente ha consolidato gli equilibri di potere responsabili dei processi economici, finanziari e sociali oggi entrati in crisi, sul cui altare, nella fase storica trascorsa, la socialdemocrazia europea e l’Ulivo italiano, di cui il PDS-DS-PD rappresenta la forza chiave, ha purtroppo, per acquiescenza, sostanziale logorato la propria credibilità.
La convinzione che la sinistra italiana debba quindi necessariamente ripensare la propria impostazione culturale e programmatica rispetto alla profondità della crisi che sta coinvolgendo il capitalismo a livello globale, recuperando appieno una concezione del riformismo socialista fondata sulla affermazione della superiorità del momento della decisione politica rispetto alla centralità degli interessi del mercato, nuovamente proiettata a perseguire una trasformazione strutturale degli assetti economici e sociali, ed in grado di individuare un diverso modello di sviluppo, diversi parametri di riferimento della qualità della vita della società, e nuove regole di controllo sociale delle variabili economiche.
L’idea che il superamento della autosufficienza del socialismo italiano passi conseguentemente attraverso una ristrutturazione di tutta la sinistra, in cui il pensiero e l’esperienza storica, culturale , e politica , del Socialismo Italiano assuma in termini unitari una nuova centralità a sinistra, essendo evidente che la straordinarietà della crisi implica il superamento della distinzione tra coloro che provengono dalle file del socialismo europeo e chi si è finora riconosciuto in esperienze politiche nominalmente più radicali, che possa consentire alla sinistra di recuperare la propria piena autonomia politica, fuori dai condizionamenti e dalle necessità di legittimazione esterna da parte di forza estranee alla sua area sociale di riferimento.

Sulla base di questi punti fermi di riferimento la Lega dei Socialisti intende dialogare e lavorare con tutte le organizzazioni politiche della sinistra storica che continuano a voler mantenere la loro alter natività al PD, e vuole porsi come soggetto costituente di un nuova forza della sinistra italiana, di ispirazione e caratteri chiaramente socialisti, all’interno della quale i socialisti sappiano essere nelle condizioni di FAR VALERE, COME AUTENTICO VALORE AGGIUNTO, la propria IDENTITA’ RIFORMATRICE COME ELEMENTO DECISIVO DELLA EVOLUZIONE di tutta la SINISTRA verso una concezione della propria azione politica in cui il governo dei processi economici rappresenta la soluzione naturale della propria opera di ricostruzione della rappresentanza sociale delle classi subalterne, ed il lavoro di individuazione di un programma alternativo di modello diviene l’asse portante della propria proposta politica alternativa, e la garanzia sostanziale della ripresa di una piena autonomia politica e culturale della sinistra italiana, al pari delle migliori esperienze del socialismo democratico, e nel solco della elaborazione teorica compiuta nel tempo dalle sinistre socialiste europee.

In questo processo di ristrutturazione , ricostruzione e riunificazione della sinistra la Lega dei Socialisti ritiene propri iniziali interlocutori naturali il PSI, SEL e la stessa FdS, qualora il suo progetto di superamento unitario della identità comunista venga mantenuto, i grandi movimenti per la legalità, la pace, i diritti civili e sociali, il rinnovamento della politica, la critica della globalizzazione finanziaria , e naturalmente il sindacato, ed è naturalmente aperto alle forze che, all’interno del PD, condividono e si battono per un suo esplicito approdo al socialismo europeo e lavorano per l’abbandono di una politica di unità nazionale, finalizzata, nell’immediato, al sostegno del governo Monti ed in prospettiva elettorale ad un accordo di Grosse Koalition.
Una sinistra nuova di questa natura, costruita con la nostra determinante partecipazione, in grado di ottenere un buon risultato, avrebbe la possibilità concreta di produrre un ripensamento complessivo della natura e delle scelte del PD verso un programma comune della sinistra, che potrebbe sostenere i progetti innovativi per un nuovo ben più equilibrato modello di crescita, una ricostruzione democratica dello stato e della sua sovranità sui processi sociali, e per la riprogrammazione di una vera politica industriale, propri di una vera sinistra socialista di governo di rango europeo, in grado di rispondere alla crisi di sistema in atto con un modello di sviluppo alternativo.
In questo senso vogliamo lavorare alla costruzione di una nuova forza politica della sinistra che sia parte sostanziale della storia del movimento socialista europeo ed internazionale, al di là di appartenenze formali che in Italia sono rese impossibili dalla ambiguità della scelta identitaria della forza di riferimento centrale del PSE costituita dal PD, convinti della necessità di liberare la sinistra italiana dalle contraddizioni e dei limiti del PD, e della sua tendenza costante a scaricare le sue difficoltà di rappresentanza elettorale e sociale sulla rappresentatività del sistema politico.
La  Lega dei Socialisti ha, quindi, la necessità di essere un soggetto politico che abbia dignità di interlocutore nel quadro politico, per poter lavorare alla nascita di un nuovo, grande, soggetto della sinistra che abbia una forte identità socialista e sia portatore di una alternativa di modello, sociale ed economico, alla crisi di sistema che sta travolgendo le nostre democrazie.
La Lega dei Socialisti lavora, in questo senso, come realtà di cerniera e proposta, ad un progetto di fondamentale importanza per la sinistra italiana, fondato sulla necessità di ricostruire una unità tra i socialisti di sinistra, come condizione necessaria per affrontare un percorso di riunificazione a sinistra nel solco del processo di rifondazione e ridefinizione degli obiettivi in atto in atto nel socialismo democratico in tutta Europa.
In tale contesto, le compagne e i compagni socialisti che operano in questa prospettiva e ne fanno parte, hanno piena dignità indipendentemente dalla eventuale adesione a questo o quel partito.
La Lega dei Socialisti avvierà il percorso di adesione dei singoli attraverso una campagna nazionale di tesseramento, necessaria a consolidare la propria identità associativa ed a reperire i necessari mezzi di autofinanziamento.


La Commissione per il Documento politico:
Camagni Pierluigi (Presidente), Santoro Manuel, Trovato Paolo, Santarelli Stefano, Ferro Michele, Ricciuto Enrico, Manfredi Mangan, Franco Bartolomei (Segretario nazionale), Augusto da Rin (ViceSegretario Nazionale)


14 Maggio 2012

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