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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 9 dicembre 2012

DELLA SOVRANITÀ PERDUTA E DELLA FINE DEI SUOI PROFETI di L. Mortara

di Lorenzo Mortara

RSU Fiom-Cgil



Con la caduta di Monti ad opera di Berlusconi, sono stati in molti a sbizzarrirsi nel descrivere il prepotente ritorno sulla scena del Caimano. Qualcuno ne ha approfittato per i suoi soliti piagnistei sentimentali e per dare la colpa ai comunisti che lo rimettono ciclicamente in sella, qualcun altro, più razionale, ha provato a scandagliare i retroscena dell’avvenimento offrendo egregie analisi del fiuto politico del Cavaliere. Pochi però hanno preso la palla al balzo per fare anche i conti con l’illusione più grossa che il Governo Monti, suo malgrado, aveva messo in testa agli idealisti cronici. Con la caduta del Governo tecnico, infatti, cade o dovrebbe cadere, se solo la logica avesse ancora un senso, anche il mito secondo il quale l’Italia ha perso la sua sovranità nazionale e secondo il quale il Parlamento non decide più “nada” perché tutto ormai è in mano alla Troika, e cioè all’asse Parigi-Berlino di cui saremmo sudditi.
«Monti è stato messo lì dalle banche europee, il Parlamento non conta più niente perché le decisioni ormai vengono prese altrove», questo più o meno il ritornello che ha accompagnato il tecnico Monti dal suo insediamento fino al giorno della caduta. I più invasati hanno parlato addirittura di golpe finanziario! Ora però, se fosse vero che un fantomatico imperialismo europeo a trazione tedesca, è quello che ha imposto Monti all’Italia e quindi anche a Berlusconi, qualcuno ci dovrebbe spiegare con quale potere oggi Berlusconi lo faccia cadere, visto che, persa la sovranità, e per di più senza alcun soccorso di piazza, anche Berlusconi avrebbe dovuto sottostare alle imposizioni della Troika. A questo riguardo, l’unica spiegazione possibile, sarebbe quella di un Berlusconi prima sfiduciato dalla Troika e ora, non si sa per quale motivo, di nuovo investito se non della sua fiducia, almeno della sua benevolenza. Non so se sia chiaro per i profeti della sovranità perduta, che se Berlusconi prima era schiavo della Troika al pari di tutti i sudditi italiani, ora facendo cadere Monti, fa cadere di fatto la Francia e la Germania. Con la fine del Governo Monti, dunque, è finita anche l’invasione dello straniero. La caduta di Monti equivale al giorno della Liberazione. Per il golpe di un potere così assoluto e dittatoriale come quello finanziario, è uno smacco. Pensate: una dittatura così feroce da aver scalzato parlamenti e partiti, così ferrea da essere pressoché onnipotente, così assoluta da aver smantellato tutte le sovranità nazionali, e che nonostante tutto questo si fa scalzare e buttare a terra, non da una rivolta armata e nemmeno dal sangue di una violenza almeno pari alla sua, bensì dalla prima innocua e miserabile astensione dell’ex premier, il quale, in teoria, non avrebbe potuto far niente in quanto ormai ridotto pure lui a suddito obbediente. Per essere quella più feroce della Storia – il golpe che più golpe non si può! – bisogna dire come minino che la dittatura della Troika è anche la più fessa, stupida e cretina. Solo la dittatura delle oche avrebbe potuto farsi scalzare con così poco. A meno che, naturalmente, Germania e Francia non abbiano deciso di scaricare Monti per saltare di nuovo in sella a Berlusconi. Ma questa non è nemmeno un’ipotesi, questa è solo fantascienza, e nemmeno della migliore. Perché mai, infatti, la Troika avrebbe dovuto togliere l’appoggio a Monti così fedele alle sue ricette? La Troika continua a preferire Monti a Berlusconi, ma il problema è che in Italia non comandano Francia e Germania, comanda oggi come sempre la borghesia italiana, di cui Berlusconi è uno dei pezzi più importanti e decisivi.
Marx da qualche parte ha detto che non è dalla scimmia che possiamo risalire all’uomo, ma è dall’evoluzione dell’uomo che possiamo dedurre la sua origine scimmiesca. Alla stessa maniera, con la caduta prematura del Governo Monti, disarcionato proprio sul traguardo da Berlusconi, ora che il processo è giunto alla fine, possiamo vedere con molta più chiarezza le sue origini. È la borghesia italiana ad aver fatto pressioni affinché Berlusconi cedesse il posto a Monti. Perché come in tutte le crisi, una parte della piccola borghesia deve essere sacrificata per il bene del Capitale. Con la piccola borghesia leghista che recalcitrava di fronte alle misure da prendere, per la grande borghesia bisognava riunire le due ali più grosse, sinistra e destra, per potere schiacciare al meglio il proletariato. Berlusconi, essendo egli stesso un pezzo da novanta della borghesia italiana, ha resistito fin che ha potuto, comprando tutti gli Scilipoti disponibili al bordello parlamentare, infine s’è convinto che tutto sommato poteva anche farsi un momento da parte, giusto il tempo di far fare il lavoro sporco al Tecnico, e ripresentarsi sulla scena fresco e pulito come una rosa, pronto a far dimenticare di nuovo tutto di sé e a rigiocarsi la partita con tutte le carte del mazzo, se non addirittura con qualche carta in più. Già, perché con questa mossa, Berlusconi s’è di fatto spostato alla sinistra del PD, tanto che le due ali del Capitale, destra e sinistra, appaiono ora invertite. Non sarà facile, ma nemmeno impossibile per il Cavaliere strappare fior di elettori a Bersani. Perché se all’inizio della sua avventura politica Berlusconi poteva presentarsi come il baluardo contro il comunismo, oggi non avrà problemi a reclamizzare la sua nuova versione di Cavaliere popolare contro le misure della Troika, non in balia della sua sudditanza. E come killer ufficiale del Governo Tecnico, per questa sua relativa indipendenza, non avrà grandi difficoltà a respingere le critiche dei piddini che bollerà come critiche di semplici servi, di sudditi incapaci di governare, perché privi delle doti di comando che spettano ai capi scelti come lui. Con la testa di Monti in mano, se si giocherà bene le carte, Berlusconi potrà anche riuscire nell’impresa di mettere in ginocchio Bersani. Questo però non significa che Bersani abbia sbagliato qualcosa o che Berlusconi sia migliore. Semplicemente Bersani e il PD non sono altro che personale politico della borghesia, colf del Capitale, Berlusconi invece non è soltanto un servitore zelante del padronato, ne è anche uno dei suoi componenti più influenti. Bersani può solo ricevere ordini dalla borghesia, Berlusconi può anche provare a darli. La borghesia deve cioè mediare con Berlusconi tanto quanto non sia tenuta a farlo con Bersani. Bersani dunque non poteva staccare la spina a Monti, la borghesia non glielo avrebbe mai perdonato. Ma la borghesia sarà costretta, nel caso, ad essere indulgente verso Berlusconi, perché non potrà mai tagliare i ponti con una parte consistente di sé stessa. Anche se questa parte in Europa è considerata meno di zero. Infatti, non è poi così importante per la borghesia italiana come sia considerato in Europa Berlusconi, ma quanto pesi lei al tavolo della spartizione del profitto rispetto alle altre borghesie. E il peso di ciascuna borghesia nazionale non si misura da quanto i suoi rappresentanti siano più o meno accettati dagli altri camerieri internazionali del Capitale globale, ma dalla quantità di profitto estorto al proletariato. Berlusconi, del resto, non è mai entrato nemmeno nel gotha della borghesia italiana che lo considera da sempre un parvenu, un volgare commerciante. Ma anche se la borghesia non lo fa entrare nei salotti della nobiltà imprenditoriale, è costretta ad accettarlo nell’unica cosa decisiva che ha: il portafogli. Il portafogli di Berlusconi, per la borghesia, è garanzia sufficiente che una volta al potere, pur tutelando i suoi interessi personali, lo farà sempre per conto della grande borghesia e come suo rappresentante. Berlusconi insomma andrà avanti con la macelleria sociale di pari passo con la tutela di sé stesso. Proprio per questo è difficile che Monti si ricandidi. Difficilmente la borghesia spaccherà in tre il suo fronte, rendendo più facile l’ascesa ai grillini. Più facile che la borghesia faccia il tifo in silenzio per Bersani, ben sapendo che in caso di vittoria di Berlusconi non avrà grandi problemi ad accordarsi con lui. La probabile uscita di scena di Montezemolo sembra avvalorare questa affermazione. Senza Monti, Montezemolo non se la sente di scendere in politica. Traduzione: niente guerra a Berlusconi. E non fare la guerra al Cavaliere è un modo come un altro per fargli capire che con lui la borghesia in un modo o nell’altro si riconcilierà.
Nello scenario appena descritto, come si vede, c’è ben poco spazio per l’ombra europea. Eppure, obbietta il dietrologo golpista, Berlusconi continuerà la macelleria sociale imposta dalla BCE. Sì Berlusconi andrà avanti con la macelleria sociale, così come ci andrà avanti Bersani, chiunque tra loro vincerà le elezioni. Ma non perché la macelleria sociale sia stata imposta dalla BCE, la BCE infatti non ha imposto proprio niente, ma perché tutte le politiche di massacro sociale della BCE hanno il sostegno e l’approvazione di tutte le borghesie d’Europa e dei loro partiti, per la semplice ragione che dietro le politiche della BCE, dalla famosa lettera Draghi-Trichet fino al Fiscal Compact eccetera, altro non c’è che lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori. E nelle lettere e politiche summenzionate, se solo si sapesse leggere in termini di classe, c’è scritto a caratteri cubitali che la crisi dei padroni deve essere pagata in toto dal proletariato d’Europa. Perché dunque i capitalisti d’Europa, d’Italia o di Spagna, dovrebbero sentirsi schiavi di politiche che non li toccano di striscio e li proteggono a spada tratta? Perché dovrebbero ribellarsi? Lo sfruttamento a sangue del proletariato tutto, accomuna tutte le borghesie d’Europa. Ecco perché Berlusconi Monti e Bersani appaiono proni all’Europa anche se non lo sono. Perché apparire succubi ai diktat della Troika, è un modo molto efficace per la borghesia nostrana, come greca o spagnola, per fare la sua politica di classe e di massacro sociale, scaricandola pure sulle spalle della Merkel. La politica di massacro sociale, cioè di accumulazione senza investimento di capitale, senza sforzo, tramite semplice prelievo dalle tasche proletarie, aumenta il potere economico della borghesia nazionale. Finché ogni borghesia riuscirà a scaricare al proletariato di casa la crisi del suo profitto, avrà maggior spazio al tavolo europeo per la spartizione imperialistica del bottino. Questo ha fatto Monti, nient’altro: ha riguadagnato o ha tentato di riguadagnare all’Italia maggior spazio al tavolo europeo, nell’unico modo in cui la borghesia sa farlo: coi conti a posto, ma non quelli della riduzione del debito, che è sempre il debito del proletariato verso la borghesia, bensì quelli della riscossione del credito di plusvalore estratto al popolo lavoratore. Finora questo lavoro l’ha fatto Monti perché anche la parte di borghesia mafiosa, facendo bene i suoi conti, ha ritenuto sensato farsi un momento da parte, per accelerare anche la sua accumulazione. Ora, ad accumulazione pienamente avvenuta, la borghesia mafiosa scarica una pedina che è anche la sua, e si sente di nuovo pronta per riprendere in mano le redini da sola. Difficilmente l’impresa riuscirà, ma ci sono buone possibilità che con questa mossa, Berlusconi abbia gettato le basi per ridurre al minimo le perdite. E questo significa che ha gettato le basi per accelerare anche la distruzione definitiva del PD che avverrà, verosimilmente, nel giro di qualche mese dalla presa del potere. La crisi che avanza, infatti, salirà come una cancrena senza serie possibilità di rimedio. Dalla Grecia si sposterà all’Italia per risalire verso Spagna e Francia e penetrare infine nel fortino tedesco. Nessun Paese potrà salvarsi. Altre illusioni attendono dunque di venire spazzate nell’anno domine 2013. Oggi registriamo la fine del mito della sovranità nazionale perduta. Non sappiamo cosa diranno i suoi profeti. Se avessero un po’ di logica, dopo aver gridato al golpe montiano, oggi dovrebbero salutare in Berlusconi il salvatore della patria. Ma non lo faranno, finito un mito ne inventeranno un altro. Per parte nostra continueremo ad attendere il proletariato. È per la sua mancanza che governi e parlamenti appaiono svuotati come in effetti sono della sua rappresentanza. Tuttavia, questo non è dovuto alla crisi storica del parlamentarismo, altro mito sovrastrutturale che non esiste, ma alla sconfitta storica e nient’affatto definitiva della classe operaia. Con il crollo dello stalinismo, anche la continua rianimazione che questo aveva garantito alla socialdemocrazia è venuta meno, e la socialdemocrazia si è sentita finalmente libera di spostarsi decisamente a destra. I laburisti si sono trasformati repentinamente in nuovi labour neo-liberali. In questo modo, il fetido cadavere socialdemocratico, si è avviato in tutte le sue varianti alla definitiva sepoltura. Solo la rinascita dello stalinismo potrebbe rianimarlo un’altra volta, ma già in Grecia vediamo che il giochino preferito degli stalinisti, parlare rosso per fare nero o il rosa o l’arancione, non gli riesce più. Non sono più gli stalinisti a raccogliere i frutti della rabbia popolare, di conseguenza anche le nullità socialiste non hanno più niente da raccogliere dalle briciole dello stalinismo. La caduta verticale del KKE greco, questa lurida appendice dell’uomo d’acciaio, è inversamente proporzionale alla crescita rivoluzionaria della protesta in piazza Syntagma. A breve una nuova rappresentanza operaia apparirà all’orizzonte. E chi dal lento assopimento della partecipazione elettorale aveva tratto le sue conclusioni gradualiste, sarà smentito, come in effetti è già stato smentito laddove, come in Venezuela e Bolivia, la lotta di classe ha ripreso a soffiare. Anche per queste cose infatti, vale la legge della dialettica, della trasformazione della quantità in qualità. Al calo della partecipazione, seguirà un brusco rialzo. Dipende dall’audacia delle nuove sinistre di massa quanto questo salto sarà in avanti, o quanto rifluirà immediatamente all’indietro per la delusione. Le illusioni riformiste di Syriza pendono decisamente per la seconda ipotesi, ma se Syriza non risolverà a breve le sue contraddizioni interne, tanto meno a breve il capitalismo risolverà le sue. Syriza o la sua sinistra, grazie all’impasse del capitalismo, sarà costretta a prendere misure audaci, magari non rivoluzionarie, ma comunque sufficienti a rianimare una sinistra parlamentare. E se si rianimerà in Grecia, nel giro di poco la sinistra si rianimerà un po’ in tutta Europa. È lì che il mito della sovranità perduta incapperà nella sua ultima thule. Quando infatti le prime serie misure riformiste o rivoluzionarie calcheranno di nuovo la scena europea, i profeti della perdita di sovranità nazionale e dello svuotamento delle funzioni parlamentari dovranno inventare un nuovo vangelo o ricredersi. E non potrebbe essere altrimenti. Il sistema capitalistico, infatti, nato sull’onda dell’unificazione degli stati nazionali, non è in grado di superare la camicia di forza che si è creato con le sue stesse mani. Avendo bisogno di una casa rifugio per la sua proprietà privata, ha trovato nello Stato il suo estremo baluardo. Questo significa che al contrario di quanto i golpisti vogliono far credere, più aumenta la concentrazione capitalistica e la centralizzazione del comando, tanto più il terminale del potere borghese è e resta lo Stato unico e sovrano. Il fallimento dell’Unione Europea, non è che un’ulteriore prova a dimostrazione. Unite nelle cose secondarie, le borghesie d’Europa restano divise nelle cose primarie e s’arroccano ognuna attorno al proprio Stato. Perciò se dentro lo Stato nazionale e il suo parlamento, si concentra sempre più il potere, depurato pure delle sue scorie secondarie, alla stessa maniera può concentrarsi una opposizione che sia veramente tale. E un’opposizione che diventi maggioranza, otterrà, solo che lo voglia, molte più riforme che in passato. Non otterrà certo la rivoluzione, impossibile per via parlamentare, oggi come ieri, ma con la prima riforma otterrà anche di scrollare dall’apatia milioni di persone che si sono assentate dalle elezioni. Il ritorno alle urne del proletariato segnerà la fine degli illusionisti, perché con la prima secca riforma, si scioglieranno come neve al sole, sgombrandogli il campo e rendendogli sempre più chiara la vista. Non più dirottato nei mille rivoli delle presunte alternative, dalle rivoluzioni culturali alla caccia al vero potere, il proletariato farà ritorno di filata al marxismo. Perché, in effetti, il marxismo è l’unica alternativa possibile per il proletariato. Perché una volta cadute tutte le illusioni, solo il marxismo e niente altro resterà in piedi. Esattamente come ora, ai suoi piedi, giace già stecchito un altro cadavere freddo come il marmo: il cadavere dei profeti della sovranità nazionale perduta.


Stazione del Celti
Domenica 9 Dicembre 2012

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