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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 20 dicembre 2012

I DUELLANTI di Norberto Fragiacomo




I DUELLANTI
di
Norberto Fragiacomo


Con le acrobazie verbali di questi giorni, un terreo Silvio Berlusconi ha rinfrescato la memoria agli italiani, che notoriamente ce l’hanno cortissima: parlare, per lui, significa contraddirsi, e il tormentone Monti no-Monti sì è solo l’ultima perla di una collana lunghissima, pagata per intero da un popolo allo sbando.
Silvio un’alternativa? Sì, a Massimo Boldi e Pippo Franco… tocca sperare che l’ennesima giullarata, seguita ad un periodo di silenzio forzato, basti a smontare la favola del Berlusconi statista “geopolitico”, molto meno credibile, in verità, di quella di Pollicino. Quisquilie, in ogni caso: per la prima volta, dal ’94 ad oggi, al nostro è stato assegnato un ruolo secondario, quello del(l’orco) cattivo non protagonista. Il nemico pubblico numero uno è, infatti, l’alieno Grillo (a capo dei suoi Borg), mentre gli “eroi” della vicenda elettorale saranno Mario Monti e Pierluigi Bersani.
Va in scena la replica di Destra contro Sinistra, insomma, ma è soltanto fiction, anche se rischia di costare, al pubblico, molto più del previsto. Il battage pubblicitario è già iniziato: domenica 16, su un giornale quasi sempre “onesto” (Il Fatto Quotidiano), i duellanti venivano presentati uno accanto all’altro, con tanto di sostenitori e pillole di programma; un bel pezzo di Lidia Ravera incitava addirittura il proletariato alla riscossa.

Avanti Popolo, vien da fischiettare… ma la bandiera rossa non si trova più, sarà sul banco di qualche antiquario. Non è sufficiente una fotografia con una mezza dozzina di leader dell’annacquato progressismo europeo per trasformare Bersani nel paladino della sinistra: contro di lui parlano il sostegno acritico al governo “tecnico”, i voti a ripetizione in Parlamento, una Carta d’intenti postilla dell’Agenda Monti e la candidatura del Professore al Quirinale, per il dopo Napolitano. 
Il “centrosinistra possibile” (si) è (auto)condannato a portare avanti politiche di destra, anche se commentatori e media cercheranno di farci credere il contrario.
Con questo non intendiamo dire che un duello all’ultimo voto sia impossibile, anche se – per le ragioni che esporremo – lo riteniamo improbabile: siamo semplicemente persuasi che le motivazioni siano assai meno nobili di quelle presentateci, e l’onore (cioè l’ideale) non c’entri proprio nulla.
Bersani non vuole affatto smantellare la macchina montiana: lo dimostra l’invio di Enrico Letta in missione a Wall Street [1], per rassicurare “i capi di hedge funds, banche di investimento e banche d’affari” sul fatto che, in caso di vittoria elettorale piddina, il nuovo governo rispetterà gli impegni presi a livello europeo e proseguirà sulla strada del rigore. Dunque? Ci troviamo di fronte ad una banalissima e un po’ meschina lotta di potere: dopo anni di anticamera, i c.d. democratici vogliono entrare nel salone da pranzo, e sedersi a capotavola – anche se il menù è stato stabilito da altri. La casta dirigente, oramai irrimediabilmente scissa dalla base, è formata da uomini e donne (non molte) che, non avendo, grazie ai privilegi quesiti, niente da temere dalla crisi, possono permettersi di innaffiare l’orticello dell’ambizione personale – e fare il ministro, il sottosegretario o il premier è più gratificante che pigiare un tasto in Parlamento. Avendo dato, nel corso degli anni, innumerevoli prove di servile collaborazionismo e fedeltà al sistema, non capiscono le ragioni dell’ostracismo nei loro confronti… non le capiscono perché, a differenza dell’aquila Monti, volano rasoterra.
Eppure Mario Monti basterebbe ascoltarlo, quando afferma testualmente: “la mia bussola è l’europeismo, il mio progetto è completare una stagione di riforme e restituire luminosità all’Italia.” Tralasciamo il riferimento alla luminosità, che stona in bocca al propugnatore di “cieli bui”: la polpa sta in quel “completare una stagione di riforme”. L’ex Presidente della Trilateral (ed ex membro del direttivo del Gruppo Bilderberg) resta in campo perché non si fida di politici inetti e pasticcioni. A contare non è la provenienza politica di Bersani e compagnia: nessuno meglio di Monti sa che i suoi presunti avversari sono da tempo convertiti al liberismo, ed anche la puntatina al vertice del PPE a Bruxelles non andrebbe enfatizzata – è solo uno spot gratuito, un omaggio resogli da politicanti che, nonostante la loro supponenza, restano dei precari. Lui no, lui ha un posto a tempo indeterminato: quello di monaco-guerriero al servizio dei mercati mondiali. Le ideologie tradizionali sono costruzioni teoriche, “narrazioni” da convegno, chiacchiera; quella che lui e i suoi confratelli impersonano è viva e concreta, un’idea che si è fatta natura, e trasforma in profondità il mondo. Non assistiamo più ad un fenomeno di erosione lenta del territorio sociale: la crisi è come un’onda anomala che rimescola terra e acqua. Uomini ordinari non sono all’altezza di gestire una situazione straordinaria – serve l’esperto, serve Mario Monti, che non può quindi accontentarsi di un comodo seggio al Quirinale.
Seguirà l’esempio del collega Prodi il docente bocconiano, e diventerà il “podestà straniero” del centrodestra? Immaginiamo di no, perché non gli conviene. Se è vero che il centro casinista ha disperato bisogno di Monti per sopravvivere non è affatto vero il contrario: anzi, presentarsi alla guida di uno schieramento screditato ed ultraminoritario sarebbe un passo falso, oltre che un rischio enorme. Neppure l’abbraccio di Berlusconi è di buon auspicio: anche se in vendita (il prezzo è accettabile: impunità e garanzie per Mediaset), il cavaliere resta un personaggio ingombrante, che spacca in due il Paese.
Per condurre a termine il suo compito, il professor Monti deve interpretare, per qualche anno ancora, il ruolo super partes del semidio disceso dal cielo per salvare l’Italietta dal drago spread e dall’infida classe politica che ci ha portato lo sputafuoco in casa. Super Mario ha due maniere per raggiungere l’obiettivo: la prima è far pressione sul PD, per convincere i maggiorenti democratici ad accordarsi col centro, in modo che sia assicurato un amplissimo, quasi unanime sostegno politico al Monti bis. Hoc est in votis.
Se la manovra fallisse, il premier dimissionario potrebbe ritirarsi momentaneamente nell’ombra, giocando però sottobanco la carta di una riedizione del 2006, cioè dell’ingovernabilità – si tratterebbe di contribuire al rafforzamento del centrodestra per arrivare, con l’aiuto del Porcellum (e quello involontario di Grillo) ad un sostanziale pareggio. A questo punto, la minaccia esterna (vale a dire la crisi economico-finanziaria, che nell’ultimo anno è stata adeguatamente alimentata) costringerebbe i quiriti a richiamare in servizio Cincinnato.
Se il PD recalcitra, e Bersani resta sulle sue posizioni, viene meno qualsiasi alternativa alla seconda strada, che però è più lunga e insidiosa, se non altro perché, per arrivare primo al traguardo, Monti necessita del verificarsi (non scontato) di alcune circostanze favorevoli. 
Sia chiaro: se si imponesse Bersani, la stella polare dell’esecutivo sarebbe comunque l’Agenda Monti, attuata tuttavia da mediocri mestieranti anziché da un team di professionisti.
Chi scrive dubita che si arriverà al duello tra i paladini dell’Agenda, cioè tra il bocconiano e lo scudiero piddino: la volontà dei mercati è molto più forte di quella di Bersani, e una tempesta spread permetterebbe a quest’ultimo di fare marcia indietro salvando la faccia (e masticando amaro).
Staremo a vedere. Per il momento non si può escludere nulla, neanche un’ulteriore crescita di Grillo - nonostante gli strali che piovono su di lui da ogni lato - e la formazione di un credibile quarto polo di sinistra (Cambiare si può? Forse sì, ma le dichiarazioni sono contraddittorie, i movimenti incerti).
Potrebbe addirittura darsi che Monti sia meno astuto di come lo dipingiamo, e commetta qualche errore grave di posizionamento, rimediabile con difficoltà.
Sarebbe una lieta sorpresa scoprire che anche i Bilderberg sbagliano, e che i cialtroni non stanno solo in politica; ma, vista l’estrema gravità della situazione, non possiamo permetterci il lusso di coltivare illusioni.


[1] Si veda Repubblica di sabato 15 dicembre (pag. 11).


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