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martedì 27 ottobre 2015

VOTEREI PIUTTOSTO IL PiS CHE RENZI! di Norberto Fragiacomo






VOTEREI PIUTTOSTO IL PiS CHE RENZI!
di
Norberto Fragiacomo




Il piccolo arrivista fiorentino dà in televisione il meglio di sé.

Intendiamoci: quel “meglio” non è gran cosa. A Renzi va riconosciuto di avere quella che a Trieste definiamo sbatola: un’oratoria spicciola, da bar più che da conferenza, che (con)vince l’interlocutore sommergendolo di chiacchiere e battute ad effetto. Le doti naturali si affinano con l’allenamento: logorrea e risposta pronta funzionano meglio grazie a twitter, formidabile palestra di slogan. Ormai il premier twitta sempre, specialmente quando parla in pubblico. Non c’è che dire: il metodo rende, soprattutto se l’intervistatrice è una spalla professionale come Lilli Gruber e la parte del “critico” tocca a una balbettante chierichetta del Sole 24 ore, invitata all’unico scopo di far sembrare Renzi vagamente “di sinistra”. Invero di sinistro, in lui, c’è molto: la disinvoltura nel raccontar balle, la mancanza di principi etici, l’arroganza da teppistello ben nutrito, le amicizie, un’ambizione famelica e plebea. A far paura, tuttavia, è la sua politica: adesione totale agli schemi neoliberisti.

Da questo punto di vista la Legge di stabilità 2016 è un selfie perfettamente riuscito. Anzitutto è sfuggente: come tutte le “riforme” renziane, è un inganno avvolto in un mistero di slides ammiccanti; come le altre, si tradurrà in un testo messo nero su bianco all’ultimo istante, per porre Parlamento, forze sociali e cittadini davanti all’ennesimo fatto compiuto. Poi è socialmente nociva, e non alludo certo alla soglia di 3 mila euro per i contanti che dispiace al virtuoso Cantone: quella è una quisquilia. Ad inquietare sono il taglio di 2 miliardi alla sanità pubblica rispetto alle promesse (che il nostro non mantiene mai, se “progressiste”), l’ennesima mazzata sugli enti locali e l’annichilimento di pubblico impiego e sindacati.
Da quando è esploso il bubbone della crisi le sforbiciate alla sanità non si contano più: niente di nuovo sotto il sole, se non che siamo forse arrivati al punto di non ritorno. I bilanci regionali sono in rosso sangue: malgrado gli spergiuri televisivi del premier aumentare i ticket sarà probabilmente inevitabile. Questo servirà non a migliorare il servizio sanitario, ma a prolungarne l’agonia fino all’avvento della privatizzazione: avremo attese più lunghe al pronto soccorso, farmaci più cari, chiusure di ospedali, medici di base sotto ricatto legislativo e perciò restii a prescrivere esami utili se non indispensabili. I cittadini, indignati, se la prenderanno col personale, additato alla pubblica esecrazione da qualche inchiesta ad orologeria; chi potrà si farà una bella assicurazione privata, gli altri creperanno prima, dando gradito sollievo alle casse dello Stato. La martellante campagna pubblicitaria di RBM, che promette in prime time un “servizio sanitario personale”, indica che il cambio di modello è imminente: l’impresa che non riuscì a Berlusconi sarà portata a termine dalla sua versione riveduta e corretta, che non a caso riceve quotidiana ispirazione dal mondo della finanza.

Niente più sanità universale e – presto – niente più comuni, ammassati alla rinfusa in unioni territoriali sempre più mastodontiche e autoreferenziali, oltre che privati delle fonti di sostentamento. Non mi riferisco solo al taglio dell’imposta sulla prima casa (riguarderà anche ville e castelli? Pareva di sì, Lui assicura di no: staremo a vedere): il cambiamento mensile, più che annuale, delle regole del gioco impedisce di fatto agli enti di elaborare piani e programmi, in due parole di fare politica. Di doman non c’è certezza, riduzione di risorse a parte. Cosa significa meno soldi ai comuni? E’ presto detto: meno servizi pubblici e sociali, il ritorno a logiche privatistiche che furoreggiavano nell’Ottocento.

Lo stacanovista Renzi ha un suo pallino, che è comprensibilmente il lavoro (e un’ossessione: il sindacato, la cui stessa esistenza è per lui oltraggiosa). Bruciati, assieme allo Statuto dei lavoratori, vent’anni di evoluzione democratica, l’attenzione torna ad appuntarsi sull’impiego pubblico. La sentenza n. 178/2015 della Corte Costituzionale non ha affatto complicato i piani: il Giudice delle leggi si è lasciato intimorire da una cifra tanto iperbolica quanto sparata a caso (una voragine da 35 miliardi in caso di riconoscimento del pregresso!) e ha sommessamente intimato al Governo: torna a trattare coi sindacati, per cortesia. Le stime giornalistiche iniziali di 3-4 miliardi per il rinnovo dei contratti pubblici (1)  devono aver divertito il premier più di una barzelletta sui comunisti: la Consulta ha consigliato di contrattare, mica di stipulare! Il meccanismo di calcolo dell’inflazione elaborato da Eurostat (IPCA) è un mero parametro di riferimento, che gli esecutivi possono tenere in nessun conto: pertanto Renzi ha messo in legge di stabilità una posta – 300 milioni onnicomprensivi – che suona come un insulto ai dipendenti e una dichiarazione di guerra ai sindacati. Guerra che lui è certo di vincere, e non senza ragione: il martello degli statali, al secolo Renato Brunetta, volle l’inserimento nel T.U. sul pubblico impiego di un articolo 47-bis, beffardamente rubricato “tutela retributiva per i dipendenti pubblici”, che prevede – in caso di mancato accordo entro 60 giorni appena dall’entrata in vigore della legge finanziaria (oggi di stabilità) – la corresponsione ai lavoratori degli incrementi ex lege “salvo conguaglio all’atto della stipulazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Come dire che ai sindacati viene tolto qualsiasi potere contrattuale: se accetteranno gli spiccioli verranno giustamente accusati di tradimento dai rappresentati; se invece respingeranno l’insolente proposta al mittente vedranno certificata la loro irrilevanza, perché l’esecutivo ha lo strumento giuridico per imporre la propria volontà. 
Lavoratori umiliati e organizzazioni sindacali all’angolo: due piccioni con una fava, per il twittatore. 

Non finisce qui: un anno e mezzo fa l’amato premier aveva annunciato in pompa magna lo sblocco del turnover nelle pubbliche amministrazioni (D.L. 90/2014 convertito in L. 114). Gli enti virtuosi (spesa per il personale non eccedente il 25% della spesa corrente) avrebbero potuto addirittura rimpiazzare tutti i cessati, a quelli un po’ meno virtuosi sarebbe stata comunque concessa l’opportunità di far fronte ai pensionamenti ecc. Largo ai giovani! era lo slogan e – al di là della retorica – si affrontava un problema reale: quello del rapido, inesorabile invecchiamento della “popolazione degli uffici”. Raggiunto il risultato (far credere che sia in corso il rinnovamento della P.A.) si fa bruscamente marcia indietro prima che lo sblocco – olografico - produca effetti: dal prossimo anno a fronte di 4 uscite si potrà prevedere al massimo un’entrata (25%). 

Non sappiamo ancora che effetti avrà questa retromarcia sui vincitori di concorso e sui provinciali in esubero (le slides governative descrivono il mondo di Mulino bianco, mica l’Italia odierna!), ma di una cosa tocca prendere atto: il futuro del pubblico impiego è l’estinzione, e i primi a pagare dazio saranno – guarda caso - i Comuni, i cui organici sono già quasi ovunque sottodimensionati. Lo capite allora perché il caso Sanremo è deflagrato proprio in questi giorni, invadendo le prime pagine dei giornali? Non certo per l’importanza della faccenda in sé: ipotesi di danni erariali da 700 o 1000 euro non dovrebbero interessare a nessuno. Però Sanremo è Sanremo: un comune del nord, al di sopra di ogni sospetto, mica Calabria o Sicilia! E la percentuale di assenteisti è tale da ingolosire ogni “moralizzatore”: facile far passare il messaggio che il comune ligure sia lo specchio dell’amministrazione italiana, e che un 50% abbondante di dipendenti pubblici sia formato da lavativi. Grazie a questa inchiesta da maestro l’esecutivo potrà esibire la faccia feroce in sede di contrattazione, avendo la certezza che l’opinione pubblica sarà dalla sua. Lo scopo va ben al di là di una tornata contrattuale: ammazzare sindacato e pubblico impiego in un colpo solo e ricevere in aggiunta il plauso delle masse è il sogno di tutti i governanti neoliberisti, in Europa e altrove. Meno Stato più mercato… e pazienza se per comprare qualcosa al mercato agli italiani mancano i soldi.

Conclusione: Renzi sta velocemente smantellando tutto, occorre impedirgli di portare a termine la missione. Come? Ipotizzare una strenua resistenza di sindacati e autonomie alla manovra è utopistico: si sono abituati, oramai, ad ingoiare ogni rospo pur di salvare qualche centimetro di pelle. L’unica speranza è che il PD cominci a perdere, a partire dalle amministrative 2016. Perché questa speranza abbia qualche chance di tradursi in realtà, naturalmente, è necessario un impegno fattivo dei cittadini consapevoli e delle forze di sinistra. Traduzione: in occasione del ballottaggio sarà indispensabile supportare i candidati alternativi, indipendentemente dalla loro estrazione politica (se per minare il potere di Renzi tocca votare uno di destra, ebbene: votiamo uno di destra!). Non si tratta di fare alleanze innaturali, ma di indebolire il nostro principale avversario, fiduciario italiano di quell’Unione Europea che rappresenta la più seria minaccia al nostro futuro di europei. Iersera, sentendo la notizia della larga vittoria del PiS in Polonia (39 contro 23%) ho quasi esultato: saranno destra conservatrice e nazionalista, ma la loro avversione alla UE è a tutta prova, e la premier in pectore ha dichiarato di voler attuare una politica di redistribuzione a vantaggio dei lavoratori (quindi, a casa mia, di sinistra), cioè esattamente l’opposto di quanto ha fatto finora l’ultraliberista ed europeista (nel senso di UE) Piattaforma civica. Delle due l’una: o la Sinistra sarà capace di risorgere e presentare una proposta allettante all’elettorato (e tutto questo a tempo di record) oppure, a breve termine, l’unica forma di autodifesa sarà il sistematico sabotaggio della macchina renziana. Il diavolo, d’altra parte, farebbe meno danni di un plenipotenziario della troika UE.

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