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venerdì 7 dicembre 2012

PRIMARIE: UNO SPETTACOLARE NULLA DI FATTO di Norberto Fragiacomo




PRIMARIE: UNO SPETTACOLARE NULLA DI FATTO
di
Norberto Fragiacomo


Qualche sera fa, su Facebook, lo scrivente ha provocatoriamente paragonato le primarie del PD (pardon, “di coalizione”) al calcio d’agosto.
D’accordo, la similitudine ha poco di manzoniano: immaginare Bersani, Renzi e compagnia che, palla al piede, si sfidano in maglietta e mutandoni suscita il riso. Il senso, però, è sufficientemente chiaro: al pari delle amichevoli estive – che servono a provare gli schemi, galvanizzare i tifosi e riempire i giornali – la competizione di fine autunno non “fa classifica”, è spettacolo puro, fine a se stesso.
Una prima prova di quanto detto la forniscono le dichiarazioni del dopopartita: se il segretario commenta soddisfatto l’exploit, anche i renziani cantano vittoria (Matteo no, questo gli va riconosciuto); nel frattempo dalla panchina di SeL si levano grida di giubilo, e perfino il n.e. (non entrato) Tabacci rivendica un ruolo da protagonista. La stampa non fa quasi distinzioni, e incensa tutti: calcio d’agosto, appunto – stagione in cui, mancando l’assillo dei tre punti, anche una sconfitta netta può essere spacciata per un successo o un “punto di partenza”, se gli spettatori hanno applaudito singole prodezze.

Ora, non è nostra intenzione ribadire l’ovvio – che l’unico premio per il vincitore delle primarie è la sicura partecipazione alle elezioni vere – né, tantomeno, schernire i votanti: le persone in fila ai seggi esprimevano quasi tutte una decisa volontà di cambiamento (rispetto alla Giunta Monti), e meritano perciò rispetto. Non c’è dubbio che l’elettorato di centro-sinistra sia mediamente più informato, generoso e serio (in una parola: migliore) di quello berlusconiano o leghista; il problema, però, è che il livello di consapevolezza della situazione attuale lascia alquanto a desiderare.
Sebbene vengano percepite la gravità della crisi e l’iniquità delle scelte fin qui adottate, si continua a ritenere, contro ogni evidenza, che un’ipotetica affermazione elettorale del centrosinistra possa mutare radicalmente la sostanza delle cose. Un credo quia absurdum, insomma, che in parte è figlio di un disperato bisogno di illudersi, in parte (in gran parte) è il prodotto di un colossale raggiro.

La questione è semplice: il c.d. “centrosinistra”, al quale tanti italiani affidano le proprie speranze di salvezza, ha subito, oltre vent’anni fa [1], una mutazione genetica, riciclandosi come “centro liberale”: la definizione è di Marco Ferrando che, ben prima dell’inizio della crisi, descriveva (2003!) lo schieramento antiberlusconiano come “l’area di rappresentanza in questo Paese degli interessi del grande capitale”, cui imputare “l’infinita sequenza di privatizzazioni, flessibilizzazioni, rottamazioni (delle auto, non di politici usati ndr), regalie fiscali alle imprese vecchie e nuove”.
I fatti davano ragione, già allora, al barbuto leader trotskista. Citeremo un esempio locale, sconosciuto ai più e – proprio perché “piccolo” – indicativo di una tendenza. Nel lontano 2002, la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia (presieduta, al pari di oggi, dal berlusconiano Renzo Tondo [2]) approvava il testo di quella che sarebbe diventata la legge 2, contenente la “disciplina organica del turismo”. 

Leggiamo insieme alcuni passaggi della relazione di minoranza, assai critica, scritta all’epoca dal consigliere Enrico Gherghetta (DS): 

"la norma nazionale è una riforma che liberalizza il settore, lo fa crescere e interviene sui fattori di competitività e di compatibilità ambientale e sociale. Si potrebbe dire: di turismo moderno e consapevole. La norma regionale è invece tutto tranne una riforma, in quanto prosegue su una strada centralista e assistenziale che non corrisponde alle necessità del mercato e dell’economia, e ancor meno si pone l’obiettivo di realizzare una svolta di qualità. (…) Sono tra quelli che in sostanza amano ripetere con una battuta che “l’economia va nonostante la Regione”. (…) Il tipo di intervento è quello classico del pubblico che interviene in economia per creare le condizioni di un volano allo sviluppo. La logica è un po’ quella del dopoguerra, fortemente Keynesiana, ed è ovviamente portatrice di una logica assistenziale, che però con il tempo, sempre per lo stesso principio, dovrebbe lasciare il posto ad una crescente impostazione imprenditoriale. (…) La soluzione è meno ingerenza e più accompagnamento, meno Regione e più impresa (in grassetto nel testo; due pagine dopo si ribadisce il concetto, con un imperioso “sempre più impresa”)."

Ora, queste parole si commentano da sole, e potremmo riassumerle nel ritornello – sentito infinite volte – “privato è bello, pubblico è brutto”. Da chi professa idee siffatte è lecito attendersi, al massimo, una rivoluzione conservatrice (non si affatichino: è già in atto). La successiva nascita del Partito Democratico ha semmai peggiorato le cose, e l’irrompere della crisi nelle nostre esistenze (ma non in quelle di chi vive agiatamente di politica) non ha provocato, ai piani alti, alcuna crisi di coscienza, alcun mea culpa – per non parlare di cambi di rotta. Si sono uditi, è vero, balbettii vagamente imbarazzati (dai vari Bersani, Fassina ecc.), e qualche promessa da marinaio, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: il PD ha sottoscritto in massa le decisioni ideologiche di Monti su pensioni, lavoro, pareggio di bilancio, tagli ai servizi ecc., dopo averne imbellettato qualche comma; non paghi, i suoi vertici hanno fatto professione di rigorismo (cioè di montismo) nella c.d. Carta di intenti, assicurando che gli ordini verranno eseguiti; infine, per quanto riguarda la comunicazione, si sono specializzati nel gioco delle tre carte, sproloquiando di “eccessi” del neoliberismo da correggere, ma guardandosi bene dall’ammettere che eccessi, diseguaglianza e sfruttamento sono i dati anagrafici (e non segni particolari!) del capitalismo trionfante.

In verità, il derby Bersani-Renzi è stato uno spettacolarizzato (dai media) nulla di fatto, ossia, per essere chiari, una partita assolutamente ininfluente. Nessuno intende negare che il sindaco di Firenze sia più spregiudicato e “duttile” (è passato dai Te Deum a Mario Monti e Marchionne ad una timida critica a quest’ultimo, provando addirittura, ormai vicino al capolinea, ad imparare a memoria qualche frasetta “di sinistra”[3]), mentre il candidato premier resta, come forma mentis, un uomo di apparato – si tratta, però, di particolari di scarso rilievo, come il gusto nella scelta delle cravatte, la predilezione per le maniche lunghe o rimboccate ecc. Per quanto esteriormente diversi, i due principali concorrenti condividono la stessa fede politica liberista, e si comporteranno di conseguenza: è praticamente sicuro (ed è ammesso dall’entourage del segretario) che, se riuscisse a farsi eleggere a Palazzo Chigi, Pierluigi Bersani avallerebbe la candidatura del professor Monti alla Presidenza della Repubblica, con ciò garantendo all’Unione e ai mercati la prosecuzione delle politiche di smantellamento di welfare ed aziende pubbliche.
Perciò, nella “migliore delle ipotesi” (quella che loro si augurano), i tre milioni e rotti delle primarie si troveranno ad affrontare, nel prosieguo della storia, i tagli ventennali del fiscal compact, la precarizzazione a tempo indeterminato del lavoro, le sforbiciate alle pensioni, la notte dei diritti. Verosimilmente (e questa sarebbe una buona notizia, almeno per i diretti interessati, vittime di un’autentica truffa commessa dallo Stato) un Governo Bersani non potrebbe esimersi dal risolvere, in qualche modo, il problema degli esodati, ma risulterebbe impotente/connivente su un fronte ben più vasto: quello della privatizzazione della sanità pubblica.

Com’è sua abitudine, Monti ha gettato con nonchalance, giorni addietro, un primo sasso dello stagno; poi, viste le reazioni negative, ha fatto un passettino di lato, ma il 4 dicembre è tornato all’attacco… indovinate dove? Semplice, a casa del suo mentore, al Quirinale. Una lezione in pessimo italiano, roba da esame a ottobre, e tuttavia comprensibilissima: “la nostra sanità pubblica ha dato un contributo determinante al conseguimento di questo grande successo (il fatto che si invecchi stando in salute più a lungo ndr). Ora, anche in virtù del proprio stesso successo, essa è chiamata a ripensarsi in vista di una rimodulazione fatta di innovazioni e adattamenti di cui dobbiamo avere consapevolezza. Dobbiamo insomma imparare a gestire il divenire del processo demografico in modo più esigente.” Tradotto dal bocconese: bisogna aprire ai privati, perché si spartiscano le spoglie della sanità pubblica (che pure, rispetto ad altri Paesi europei, costa relativamente poco).
Subito l’ex migliorista del Colle ha dato manforte al suo pupillo, ripescando le solite filastrocche sulla “grande sfida di solidarietà”, il “patto fra le generazioni” e l’immancabile “modello di sviluppo sostenibile per la costruzione di una società più giusta (!)”: in sintesi, l’abituale musica da disco rotto, che ha riscosso il plauso di un Gad Lerner [4] sempre meno critico nei confronti del duo (si invitano i lettori a confrontare gli ospiti de L’infedele autunno-inverno con gli invitati di un anno fa).
Una cosa l’abbiamo appresa, in questi 13 mesi: a differenza del funambolo Berlusconi, Mario Monti non parla mai a vanvera. Questo implica che, nei prossimi mesi, dopo quelli inflitti alle pensioni, al diritto del lavoro, agli enti locali ecc. sarà inferto un colpo mortale anche alla sanità ed all’assistenza pubbliche, già oggi boccheggianti per mancanza di risorse – quanto alle perplessità inscenate da Bersani, al governo o all’opposizione, vedrete bene che saranno fugate, se del caso, a colpi di spread [5].

A questo punto immagino che la morale sarà chiara: malgrado la passione degli iscritti e l’animosità dei contendenti (che, come può avvenire in qualsivoglia organizzazione - partitica, imprenditoriale o mafiosa - cullavano il desiderio di farsi le scarpe a vicenda, per interessi personali non incompatibili con quelli generali del gruppo) le primarie sono state un match di esibizione, e nulla più [6].
Avere Monti alla Presidenza della Repubblica o del Consiglio è perfettamente identico; del pari, risulta già scritto il copione per le spalle di “centrosinistra”, quali che siano l’età e il colore di giacca e cravatta. Sulla vanteria vendoliana di poter influenzare questo o quello stendiamo, invece, un velo pietoso: chi monta, nel rispetto delle regole, su un aereo di linea diretto a Bruxelles (o a Washington) non ha alcuna chance di modificarne il percorso, specie se l’aviogetto è opportunamente affiancato da due F 35 con compiti “di scorta”.





[1] Il muro di Berlino è caduto nel 1989: quindi, ad essere precisi, gli anni sono 23.

[2] Che, sia ben chiaro, non ci sogniamo lontanamente di difendere: di lui abbiamo apprezzato solo la gestione (ricca di tatto e umanamente apprezzabile) della disgraziata vicenda di Eluana Englaro.

[3] Guadagnandosi il fulminante commento di un utente di Twitter: “finalmente Renzi ha fatto qualcosa di sinistra: ha perso.”

[5] Sarà sufficiente una fiammata, visto che sono già convinti, in cuor loro, che il mercato ha sempre ragione.

[6] Questo non significa, però, che siano state inutili a chi le ha organizzate (il PD ha guadagnato in visibilità, oltre a qualche punto virtuale nei sondaggi). Lo spettacolo ha accontentato pure i tecnici: un pubblico pagante (2€ o anche più, a piacere) distratto e euforico non sta troppo a domandarsi cosa succede dietro le quinte.


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