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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 21 maggio 2016

QUALCHE IDEA PER LIVORNO di Riccardo Achilli










QUALCHE IDEA PER LIVORNO
di Riccardo Achilli




E’ urgente delineare i tratti di una politica da sinistra per la città di Livorno, ora che il governo per intuizioni anziché per progetti di Nogarin mette a nudo, ed al netto di vicende giudiziarie sulle quali non vogliamo dire niente perché non ci compete, un vuoto di iniziative concrete per arginare la deriva sociale della lunghissima crisi della nostra città. Una crisi di modello, non semplicemente importata dal ciclo economico generale, i cui primi segnali si evidenziano negli anni Ottanta.
Per poter delineare una politica di sinistra di una città di medie dimensioni, quindi già giunta ad una massa critica tale da manifestare numerose complessità socio-economiche, occorre fare prima un passo indietro e dare un quadro generale di ciò che rappresenta una città dentro le dinamiche del capitalismo odierno.

Un capitalismo in cui i due terzi del valore aggiunto sono prodotti, oramai, dai servizi, che trovano nelle città il luogo ideale per aggregare le competenze necessarie alle necessarie funzioni direttive, e dove tali attività trovano il loro bacino naturale di mercato, atteso che, a differenza delle merci che possono viaggiare, i servizi vanno prodotti e consumati in una logica di prossimità. Dove persino gli antichi luoghi manifatturieri delle tradizionali città operaie si convertono in contenitori di attività immateriali di tipo direzionale o creativo (si pensi a una parte dello stabilimento di Mirafiori, a Torino, oggi cittadella di servizi). Un capitalismo che produce una ricchezza immateriale, perlopiù legata al circuito finanziario, dove, ad esempio, nei soli anni Novanta, mentre il PIL mondiale è cresciuto del 26%, i movimenti di capitale sono aumentati del 300%. Ed ancora oggi, incuranti della crisi, i soli derivati, responsabili della crisi finanziaria del 2007,  valgono circa il 10% del PIL mondiale. Esattamente come nel 2007. Una ricchezza finanziaria che produce finanza per mezzo di finanza, parafrasando Sraffa: è stato stimato che solo il 10% dell’intera ricchezza finanziaria in mano a famiglie, società finanziarie, fondi pensione, assicurazioni e banche va a finanziare l’economia reale. Il resto produce nuova finanza.


In questo quadro, evidentemente, le città assumono un ruolo centrale, come produttrici e luoghi di rappresentazione, anche con intensità per certi versi teatrali, di tutte le contraddizioni di questa versione del capitalismo che ci tocca vivere. L’antico socialismo agrario del bracciantato e dei piccoli mezzadri, così importante alle origini, soprattutto nelle zone rimaste fuori dalla rivoluzione industriale, come il nostro Mezzogiorno o l’America Latina, si dissolve in lotte, certo importanti ma non più centrali nella mappa sociale, contro il caporalato o la difesa dell’agricoltura naturale. Di fatto, fuori dallo spazio urbano permangono soltanto zone periurbane, pronte per la colonizzazione urbana dei nuovi quartieri satellite che accolgono, sul modello statunitense, ceto medio polarizzato verso una progressiva povertà ed esclusione, legata al combinato disposto del declino dei redditi reali, delle mazzate al welfare pubblico e del declino del ruolo-cuscinetto della famiglia tradizionale. O zone agricole altamente organizzate in forma imprenditoriale, a servizio della fame e della sete delle città, dove le modalità di organizzazione del modo di produzione non differiscono dai canoni tipici dei modelli produttivi più avanzati. E, al margine, territori non produttivi ed estremamente poveri, spesso montani o caratterizzati da desertificazione e tradizionalismo sociale, destinati allo spopolamento ed all’invecchiamento della poca popolazione residua.

E badate: per città non intendiamo soltanto la metropoli, che spesso raffigura le contraddizioni del nuovo capitalismo in forme estreme, non riproducibili (chi altri può riprodurre in forma fedele all’originale il gangsterismo metropolitano tipico delle grandi realtà urbane statunitensi, ad esempio? Chi altri riesce a copiare in modo esatto il comunitarismo da barrio delle grandi realtà urbane latinoamericane?) Intendiamo anche la media città, che tende a costruire un modello metropolitano in rete con una gerarchia di altri centri limitrofi, di maggiore o minore rango urbano. Livorno, ad esempio, fa parte, anche se facciamo fatica a rendercene pienamente conto, di una rete di relazioni con altri centri urbani, nel poligono delimitato da Piombino e Grosseto a sud, Pisa a nord, Pontedera e Firenze ad est, in cui ciascun centro, anche in assenza di una capacità di programmazione urbanistica di area vasta che è carente persino nella esemplare Toscana, si auto-organizza spontaneamente, specializzandosi in funzioni che mette a disposizione degli altri snodi della rete. Livorno la piattaforma portuale logistica, Pisa il centro del sapere e della ricerca, Firenze il polo amministrativo, centri minori centri di importanti serbatoi di lavoro, oppure dormitori residenziali per le altre realtà del network. In questa organizzazione delle funzioni, costruiscono uno spazio per certi versi “metropolitano” e differenziato al suo interno.
In questo spazio succede tutto quello che è importante seguire, quasi tutto quello per cui ha senso condurre una lotta politica e sociale.

La polarizzazione reddituale e socio-politica del ceto medio un tempo indifferenziato ed oggi preda di pulsioni demagogiche e giacobine in assenza di una coscienza di classe perduta per strada, la piccola borghesia dei commerci, della piccola impresa e delle professioni, oggi per certi versi in via di proletarizzazione in termini strettamente di rapporto con il modo di produzione, la destrutturazione del mercato del lavoro con l’emergere di classi emergenti di alienati del precariato cognitivo e l’inquietante fenomeno dello scontro fra le varie bolge infernali degli ultimi e dei penultimi (la rissa al Consiglio comunale di Livorno di qualche giorno fa dimostra una frattura sociale profonda fra sottoproletariato che usa la rabbia della sua esclusione sociale non contro il sistema che l'ha creata, ma contro i lavoratori fino a poco tempo fa garantiti ,ed oggi precipitati nell'incubo della perdita del posto e quegli stessi lavoratori un tempo stabili nel precedente asstto di potere, che se la prendono con l'improvvisato giacobino difensore del sottoproletariato che siede sulla cadrega di primo cittadino).

E ancora, la lingua multiculturale del capitale finanziario, che produce, come risvolto della medaglia, enormi flussi di disperati in fuga dai territori che perdono nella roulette russa di una geopolitica asservita la business e non più all’ideologia. Che vanno a parare proprio nelle città, e in quelle periferie del disagio e dell’esclusione, generando una equazione pressoché impossibile da risolvere, fra solidarietà ed accoglienza, che sono nel DNA del socialismo, da un lato, e necessità di difendere un modello socio-lavorativo ed una indispensabile, persino vitale, identità nazionale e culturale che l’uso strumentale dei migranti minaccia, dall’altro.

Nelle città si legge l’infeudamento della politica al capitale finanziario, fra amministratori locali che, sempre più manager in conto terzi e sempre meno custodi dello spirito di una comunità e del suo patrimonio intangibile, si preoccupano più dell’equilibrio dei conti che del sostegno al circuito economico locale, cercano spazi di mercato nelle privatizzazioni selvagge di servizi essenziali, dentro le quali si infiltra il più sofisticato capitale mafioso, o varano operazioni urbanistiche ed immobiliari che, paradossalmente, vedono nell’aspetto finanziario dell’anticipo del capitale del costruttore valorizzato dall’incremento del valore patrimoniale dei nuovi quartieri “rigenerati”, e quindi posto come ipoteca per ottenere nuovi fidi bancari per nuovi investimenti, un aspetto che prevale persino sull’aspetto meramente costruttivo e “reale”.

E’ nella città che emerge prepotente il terziario finanziario e dei servizi avanzati, mentre i vecchi poli manifatturieri inglobati dentro il tessuto urbano vengono vissuti sempre più come un fastidio, inquinante ed ingombrante ricordo del vecchio fordismo, e spinti verso la delocalizzazione fuori città, se non verso la chiusura. Il dilemma dell’Ilva di Taranto è tutto qui. Una sorta di riproduzione dei processi di superamento del capitalismo manifatturiero verificatisi in tutti i Paesi capitalisticamente maturi negli ultimi trent’anni. Di conseguenza, anche i vecchi quartieri operai legati al polo manifatturiero perdono la loro originaria composizione sociale, diventano terre di nessuno composte da residui distrutti della vecchia classe operaia insieme a mezze classi emergenti, sottoproletariato o piccola borghesia proletarizzata, comunità immigrate. Rendendo terribilmente difficile dare una rappresentanza politica unitaria a questa congerie di spezzoni di classe, spesso anche mal omogeneizzati fra loro nel loro comune luogo di vita.

Ed il panorama urbano, esattamente come un organismo vivente che metabolizza gli input che riceve, si trasforma,  coerentemente con i cambiamenti sociali. Ed ecco che i quartieri di cintura ai centri storici, un tempo sede della classe media uscita illusoriamente vincente dai Trenta gloriosi, diventano le colonie abitative dei nuovi cittadini che vengono dall’altra parte del Mediterraneo, mentre ceti medi impoveriti si ritirano in quartieri satellite sempre più lontani dal centro, sempre più fisicamente tagliati fuori da quei servizi e da quei luoghi della vita comunitaria che creano coesione sociale. I centri storici diventano laboratori per sindaci ambiziosi che vogliono mettere la città “in vetrina” per attrarre investimenti esterni, perdendo la loro originaria anima e diventando prodotti di largo consumo sempre più standardizzati da una città all’altra. Si va quindi a formare una sorta di poltiglia urbanistica, che riproduce la poltiglia sociale di una comunità urbana che ha perso i suoi riferimenti. In questa poltiglia, i fanatici della “trasformazione urbana” si pasciono, facendo ricchi bottini, nascondendosi dietro pseudo-programmazioni urbane, imposte uniformemente dall’Europa a tutte le città, prive di anima e di genius loci.

Ed in questo contesto generale si riflette anche il destino, sempre più preoccupante, della nostra città. La situazione sociale di Livorno è assolutamente drammatica, per molti versi non distante da quella di certe città del Mezzogiorno devastate dal fallimento delle politiche di industrializzazione dell’intervento straordinario. Il tasso di disoccupazione ufficiale, che in realtà non cattura tutte le situazioni di assenza di lavoro legate ai fenomeni di scoraggiamento nel ricercarlo attivamente, oramai si colloca a ridosso del 9%. Per i giovani si colloca a ridosso del 28%, una cifra che significa generazioni cui è stato privato il diritto ad immaginare un futuro. Nascosti alle statistiche, migliaia di giovani che non solo non lavorano ma non studiano, preparandosi ad un futuro di miseria, ultracinquantenni, espulsi strutturalmente dai cicli produttivi e troppo giovani per andare in pensione che non sanno più che senso dare alla loro vita.

L’ultimo osservatorio della Caritas sulla povertà a Livorno è un campo di battaglia. In soli sei mesi, nel 2015, circa 700 persone hanno avuto bisogno dell’assistenza-pasti, 3.300 persone destinatarie di pacchi alimentari, 70 famiglie destinatarie di aiuti economici di vario tipo (casa, bollette, in alcuni casi addirittura sostegno alle spese sanitarie).

Dentro questo disastro, crescono la microcriminalità, la violenza gratuita, rabbia senza direzione che hanno prodotto il fenomeno politico del grillismo, né onesto né disonesto, semplicemente inefficace alla prova dei fatti. Il disastro non è il prodotto della crisi economica attuale, che ha fornito soltanto il combustibile per l’aggravamento. La lunga traiettoria della deindustrializzazione è una strada crucis fatta di tante tappe dolorose, che gli anziani ricordano bene: la Ginori, la Magneti Marelli, la Spica, la vetreria Borma, le officine San Marco, il mobilificio Giannetti, la CMF, il porto in crisi nera da decenni, poi ripresosi, ma mai in condizione di esprimere tutto il suo potenziale, le scritte sul muro del centro di collocamento in cui si chiedevano risposte che nessuno poteva dare. E poi, più di recente, la delusione dell’esperimento di autogestione dei cantieri navali Orlando (su cui la politica avrebbe qualche autocritica da fare, al di là dei fatti aziendali e di mercato), la fine del ciclo siderurgico di Piombino che tutti noi auspichiamo temporanea, la TRW,  persino la raffineria di Stagno messa in discussione.

Il sogno industriale che aveva dato identificazione e dignità alla città nella sua fase di splendore, fu il frutto di una politica intelligente, molto più plurale dell’ingiusto epiteto di “stalinismo in una unica città” che le fu affibbiato (mio nonno, un destrorso ammiratore di De Gaulle fu segretario comunale con sindaci comunisti) e attenta al sociale (mi piace ricordare il sindaco Nannipieri che andava di persona a discutere con la proprietà della vertenza dei lavoratori del Tirreno, che inventò di fatto i lavoratori socialmente utili per dare una risposta ai licenziati della Ginori). Fu il frutto di un sistema cooperativo sano, prima di degradare a volgare cassa di finanziamento della fame del ceto politico. Fu il frutto di una città che costruì un mito collettivo (mio nonno mi diceva, da piccolo, che a Livorno si andava a dormire presto la sera perché gli operai la mattina dovevano essere freschi per lavorare).

Questo sogno industrialista si è lentamente esaurito in una agonia di incompetenza, affarismo, seguendo fedelmente il degrado della sinistra neocomunista e della Prima Repubblica.  La città non si è mai, di fatto, risvegliata da questo sogno infranto e da un modello economico basato su una certa impostazione delle attività portuali. Di fronte a ciò, la risposta è stata basata su una chiusura a riccio del sistema di potere facente capo agli ex-Ds, che ha nel circuito delle coop il suo braccio armato, ed all'imprenditoria arricchitasi attorno ad un modello portuale che sarà sempre più sotto pressione, per via del ridisegno delle rotte dei container previsto dalla "nuova via della Seta" cinese.

La risposta alla crisi è stata di fatto imperniata sull'edilizia e sui grandi centri commerciali, settori eminentemente pro-ciclici ed incapaci di far ripartire un nuovo ciclo di sviluppo (ma capaci di far fare soldi alle coop) e su progetti faraonici gestiti in modo provinciale, come il waterfront. L'esperienza di far ripartire un tessuto di PMI, anche innovative, mediante incubatori localizzati nelle aree industriali dismesse, che personalmente seguii con il prof. Paoli nei primi anni Novanta tramite la Spil, si è sostanzialmente arenata.
Mancano idee su come costruire un modello alternativo, che veda il porto centro, oltre che di traffici container che deve condividere con almeno altri due grandi scali situati a meno di due ore di distanza, anche di traffici crocieristici che integri la città in un progetto turistico e di rinfuse liquide (rivalorizzando la raffineria di Stagno a perenne rischio di chiusura), e che prenda inconsiderazione una ipotesi di short seashipping mediterraneo di prodotti agroalimentari toscani, unendola ad una zona franca doganale che incentivi la localizzazione nell’area portuale di operatori industriali (sul modello del porto di Tangeri, che ha accolto la multinazionale Cevital grazie ad una banchina dedicata ai traffici di interesse di questo colosso industriale) ad esempio nell’agroalimentare, oppure che attiri operatori logistici (ad esempio che facciano groupage). Serve un progetto che dialoghi con l'Università di Pisa per cercare rilocalizzazioni di dipartimenti accademici di qualità, in grado di attivare imprenditoria, su come lanciare un piano complessivo di riqualificazione del centro storico, rispettoso sia delle sue caratteristiche storiche ed architettoniche, che della sua attuale popolazione residente, che potenzialmente è in grado di creare molti posti di lavoro, sulla valorizzazione anche in chiave culturale e cinematografica di zone della città e dei suoi dintorni molto caratteristiche, su un piano che crei una piattaforma logistica integrata (tramite porto, interporto e vicino aeroporto) a servizio dell'intera Italia centro settentrionale. Manca una visione che integri Livorno e Pisa in un polo di programmazione ed offerta di servizi di area vasta.

Ma quello che è fondamentale è ricostruire un sogno, un sogno dentro il quale un fronte sociale ampio della città, il fronte colpito dalla crisi, dal piccolo imprenditore all’operaio al precario al disoccupato al pensionato a basso reddito all’immigrato, possano ritrovarsi. Senza questo sogno, la poltiglia sociale lasciata a giacere, inerte, come effetto della lunga crisi, esistenziale prima ancora che economica, non si ricompatterà per dare sostegno elettorale e ideale ad un nuovo progetto, e resterà a borbottare fra rabbia impotente e povertà. Il sogno lo deve produrre la politica, e un tempo si chiamava piattaforma ideologica.



1 commento:

Cecilia Testa ha detto...

ciao Riccardo, io posso anche concordare su analisi e discutere sulle proposte, ma hai un'idea della forza politica (partito, movimento o lista civica) che potrebbe seguire la strada che tu indichi? Parli di banchina dedicata alle multinazionali, di rinfuse e di navi da crociera. La nuova sinistra radicale corteggia i no-tav de noialtri che disintegrano posti di lavoro (vedi affare orti urbani e clc) e butta in un marasma indistinto cooperazione buona e cooperazione zozza (ovvero finta cooperazione, che si poteva, volendo, smascherare da subito, ovvero edilporto), abbraccia quel sottoproletariato cui tutti i demagoghi fanno riferimento da due secoli a questa parte, facendo carta straccia delle graduatorie delle case popolari... Dunque, caro Riccardo, che fare? E soprattutto, con chi fare?

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