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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 1 settembre 2016

NAUFRAGI DI NAVI E NAUFRAGI DI PAESI di Riccardo Achilli










NAUFRAGI DI NAVI E NAUFRAGI DI PAESI
di Riccardo Achilli





Il Comandante De Falco, quello del “salga a bordo, cazzo” viene allontanato dalla Capitaneria di Porto di Livorno e trasferito a Napoli. Un uomo che, per la sua perizia nel condurre le operazioni di salvataggio in quella notte disgraziata del naufragio del Concordia, avrebbe meritato la promozione a contrammiraglio e Comandante del Porto. Certo, paga dichiarazioni incaute sulla Marina e sui suoi superiori, un errore grave per un militare, che dovrebbe votarsi ad una vita di discrezione e dovere. Però basta guardare il trattamento che gli è stato riservato, con il tentativo di destinarlo ad un incarico di studi (nella pratica militare, si tratta di un parcheggio su un binario morto per ufficiali sgraditi allo Stato Maggiore) e paragonarlo con quello del condannato comandante del Concordia, che durante il lungo processo ha avuto molto più di un quarto d’ora di notorietà, fra lezioni all’Università, mani di politici strette, libri da scrivere, e si capiscono molte cose del nostro Paese.
Un Paese il cui inconscio collettivo è dominato dall’archetipo del Joker, del malandrino sufficientemente spudorato da non aver vergogna dei suoi atti, e sufficientemente furbo per farli passare come una ribellione allo Stato ed all’ordine, sollecitando gli appetiti opportunistici e individualisti dell’italiano medio. La nostra storia nazionale è una galleria di questi ceffi che vivono periodi più o meno lunghi sul piedistallo dell’eroe popolare che combatte contro le regole soffocanti, la tassazione asfissiante. Da questi instancabili aratori che, nel perseguire senza scrupoli il proprio interesse personale, nell’immaginario collettivo, abbattono le recinzioni ed aprono praterie per la sete di successo ed arricchimento personale degli altri. A discapito dei più deboli e, più in genere, della comunità, identificata con una idea di Stato predatore e abusivo, da mungere quando eroga sussidi e da evitare quando vuole regolamentare. E non mancano i casi patologici, il mafioso ammirato da una intera comunità a lui sottomessa, il bandito di borgata che diviene icona di una sorta di concetto distorto di lotta di classe.

Questo malvivente inconscio, con il quale si convive normalmente senza grosse remore morali, diviene poi oggetto di ipocrite riprovazioni quando le conseguenze di questo spirito civico inesistente finiscono per colpire tutti, quando si muore in un sisma perché il proprio palazzo è stato costruito con la sabbia, quando il proprio abitato viene sepolto da una frana o da una alluvione, perché la corruzione ha prosciugato le risorse per la difesa del territorio, quando l’evasione fiscale patologica sottrae risorse al welfare. E, per una sorta di reazione schizofrenica, per periodi anche lunghi si indossa la maschera del giustizialismo e del legalitarismo. Che poi sono un’altra faccia dell’odio dell’italiano nei confronti del sistema pubblico: identificarlo come irrimediabilmente corrotto e marcio serve solo per giustificare operazioni di smantellamento o privatizzazione dei servizi, di taglio della spesa pubblica, di riduzione della sfera di azione dei sistemi di rappresentanza intermedia, di delegittimazione della funzione politica.


Nella sua fase sfrenatamente illegale e avventuristica, e nella successiva fase giustizialista e legalitaria, in sostanza, l’italiano conduce quindi una silenziosa e rancorosa lotta contro lo Stato e contro i beni comuni. Si tratta di un problema legato probabilmente a disfunzioni nel processo di formazione dello Stato unitario e in quello di identificazione nazionale. Processi che sono stati spesso calati dall’alto da élite intellettuali, o utilizzati da classi dirigenti autoreferenziali. Potremmo dire che il processo di identificazione nazionale si è perfezionato soprattutto durante il fascismo, ma si è macchiato delle caratteristiche di prevaricazione, di identificazione personalistica dello Stato nella figura semi-divinizzata del suo leader (a sua volta un residuo della antica Roma imperiale, cui non a caso il regime indulgeva molto nella sua propaganda) ed in un corporativismo ben presto tradottosi in un concertazione opaca ed unilaterale fra organi di establishment.


Una coscienza nazionale e una idea di Stato così costruite, con tutte le degenerazioni portate dal fascismo, hanno quindi innestato nella coscienza popolare, anche successivamente alla fine del ventennio, una associazione fra concetto di Stato ed azione pubblica ed idee di arbitrarietà, personalizzazione/autoreferenzialità, nepotismo ed opacità, e una tendenza a considerare come cosa normale la prevaricazione del più forte e del più furbo sul più debole. La lunga storia dei conflitti fra guelfi e ghibellini, da un lato, porta a privilegiare lo scontro campale sulla sintesi e la mediazione, e dall’altro favorisce una versione patologica e deviante del machiavellismo, ridotto a puro cinismo e calcolo personale, ed a una politica incentrata sulla mera tattica, che prevale sulla visione strategica.


Questo miscuglio micidiale, tenuto a bada dalla crescita del benessere nei Trenta Gloriosi (si sa, la pancia piena non vuole conflitti), riesplode quando, con la caduta del muro, il sistema perde la funzione riequilibrante della sinistra (che per sua natura privilegia il collettivo sull’individuale) e si aggrava con la crisi economica. Traducendosi in sprezzante sottovalutazione della rappresentanza, nell’attesa messianica dell’uomo della provvidenza, nel giustificazionismo nei confronti del malfattore e del furbo, purché rivestito di qualche improprio panno di ribelle ostile ad uno Stato percepito in forma esclusivamente negativa, nell’indifferenza per la caduta in situazioni di miseria dei più deboli, o nel legalitarismo demagogico e anche violento che richiama la giustizia fascista dell’olio di ricino e della militarizzazione dell’ordine pubblico (quante violazioni dei diritti umani si sono compiute durante Tangentopoli, quante distorsioni di un sistema giudiziario democratico sono state tranquillamente accettate, persino esaltate?). La schizofrenia che caratterizza la base psichica degli italiani volge rapidamente dall’avventurismo opportunistico al legalitarismo soffocante, dal bengodi della spesa pubblica sperperata senza criterio all’autoflagellazione, densa di sensi di colpa, per il debito pubblico troppo alto, alla rabbia ed al rifiuto delle ovvie conseguenze della fase precedente, dalle case che crollano al primo sisma al malfunzionamento dei trasporti pubblici. 

Questo rovesciamento del polo psichico della patologia richiede un capro espiatorio per consentire l’abreazione, ovvero la liberazione da sensi di colpa che producono un carico di effetti emozionali negativi e difficili da sopportare. Il capro espiatorio rimane sempre nella sfera pubblica, consentendo all’individuo si non affrontare le sue responsabilità personali come cittadino, e produce nuovi “uomini della provvidenza” che cavalcano l’onda dell’indignazione popolare. In una rincorsa senza fine e, in fondo, senza gioia e senza speranza.




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