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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 10 agosto 2011

UNA ROSA PER LENIN: ancora sull'autodeterminazione delle nazioni

di Lorenzo Mortara

A ulteriore dimostrazione di quanto siamo andati indietro, c’è anche l’arretramento di quelli che dovrebbero essere, nel bene e nel male, i nostri teorici: quelli reali che passa il convento, non altri, perché altri purtroppo per ora non ce ne sono.

Non avevo ancora visto nessuno difendere Rosa Luxemburg contro Lenin per quanto riguarda l’autodeterminazione dei popoli. Nell’ultima settimana, invece, nella dependance del blog, il gruppo omonimo di fb, sono fioriti i partigiani di Rosa Luxemburg. A parte qualcuno che si è schierato con Lenin, per poi flirtare anche con posizioni opposte, ho visto solo cori di elogi per la posizione di Rosa. La cosa mi ha stupito perché di norma delle tre grandi divergenze tra Rosa Luxemburg e Lenin, sul partito, sulla teoria del crollo e sull’autodeterminazione delle nazioni appunto, è sempre stato quasi unanime riconoscere la ragione a Lenin almeno su quest’ultimo punto. Lenin ha ovviamente ragione anche sugli altri due, e massimamente sulla questione del partito, dove effettivamente la sua grandezza si stacca rispetto agli altri due sommi marxisti dell’epoca, e cioè rispetto alla Luxemburg stessa e a Trotsky. Solo per la questione del partito, Lenin ha dimostrato che la sua superiorità è così schiacciante che Rosa Luxemburg e Trotsky messi assieme non fanno la sua grandezza. Perché, come ha scritto Trotsky da qualche parte, Lenin anche da solo avrebbe fatto la rivoluzione; coi soli Trotsky e Rosa Luxemburg, invece, la rivoluzione non sarebbe sfuggita al suo fallimento, proprio per l’incomprensione dei due per la concezione del partito dell’altro. E tuttavia, con la deriva dello stalinismo, si può benissimo comprendere come sia facile arretrare fino a Rosa Luxemburg sulla questione del partito, invece di fronte alle guerre attuali, ai governi fantoccio e ad altri colpi di Stato, riesce un po’ più difficile accettare la solita indifferenza di tanti compagni in materia di autodeterminazione delle nazioni. Gli alfieri di Rosa Luxemburg non potevano che provenire dalle fila del settarismo. In prima linea, come capita da un po’ di tempo a questa parte, bordighisti di tutte le varianti della loro invarianza. Presi dai loro soliti “astratti furori”, c’è chi dà ragione a Rosa per l’incoscienza del proletariato, chi lo fa perché ha scoperto un nuovo imperialismo sconosciuto a Lenin come a noi, chi infine nella miglior tradizione del centrismo fa un misto di tutte le posizioni. In mezzo a questo guazzabuglio, i termini della questione spariscono e vengono sommersi, rischiando così di non affiorare più. Tocca quindi al solito bastian contrario, a me, ripristinarli un attimo. Lo faccio con la speranza che, colate a picco le loro teorie sbagliate, restino almeno a galla, malconci ma ancora aggiustabili, i teorici di cui abbiamo un estremo bisogno.


L’AUTODETERMINAZIONE METAFISICA

E QUELLA STORICA

Come quasi sempre accade, le questioni di marxismo, sono molto più semplici di quanto le complichino gli esponenti della sua ala estrema.

Per degli internazionalisti, difendere il principio di autodeterminazione delle nazioni, può sembrare una contraddizione. E in effetti è proprio per questo che molti compagni contestano il principio difeso strenuamente dal Lenin. Ed è in fondo proprio da qua che muoveva la sua critica, la nostra Rosa. Gli è che il nostro internazionalismo è la logica conclusione del movimento reale del capitalismo che tende a sorpassare gli Stati nazionali, stringendo il mondo in un tutto unico. Ma questa tendenza di fondo, non sarà mai realizzata pienamente sotto il capitalismo. Solo la rivoluzione socialista darà pieno significato all’internazionalismo. Fino ad allora, la contraddizione reale tra Stato nazionale ed economia mondiale, sarà qualcosa con cui il nostro internazionalismo dovrà misurarsi. Dire no al principio di autodeterminazione dei popoli, sarebbe un po’ come dire no alle sezioni nazionali del nostro partito, solo perché siamo internazionalisti. Lo stadio nazionale non l’abbiamo creato noi, ma la Storia, e più precisamente la Storia del capitalismo. Saltare il principio di autodeterminazione delle nazioni, vuol dire saltare direttamente allo stadio finale del processo storico che noi stessi spingiamo avanti. Naturalmente, mentre noi lo saltiamo, la Storia salti non ne fa e resta inchiodata dov’è, col risultato che l’internazionalismo tutto d’un pezzo, negando il principio di autodeterminazione, allontana ancora di più il giorno in cui potremo farne a meno.

Nel principio di autodeterminazione delle nazioni, Rosa Luxemburg vedeva quel che in effetti è: il solito pomposo diritto borghese che dà piena liberà politica ai borghesi di lasciare nella schiavitù economica dello sfruttamento i proletari. L’autonomia delle nazioni emancipava al massimo i borghesi di un dato paese, giammai i proletari. Proprio per questo Rosa invitava i compagni a non perdere tempo con principi astratti e a concentrarsi sull’unione dei proletari per abbattere gli stati borghesi e procedere più speditamente possibile sulla strada della rivoluzione proletaria.

Lenin, accusato di idealismo metafisico, rinfacciava a sua volta a Rosa di aver enunciato solo vuoti principi generali senza mai calarsi nella concretezza della realtà storica. Lenin non negava che, con l’autodecisione delle nazioni, il proletariato avrebbe continuato a sottostare sotto il giogo della borghesia, ma per lui il problema era vedere quanto stretto fosse il cappio e quanto fosse possibile allargarne la morsa per avvicinare il giorno in cui ce ne saremmo infine liberati. Infatti, l’emancipazione dei lavoratori era strettamente collegata allo sviluppo del capitalismo. E la formazione dello Stato nazionale era la condizione ideale perché il capitalismo potesse svilupparsi. Quindi anche il proletariato aveva interesse alla formazione di Stati nazionali indipendenti. Ma indipendenti da che? Dall’imperialismo dei grandi Stati nazionali che minavano la formazione degli Stati nazionali minori costretti sotto il loro dominio. Era quindi compito elementare del proletariato russo, in quel frangente storico, pronunciarsi a favore dell’autodeterminazione per contrastare lo sciovinismo grande russo con cui lo Zar opprimeva le popolazioni limitrofe a cominciare dalla Polonia stessa. Se quindi il principio di autodecisione della nazioni doveva essere riconosciuto alla Polonia dal proletariato russo, tanto più doveva essere incluso nel programma del partito socialdemocratico polacco, come in tutti gli altri partiti socialdemocratici. Rosa riteneva invece che il proletariato polacco avrebbe dovuto disinteressarsi della questione, unendosi soltanto agli operai russi contro il comune nemico dello zarismo. Ed è proprio qui che si vede l’errore di Rosa. Infatti, in un paese schiacciato dal giogo dell’imperialismo straniero, chi non si pronuncia per l’indipendenza nazionale, di fatto lascia libero l’imperialismo di continuare a schiacciarlo.

Lenin era ben consapevole che l’imperialismo avrebbe sempre caratterizzato il capitalismo, che l’indipendenza nazionale non avrebbe mai e poi mai potuto eliminarlo, ma non si trattava di eliminarlo di colpo, ma di prepararne l’eliminazione. Per chi non ce l’aveva, l’indipendenza nazionale, era una tappa sulla via della rivoluzione. Senza indipendenza politica formale, lo sfruttamento economico del proletariato di un determinato Paese, era ancora più intenso. Si trattava di rendere l’imperialismo il meno opprimente possibile. Il principio di autodeterminazione delle nazioni, è appunto necessario per spuntare il più possibile gli artigli dell’imperialismo. Chi nega il principio di autodeterminazione, allunga ancora di più le sue unghie1.

I marxisti, naturalmente, non incitavano alla separazione, al contrario invitavano all’unione, ma sapevano che questa era possibile solo sul piano dell’uguaglianza politica o di minore disuguaglianza possibile. Quanto più i marxisti erano indifferenti all’indipendenza nazionale dei paesi schiacciati dall’imperialismo, tanto più avrebbero favorito le spinte alla separazione; quanto più si sarebbero battuti contro l’oppressione imperialistica, tanto più avrebbero favorito l’unione dei proletari su scala internazionale. Non c’è forse maggior prova storica di quanto Lenin abbia avuto ragione e sia stato lungimirante, della Rivoluzione d’Ottobre e dei suoi successivi sviluppi. Fin che fu vivo Lenin e il principio di autonomia fu sostenuto davvero, l’integrazione dei paesi russi fece enormi progressi; con l’avvento dello stalinismo, costretti con la forza a stare dentro il blocco sovietico, i paesi dell’Est svilupparono incessantemente, fino al crollo, le nefaste spinte centrifughe favorevoli all’autonomia2.


L’AUTODETERMINAZIONE OGGI

I fan di Rosa Luxemburg, tra i quali e sfegatato mi ci metto pure io, ma non per i suoi (pochi) errori, quando non le diano ragione fin da allora, le danno certamente ragione oggi in cui la fase degli stati nazionali è, a loro dire, conclusa e quindi nessun proletario ha necessità di battersi per l’indipendenza nazionale. Altri, più sofisticati, negano la validità del principio di autodeterminazione perché l’imperialismo oggi avrebbe in pratica soppiantato lo Stato nazionale con nuovi centri finanziari globali, rendendolo di fatto superfluo. Questa in fondo non è che una variante della tesi di Negri, colata a picco, per i più creduloni, nell’anno 2008, quando col crollo delle borse, ogni Stato ha cominciato a chiudersi a riccio, dimostrando una volta per tutte che è l’Unione Europea ad andare a carretta degli Stati nazionali e non viceversa. Alla stessa maniera è il capitale finanziario del mondo ad essere sottomesso agli Stati nazionali, non il contrario. Se i governi appaiono impotenti di fronte ai diktat delle banche centrali, è semplicemente perché ogni borghesia nazionale ha carattere transnazionale e ha più da perderci che da guadagnarci non sottostando alle direttive degli speculatori. E in effetti non è la borghesia col suo personale politico che sottostà alle direttive dei centri finanziari, ma solo il proletariato su cui vengono scaricate, perché in realtà gli speculatori internazionali e i governi nazionali non sono altro che i due lati delle stessa medaglia che ha la faccia di bronzo della borghesia.

Se ad esempio prendiamo il caso greco, scopriamo che la borghesia di quel Paese è tutta unita e compatta con il piano di salvataggio. Per forza, trattasi di salvare, con le sue chiappe, anche i glutei della sua sorella tedesca e delle altre sorelle che vogliono continuare assieme la crapula sulle nostre spalle. Il governo greco non ha dovuto allinearsi ai mercati finanziari, questo è quello che danno a bere i politici per conto della borghesia, la realtà è che ha voluto, e non è affatto la stessa cosa. Papandreou ha voluto, perché è preciso interesse della borghesia greca sostenere il piano del suo salvataggio, visto che non sborserà un soldo, scaricando il debito con gli ulteriori interessi sulle spalle del proletariato. Solo le anime più tonte e ingenue del marxismo militante possono credere che i governi, cioè la borghesia da Parlamento, semplice manovalanza della borghesia industriale, sia schiava dei mercati finanziari. Gli schiavi siamo noi, la borghesia ne è padrona. Animare i mercati, senza chiedersi chi ci sia dietro a tirarne i fili, lo può fare solo il militante di quella versione superstiziosa della nostra dottrina che è il marxismo animista! La famosa litania «ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati», ripetuta come un mantra ogni volta che i politici hanno bisogno di infilarci in quel posto una nuova supposta, significa unicamente «ve lo chiediamo noi». E noi ovviamente sono sempre loro! Perché mercati finanziari transnazionali e governi nazionali, cioè potere economico internazionale e potere politico nazionale, sono la stessa cosa. Più precisamente, ogni borghesia nazionale dei paesi più progrediti ha una sua quota nel mercato finanziario globale. Ecco perché “sottostà” volentieri, con tutti i suoi servi, siano questi Obama, Papandreou o Zapatero o qualsiasi altra nullità pretenziosa, ai diktat dei centri finanziari, cioè ai diktat di sé stessa in combutta con le sue copie internazionali. Perché ribellarsi, oltre a non aver senso, in quanto controproducente dal punto di vista del suo stesso interesse economico, significherebbe mettere a rischio quella quota, o metterla più a rischio di quanto già non sia nel gioco mortale della concorrenza a cui non può sottrarsi. Epperò ogni borghesia vuole aumentare tale quota, non diminuirla. E la condizione per aumentarla è rimanere agganciata il più possibile alla crapula globale, avendo come minimo comune denominatore con le altre borghesie, lo sfruttamento praticamente illimitato del proletariato tutto, da quello di casa propria fino a quello degli angoli più remoti del mondo. Se la “cura da cavallo” non farà che dare ulteriori possibilità all’imperialismo tedesco di penetrare nel mercato greco, impadronendosi del tutto o in comproprietà delle future svendite, abbassando di qualche cresta la potenza greca, per altro abbastanza modesta, questo non significa che la borghesia greca abbia sbagliato ad appoggiare il piano, significa solo che questa era l’unica maniera che aveva per ottenere il massimo nelle condizioni date. Se non potrà ampliare le sue quote nel mercato mondiale, spartirà il più possibile quelle che gli altri le vorranno sottrarre. Solo col proletariato non potrà mai accordarsi la borghesia greca, ma con gli imperialisti un accordo lo troverà sempre. Perché accordandosi col proletariato in sciopero, con la diminuzione dello sfruttamento diminuirà anche il profitto; accordandosi invece con l’imperialismo globale, aumentando lo sfruttamento generale, la borghesia greca avrà almeno assicurata la possibilità di veder aumentare il suo profitto assoluto, pur nella diminuzione di quello relativo alla spartizione con le altre borghesie. Questo i paladini dei mercati finanziari, padroni degli Stati, se lo dimenticano. In realtà, quanto più avanza il capitalismo, quanto più il ritardo della rivoluzione favorisce l’imperialismo e l’inasprimento a livello mai visto della concorrenza tra capitali, tanto più ogni borghesia resta aggrappata con tutte le forze allo Stato nazionale, perché ha bisogno, nello scontro inevitabile con le altre potenze, almeno di un rifugio sicuro contro i rovesci dell’economia e delle contraddizioni stesse che è costretta a suscitare. Ed è proprio qui che il principio di autodeterminazione torna prepotentemente attuale e alla ribalta. Perché la fase della formazione degli Stati nazionali è solo apparentemente conclusa. In realtà, con l’entrata in scena dell’imperialismo, e soprattutto con il ritardo della rivoluzione, entra soltanto in una nuova fase. Infatti, l’oppressione sempre più schiacciante dell’imperialismo e lo scontro sempre più aspro tra le potenze per la spartizione dei mercati, ricaccia indietro di secoli Stati nazionali già formati che vengono occupati militarmente. Come si può parlare di esaurimento dell’epoca della formazione degli Stati nazionali, quando nel giro di dieci anni abbiamo visto l’occupazione di ben due Stati, un numero imprecisato di missioni di pace imperiale, e svariati colpi di stati borghesi diretti sottobanco dalle maggiori potenze internazionali? Se per fine della formazione degli stati nazionali, intendiamo la fine della riunione di staterelli in unico spazio di mercato statale, quest’epoca è indubbio che sia passata, ma questo non significa che sia finito anche il tempo dell’autodeterminazione. Chi rinuncia al principio di autodeterminazione perché dà per esaurita la fase storica di formazione degli Stati nazionali borghesi, di fatto dà un ulteriore appoggio alle invasioni dell’Iraq, dell’Afghanistan e all’occupazione della Palestina, nonché a tutti gli artigli che l’imperialismo sta per conficcare nei Paesi a rischio di fallimento. Alla stessa maniera, un proletario degli Stati Uniti che sia contrario all’autodeterminazione dei popoli latinoamericani, non fa che dare un ulteriore sostegno a chi negli States vuole che il Sud America continui ad essere il cortile di casa dei predoni a stelle e a strisce.

Nella maggior parte degli Stati nazionali, inoltre, la formazione è rimasta incompleta. La rivoluzione borghese non è stata portata a termine e mai più lo potrà per l’inossidabile legge della rivoluzione in permanenza. L’imperialismo è arrivato prima che la borghesia autoctona potesse giungere a una piena indipendenza. Ciò significa che in tutti questi Paesi, il principio di autodeterminazione, conserva tutta la sua importanza. Non certo per portare a termine la rivoluzione borghese, visto che solo la rivoluzione proletaria potrà farlo, ma perché quanto più il proletariato mondiale sarà intransigente nel sostenere il principio di autodeterminazione, più diritti democratici riuscirà a strappare all’imperialismo per proseguire la sua lotta per il socialismo, cioè la rivoluzione borghese sarà meno incompleta e raggiungerà così il massimo sviluppo possibile nelle condizioni date. Fino a che ci sarà l’imperialismo, ci sarà sempre un Paese occupato o qualche azione militare che renderà necessario il principio di autodeterminazione delle nazioni. Ma siccome il proletariato mondiale, come classe, è un unico grande Paese, e poiché l’economia mondiale è ormai strettamente interdipendente, ogni sezione nazionale della nostra classe avrà il dovere di far suo il principio di autodeterminazione, perché solo così, facendo tutto ciò che le è possibile fare, avrà fatto pienamente il suo dovere per rendere meno pesante il fardello imperiale che altre sezioni dovranno sopportare.

Infine, sfugge ancora una cosa ai profeti della fine della storia delle nostre fila. Popoli e patrie non sono fissati una volta per sempre, ma così come cambiano continuamente i confini tracciati, così cambia anche la composizione per così dire “etnica” di un popolo. A parte le questioni tuttora irrisolte delle tante minoranze presenti e non riconosciute nel mondo, come curdi, baschi eccetera o i sempre dimenticati pellerossa d’America, solo per i quali bisognerebbe vergognarsi di considerare chiusa la questione dell’autodeterminazione, non è nemmeno detto che il flusso migratorio non crei ghetti o sacche di persone che a lungo andare potrebbero sentirsi un nuovo gruppo a sé. Non solo, il ritardo della rivoluzione socialista, facendo tornare indietro la Storia, può combinare la disgregazione del tessuto sociale mischiandola con l’arretramento della coscienza, favorendo così spinte autonomistiche che fino al giorno prima sembravano assurde. Il caso italiano è emblematico. Oltre ai tradizionali movimenti per l’indipendenza sarda e di altre regioni che, qualora diventassero un sentimento diffuso tra quelle popolazioni, avrebbero lo stesso diritto all’autonomia degli altri popoli, il continuo deteriorarsi della situazione sociale senza sbocco rivoluzionario, potrebbe mettere davvero all’ordine del giorno la secessione tra Nord e Sud, vero spauracchio della retorica militante dell’Unità borghese d’Italia.

Noi marxisti bolleremo sempre come reazionaria la secessione, spiegheremo per filo e per segno la natura piccolo-borghese dei leghisti padani, voteremo sempre contro e faremo tutto ciò che è in nostro potere per impedirla, ma qualora il proletariato del Nord si faccia irretire dalla propaganda del “Sud come palla al piede del Nord” e voglia a tutti i costi separarsi, esattamente come il Sud vorrà ritornare ai Borboni, allora noi non potremo opporci alla volontà di massa della nostra classe. È molto difficile che una separazione avvenga, per la semplice ragione che è avversata in primis dal grande capitale, ma non è detto che in un momento particolare di crisi, la borghesia, per salvare la pelle, non trovi altra strada che deviare il malcontento verso la secessione. In ogni caso, noi, contrari alla separazione, dall’eventuale sconfitta referendaria dovremo trarre comunque la seguente lezione: meglio un’Italia divisa per convinzione che unita per forza. Perché? Perché dal punto di vista della rivoluzione, o riusciamo a togliere al proletariato, prima della secessione, tutti i suoi pregiudizi, o solo la secessione sarà in grado di spazzarglieli via. Qualora non ci riesca di convincerlo perché più cocciuto di un mulo, costringerlo all’unità ritarderà la sua presa di coscienza sull’illusorietà della separazione. Una volta separato invece, quando vedrà che il ricco Nord liberato dalla palla al piede meridionale, lo terrà più incatenato di prima alla schiavitù salariale, allora sarà più disponibile alla riunificazione con le masse sfruttate del Sud, le quali, nel frattempo, avranno fatto un’analoga esperienza fallimentare con il ritorno dell’epoca d’oro dei Borboni.

Come si può vedere, dare ragione a Rosa Luxemburg per l’incoscienza dei proletari, è del tutto erroneo, perché significa abbassarsi al loro livello, l’esatto contrario di quello che un’avanguardia dovrebbe fare: sforzarsi di elevarlo. Dire no all’autodeterminazione delle nazioni, perché Lenin si sarebbe sbagliato sulla maturità dei lavoratori, significa abbandonare i lavoratori alla loro immaturità, ritardare ancora di più la loro presa di coscienza su questo importante aspetto. Messa allo specchio, naturalmente, questa concezione, non dimostra quanto Lenin si sia illuso sulla maturità dei lavoratori, i quali non erano affatto immaturi, quanto piuttosto abbia avuto ragione nel fustigare l’immaturità dell’avanguardia dei sinistri che si credevano tanto avanti. E che, par quasi inutile dirlo, ancora si credono tali.


LA LORO AUTODETERMINAZIONE E LA NOSTRA

Quando i marxisti parlano di autodeterminazione, hanno sempre alla loro sinistra chi gli ribatte che chi difende l’autodeterminazione delle nazioni, difende in realtà la sovranità della borghesia sul proletariato. Non avendo capito niente del discorso di Lenin, e non sapendo mai cogliere gli aspetti transitori della lotta di classe, i sinistri applicano sempre le verità massime ed ultime della nostra dottrina. Credono di esprimere un disaccordo smascherando il carattere borghese di tale diritto, quasi che noi marxisti ne avessimo fatto un principio socialista. In realtà, i marxisti sono perfettamente d’accordo con la loro ombra settaria sul carattere borghese del principio di autodeterminazione dei popoli. Quello che la nostra ombra rossa non capisce, incapace di scendere dalle nuvole della metafisica al terreno concreto della realtà, è che il nostro modo di difendere il principio borghese di autodeterminazione delle nazioni, è radicalmente diverso da quello usato da sua maestà il Capitale. Innanzitutto, come abbiamo visto perfettamente con lo smembramento della ex Jugoslavia, per la borghesia l’autodeterminazione dei popoli non serve per liberarli da una tirannia, ma per aggiungerci quella dell’imperialismo. La borghesia invoca l’autodeterminazione per meglio spartirsi le zone d’influenza. Non si batte per l’autodeterminazione per dare vera indipendenza politica nazionale, ma dare maggior dipendenza economica transnazionale Al contrario, per il proletariato, l’autodeterminazione dei popoli serve per avere sulla sua testa il minor numero di padroni possibile. L'indipendenza politica nazionale, è la premessa per dipendere il meno possibile dalla sfruttamento economico internazionale. Perciò, chi non difende l’autodeterminazione delle nazioni, non solo consegna i popoli alle loro rispettive borghesie, ma vi appioppa sopra anche la cappa di piombo dell’imperialismo. Chi difende l’autodeterminazione dei popoli, sa bene che questo non basterà per liberare il proletariato di un determinato Paese dal padrone che si ritrova sul collo, ma è l’unico modo per far sì che di padroni né abbia uno solo e non due o più ancora.

Così come è radicalmente diverso il principio di autodeterminazione, se sostenuto dal proletariato o dalla borghesia, alla stessa maniera è anche radicalmente diverso il modo in cui noi marxisti lo difendiamo rispetto ai servi dei padroni. Per i nostri sinistri – sciagura eterna del marxismo! – essere ad esempio per l’autonomia del Tibet, significa automaticamente essersi schierati col Dalai Lama e prostituiti con la Nato. Non gli viene in mente, a codeste zucche, che si può difendere l’autonomia del Tibet senza fare appello ad altri che alle masse tibetane. E per forza non gli viene in mente, perché proprio come la Nato, gli estremisti, le masse, col loro fardello di oppressione e di sopportazione, non le considerano nemmeno. Eppure, la differenza tra noi e i borghesi è proprio qui. Per i borghesi, il principio di autodeterminazione va difeso dall’alto, con corpi armati esterni alle masse, le quali devono essere coinvolte il meno possibile, perché solo così alla fine della “liberazione”, si troveranno schiave più o meno come prima e senza nessun reale potere tra le mani. Al contrario, per i marxisti, nessuna vera e propria forza esterna al proletariato può essere coinvolta nella liberazione nazionale. Questo significa condannare ogni intervento esterno spacciato retoricamente come missione di pace, lotta al terrorismo e altre edificanti espressioni del cretinismo liberal imperante. Compito del proletariato, naturalmente, è condannare, non solo a parole, ché questo riesce a farlo anche qualche piccolo borghese inconcludente. Per noi, il principio di autonomia per il Tibet, come per l’Iraq, per l’Afghanistan o per la recentissima Libia, significa non dare tregua all’imperialismo, boicottare le sue industrie di guerra, scioperare contro il “proprio” governo per fiaccarne la potenza economica su cui si basa ogni suo intervento umanitario. Significa anche stare al fianco degli insorti smascherandone le illusioni su presunti amici, sia autoctoni che stranieri. Significa infine lottare fianco a fianco agli oppressi, lottando in pari tempo per la trasformazione di ogni ribellione o di ogni guerra di liberazione nazionale in guerra civile per la rivoluzione socialista. Quanto più il proletariato cinese si batterà in questo modo per l’indipendenza del Tibet, tanto meno il proletariato tibetano sentirà il bisogno di separarsi dai fratelli cinesi, e l’unione contro i rispettivi tiranni borghesi sarà più semplice. Analoga esperienza avrebbero fatto i rivoltosi di Bengasi se la condanna dell’intervento straniero non fosse rimasta sulla carta, ma fosse seguita da scioperi e lotte concrete contro i padroni di casa nostra. In mancanza di tale lotta, la rivolta libica è stata spinta più facilmente sotto una direzione borghese, e non è stata capace per ora di collegarsi né col proletariato italiano, né soprattutto col resto del proletariato libico per l’abbattimento del tiranno libico e di quelli che si erano subito attribuiti la corona di successori.

Resta appena da aggiungere che, per noi, il fattore fondamentale in quest’epoca storica è l’enorme ritardo del partito rivoluzionario sulla maturità delle masse. Ciò significa che ci toccherà vedere ancora parecchie rivolte incanalarsi sotto direzioni borghesi, incapaci di andare più in là di un ennesimo rivolgimento nazionale. Solo appoggiando queste rivolte, smascherando contemporaneamente le illusioni delle masse, potremo aver qualche speranza di trasformare rivolgimenti nazionali in rivoluzioni. Standoci ai margini, bocciandole come inutili richieste di autonomia, il Partito della rivoluzione anziché accorciare le distanze, continuerà ad accumulare ritardo.



Stazione dei Celti, Agosto 2011

Lorenzo Mortara Delegato Fiom

1 La controversia tra Rosa Luxemburg e Lenin si trova nei rispettivi testi, La questione nazionale e l’autonomia e Sul diritto di autodecisione delle nazioni. I testi citati si possono reperire in Scritti scelti di Rosa Luxemburg a cura di Luciano Amodio, Einaudi, 1976, e in L’autodeterminazione dei popoli, libro intelligente pubblicato dalla Massari che raccoglie praticamente tutti i testi di Lenin dedicati all’argomento.

2 È, tra i tanti, il feroce storico antibolscevico Robert Conquest a confermarlo. Nei suoi libri elementari, nonostante la continua equazione con la quale mette lo stalinismo sullo stesso piano del leninismo, da buon storico qual in fondo è, non può che registrare la differenza documentaria. Nel suo Raccolto di dolore, il libro dedicato all’holodomor della collettivizzazione forzata delle campagne, dopo aver sostenuto che Lenin era indifferente a una vera indipendenza dell’Ucraina, non può che registrare come nell’Aprile del 1923, al XII Congresso del Partito Comunista, «per la prima volta fin dal Diciottesimo secolo, un solido governo ucraino includeva nel proprio programma la difesa e lo sviluppo della lingua e della cultura ucraine». Per alcuni anni venne ristampata la letteratura ucraina da tempo censurata, fiorì insomma l’autonomia dell’Ucraina che, proprio per questo, non trovò ragioni per separarsi dal resto dell’URSS.

Ho citato questo episodio solo per fare un esempio, ma nello stesso libro si trovano tante altre testimonianze del periodo leniniano in cui Conquest è costretto a registrare che vennero fatti davvero tutti gli sforzi per garantire piena indipendenza alle nazionalità “minori”.

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