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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 25 agosto 2011

Risposta critica sulla Libia al compagno/amico Mortara, di Riccardo Achilli



Poiché l’articolo recente del compagno ed amico Lorenzo Mortara, intitolato Della Libia e di altre rivoluzioni, è una specie di combinazione fra una recensione critica del mio precedente articolo Dopo Gheddafi la barbarie? (a dire il vero letto anche con una certa approssimazione) ed una sorta di assemblaggio di elementi di teoria marxista, con a mio avviso una carenza di analisi della situazione reale, mi corre l’obbligo di rispondergli, perché la posizione che assume in ordine alle vicende libiche può portare, a mio giudizio, ad una legittimazione di fatto di rivolte fasulle, dietro le quali vi sono interessi imperialistici reali, e quindi fare (anche e ovviamente non è questa la sua intenzione) l’interesse dell’imperialismo stesso. Premetto che, oltre alla risposta qui presente, non dedicherò ulteriore attenzione all’articolo di Mortara ed alle susseguenti deduzioni che saranno fatte nello sviluppo delle discussioni su facebook, sia perché non ho il tempo di perdermi in una lunga diatriba, sia perché io e Mortara collaboriamo, insieme ad altri compagni, nella gestione di un gruppo e di un blog, per cui ritengo di non voler spingere la polemica oltre livelli che comprometterebbero la collaborazione fra noi.

Il Mortara asserisce che il mio articolo, che critica la fazione di fatto vincitrice della guerra civile, ovvero il Cnt, è senza coraggio, ma andrebbe discusso anche il coraggio di chi, come lui, si accoda al carro del vincitore, oltretutto con una venatura idealistica di cui accusa me (“Achilli vede nero perché il suo pessimismo è ammantato di idealismo”, sostiene). Tuttavia, affermazioni contenute nell’articolo di Mortara, come quella per cui “i compagni da salotto che gli sputano (ai miliziani del Cnt, nda) dovrebbero avere più rispetto per chi ha avuto comunque il coraggio di mettersi in gioco…se hanno rischiato anche la vita, è segno che forse i mercenari di Bengasi non sono così privi di valore” sono tipicamente affermazioni idealistiche, soprattutto quando poi Mortara stesso ammette che “come il vecchio regime era corrotto dall’imperialismo con cui trafficava, anche i nuovi aspiranti al comando qualche legame dovevano avercelo” e che “il coordinamento dei primi comitati rivoluzionari è stato preso immediatamente in mano da quell’unico pezzo di organizzazione che si è staccato dal regime”. Non saprei trovare affermazione più idealistica e meno marxista (cioè meno materialista) di quella che fa Mortara. Il suo argomento è: “i miliziani del Cnt sono spezzoni del vecchio regime che trafficava con l’imperialismo, sono anche l’espressione locale di questo imperialismo, ma siccome stanno sul campo a rischiare la pelle, noialtri pantofolai, nei nostri comodi e pacifici salotti, non abbiamo il diritto di criticarli, non abbiamo il diritto di dire chi siano realmente costoro”. Sembra risuonare, in questo discorso, la poesia dell’ottimo Osvaldo Tagliavini “Dimmi Mefite/ di sanguinosi corpi/ e del trono del mito e della leggenda”. Caro Mortara, idealizzare i combattenti solo perché combattono, anche se si riconosce che sono frammenti di un regime che ci dovrebbe essere nemico, è idealismo all’ennesima potenza. In base a ciò, potremmo idealizzare anche i combattenti di Salò, che in fondo erano anche loro “nuovi aspiranti al comando”, con più di “qualche legame” con gli assetti di potere controrivoluzionari.


Ma veniamo all’elemento centrale dell’argomentazione del compagno Mortara. Lui ritiene che, con la rivolta libica, il proletariato di quel Paese abbia fatto un passo avanti verso una futura possibilità rivoluzionaria, anche se riconosce che la rivolta è connotata da un evidente tratto borghese. Perché? Intanto perché, per il semplice fatto che si sono mosse delle “masse”, ciò vale a qualificare la rivolta come una rivoluzione dalla base. E’ superfluo ricordare a tal proposito che la storia è piena di rivoluzioni borghesi che si sono fatte sulla pelle delle masse, mandate avanti a farsi massacrare. La Rivoluzione francese era una rivoluzione borghese, ma a farsi ammazzare nella battaglia per la presa della Bastiglia ci andarono i sanculotti. Peccato però che non furono i sanculotti a trarre beneficio dalla rivoluzione ma che, dopo la fase del terrore, arrivò la restaurazione bonapartista, e dopo questa l’impero borghese di Napoleone III, e dopo questo una repubblica liberale e borghese. Lo stesso si può dire della “rivoluzione” americana, così come anche delle rivoluzioni antispagnole delle colonie latinoamericane, che hanno aperto la strada all’emergere di borghesie nazionali dominanti. Nei Paesi in via di sviluppo, poi, capita spesso che una frazione “illuminata” della borghesia faccia una “rivoluzione”, se così si può dire, contro la frazione compradora della borghesia stessa, asservita agli interessi imperialistici esterni. E gli esiti, se tali “rivoluzioni” hanno successo, sono sempre gli stessi: una forma di socialismo integrato dentro i circuiti del capitalismo globale, con cui fa affari, e che tende rapidamente a ripiegare su sé stesso, burocratizzandosi, e cancellando progressivamente le conquiste sociali precedentemente elargite, perché nella fase iniziale della “rivoluzione”, la borghesia illuminata aveva bisogno di allearsi con il proletariato per spodestare la borghesia compradora, e quindi, inizialmente, doveva concedere qualcosa al proletariato stesso.

Inoltre, il compagno Mortara considera rivoluzionaria la rivolta libica, perché nel suo articolo non c’è traccia della teoria marxista della rivoluzione, ben descritta da Lenin. Ciò si vede dal modo in cui critica l’utilizzo di due dati statistici nel mio articolo: il Pil pro capite e la speranza di vita alla nascita, che vedono la Libia primeggiare rispetto al Nord Africa, ed al continente africano in generale. Dice Mortara che “le statistiche non sono sufficienti per stabilire se sia legittima o meno una rivolta…un popolo con la pancia piena ma con la testa prigioniera, ha tutto il diritto di sentirsi sfruttato…se in Italia un Pil pro capite di 25.000 euro a testa non è sufficiente per tenersi al riparo dalle rivolte, a maggior ragione non dovrebbe essere quello libico che ne garantisce un quarto di meno”. Sarei anche d’accordo con l’affermazione di Mortara, se non fosse per un elemento di fondo, che egli stesso riconosce: l’esplosione del Nord Africa è una delle conseguenze della recessione globale avviatasi nel 2007. Quindi, il motivo per il quale Algeria, Tunisia, Egitto ed anche Marocco sono esplosi è genuinamente un motivo economico: in Paesi già poveri, le conseguenze della recessione hanno determinato un ulteriore impoverimento che è divenuto insopportabile, facendo esplodere equilibri sociali già di per sé molto fragili. Nei nostri Paesi ricchi, le rivolte sempre più frequenti cui assistiamo sono il frutto di un impoverimento molto rapido di frange del proletariato che, nella fase socialdemocratica del capitalismo, erano state portate a raggiungere livelli di benessere elevati. Tutto ciò non fa che confermare ciò che diceva Lenin circa le condizioni oggettive per avviare una situazione realmente rivoluzionaria: una delle tre condizioni oggettive è quella di “un incremento senza precedenti delle necessità e delle calamità delle masse”. Quindi, secondo Lenin, un prerequisito essenziale per una rivoluzione è un rapido declino del tenore di vita delle masse, non importa se tale declino avviene in Paesi già poveri, e quindi si traduce in miseria totale, o in Paesi ricchi. Tutto ciò non è avvenuto in Libia: le caratteristiche della sua economia, legate all’esportazione di petrolio, hanno infatti tenuto tale Paese relativamente al riparo dagli effetti della recessione globale. Il Pil pro capite libico (tanto odiato dal mio compagno, nonché amico, Mortara) è il più alto di tutto il Nord Africa. E, se vogliamo evitare il Pil pro capite, che essendo una media richiama la nota storiella del pollo di Trilussa, diciamo anche che lo “human development index”, ovvero un indice composito che tiene conto del reddito pro capite, dell’aspettativa di vita e del livello di istruzione della popolazione, e quindi è un indicatore della qualità “sociale” dello sviluppo, colloca la Libia al primo posto in tutto il continente africano. E, caro Mortara, serve a poco richiamarmi il 30% di tasso di disoccupazione in Libia. Chiunque conosce quel Paese sa che gran parte dell’occupazione operaia nell’industria e nei servizi è coperta da proletariato immigrato (in particolare, da Ciad, Niger, Sudan, Pakistan, India, immigrati che peraltro affollano la Libia proprio perché questo Paese è in condizione di offrire loro livelli salariali relativamente soddisfacenti). Ciò significa che gran parte della disoccupazione libica è volontaria (ed in realtà nasconde anche fasce di lavoro sommerso). E comunque, caro Mortara, non vi è lo stesso impatto sociale (e quindi la stessa carica di rabbia rivoluzionaria) in un Paese che ha un 30% di tasso di disoccupazione ma in cui la casa, le bollette, ed i generi alimentari di prima necessità, oltre che i servizi pubblici essenziali, sono interamente a carico dello Stato, rispetto ad un altro Paese con un 5-6% di tasso di disoccupazione (poniamo gli stati Uniti, ad esempio) ma dove tali benefici sociali non esistono, o sono molto più ridotti, e quasi tutti i beni e servizi essenziali per la sopravvivenza devono essere acquistati sul mercato con denaro sonante. Quindi, sulla base di queste poche, sporche e maledette statistiche, il compagno Mortara mi consentirà, spero, di ritenere che in Libia non vi fosse, a Febbraio dell’anno scorso, la stessa intensità della condizione oggettiva di “incremento senza precedenti delle necessità e delle calamità delle masse” che si è verificata in altri Paesi del Maghreb, e che si sta verificando nella ricca Europa che, benché molto più ricca della Libia, sta però scontando un processo di deterioramento delle condizioni di vita di ampie fasce del proletariato. A generare la condizione oggettiva di “incremento delle necessità e delle calamità delle masse” è, infatti, la dinamica, non il livello assoluto di partenza degli indicatori economici che misurano la condizioni di vita.


In realtà, caro compagno, quello che manca per poter definire “rivoluzionaria” la situazione libica è la condizione soggettiva, sempre descritta da Lenin, ovvero la presenza di un partito organizzato di avanguardie, in grado di far crescere la coscienza di classe delle masse. In sua assenza (e tu stesso ammetti, nel tuo articolo, che tale partito non esiste, anzi quando imputi la natura borghese della rivolta libica ad un deficit di avanguardie, quello è l’unico punto dell’intero articolo in cui concordo con te) le masse non possono che farsi “fottere”, per dirla in francese, da frazioni di borghesia che, in un Paese in via di sviluppo, non possono che legarsi inestricabilmente con gli interessi dell’imperialismo esterno.


Veniamo quindi al punto di fondo dell’articolo di Mortara: non è vero, come afferma lui, che con la rivolta libica il proletariato di quel Paese abbia fatto un piccolo passo in avanti. E’ vero che la Jamahiriyah era un regime legato con l’imperialismo a doppio filo (in particolare, anche con quello italiano). Però il passaggio da Gheddafi all’imperialismo anglo-franco-americano non comporterà nessun miglioramento della coscienza di classe del proletariato nazionale. Voglio lasciar da parte le tristi scene di questi giorni, di masse di proletari libici che inneggiano alle fotografie di Sarkozy, Cameron o Obama. Il punto di fondo è che il capitalismo è, per usare una immagine di Deleuze, una “grande macchina desiderante”, dove però i desideri che vengono prodotti sono manipolati, orientati, distorti dal consumismo e dall’unidimensionalità del cittadino/suddito, che deve essere soltanto produttore alienato e consumatore docile. Mentre la Jamahiriyah (in questo concordo con Mortara, più a chiacchiere che nei fatti) predicava l’autonomia dei processi di sviluppo nazionale e la democrazia dal basso, il capitalismo liberale a guida esterna che la sostituirà a breve predicherà la produttività del lavoro, l’integrazione servile nei circuiti della globalizzazione, l’ottundimento totale (ben studiato da Fromm e da Marcuse) della coscienza rivoluzionaria delle masse, ottenuto tramite i centri commerciali ed i Mac Donald. In queste condizioni, la coscienza rivoluzionaria delle masse libiche non potrà che arretrare. Gli si venderà il grande sogno di plastica del capitalismo, e le masse si piegheranno, perché dopo aver tanto sofferto, dopo aver versato tanto sangue durante l’attuale “rivolta”, il desiderio, umanamente comprensibile, di ritorno alla pace ed alla vita serena sarà intermediato dalla “pax consumistica” del capitalismo. Ed allora addio alla prospettiva di coinvolgere le masse libiche in una prospettiva rivoluzionaria per i prossimi cento cinquant’anni. D’altra parte, caro Mortara, lo affermi nel tuo stesso articolo: “Bengasi ha potuto per ora dirottare la protesta sociale verso la richiesta di un normale programma democratico. I giovani ribelli sono insorti per sostituire il Rais con il “lavoro”. L’arretramento della coscienza di classe ha fatto sì che la parola lavoro potesse anche tradursi facilmente in programma nazionale borghese”. Certo, è appunto questo ciò che sta succedendo. Ed è vero come dici tu, che ciò dipende dall’assenza di un partito di avanguardie rivoluzionarie. Ma rimane il fatto che la virata verso un programma nazionale borghese non potrà che accompagnarsi ad un arretramento della coscienza di classe, e quindi in un allontanamento da obiettivi rivoluzionari. Esattamente ciò che le potenze imperialiste ed i loro alleati del Cnt vogliono.

E se qualcuno nutrisse dei dubbi sul fatto che la Libia verrà presa sotto il soffocante alone del controllo imperialistico, basti pensare ad alcuni elementi: chi potrà ricostruire città ed infrastrutture nazionali distrutte dalla guerra, se non le potenze imperialistiche che questa guerra hanno creato? Naturalmente chiederanno qualcosa in cambio, e quel qualcosa è il controllo politico ed economico del Paese. Basta leggere i giornali in questi giorni per capirlo: Jalil, il leader del Cnt, dichiara che tutti i contratti petroliferi in essere con i Paesi capitalisti occidentali verranno rispettati, mentre gli investimenti cinesi e russi in Libia potrebbero essere in pericolo. Lo stesso Jalil sta facendo una tournée in Europa per stipulare nuovi contratti con i Paesi che, direttamente o indirettamente, hanno partecipato alla guerra, e che sono stati rapidissimi a riconoscere ufficialmente il Cnt, mentre, a norma di diritto internazionale, il legittimo governo libico è ancora quello di Gheddafi. D’altro canto, un funzionario del Ministero degli Esteri britannico ha dichiarato che stanno approntando un team di specialisti da inviare in Libia, per “stabilizzare” la situazione politica dopo il definitivo rovesciamento di Gheddafi. Che significa ciò? Significa che la Gran Bretagna si appresta a controllare, o influenzare, il futuro governo libico. D’altra parte, il Cnt non potrà negare tale influenza, perché ha un debito di riconoscenza particolare con i britannici: è notizia ufficiale di queste ore, confermata dallo Stato Maggiore delle Forze Armate britanniche, che fin dall’inizio della “rivolta”, reparti speciali dei SAS operavano sul terreno libico (in sfregio alle risoluzioni Onu che prevedevano solo interventi aerei) per inquadrare, addestrare e dirigere le milizie ribelli. In fondo, il Cnt, così come l’esercito dei ribelli, è comandato da ex dignitari del regime di Gheddafi, di cui Jalloud e Jalil sono soltanto gli esponenti più noti e prestigiosi. Ora, se costoro hanno collaborato per decenni con il regime di Gheddafi, e se questo non era un regime socialista, allora, per la nota proprietà transitiva, costoro non sono affatto interessati a promuovere una rivoluzione di massa, ma soltanto a mantenere sé stessi, ed i loro clan, al potere nel post-Gheddafi. E per fare ciò, dovranno inevitabilmente soffocare la sollevazione delle masse, che da fattore di vittoria contro Gheddafi, si trasformerà in pericoloso fattore di destabilizzazione dei dirigenti politici del post-Gheddafi.

Una cosa buona Gheddafi aveva ottenuto, sia pur con tutta la sua tracotanza: una certa autonomia della Libia dall’imperialismo globale, che si estrinsecava nella sua influenza sugli altri Paesi del cartello dell’OPEC, e quindi sulla fissazione del prezzo mondiale del petrolio. Tale potere di influenza gli era valso la sopravvivenza politica dopo i bombardamenti reaganiani degli anni Ottanta, ed un ruolo significativo del suo Paese nella spartizione del plusvalore capitalistico mondiale. Da domani, la Libia sarà soltanto una della tante “Banana Republic” che dovranno obbedire alle direttive del FMI, degli Usa e della Ue (tramite la banca mondiale, chiamata a finanziare la ricostruzione post bellica del Paese). Ora ti chiedo, caro compagno: secondo te, questo è un avanzamento della situazione oggettiva del proletariato libico? In questo risiede, devo dire, una tua incomprensione dell’uso della “legge dello sviluppo diseguale e combinato”, che faccio nel mio articolo. Tramite tale legge, Trotzky evidenzia, tra l’altro, come nazioni arretrate possano subire un repentino balzo in avanti nelle condizioni di sviluppo delle loro forze produttive quando, abbandonando (o essendo costrette ad abbandonare) strade di sviluppo autoctone, importano, copiandolo, il sistema economico di Paesi esterni che le dominano in una logica neo coloniale. Questo è esattamente quello che sta succedendo in Libia.

E poi, compagno Mortara, uscendo un attimo dall’angusto ambito libico, sei davvero convinto che l’esito finale della guerra sia stato un “catastrofico successo” per l’imperialismo? Cosa credi che ci siano andati a fare Francia, USA e Gran Bretagna in Libia? A rovesciare Gheddafi per creare condizioni più favorevoli a una futura rivoluzione proletaria? Non ti viene in mente che hanno semplicemente eliminato un leader politico fastidioso, perché troppo autonomo, e che in questo modo hanno indebolito il cartello dell’OPEC (dove, con l’eliminazione di Saddam Hussein e di Gheddafi, rimarrà il solo Chavez a giocare il ruolo del nemico dell’imperialismo globale, confrontandosi con Paesi filo-occidentali come l’Arabia Saudita o il Kuwait)? Non ti viene in mente che un maggiore controllo sul prezzo del petrolio, e quindi un suo abbassamento, siano condizioni essenziali per aiutare il capitalismo globale ad uscire dalla presente recessione sistemica? Non ti viene in mente che si sta realizzando, tramite la sottomissione della Libia, quel disegno di “stretta” imperialistica che il capitalismo è costretto a dare, quando non trova più opportunità di accumulazione, come analizzato già da Rosa Luxemburg nel 1913? E non ti sembra che una simile stretta potrebbe mettere il mondo intero in pericolo di una guerra globale, perché porterà ad una contrapposizione fra interessi capitalistici occidentali e sino-cinesi (come già si sta verificando in Libia, ma anche in altri Paesi africani, come il Sudan, in cui vi è una crescente influenza cinese)? Non ti sembra che la cosa più marxista da fare sia analizzare la situazione con gli strumenti analitici che i padri del marxismo hanno già forgiato? Oppure credi che un progresso nelle condizioni rivoluzionarie possa passare tramite la democrazia? In questo caso, mi spiace ma ciò non è molto marxista.

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