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martedì 17 febbraio 2015

IL SOBRIO (E PROLUNGATO) SILENZIO DEL COLLE di Norberto Fragiacomo





IL SOBRIO (E PROLUNGATO) SILENZIO DEL COLLE
di
Norberto Fragiacomo




Nell’ultimo articolo prima del ritiro romano (pardon, veientano) scrissi che dal neoletto Presidente Mattarella mi attendevo pochino, anzi abbastanza: correttezza istituzionale, inflessibilità, rigoroso rispetto delle forme. Aspettativa realistica o vana fantasticheria? Lo sapremo presto, prestissimo.
Su riforma della Costituzione e legge elettorale è scoppiata nell’aula parlamentare un’autentica rissa: le forzature regolamentari volute da piè veloce Renzi sono state avallate dalla sussiegosa Boldrini (il coro “serva! serva!” nella settimana di Sanremo era tutto per lei) e alla frastagliata opposizione non è rimasta altra scelta che quella aventiniana. L’affettuoso duetto in conferenza stampa tra il capogruppo di SeL e un pimpante Brunetta (comicamente ertosi a fustigatore dell’autoritarismo renziano) suscita facili e meritate ironie, ma sul piano politico-istituzionale la situazione appare piuttosto seria.

Il dato è che il premier intende cambiare la Costituzione da solo, e questo dovrebbe spaventare un po’ tutti, compresi i critici della democrazia formale – compreso (e qui sta il punto) il Presidente Mattarella, che di quella democrazia è invece il garante.
Non mi riferisco alle intenzioni del fiorentino, che pure immagino pessime (ed eversive, visti il carattere del personaggio, gli interessi della sua cerchia e le pressioni esterne), ma alle modalità in sé. Poniamo, per assurdo, che gli scopi perseguiti da Renzi siano lodevoli, corrispondenti all’interesse generale: una siffatta premessa non cancellerebbe il rischio di una riforma dannosa, deformante. A suggerircelo non sono cassandre avvizzite, ma la storia giuridica di questo Paese: nel 2001 l’agonizzante maggioranza di centrosinistra riuscì a far approvare, contro la volontà di Berlusconi, la legge costituzionale n.3, che ridisegnava l’assetto istituzionale in senso “federalista”. Muro contro muro anche allora (ma senza aventini in sedicesimo), risolto da un referendum confermativo che spianò la strada al nuovo Titolo V. L’intento era in verità apprezzabile: si puntava a riempire di contenuti la scatola vuota delle regioni, attribuendo loro una potestà legislativa generalizzata e riservando allo Stato solo le funzioni di maggior rilievo, dalla difesa nazionale alla tutela della concorrenza. Sembrava l’uovo di Colombo, invece fu una frittata: ben presto ci si accorse che le competenze, ben distinte sulla Carta, risultavano nella realtà aggrovigliate, si sovrapponevano e mischiavano l’una all’altra costringendo la Corte Costituzionale ad un continuo, sfibrante lavoro di apposizione di (incerti) confini. Non mi voglio soffermare sulle materie trasversali a fisarmonica né sul mutamento di indirizzi della Consulta nel corso degli anni (per effetto della crisi, diciamolo a mezza voce), sottolineo soltanto che una riforma teoricamente migliorativa creò confusione e peggiorò le cose.

Perché? In primis per una ragione prettamente tecnica: negli ultimi venticinque anni il legislatore ha disimparato a fare il suo mestiere. Certo, vi parleranno di semplificazione normativa, di manuali, di drafting (i termini inglesi sono garanzie di qualità al pari delle formule magiche degli stregoni), ma questo rigoglio di foglie di fico non basta a nascondere l’evidenza di uno scadimento impressionante del prodotto normativo. Per un raffronto fra presente e passato non occorre risalire fino alla “preistoria”, ai mirabili (dal punto di vista stilistico, non necessariamente contenutistico) codici degli anni ’30-’40, comprensibili al quivis de populo: è sufficiente rifarsi all’ultimo prodotto legislativo di una certa qualità, la legge 241 del ’90 sul procedimento amministrativo. Si trattava di una normativa di principi, chiara ed adattabile alle esigenze dei singoli enti, nel cui codice genetico sono iscritte riflessioni ed esperienza di quel grande giurista che fu Mario Nigro. La 241 è stava successivamente stravolta, fino a mutarsi in un incoerente coacervo di disposizioni e regole contrastanti: a titolo esemplificativo, cito la strana coppia articolo 2-articolo 20 (la prima norma impone in via generale la conclusione dell’istruttoria con un provvedimento espresso, la seconda generalizza l’istituto del silenzio assenso, cioè del provvedimento tacito), l’ibrido pubblico-privatistico DIA – che fra l’altro cambia sigla e disciplina di continuo -, la metastasi normativa che affligge la conferenza di servizi ecc. Sembra quasi che il legislatore intervenga a casaccio, mosso – anche nello stesso provvedimento – da esigenze fra loro conflittuali; sovente aggiunge all’inettitudine la malafede, inserendo di nascosto nei testi “invisibili” norme ad personam o adcategoriam: anche qui non c’è che l’imbarazzo della scelta, tra Lodo Bernardo, norma salva Renzi, salva evasori e mille altre. Il ricorso alla decretazione d’urgenza e a fiducie a ripetizione moltiplica storture, incongruenze e oscenità: come figurarsi, in questo quadro da Pop Art, una riforma costituzionale degna di questo nome? Si tratta, in effetti, di un’evenienza inimmaginabile: al di là dei contenuti – sicuramente deleteri – la legge renziana sarà senz’altro un obbrobrio confuso, mal scritto e di ardua decifrazione.
Il dramma è che il guitto fiorentino ha, con ogni probabilità, i numeri per farla passare, vista anche l’intenzione di sottoporla comunque all’ordalia referendaria (da qui il sospetto che le forzature siano state messe in conto sin dal principio).

Fretta, diktat governativi, malafede e incompetenza sono gli ingredienti di un amaro calice che l’Italia rischia di dover trangugiare. La domanda è: come si comporterà il docente di diritto costituzionale che sta sul Colle? All’appello delle opposizioni non ha finora risposto: il suo silenzio non è per il momento “significativo” (non vale cioè assenso né rigetto della richiesta di provvedere), posso solo augurarmi che non configuri, domani, un inammissibile inadempimento. Penso e spero che, da giurista esperto, stia valutando la situazione: la “riforma” in programma è assai più invasiva di quella del 2001 e va perciò attentamente soppesata, discussa, emendata. Pena un esito fallimentare, non può essere imposta da un’esigua maggioranza a tamburo battente: la Viva vox constitutionis deve farsi sentire, richiamare all’ordine Renzi, ridistribuire le carte. Non parlo per il momento di contenuti – ribadisco – ma di metodo, e aggiungo che, nell’esercizio e nel rispetto delle sue prerogative, il Presidente dovrebbe spingersi oltre, rammentando che nell’immediato dopoguerra si optò giustamente per l’elezione di un’Assemblea rappresentativa di tutte le forze politiche e sociali, all’interno della quale primeggiavano tecnici di assoluto valore, e che per un intervento di estesa riscrittura come quello attuale sarebbero necessarie garanzie similari. La Costituzione non può essere toccata da scalzacani, per di più espressione di un unico blocco di interessi: ci troveremmo di fronte non a una riforma, bensì a un vero e proprio attentato alle fondamenta del nostro vivere civile.

Presto, dicevo all’inizio, conosceremo gli intendimenti del Presidente, che nel frattempo spalanca le porte del Quirinale ai cittadini: iniziativa gradita, ma ininfluente. Più che un trailer, uno spot. Quanto alle lodi sperticate all’esibita “sobrietà” presidenziale, faccio notare che si tratta di una qualità personale dagli irrilevanti riflessi politici: dovessimo scegliere questo metro per misurare la statura di un governante finiremmo per santificare Adolf Hitler – che era astemio, trascurato e pure vegetariano – e demonizzare (ma per i motivi sbagliati) un incorreggibile vizioso come Winston Churchill.





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