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venerdì 9 febbraio 2018

LO SPAURACCHIO DEL RAZZISMO ALLE PORTE di Norberto Fragiacomo





LO SPAURACCHIO DEL RAZZISMO ALLE PORTE
di
Norberto Fragiacomo




Un’avvertenza: questa riflessione volante non riguarda adepti del PD e “progressisti” stile Boldrini, né tantomeno l’ultradestra liberista che, con brutale franchezza, ha assunto il nome d’arte di “+Europa”.
Mi riferisco invece a quella sinistra che i media sistemici si compiacciono di definire “estrema” per via dell’ostinato (od ostentato?) attaccamento alle proprie radici. A commento del gravissimo episodio di Macerata si succedono a tamburo battente dichiarazioni allarmate di esponenti di quest’area, il cui minimo comune denominatore è il seguente: l’Italia è diventata un Paese razzista, e questo razzismo ormai generalizzato è il maggior pericolo per la democrazia (domanda oziosa: esiste ancora?). L’informe e ubiquo movimento “nero” avrebbe le sue avanguardie armate (il pistolero di Macerata si presta assai meglio dell’attaccabrighe di Fermo a impersonare il ruolo, anche se pure le gesta di quest’ultimo furono prese a pretesto per criminalizzare un’intera città!) e le sue masse di manovra, formate da comuni cittadini che non esprimono in atti clamorosi il loro “odio” verso gli stranieri. Un esempio? L’autista del bus finito sul giornale per aver dato dei tumbani ad alcuni passeggeri di colore – e pazienza se l’epiteto ha in triestino una chiara intonazione scherzosa (ricordo un vecchio professore di chimica che lo adoperava nei confronti dei suoi studenti): in quanto espressione di “razzismo” la condotta va severamente stigmatizzata e punita.


E’ vero che, dopo aver lanciato l’allarme, di solito gli antirazzisti addossano la responsabilità dell’espandersi del fenomeno a movimenti di destra che vanno dalla Lega a Casa Pound, ma secondo chi scrive con scarsa convinzione e un tantino di ipocrisia: un popolo provvisto di anticorpi non si lascia contagiare in un lampo da forze che, in fin dei conti, hanno un seguito minoritario, e che semmai agiscono da mosche cocchiere. No. Fossero pienamente sinceri con loro stessi dovrebbero ammettere e dichiarare che siamo (quasi tutti) razzisti per indole: a questa logica conclusione conducono le loro vibranti denunce.
Mi sia concesso di essere in disaccordo. Ho letto e apprezzato un’analisi di Ferdinando Camon su Il Piccolo, e come lui sono convinto che meriti distinguere tra razzismo propriamente detto e xenofobia. Il primo è un’autentica ancorché aberrante ideologia, che suddivide le popolazioni umane in razze superiori ed inferiori, giustificando la sopraffazione dei “migliori” a danno dei “peggiori”: dubito che molti italiani si riconoscano in questa visione distorta dell’umanità. E’ roba di nicchia, per fortuna. La xenofobia, intesa propriamente come “paura dello straniero”, è al contrario senz’altro diffusa, ma non implica gerarchie o intenti persecutori: trattasi di un istintivo e generico timore dell’altro, che inevitabilmente si acuisce quando le risorse diminuiscono e le prospettive peggiorano, le identità culturali paiono sul punto di sfaldarsi e il “diverso” viene percepito come troppo diverso (e magari anche troppo numeroso e agguerrito) per poter essere assimilato.

La crisi ci ha reso maggiormente xenofobi? E’ possibile ed anzi probabile, ma questo non è un indice certo di razzismo montante, perché per affermarsi il razzismo doc richiede un sovrappiù di elaborazione culturale. Assente nelle società antiche, esso inizia confusamente a svilupparsi in epoca moderna, in concomitanza con le scoperte geografiche, e raggiunge il suo apogeo nell’otto e novecento, assurgendo da dottrina addirittura a “scienza” – una pseudoscienza che per lunghi periodi fu presa dannatamente sul serio, ed attirò l’attenzione di persone di indiscusso talento. E’ casuale quest’abbondante fioritura di gramigna in un preciso momento storico? Chi fa del marxismo uno strumento d’indagine non può ritenerla tale, perché le “mode”, i fenomeni culturali non si originano da sé, ma sono di volta in volta il prodotto di un certo tipo di società, cioè dei rapporti economico-produttivi esistenti. I quattro secoli e mezzo che vanno dal sedicesimo alla metà del ventesimo coincidono con l’affermazione assoluta del dominio europeo sul resto del mondo conosciuto, che viene sottoposto a spoliazioni e saccheggi ben noti (e rinnovati al giorno d’oggi sotto altre subdole forme): per giustificare il trattamento disumano inflitto ai nativi – spesso vittime di olocausti, oltre che di indicibili rapine – è necessaria l’elaborazione da parte della società europea di una falsa coscienza della propria superiorità, prima di matrice religiosa e poi, messe al bando le ipocrisie, schiettamente antropologica. Siamo all’abc: non è che io spadroneggi a casa tua perché ti reputo inferiore; semplicemente, visto che spadroneggio, devo in qualche modo autoassolvermi, e ci riesco degradandoti a essere inferiore, senza diritti né riconoscimento.
Ma ciò non toglie che, per quanto gravissimo (la Germania nazista non è un esempio isolato), il razzismo resti un sintomo della patologia propriamente detta, che è lo sfruttamento indiscriminato di genti e risorse.

E’ evidente che il razzismo, al pari di ogni altra raffinata sovrastruttura ideologica, serve gli interessi dell’èlite sociale, non quello delle masse che pure ne interiorizzano i principi basilari, e proprio per questo escludo che rappresenti oggi una minaccia più terrificante di altre: il sistema non persegue la differenziazione bensì l’amalgama, dunque non trarrebbe alcun vantaggio (anzi!) dalla sponsorizzazione di forze che, benché nient’affatto alternative, introducono un elemento di disturbo che, se nell'immediato può servire a intorbidare le acque, a lungo termine intralcerebbe i piani dei dominanti. D’altra parte, se non ve ne siete accorti, i maggiorenti occidentali sono tutti, compattamente, “antirazzisti” e fautori dell’uguaglianza astratta fra i popoli, anche se non fra le classi sociali. 

Che ruolo potrebbe giocare in questo quadro una “sinistra” degna delle sue tradizioni? Quello d’un antagonista effettivo, che mirando a un rivolgimento epocale della società appunta la sua attenzione sulla struttura (lo sfruttamento sistematico e generalizzato) e non resuscita sovrastrutture stantie basandosi su improprie generalizzazioni. Il primo atteggiamento sembra purtroppo appartenere al passato, il secondo è quello assunto oggidì da molti, troppi politici ed attivisti che a parole si rifanno all’eredità marxiana, ma nei fatti percorrono lo stesso scivoloso sentiero che ha portato i loro ex compagni ad un approdo liberista.
Chi ha rinunziato a cambiare il mondo e a edificare il Socialismo (traguardo reputato ormai irraggiungibile, e perciò tacitamente rimosso) assolve la propria impotenza salmodiando un “accogliamoli tutti” che sa tanto di resa: un altro ottimo esempio, in fondo, di falsa coscienza.



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