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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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martedì 22 novembre 2011

La premiata compagnia comica dei tecnici e dei politici e la dura realtà dei mercati, di Riccardo Achilli


Il mago Monti si affanna disperatamente per accreditare la sua immagine di "guru", sperando che questa basti per risollevare il clima di fiducia degli investitori rispetto all'Italia, mentre affida alla stampa, a cadenza pressoché quotidiana, nuovi progetti di austerità finanziaria, lanciando continuamente annunci ad effetto, come se le grandi banche d'affari ed i grandi fondi di investimento fossero dei poveri grulli che si fanno incantare da un imbonitore travestito da scienziato, che cerca di vendere loro una lozione miracolosa in una fiera di Paese. D'altra parte, in un Paese già tecnicamente fallito, l'unica speranza per ritardare l'inevitabile dichiarazione di fallimento è quella di "imbonire" i mercati, magari i piccoli risparmiatori ed i piccoli investitori, che sono più facilmente ingannabili (ovviamente solo nel breve termine, un pò come furono ingannate quelle centinaia di piccoli risparmiatori italiani che comprarono i bond argentini immediatamente prima della dichiarazione di default, per ritrovarsi in mano carta straccia, dopo che il governo argentino, come ovvia conseguenza dell'altrettanto ovvia dichiarazione di default, ripudiò parte del suo debito estero). Per tale opera di imbonitore, Monti ed i suoi "tecnici" sono disposti a spendersi la credibilità professionale acquisita in anni di duro lavoro, e sono quindi assimilabili ad una premiata compagnia di cabarettisti.
La Merkel e Sarkozy, dal canto loro, tentano disperatamente di collaborare a montare questo triste teatrino, attorno al cadavere di un'economia già fallita, e quindi lavorano affannosamente per "gonfiare" l'immagine internazionale di Monti, sperando che i nuovi governi di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo ed Irlanda facciano i tagli immani ai loro sistemi sociali che evitino l'inevitabile, ovvero l'evidente conclusione che, in un'area monetaria e di mercato unica, gli squilibri delle finanze pubbliche dei PIIGS saranno pagati anche dai cittadini tedeschi e francesi (anzi, vengono già pagati dal contribuente tedesco e da quello francese. Altrimenti da dove uscirebbero fuori i soldi per alimentare l'Efsf, il fondo salva-Stati?)
A questo triste teatrino comico risponde la voce dei mercati, cui tale teatrino è rivolto. E la risposta dei mercati è simile a quando, in uno spettacolo teatrale da guitti, il pubblico esasperato tira ortaggi agli attori. Tacitando gli increduli apologeti del cosiddetto "effetto-Monti", che aveva provocato un momentaneo ribasso dello spread nei giorni dell'annuncio della caduta di Berlusconi, oggi questo parametro è tornato a volare, mentre la borsa di Milano crolla, ad un ritmo spaventoso anche rispetto al calo degli altri mercati finanziari, vanificando l'effetto-Monti. La voce degli investitori, che boccia lo spettacolino pietoso della premiata compagnia teatrale Merkel-Sarkozy-Napolitano-Monti, proviene da uno studio del Crédit Suisse, una delle più grandi banche del mondo, pubblicato stamattina, e dal titolo molto eloquente: “Gli ultimi giorni dell'euro”: secondo tale studio, è prevedibile che lo spread fra Btp e Bund continui a crescere, e che nei prossimi giorni il rendimento dei Btp superi il 9%, nonostante il governo-Monti e le sue annunciate politiche di austerità. Vale la pena di ricordare che i calcoli fatti dalla Banca d'Italia portano a considerare come limite massimo da non valicare se non si vuole andare automaticamente in default, con crescita prossima allo zero (come dovrebbe essere quella italiana nel 2012-2013) un rendimento medio dei Btp pari all'8%! Ogni aumento di 100 punti-base dello spread costa circa lo 0,2% del PIL in termini di maggiori interessi sul debito pubblico nel primo anno, e 0,4 punti nel secondo e terzo, ci spiega il neo-governatore Visco. Soltanto oggi, nonostante la trionfale entrata in carica, a passo di bersagliere, del guru Monti, tanto apprezzato dai mercati, lo spread è aumentato di 7 punti-base, aggravando l'onere degli interessi sul debito pubblico di 0,01 punti di PIL, cioè di 218 milioni di euro, e tutto questo in un solo giorno! La borsa di Milano tracolla del 4,7% in un solo giorno, e le spiegazioni che tentano di legare questo andamento allo scandalo-Finmeccanica sono davvero miserelle. Di fatto la borsa italiana è diventata un luogo infrequentabile per le aziende che intendono ricapitalizzarsi, ed i titoli azionari svalutati pesano come macigni negli stati patrimoniali di aziende e banche, mentre le relative minusvalenze pesano sui loro conti economici.
E naturalmente è la stessa voce di mercato a suggerire la soluzione più gradita: sempre seguendo le indicazioni dello studio di Crédit Suisse, che ovviamente riporta la voce del mercato, "nel breve periodo, il problema della crisi dell'euro non può essere risolto dalla Bce o da nuovi governi in Grecia, Italia o Spagna. Il problema è che i mercati hanno bisogno di segnali credibili sotto forma di un'unione fiscale e politica ben prima che si possano modificare i trattati". Ecco la verità. Sulla base della fin troppo ovvia conclusione dell'esperienza greca, con un Paese che è già in default, come ammette candidamente uno studio riservato della Troika, quello che serve ai mercati finanziari non è soltanto ed unicamente la macelleria sociale che la compagnia di comici Merkel-Sarkozy-Napolitano-Monti si appresta ad eseguire (o meglio, ad appesantire, dopo i primi passi già compiuti dall'altra coppia di famosi cabarettisti, ovvero il duo Berlusconi-Tremonti). Questa macelleria sociale “in un solo Paese” è ovviamente necessaria per i mercati finanziari, ma da sola non è sufficiente a rassicurarli. Lo spread continua a volare, la borsa a sprofondare.
La macelleria sociale serve, certo, ai mercati finanziari, per ritardare la inevitabile dichiarazione ufficiale di default il tempo necessario a far recuperare alle banche creditrici una parte della loro esposizione creditoria nei confronti dello Stato italiano, prima che questo dichiari ufficialmente fallimento e stringa i rubinetti del rimborso. Ma serve soprattutto all'italica borghesia marchionnesca, per cercare un alibi ad un progetto di demolizione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori che niente ha a che vedere con il risanamento dei conti pubblici, e che viene spacciato come inevitabile tributo da pagare alla ripresa della crescita in un quadro di compatibilità dei saldi di finanza pubblica (ed infatti Monti, che ha già annunciato un progetto di riforma del mercato del lavoro in senso iper-flessibile, simile a quello, di impronta liberista, presentato da Ichino, non trova niente da dire se Marchionne annuncia unilateralmente di disdire tutti i contratti in essere negli stabilimenti Fiat; persino un avvocatuccio di provincia neolaureato che sta facendo il suo periodo di praticantato in uno studio specializzato in diritto civile capirebbe che è illegale la disdetta unilaterale, ma il "supertecnico" "Super Mario Bros" Monti non trova niente da dire). La macelleria sociale serve a Merkel e Sarkozy, in disperata caduta libera di consensi, per far credere all'elettore tedesco medio, o all'elettore francese medio, che non pagherà per la crisi italiana o per quella greca (ovviamente mentono, per quanto detto sopra). La macelleria sociale serve alla grande borghesia industriale globale per fare gli ultimi buoni affari con la privatizzazione di tutto quanto sia privatizzabile del patrimonio pubblico (privatizzazioni fatte, ovviamente, con la scusa del risanamento del bilancio pubblico). A questo serve. Ma non è sufficiente per i mercati finanziari, e di conseguenza per salvare l'euro.
Secondo Crédit Suisse, che è il loro portavoce, ai mercati finanziari serve soprattutto, ed anche prima delle politiche di risanamento dei singoli governi, una unione politica e fiscale europea, una disciplina fiscale unica. Solo una unificazione delle politiche fiscali su base europea potrebbe tranquillizzare i mercati e fermare la speculazione sui debiti sovrani. Ed è ciò verso cui si sta dirigendo Mario Draghi, quando incoraggia i Paesi europei a creare una politica fiscale unica, o quantomeno a creare un meccanismo di eurobonds coperti da garanzie incrociate dei Paesi membri (il che equivarrebbe, di fatto, all'unificazione dei debiti pubblici dei singoli Paesi membri, ed alla creazione di un unico debito pubblico europeo, garantito dall'intera economia europea, e facilmente monetizzabile dalla Bce, senza incorrere in accuse di voler salvare il singolo Paese ai danni degli altri, ed ai danni dell'euro, che dalla monetizzazione del debito riceve inevitabili spinte svalutative, vero terrore per la fobia inflazionistica della Bundesbank). Peccato che tale progetto sia irrealizzabile, perché in questo modo i governi francese e tedesco dovrebbero ammettere che stanno facendosi carico del debito pubblico dei PIIGS, scaricandolo sui loro cittadini (è già così oggi, ma la Merkel e Sarkozy riescono ancora a illudere i loro elettori del contrario) e la Bundesbank, ancora molto influente nelle decisioni della Bce nonostante le dimissioni di Stark, dovrebbe ingoiare due rospi molto pesanti per la sua ortodossia monetarista, ovvero, in primis, l'accettazione del principio secondo cui il debito pubblico dei Paesi virtuosi dovrebbe mescolarsi con quello dei Paesi "licenziosi", allentando necessariamente la disciplina di bilancio dei virtuosi. Poi, dovrebbe accettare il principio secondo cui fra debito pubblico, gestito a livello centralizzato europeo, e gestione della politica monetaria, verrebbero a crearsi necessarie sinergie, in una fase di crisi come quella attuale, con la Bce che probabilmente inizierebbe a comprare eurobonds anche sul mercato primario, anziché limitarsi, come fa oggi, ad acquistare titoli del debito pubblico dei PIIGS sul secondario. Il che porterebbe inevitabilmente a monetizzare in forma diretta e palese il debito, con i noti effetti inflazionistici. Un vero incubo per la Friedmannjugend annidata dentro la Bundesbank. Infatti, ancora oggi, e nonostante il duro incitamento dei mercati, tramite Crédit Suisse, a velocizzare l'unione fiscale e politica europea, la Merkel ed il suo Ministro delle Finanze si ostinano a dire che "gli eurobonds non risolvono niente".
Inoltre, l'idea di unificare su scala europea le politiche fiscali è difficile da realizzare, perché contrasta con la spontanea tendenza del capitalismo in crisi verso il nazionalismo e il protezionismo. Tale tendenza emerse anche nella crisi degli anni Trenta, e fu in larga misura responsabile dell'esplosione del secondo conflitto mondiale. Ed è presente anche oggi: si va dalla presenza di movimenti politici localistici ed antieuropei, come risposta "difensiva" alla crisi da parte delle comunità locali (Lega in Italia, tanto per dirne uno) al progresso elettorale della destra xenofoba ed antieuropeista, in Paesi strategici, come l'Olanda, la Svezia, in misura minore la Francia. Si va dalla buffonesca idea di tornare ad acquistare auto blu di marca italiana nel nostro Paese, al ben più serio "buy american" lanciato da Obama, alla tendenza verso l'irrigidimento nei confronti delle importazioni agricole extra-UE. Il capitalismo in crisi non ha la tendenza ad unire. Ha la tendenza naturale a dividere, perché il meccanismo competitivo, che è la base del funzionamento del capitalismo, nella fasi di crisi tende a degenerare, a divenire più selvaggio, più radicale, meno controllabile politicamente. In fondo, un simile comportamento può essere osservato con i cani in cattività: date loro un pasto abbondante ogni giorno, e ciascuno mangerà dalla sua ciotola, senza disturbare gli altri cani. Iniziate a ridurre il cibo, e l'aggressività reciproca diverrà via via sempre più incontrollabile. Questo avviene anche con i cani del capitalismo. Perché l'industriale o il banchiere tedesco dovrebbe accettare una unificazione delle politiche di gestione del debito, quando dal fallimento di interi Paesi, come l'Italia o la Grecia, può sperare di ricavare qualche opportunità di business, per esempio tramite le privatizzazioni, o semplicemente perché il fallimento dei relativi sistemi produttivi nazionali riduce la concorrenza su un mercato sempre più debole? "E se poi non potrò più esportare in Italia o in Grecia, perché questi due Paesi saranno falliti, potrò sempre esportare in Cina, e sfruttare il mio mercato interno, senza più la concorrenza fastidiosa degli imprenditori italiani". Così ragiona il capitalista/dobermann tedesco.
Ma vorrò essere generoso: ammettiamo pure che una forma di unificazione delle politiche fiscali e di gestione del debito si realizzi su scala europea. Cosa avrebbe guadagnato la borghesia europea da una simile soluzione, nel lungo periodo? Un accrescimento del livello di concorrenzialità sul mercato interno europeo, perché di fatto salterebbe l'ultima delle protezioni per l'imprenditoria endogena che i singoli Paesi membri possono ancora offrire, ovvero quella fornita dalla fiscalità di vantaggio (su cui un Paese come l'Irlanda ha costruito il suo sviluppo economico) e dalla spesa pubblica per incentivi ed agevolazioni alle attività produttive (sulla quale l'Italia ha fatto sopravvivere artificiosamente per decenni, e con meccanismi spesso puramente assistenziali, il sistema produttivo del Mezzogiorno, che senza gli aiuti pubblici sarebbe franato rovinosamente nei confronti della concorrenza globale). Non c'è bisogno di essere seguaci di Sweezy e Baran (come io sono) per capire che nell'attuale fase del capitalismo, una maggiore concorrenza porterebbe all'accelerazione dei processi di concentrazione e crescita dimensionale già in atto da decenni, in breve ad un'accelerazione notevole della tendenza, già in atto, verso una concorrenza di tipo oligopolistico, nella quale sopravvivono solo i giganti, legati fra loro da cartelli più o meno formali, più o meno palesi. Il che comporterebbe il fallimento di decine di migliaia di PMI in tutta Europa, quindi la rovina definitiva della piccola borghesia produttiva, che finirebbe per proletarizzarsi. Tutto ciò non farebbe che accelerare la fine stessa del capitalismo, esattamente con i meccanismi previsti da Marx, ovvero, da un lato, una concentrazione oligopolistica estrema, che finirebbe per bloccare i processi di riproduzione allargata, e dall'altro un impoverimento della domanda per consumi, che finirebbe per azzerare il saggio di profitto. Stavolta, a meno di colpi di scena, la strada sembra davvero segnata: che non si faccia alcuna unificazione europea delle politiche fiscali e del debito, come sembra probabile, o che si faccia.

lunedì 21 novembre 2011

COSE STRANE IN USB



di Patrizia Cammarata







Le ultime dichiarazioni dei vertici di Usb, pubblicate sul sito di quel sindacato, sono a nostro avviso profondamente sbagliate e riflettono una deriva del gruppo dirigente impegnato essenzialmente nella ricerca di uno spazio di sopravvivenza per il proprio piccolo apparato dirigente (eterodiretto dal gruppo neo-stalinista denominato Rete dei Comunisti). Ciò è grave perché Usb, per quanto piccolo e con scarso radicamento, è comunque uno dei principali soggetti sindacali esterni al sindacalismo di marca esplicitamente concertativa. E' un sindacato la cui nascita aveva suscitato diverse aspettative: purtroppo deluse, come abbiamo documentato in altri articoli sul nostro sito (si veda ad esempio il soffocamento del dibattito interno al sindacato, condotto con ogni mezzo, fino all'espulsione di Fabiana Stefanoni, portavoce di Unire le lotte, unica minoranza interna a Usb).
Come se non bastasse, nelle ultime settimane l'Esecutivo Usb sta mischiando proclami apparentemente radicali con sortite ben più moderate. Si veda, da ultimo, l'auspicio di improbabili referendum sul debito e le richieste di incontri (è la novità di queste ore) a Mario Monti, augurandosi una qualche "novità" da quello che, con tutta evidenza, è il rappresentante per eccellenza della grande borghesia italiana, presidente di un neo-costituito governo di banchieri e industriali che, dopo aver ricevuto la benedizione dei vescovi e dei mercati, è pronto a scatenare un attacco durissimo contro i lavoratori e i giovani.


Referendum o lotta di piazza?
Gli ineffabili dirigenti Usb hanno lanciato un appello al referendum sul debito con il comunicato del 4/11/2011 dove è contenuto questo passaggio:
“Noi crediamo invece che in Italia si debba e si possa effettuare un referendum per decidere se il debito contratto per poter salvare banche e profitti di finanzieri e speculatori ed i cui interessi sono da decenni finanziati con i sacrifici dei cittadini, debba essere pagato da chi lo ha sempre fatto, spremendo ancor di più il lavoro, o se invece si debba rifiutare tale ricatto….Un referendum che è assolutamente indispensabile anche per costringere tutte le forze politiche, di centro-destra e di centro-sinistra, ad esprimersi chiaramente e pubblicamente su quale progetto/programma intendono portare avanti sin dalle prossime elezioni: se seguiranno tutti la linea della lettera di Draghi e Trichet, per intenderci, o se invece si vogliono cambiare radicalmente questo paese e le linee guida politiche, sociali ed economiche che lo hanno portato al disastro attuale”. Nel comunicato in questione i dirigenti Usb si spingono a prefigurare “un possibile referendum autogestito il cui lancio è stato annunciato dalle forze politiche e sociali riunite nel Coordinamento 1° Ottobre”. Il coordinamento a cui si fa riferimento è quello raccolto attorno a Cremaschi della Fiom e appunto a Usb, con il contorno di varie sigle, da Sinistra Critica a settori di Rifondazione, dal gruppo di Ferrando alla Rete dei Comunisti: lo stesso coordinamento che approntò poche settimane fa quella piattaforma in cinque punti di cui abbiamo già avuto modo di parlare sul nostro sito, criticandone oltre che le posizioni arretrate (del tutto interne al sistema capitalistico) anche la sostanziale inutilità ai fini di creare mobilitazione.
Veramente incredibile che, anziché soffiare sul fuoco delle mobilitazioni che si stanno risvegliando nel Paese a fronte del devastante attacco nei confronti dei lavoratori e delle masse popolari, si faccia appello ad un referendum nel quale, se mai fosse attuato, voterebbero alla pari padroni e lavoratori, massacrati e massacratori.
La proposta referendaria, oltre ad essere poco credibile in sé, ha inoltre il grosso rischio di traghettare la lotta per il "non pagamento del debito" (la cui parola d’ordine ha visto nelle recenti mobilitazioni un consenso sempre più ampio) dal piano dello scontro di classe a quello della paziente attesa di un referendum. Referendum che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe inoltre avere lo scopo di chiarire i programmi delle forze di centrodestra e di centro-sinistra: come se tale programmi non fossero già stato tristemente chiariti sulla pelle dei lavoratori in questi anni. Lo stesso via libera di tutte le forze politiche a Mario Monti e al suo governo anti-operaio sono la riprova di quale è il reale programma, comune nei suoi assi centrali, dei due schieramenti dell'alternanza. E' per questo che il governo Monti nasce non solo col sostegno di tutti (o quasi) i partiti della borghesia ma anche privo di opposizione da parte di quella sinistra governista che aspetta in anticamera di poter rientrare nel prossimo governo di centrosinistra. Infatti, se Vendola annuncia che "vigilerà" sul governo; se il sindaco di Milano Pisapia (eletto col sostegno di tutta la sinistra, inclusa quella "estrema", con l'eccezione del Pdac) saluta nel nuovo governo nazionale qualcosa di molto simile alla sua giunta milanese (anch'essa diretta da banchieri e industriali); Rifondazione, peraltro già distrutta da due esperienze di collaborazione di governo con i banchieri, pur dichiarandosi contro Monti, è interessata solo a non rovinarsi i rapporti col Pd per il prossimo giro di governo.  
Di fronte a questo quadro politico, mentre sul terreno sindacale la Camusso apre all'interlocuzione con Monti, Usb che fa?
I dirigenti di Usb, pur di ritagliarsi uno spazio di visibilità mediatica, arriverebbero a sostenere un referendum autogestito sul debito. Posizioni che ricordano, a chi scrive queste righe, la triste vicenda del movimento vicentino No Dal Molin, quando i dirigenti “disobbedienti” del Presidio, in accordo con il sindaco del Pd, smobilitarono la lotta con la promessa di un referendum che, non essendo stato concesso dal governo, si trasformò appunto in un referendum “autogestito”. Una farsa il cui unico risultato è stato la costruzione della nuova base militare in un clima di smobilitazione, con il movimento indebolito e disperso dopo aver sprecato energie ed illusioni per un inutile referendum, surrogato della lotta.


Lo sciopero annullato... in attesa di capire
Mentre le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil collaborano con Confindustria, il sindacalismo di base si rivela incapace di rappresentare una valida alternativa: il settarismo dei gruppi dirigenti ha fino ad oggi impedito di colmare il vuoto sindacale a sinistra della Cgil. Lo sciopero generale del sindacalismo di base del 17 novembre, indetto da Cub, Cobas e Comitato Immigrati in Italia, sarebbe potuto diventare l’occasione per indire un nuovo grande sciopero unitario del sindacalismo conflittuale: invece, l’Esecutivo di Usb  (con Slai Cobas, Cib-Unicobas e Snater) ha deciso di non aderire e di convocare un altro “sciopero generale”, più tardi, il 2 dicembre.  Lo sciopero è stato proclamato “contro le manovre del governo e le politiche dell’Unione Europea che vogliono tutelare le banche e la finanza e far pagare la crisi ai lavoratori e alle fasce di popolazione più disagiate”. Ma con la conclusione del governo Berlusconi, il Coordinamento nazionale Usb ha approvato un nuovo ordine del giorno (12/11/2011) dove si legge che il Coordinamento stesso “nell’incertezza della definizione del Governo e dei primi provvedimenti che questo attuerà, decide, in merito allo svolgimento dello sciopero generale già proclamato per il 2 dicembre con lo SLAI Cobas, l’USI, l’Unicobas, lo Snater, di affidare all’esecutivo nazionale USB la valutazione in ordine al mantenimento o al differimento a data successiva dello sciopero in oggetto”.
Evidentemente i dirigenti di Usb pensano che non sia ancora certo che il nuovo governo farà “pagare la crisi ai lavoratori e alle fasce di popolazione più disagiate”. Aspettano di capire meglio le intenzioni di Monti...


Incontro con Monti o scontro di classe?
Il coronamento di questo periodo di grandi scelte tattiche (referendum sul debito, indizione di sciopero separato, sospensione dello sciopero stesso) è stata la richiesta di incontrare Mario Monti “auspicando che il nuovo governo ripristini relazioni quantomeno normali con le parti sociali” e per “interrompere l’apartheid sindacale messo in atto da Sacconi”.
No, cari Leonardi e Betti, cari dirigenti di Usb: il  vero apartheid sindacale non lo ha creato Sacconi. E' quello che voi avete costruito attorno a Usb. Non è un apartheid nei confronti di Monti e delle classi dominanti (qui sì che servirebbe) ma nei confronti degli stessi iscritti di Usb, lavoratori che, vivendo sulla propria pelle il dramma della crisi, hanno la necessità di un sindacato che sappia affrontare il feroce scontro di classe in atto unendo la classe attorno a un programma di lotta.  Noi lavoratori, per cominciare a difenderci e a contrattaccare, abbiamo bisogno di un’organizzazione sindacale che non spenda le proprie energie (tra un'espulsione e l'altra della minoranza interna) fantasticando su referendum o su incontri con i rappresentanti dei banchieri. Quello di cui abbiamo bisogno, urgentemente, è un sindacato combattivo che difenda gli interessi uniti della nostra classe così come Monti difende gli interessi uniti della borghesia.

domenica 20 novembre 2011

I VICERÉ - recensione




La recensione de I Viceré, è stata scritta qualche mese fa, in occasione dei 150 anni dell’Unità Borghese d’Italia, espressamente per il Direttivo Fiom di Vercelli, nel tentativo di rianimare un discorso culturale che è sempre stato patrimonio della sinistra radicale.
Qualche lettore l’ha richiamata recentemente, perciò la riproponiamo.
L’iniziativa di presentare libri, è stata presa dall’autore sull’onda della sua elezione a delegato RSU di fabbrica.
Accolta piacevolmente dagli altri membri del Direttivo, sarebbe bello se si estendesse anche in altre fabbriche, perché senza solide letture, né il sindacato né una qualunque alternativa politica di sinistra sarà mai in grado di scrivere un programma all’altezza dei tempi.



di Lorenzo Mortara




È del 1894, I Viceré, uno dei massimi capolavori della letteratura italiana, uscito fuori dalla penna verista di De Roberto. Al suo apparire e per molto tempo, il romanzo non ebbe fortuna, anche, ma non solo, per la stroncatura senza appello che gli appioppò l’estetica da governante del Croce. La retorica risorgimentale, di cui oggi si festeggiano i 150 anni della sua puntuale riproposizione, non poteva sopportare molto un romanzo che faceva piazza pulita del mito unitario.
Il romanzo si snoda a cavallo dell’impresa garibaldina dei mille e narra le vicende della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, i Viceré appunto dei Borboni, il cui destino, senza che vi sia del fatalismo, perlomeno in chi scrive, è quello di governare sia prima che dopo il passaggio di consegne tra la monarchia spagnola e quella sabauda.
A livello dei personaggi, l’opera è imperniata sull’apparente contrasto tra Don Giacomo Uzeda, Principe di Francalanza, e il principino Consalvo, suo figlio. Contrasto che De Roberto segue fin dall’infanzia del principino, smussandone via via gli angoli, per scioglierlo nell’ultima parte del romanzo in una sostanziale continuità. Consalvo, in effetti, è il vero erede di Don Giacomo, e il contrasto col padre, apparentemente di valori e di ideali, non può che essere alla fine solo un banale scontro generazionale tra il vecchio e il nuovo modo di difendere gli stessi interessi.
Sullo sfondo dell’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e l’aristocrazia terriera del Sud, su cui s’imperniava la nascente industrializzazione capitalistica italiana, il romanzo non concede spazio a sentimenti, emozioni o altre pose romantiche. Tutto è calcolo, cinismo e arrivismo, comprese fede e superstizioni che fanno solo da supporto. I rapporti sono bloccati. Le donne non contano. L’interesse costringe alla capitolazione ogni timido tentativo che i personaggi fanno, qua e là, di ribellarsi.
Per il pessimismo senza speranza, ma anche senza rimpianti, con cui De Roberto narra i primi passi dello Stato unitario, il romanzo è stato associato a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Il paragone è più che pertinente, anche se va detto che è De Roberto ad anticipare Tomasi di Lampedusa. La famosa frase in cui si riassume Il Gattopardo, «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», è anticipata da De Roberto nella parodia che fa del celebre motto del D’Azeglio: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri!». I Viceré son tutti qua, immobili nella loro sete di dominio. La ribellione di figli e figliastri non riesce mai perché in fondo è finta, troppo compromessa e assoggettata a un mondo che tutto sommato accettano e condividono. La prosa di De Roberto, lenta e sicura come la vita oziosa di questi nobili, segue tutte le incoerenze dei personaggi, ben conscio che l’unica coerenza che possa dare solidità alla narrazione, è la fedeltà assoluta all’interesse personale della famiglia Uzeda.
La modernità dell’opera, oltre al suo indubbio impianto laico, merce rara all’epoca e non troppo disponibile nemmeno ora, si può anche trovare in alcune felicissime trovate dell’autore che non possono non stupire il lettore d’oggi. Si resta ad esempio sbalorditi, nello scoprire come rassomigli a qualcuno il modo in cui Consalvo si comprerà un seggio in Parlamento. I Viceré dei Borboni, cambieranno subito bandiera, non appena Consalvo capirà che basterà un po’ di demagogia per entrare nelle grazie dei Savoia. Per convincere i suoi concittadini a votarlo, sarà a favore della proprietà privata e contro lo sfruttamento, per la laicità e al tempo stesso per la religione, ma soprattutto sarà per la pubblicità di sé stesso. Non convinto del tutto dalla sua retorica, infatti, Consalvo aggiungerà una specie di opuscolo da regalare a tutti i suoi “sudditi” poco prima del suo trionfo elettorale. Come non vedere in questa campagna di basso profilo, il precedente letterario che anticipa lo stucchevole analfabetismo sottoculturale con cui il già Viceré, Uzeda-Berlusconi, ha chiesto alla Nazione d’incoronarlo addirittura come imperatore? In effetti, a ben guardare, Una Storia italiana non è che la riedizione aggiornata con cui si è conclusa la preistoria borbonica.
Oggi che il successo e la grandezza del romanzo di De Roberto, sono finalmente riconosciuti, si corre però il rischio opposto di sopravvalutarne lo spirito nichilista. L’immobilismo eterno con cui De Roberto e Tomasi di Lampedusa guardano alle cose umane, è spesso associato al presunto carattere dei siciliani, ma almeno per De Roberto si può forse ipotizzare che fosse più che altro dovuto al contesto storico-culturale da cui proveniva. Ai tempi de I Viceré, il socialismo in Italia muoveva i suoi primi passi, e Marx ed Engels erano ancora sommersi tra il positivismo, l’idealismo piccolo borghese e l’anarchismo. Ci sarebbero voluti ancora parecchi anni prima che attecchisse la concezione scientifica del moderno progresso socialista. E una volta attecchita, poco più di un lustro bastò per sommergerla di nuovo nel medioevo stalinista da cui ancora non è risorta.
Perciò, anche se apparentemente la Storia sembra aver dato ragione al pessimismo senza speranza di De Roberto, noi operai non possiamo in alcuna maniera unirci al coro disfattista con cui, a 150 anni dall’unità borghese d’Italia, parecchia intellighenzia ha riproposto, con rabbia, la “quistione meridionale”. Per chi è armato del metodo storico marxista, non dicono niente di nuovo le ultime lamentele in forma di libro contro l’occupazione, l’assoggettamento e la repressione con cui i briganti del Nord si annettevano i contadini del Sud, in vista della loro proletarizzazione da immettere nell’incipiente mercato nazionale.
La mancata rivoluzione del Risorgimento, era in realtà l’unico modo possibile ai borghesi per rivoluzionare i rapporti di produzione in Italia. L’aumento del divario Nord-Sud, non è l’indice del fallimento unitario, al contrario mostra il suo strepitoso successo, dietro al quale si cela la vera contrapposizione, tra padroni e salariati, che permea l’Italia come tutto il resto del mondo, e che torna oggi prepotentemente alla ribalta dopo che tanti superficiali l’avevano data per risolta una volta per tutte.
Solo col completo dispiego del capitalismo è possibile portare pienamente allo scoperto il contrasto fondamentale tra padroni e operai e liberarsi degli ultimi Borboni senza corona che infestano l’Italia. Tornando indietro, al Regno Delle Due Sicilie, o addirittura credendo di andare avanti impaludandosi nella reazionaria quanto fantastica Padania, è impossibile.
Tuttavia, se l’unico rivolgimento storicamente possibile, non è ancora avvenuto, non è per l’immutabilità delle cose o perché il nichilismo dei senza speranza alla De Roberto, abbia avuto ragione. Il motivo è meno metafisico e più terra terra, e va ricercato nel fallimento secolare, storico della sinistra italiana. Infatti, mentre i nuovi borghesi industriali, i vecchi proprietari terrieri, i soliti preti e gli altri redditieri, si alleavano per difendersi coi denti e con le unghie dall’ascesa del proletariato, in 150 anni di Storia, la sinistra tutta, invece di sentirsi intimamente legata alla nostra sorte, ha finito in un modo o nell’altro, specie nei momenti decisivi, col farsi anch’essa – purtroppo! – gli affari loro.



(a Giovanni Forti, chiunque sia la sua governante, e a Garibaldi.
Viva l’impresa dei mille! Evviva le camicie rosse!)

Stazione dei Celti, Domenica 27 Marzo 2011
Lorenzo Mortara Delegato Fiom-Cgil

sabato 19 novembre 2011

TUTTI GLI UOMINI DI MONTI di G. De Candia


di Gioacchino De Candia



Alcuni decenni fa due giornalisti del Washington Post (allora semisconosciuti) sollevarono un tale polverone su una serie di tentativi di spionaggio da parte di alcuni esponenti repubblicani verso omologhi democratici, oltre che di un giro di presunte mazzette ed elargizioni nelle più alte sfere della Casa Bianca, che finirono per decretare le dimissioni dell’allora Presidente USA: Richard Nixon.

Lo “scandalo” che ne seguì fu chiamato Watergate (chiunque abbia un briciolo di memoria sa bene il perché di questo nome) ma non provocò nessun particolare “scossone” politico in quanto, come prescrive la legge statunitense, si effettuò un semplice avvicendamento al vertice: Gerald Ford (allora vice-Presidente) prese il posto del dimissionario Nixon; i democratici restarono al potere; qualche “funzionarietto” perse la poltrona; Henry Kissinger c’era a capo della Segreteria di Stato e Kissinger rimase.

Come effetto secondario immediato i due giornalisti divennero incredibilmente ed internazionalmente famosi, tanto che poterono permettersi di chiedere nuovi stipendi da 100.000 $ l’anno (somma favolosa per i giornalisti americani dell’epoca) puntualmente pagati ed il cinema ne trasse subito spunto per un film che fu un vero e proprio blockbuster dell’epoca e che, ancora oggi, è considerato “cult”: “Tutti gli uomini del Presidente” per la regia di Alan J. Pakula.

Lungi da me paragonare il dimesso (ed anche un po’ scialbo) Nixon al prof. Monti e lungi da me dal paragonare quell’epoca storica degli Stati Uniti con l’attuale situazione italiota, ma un piccolo parallelismo mi sembra di coglierlo, ovverossia la carenza e l’inefficienza di una classe politica che dà sempre sfogo, prima o poi, ad uno “scandalo” che ne travolge i vertici, pur facendo rimanere sostanzialmente inalterati i dintorni.

In realtà, l’Italia di scandali ne ha vissuti a bizzeffe dall’avvento della Repubblica in avanti e la caduta del Governo Berlusconi è solo l’ulteriore conseguenza della totale abdicazione della politica di casa nostra, da troppo tempo distante dai bisogni della popolazione e dal governo del paese. In effetti, lo stessa “discesa in campo” di Berlusconi, a suo tempo, fu la conseguenza di decenni di stranogoverno DC, di spartizioni illecite PSI e parentele relative e chi più ne ha più ne metta.

Mario Monti, oggi, non è altro che la diretta conseguenza della fine (almeno per il momento) della politica berlusconiana e dell’ulteriore disfacimento di onorevoli e senatori, che non hanno neanche la più pallida idea del perché tutto questo sia avvenuto. Infatti, il Governo Monti (almeno per il momento n. 2) gode della fiducia incondizionata del PD e della fiducia mugugnata del PDL più l’appoggio di quell’accozzaglia che viene chiamato “terzo polo” (in fisica esistono solo due poli: positivo e negativo; in natura pure due: nord e sud; solo in politica esiste il terzo polo, ma dove siano i primi due nessuno lo sa).

E così, siamo arrivati alla lista di Ministri che Monti ha testè diramato stamane: 17 in tutto (in barba alla superstizione, per chi ci crede) 12 con portafoglio e 5 senza portafoglio. Il precedente Governo ne aveva ben 23 con 6 donne (ovvie le motivazioni, senza voler essere necessariamente maligni) mentre il Governo Monti di donne ne ha 3, ma in luoghi definiti “strategici”.

Mi soffermo solo sui Ministeri con portafoglio (contano assai gli altri…) così come sono apparsi sul Giornale (tanto per non fare torto al Cavalier Silvio).

SVILUPPO ECONOMICO, INFRASTRUTTURE E TRASPORTI - Corrado Passera
56enne, una laurea alla Bocconi come Monti e un master in Business Administration in America, il ministro dello sviluppo, infrastrutture e trasporti ha svolto diversi incarichi: in Cir, Mondadori, Gruppo Editoriale L'Espresso. Nel 1996 è stato nominato amministratore delegato e direttore generale del Banco Ambrosiano Veneto, per poi diventare amministratore delegato di Poste Italiane. Dal 2002 ricopre lo stesso ruolo per Banca Intesa e Intesa Sanpaolo.

INTERIM ECONOMIA - Mario Monti
Il ministero dell'Economia è affidato allo stesso Mario Monti, che occuperebbe questo ruolo affiancandolo a quello di presidente del Consiglio. Il bocconiano seguirà le vicende di via XX Settembre affiancato probabilmente da alcuni viceministri.

DIFESA - Giampaolo Di Paola
L'ammiraglio Di Paola è l'attuale presidente del Comitato Militare della NATO, organismo composto dai Capi di Stato dei 27 dell'alleanza. Dal 2004 al 2008, sotto governi di diverso colore politico, è stato Capo di stato maggiore della difesa, poi sostituito dal generale Vincenzo Camporini. Si trova attualmente a Kabul.

INTERNI - Anna Maria Cancellieri
In passato prefetto di Genova e Catania, la Cancellieri guidò Bologna nel difficile periodo del commissariamento, per poi essere chiamata a Parma, ancora come commissario.

GIUSTIZIA - Paola Severino
Presidente in pectore del Csm nel 2002, Paola Severino rinunciò poi all'incarico visto il disaccordo mosso sul suo nome dall'Udc. È un avvocato penalista di fama e vicerettore dell'Università Luiss Guido Carli. È stata vicepresidente del Consiglio della Magistratura militare.

ESTERI - Giulio Terzi di Sant'Agata
Il neoministro degli Esteri, 65enne, è ambasciatore a Washington. Esperto di diritto internazionale è stato Primo Segretario per gli affari politici all'Ambasciata italiana a Parigi. Ha ricoperto diversi ruoli nell'ambito della diplomazia, lavorando come console generale a Vancouver, consigliere politico presso la Rappresentanza d'Italia alla Nato, vicesegretario generale della Farnesina. Ha anche assistito il ministero degli Esteri sui temi della sicurezza internazionale, in particolare relativamente ad aree geografiche come i Balcani occidentali, il Medio Oriente, l'Afganistan, e a tematiche come nucleare, terrorismo e diritti umani. Anche ambasciatore in Israele e rappresentante alle Nazioni Unite.

LAVORO E POLITICHE SOCIALI - Elsa Fornero
Per il ministero è stata scelta Elsa Fornero, docente di economia all'Università di Torino. La Fornero è anche alla guida del Cerp (Center for research on pensions and welfare policies), tra i maggiori centri studio a dedicarsi alle tematiche dello stato sociale a livello europeo. È anche vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e componente del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro.

ISTRUZIONE, UNIVERSITA' E RICERCA - Francesco Profumo
58enne, Profumo ha retto il Policlinico torinese dal 2005 al 2001. Da pochi mesi è presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Ha iniziato la sua carriera all'Ansaldo genovese, per poi diventare preside della facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino.

BENI CULTURALI - Lorenzo Ornaghi
Lorenzo Ornaghi, laureato in Scienze politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, dal 1980 al 1987 svolge attività di ricerca nell'ateneo cattolico milanese. Diventa poi associato all'università di Teramo. Nel 1990 viene chiamato alla Cattolica di Milano dove diventa Rettore nel 2002.

POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI - Marco Catania
Mario Catania è l’attuale capo dipartimento delle Politiche agricole e internazionali del Mipaaf. Laureato in giurisprudenza, un percorso professionale votato alla pubblica amministrazione, con una lunga esperienza a Bruxelles come esperto di agricoltura nella Rappresentanza Permanente Italiana.

AMBIENTE - Corrado Clini
Clini è il negoziatore climatico per l'Italia in campo internazionale. Attualmente è alla guida della direzione generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia. È coordinatore della Commissione tecnica del Cipe che ha elaborato il piano nazionale per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra. Presidente in passato del comitato nazionale di gestione per le attività del protocollo di Kyoto, ha avuto un ruolo durante il G8 svoltosi in Italia nel 2009, nell’ambito del Forum sulle tecnologie a basso impatto di carbonio e del vertice dei ministri dell’Ambiente a Siracusa. Da agosto è presidente del Consorzio per l’area di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste.

SALUTE - Renato Balduzzi
Professore di diritto costituzionale nell'Università del Piemonte Orientale. Consigliere giuridico dei ministri della difesa e della sanità, Balduzzi ha lavorato anche come capo dell'ufficio legislativo del Ministero della sanità. Ha presieduto la Commissione ministeriale per la riforma sanitaria. Dal maggio 2006 è consigliere giuridico del Ministro delle politiche per la famiglia. È presidente dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Dal 2002 al 2009 è stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale e attualmente è componente per l'Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana-Miic-Icmica.

A parte la scelta, giusta e perfettamente condivisibile, da parte di Monti di detenere anche la delega all’Economia (unica possibilità per evitare una nuova proposizione tremontiana) per il resto si tratta di nomine non solo tecniche (come ampiamente previsto) ma addirittura asettiche: nessuno dei neo-Ministri ha un vero e proprio passato politico, tutti vengono dai gangli della Pubblica Amministrazione, all’interno della quale hanno fatto la debita carriera, o sono professionisti quantomeno stimati e rispettati nei rispettivi ruoli e mercati di appartenenza.

Contrariamente a quanto sottolineato da molti quotidiani nazionali e relativa accozzaglia di giornalisti televisivi, queste nomine non provengono da “forzature” da parte di banche d’affari o pseudo-occulti gruppi finanziari internazionali, sono solo la diretta conseguenza di quella che viene definita “tecnocrazia”, che è sempre l’effetto dell’incapacità della politica di condurre la cosa pubblica.

L’Italia un primo Governo “tecnocratico” (o presunto tale) l’ha già sperimentato, sotto l’egida di Carlo Azeglio Ciampi ed esclusivamente con lo scopo di traghettare il bel paese durante il “terremoto” di “mani pulite” (successivamente Ciampi ha rivestito il ruolo di Ministro del Tesoro nei Governi Prodi e D’Alema della fine degli anni ’90, con l’obiettivo di portare l’Italia nell’Euro, manovra perfettamente riuscita, così riuscita che Berlino ringrazia e noi piangiamo).

Oggi, si impone all’Italia di rimanere nell’Euro ed ecco belle pronto l’uomo della Provvidenza, investito in pectore dall’uomo delle Istituzioni, che come suo solito con questa mossa dà il classico colpo al cerchio ed un altro alla botte.

Tra il cerchio e la botte… il popolo italiano, che, in media, poco ha compreso di questa manovra (o trama) che sottile non è di certo, ma appare veramente grossolana, tant’è che la “squadra” Monti l’aveva già pronta da un bel po’ di tempo, chiusa nel suo cassetto, pronta a balzare fuori al momento opportuno. Atteggiamento tipico del vero professionista, sempre compassato, mai “in affanno” o “stressato” e sempre con la risposta giusta al momento giusto (quando non sa cosa dire, tace, giustamente).

Le “consultazioni” sono state solo fumo negli occhi per l’opinione pubblica e per contentare la visibilità e l’egocentricità di partiti e partitini che siedono nel Parlamento, oltre che per rispetto del protocollo.

Quanto durerà questo Governo tecnocratico è difficile da dire, anche perché, prima o poi, onorevoli e senatori, totalmente tagliati fuori dai centri decisionali del paese, presto o tardi rialzeranno la testa per reclamare il loro “sacrosanto diritto” al governo del paese (sono stati eletti, no?).

Intanto, alcuni Ministri dimissionari del precedente Governo hanno pensato bene di non restare con le mani in mano ed hanno firmato alcuni decreti, con relative nomine, dell’ultimo minuto per piazzare amici, parenti ed amici degli amici in posizioni “chiave”…

Riuscirà il nostro eroe a rintuzzare questi ed altri attacchi alla sua posizione? E riuscirà il prof. Monti a placare i mercati finanziari (di cui non è il diretto esponente) senza far sudare, lacrimare e sanguinare ulteriormente i già provati ed esausti italiani?

La risposta la vivremo nei prossimi mesi.

venerdì 18 novembre 2011

Tornano i topi di appartamento


di Carlo Felici

Quando in una casa arrivano di soppiatto dei ladri mentre il proprietario è assente o addormentato, si parla di “topi di appartamento”, la specie più odiosa dei rubagalline perché agisce invadendo il nostro spazio vitale, e spesso sottraendoci le cose più care sul piano affettivo, anche indipendentemente dal loro valore economico.
La tassa sulla prima casa, che il novello governo Monti sta per varare, in spregio a quanto deliberato dai governi precedenti retti da Prodi, che la ridusse fortemente fino quasi ad abolirla, e da Berlusconi che volle seppellirla definitivamente, equivale, in maniera più sistematica e largamente praticata, al furto legalizzato in appartamento.
In pratica, si dà il via libera al fisco affinché entri a casa nostra ogni anno e ci sottragga una parte del nostro patrimonio “vitale”. Perché è del tutto evidente che non si può fare a meno di abitare da qualche parte, sia che si stia in affitto, sia che si possegga la stessa casa. Che c'entra l'affitto? C'entra, perché il proprietario che si vede tassare ulteriormente la casa non potrà poi che aumentare il canone di affitto, se vorrà continuare a sostenere le spese di gestione. Quindi i proprietari di più case saranno comunque capaci di mettersi al riparo.
Ci è stato detto che questa esenzione costituisce una sorta di anomalia. E noi sinceramente abbiamo pensato che Monti, in quel momento, si riferisse solo al Vaticano.
Ma no, lui si riferiva a tutti noi, a tutti gli italiani che ormai nella stragrande maggioranza dei casi risultano proprietari di immobili e che, anche quando sono in affitto, generalmente, compensano il pagamento della rata di affitto con l'incasso di un'altra del loro appartamento ubicato altrove.
Si è insomma deciso, in mancanza di un vero intervento sulla evasione fiscale e di una patrimoniale da imporre sui redditi aggiuntivi da capitale o da speculazione finanziaria, di intervenire come sempre, “sparando nel mucchio” ai soliti noti, con un gioco sporco che solo apparentemente “salva” i politici meno esposti nell'attuale area governativa, perché ovviamente tutti sanno da chi è composto tuttora il Parlamento.
I cittadini, quindi, stanno per subire uno scippo triplo: quello dovuto al fatto che è stato impedito loro di votare chi dovesse rappresentarli, quello di vedere un governo che nemmeno pensavano lontanamente potesse nascere, e infine quello di rivedersi spiattellata proprio la tassa più odiosa che i precedenti governi avevano ridotto drasticamente, fino ad abolirla.
Più o meno come se il topo di appartamento fosse un loro parente o amico a perfetta conoscenza delle loro abitudini.
Siamo un Paese dalle molte anomalie: quello con la media degli stipendi tra le più basse d'Europa, con la seconda evasione fiscale del continente, con il maggior concentramento di oligopoli che bloccano una vera concorrenza che possa ridurre drasticamente il costo dei servizi, anch'essi tra i più costosi, dove i giovani sono più precarizzati e le famiglie ormai, nella maggior parte dei casi, non risparmiano più o addirittura stentano ad arrivare a fine mese.
Solo per questo si è evitata la tassa sui conti correnti, proprio perché nei conti correnti della maggior parte degli italiani ormai non c'è più nulla, ed evidentemente mettere le mani in quelli dei più ricchi non sarebbe bastato e sarebbe andato contro gli interessi di chi ha sponsorizzato tale governo che tutto è fuorché tecnico.
Perché le esternazioni sul nucleare appena bocciato dai referendum popolari, quelle sulla riforma Gelmini e sull'operato di Marchionne, così come la nomina di un ministro della Difesa direttamente coinvolto come militare nella NATO e nelle operazioni in Afghanistan, sono una scelta molto politica, diremmo anche più di quanto potessero esserlo le posizioni del governo precedente che, non si può negarlo, aveva ricevuto un ampio mandato popolare.
Anzi, siamo sicuri che molti italiani ormai fortemente delusi da tutta la compagine governativa probabilmente votarono il centrodestra all'ultimo momento, proprio perché convinti che esso avrebbe abolito la tassa per loro più odiosa che questo, senza uno straccio di consenso popolare, si appresta ad imporre di nuovo.
In questo frangente coloro che hanno salutato sguaiatamente quella che credevano fosse la fine di Berlusconi e del berlusconismo, si stanno facendo ora delle grosse illusioni, perché Mr. Gongolo anche se è stato fatto uscire dalla porta di servizio, è presto destinato a rientrare dalla finestra, dopo avere fatto fare nella porta principale quel “lavoro sporco” che i cosiddetti mercati finanziari gli avevano imposto ma che lui non voleva fare, pena la svalutazione non solo dei titoli di stato italiani, ma soprattutto delle sue aziende.
I mercati “cosiddetti” cosa sono in realtà? Essenzialmente il ricettacolo di enormi proventi che, allo stato attuale dei fatti, e vista la crisi di crescita e di produttività e competitività che c'è in Europa, derivano in gran parte da profitti illeciti e malavitosi. Con un volume di affari superiore a quello delle banche più quotate nel “cosiddetto” mercato.
Anche le grandi città sono state ormai assaltate e conquistate, a partire dalla capitale italiana, in cui nei quartieri centrali banche e istituti finanziari sostituiscono a vista d'occhio negozi al dettaglio, librerie, negozi di alimentari e vecchie botteghe, per lavorare come “lavatrici” a tempo pieno di denaro destinato al “riciclo”. Mentre altri quartieri più periferici sono taglieggiati giorno e notte dal “pizzo”.
Solo gli inavveduti possono trascurare di considerare che tale situazione, estesa ad un “sistema paese”, configura una vera e propria emergenza civile che, tra l'altro, è alla base di quella che appare come la seconda evasione fiscale più alta d'Europa dopo quella greca.
Solo gli incoscienti trascurano di considerare che tra i tagli più vistosi messi in atto dal precedente governo e di cui questo non parla nemmeno lontanamente, c'è stato quello rilevante di risorse economiche alla DIA.
Nei settori cruciali dell'evasione fiscale e della lotta alla criminalità e alla corruzione avremmo dovuto quindi aspettarci i provvedimenti molto più urgenti e sostanziosi, ma no, l'Europa dei “cosiddetti mercati” non ne vuole sapere di un sistema fiscale unico ed efficiente e tanto meno se ne interessano i suoi “cardinali”, messi d'autorità a governare i vari stati. Lecito quanto meno ipotizzare una certa complicità.
Il patrimonio immobiliare italiano fa gola e portare sul lastrico i cittadini a cui è rimasto come unico bene “appiglio” il mattone è l'ultimo ritrovato della “rapina” su scala globale che le politiche mafiosamente neoliberiste stanno attuando su tutto il pianeta.
Pensate a un pensionato che vedrà aggravarsi i già alti costi di gestione della sua casa, uniti alle spese condominiali e a quelle di ristrutturazione, a un giovane precario che ha ereditato quell'unico bene da quei genitori che non potranno più aiutarlo per altre ulteriori spese, o anche solo a una famiglia numerosa, o a quelle che devono contemporaneamente rincorrere il costo di un mutuo a tasso variabile. L'ipotesi che altri costi aggiuntivi li costringano a svendere l'unico patrimonio loro rimasto, magari ad una immobiliare esperta in “riciclo di massa” non è del tutto remota, anzi, sarà come una mannaia calata sul loro capo e una vera "manna" per "mammasantissima".
E alla fine di tutto questo “lavoro sporco”, beffa sulla beffa, il centro destra, con o senza Berlusconi, potrà sempre dire: “Beh..noi volevamo evitarvelo..ma ce lo hanno impedito”
Ecco dunque che i partiti della pseudosinistra nostrana, alle prossime elezioni che, tra l'altro, dato che non si è parlato affatto di riforma elettorale, quasi sicuramente ci verranno riproposte con l'attuale sistema liberticida, rischieranno di prendere l'ennesima sonora batosta, rimandando “sine die” il giorno del loro avvicendamento nella tanto ambita “poltrona governativa”
Bene fa dunque chi, da sinistra, oggi si smarca da quello che, alla luce dei fatti recenti, ci fa apparire l'accordo di Vasto come un “abbraccio mortale”. Ottimamente fa, finché è in tempo. E di tempo non credo che ce ne sia molto, perché le elezioni primaverili sono sempre di più dietro la porta.
Nulla si è detto infatti e nulla si farà probabilmente per ridurre i costi esorbitanti della politica, non perché tale fatto sia concretamente decisivo, ma almeno per rendere più “digeribili” certi provvedimenti del tutto impopolari. Nulla si è detto e probabilmente nulla si farà per far pagare l'ICI a chi non l'ha mai pagata.
Bruxelles è già partita lancia in resta contro i privilegi fiscali attribuiti agli enti ecclesiastici in settori in cui “l’azienda Chiesa” (conta circa 100 mila fabbricati) è leader nazionale: ospedali, scuole private, alberghi e altre strutture commerciali che godono di un’esenzione totale dal pagamento dell’Ici e del 50% da quello sull’Ires. Portando a casa, o meglio risparmiando due miliardi di euro l’anno rispetto alla forma di tassazione corretta, quella che subiscono tutti i cittadini italiani. Ma c'è seriamente da dubitare che i suoi più stretti “fiduciari” e “chirichetti” consentano l' “affondo” di tale lancia.
Le lance invece continuano a trafiggere senza pietà gli operai come Fabio Bruno di Morano Calabro che è morto alcuni giorni fa lavorando in un cantiere della A3. Uno di noi.
Così, volenti o nolenti, attendiamoci l'arrivo inaspettato dei soliti “topi di appartamento”.
Però, attenzione, qualcuno, ogni tanto, anche rischiando la galera per “eccesso di difesa”, gli spara. Perché mette in atto il vecchio intramontabile motto latino: "mors tua vita mea"
Quando è un intero Paese a imboccare la strada dell'eccesso di legittima difesa, non c'è Europa, fiduciario, “chirichetto”, governo, governucolo o galera che tenga..il sorcio fa la fine del sorcio, e basta.

C.F.

giovedì 17 novembre 2011

La miseria della politica, di Riccardo Achilli


Premessa

La triste vicenda di Termini Imerese è il paradigma dell'asserzione marxista di base, secondo la quale i movimenti storici sono dettati esclusivamente dai rapporti economici, mentre le dinamiche politico-sindacali sono soltanto sovrastrutturali, e subordinate ai rapporti di forza economici. Nel presente articolo, con il supporto di fatti della cronaca politica ed economica italiana, cercherò di evidenziare due elementi:
a) che la politica è completamente dominata dagli interessi economici borghesi;
b) che la crisi profonda del sistema capitalistico impedisce alla politica di raggiungere, autonomamente, obiettivi minimi che dovrebbero essere sue priorità, come la capacità di mettere in campo una politica industriale strategica o la capacità di governare i cambiamenti profondi nelle relazioni industriali. Questo perché gli interessi economici della borghesia, alle prese con una drammatica caduta del saggio di profitto medio, la portano a sostituirsi ai tradizionali meccanismi di programmazione ed azione politica, per governare direttamente la politica industriale e le riforme del sistema delle relazioni industriali, distruggendo definitivamente l'illusione democratica, ovvero l'apparenza di una autonomia di manovra delle istituzioni politiche elettive, dietro la quale si nascondono i sistemi democratici liberali. In una fase di crisi, quando la borghesia prende direttamente il controllo dei processi politici, emerge nel modo più drammatico possibile l'evidenza dei fatti, ovvero che le istituzioni politiche democratiche non agiscono in nome del popolo che elegge i suoi rappresentanti, ma in nome della classe dominante.
Di fatto, l'apparato politico-sindacale italiano ha delegato a Marchionne, in quanto capo del più grande gruppo industriale italiano, che ha una leadership sull'intera industria manifatturiera nazionale (si stima che il fatturato generato dalla Fiat mobiliti, direttamente e tramite l'indotto, circa 63 miliardi all'anno, ovvero il 73% del valore aggiunto manifatturiero del Paese, P. Bricco, 2010) la riformulazione delle priorità di politica industriale e la riforma del sistema delle relazioni industriali, limitandosi poi a tradurre semplicemente in norme i suoi comportamenti, mentre ha delegato ai mercati finanziari globali la sua politica monetaria e fiscale, tramite la Bce, la Commissione Europea, il FMI e lo stesso Governo nazionale, specie se “tecnico”, tutti strumenti in mano ai grandi potentati finanziari. Quindi il fatto che il Paese stia rapidamente retrocedendo nelle classifiche della competitività e dello sviluppo, e stia smantellando l'intero impianto del welfare e dei diritti del lavoro di cui si era dotato in tanti anni di dure battaglie sociali e sindacali, non è principalmente il frutto, come si crede, di una classe politica particolarmente incompetente o delinquenziale (lo è pure, ma non è questo il problema principale) ma è il prodotto, soprattutto, degli interessi del grande capitale, industriale e finanziario, cui la classe politica, e purtroppo anche gran parte di quella sindacale, sono asservite.

La delega sulla politica industriale

In materia industriale, nessuno, in sede politico-sindacale, se la sente di disturbare seriamente Marchionne, a.d. di un gruppo automobilistico che perde quote di mercato a un velocità superiore a quella dei principali concorrenti, per manifesta incapacità di investire su qualità ed innovazione nei nuovi modelli, e che resta a galla solo grazie ai risultati della Chrysler (che in teoria avrebbe dovuto salvare dal fallimento, e che oggi salva lui) per chiedergli qualche lume sui contenuti del fantomatico piano "Fabbrica Italia". Però tutti sono pronti a corrergli dietro per consegnargli patenti di modernità quando propone accordi sindacali, come quello Pomigliano-Mirafiori-Bertone-Melfi, che in realtà di moderno non hanno niente, poiché prefigurano soltanto il ritorno al fordismo più elementare, nascosto dietro un bell'acronimo inglese (si sa, noi italioti, nella nostra subalternità culturale, siamo molto esterofili): WCM, ovvero World Class Manufacturing (che poi altro non è che un sistema di tempi e metodi per ottimizzare l'efficienza del ciclo produttivo, con l'aggiunta di un sistema di “ergonomia sul posto di lavoro”, teoricamente progettato per ridurre i tempi delle singole fasi di lavorazione e gli infortuni sul lavoro, in pratica pensato per massimizzare la produttività, senza che nessuno studio scientifico indipendente abbia chiaramente delineato i rischi di lungo periodo sull'incolumità fisica dei lavoratori che vi sono sottoposti).
Nessuno, in sede politico-sindacale, ha la forza di discutere con Marchionne per scongiurare l'evento, sempre più evidente, che i centri direzionali e di ricerca e sviluppo, ovvero il cervello ed il know-how dell'azienda, vengano definitivamente trasferiti a Detroit, trasformando di fatto un pezzo fondamentale dell'industria manifatturiera italiana in un mero terminale di produzione, svuotato di capacità progettuali e tecnologiche, con drammatiche ripercussioni sulla capacità innovativa e progettuale dell'intero sistema-Paese. Ciò benché la difesa della autonoma capacità innovativa e progettuale sia, in teoria, una priorità di politica industriale. Nessuno si preoccupa più di tanto di fare qualcosa, di fronte alle dichiarazioni di Marchionne, che prefigurano uno spostamento della direzione del gruppo Fiat negli USA, e non è certo con le telefonate e con i colloqui fatti a margine dei convegni, o con le rassicurazioni lanciate dalle pagine dei giornali, senza alcuna base oggettiva, che si evita tale evento. Nessuno ha la forza politica di discutere del fatto che parti essenziali della nuova generazione dei veicoli Fiat, come ad esempio il pianale Compact che equipaggia la Nuova Giulietta, e che dovrà rappresentare la base di tutti i successivi veicoli del segmento C del gruppo, sia stato, sia pur solo in piccola parte, co-progettato a Detroit. Nessuno sembra preoccuparsi del futuro industriale del Paese, se dobbiamo diventare una sorta di Paese del Terzo Mondo che si occupa soltanto della parte manifatturiera, o se possiamo ancora rimanere un'economia basata sul cervello, la creatività ed il know how. Si lascia che tali problemi strategici per il futuro del Paese siano risolti da un uomo solo, ovvero Marchionne, il quale fornisce una soluzione nell'interesse dei suoi azionisti e del grande capitale, non certo del Paese.

La delega sulla riforma delle relazioni industriali

La stessa delega fatta a Marchionne sulle politiche industriali, la ritroviamo, in modo anche più pesante, sul tema delle relazioni industriali. Anche qui, nessuno trova niente da dire se Marchionne esce da Confindustria, condannando di fatto, ed unilateralmente, il sistema delle relazioni industriali italiano ad un cambiamento genetico, subito in modo totalmente passivo dalla politica e dalle parti sociali, ovvero dai soggetti istituzionalmente deputati a gestire l'architettura di tale sistema, in rappresentanza degli elettori e dei lavoratori, cioè del popolo. La fuoriuscita del più grande gruppo industriale dal sistema di concertazione su cui tradizionalmente si fondano le relazioni industriali nel nostro Paese, avrà ripercussioni enormi, perché sarà una scelta imitata, presto o tardi, anche dalle altre grandi imprese. In tale nuovo sistema, disegnato in solitudine da Marchionne, si realizzerà con ogni probabilità una contrattazione diversificata in tre grandi canali: uno per le grandi imprese e i loro fornitori di prima fascia, un altro per i distretti produttivi e le reti e polarità organizzate di PMI, un terzo per le PMI che operano in solitudine al di fuori di tali polarità.
Le grandi imprese ed i loro fornitori di prima fascia adotteranno un modello di relazioni industriali americano, ovvero con sindacato aziendale “collaborativo” e cogestore, eliminando i sindacati che difendono i lavoratori realmente, come la FIOM. Il tutto per giungere, sempre nelle grandi realtà produttive, ad un modello di cogestione all'americana, con rappresentanti dei sindacati aziendali nel Cda, e lavoratori retribuiti pro-quota con una parte degli utili. Un modello che, come è evidente, è disegnato per estinguere la lotta di classe e per legare, in una forma di neo-schiavitù, i lavoratori al management aziendale, asserviti, sia nel livello remunerativo che nella stessa sopravvivenza del loro posto di lavoro, a risultati aziendali che non hanno potuto determinare, poiché sul ponte di comando dell'azienda, dove si decidono le strategie che determinano i risultati aziendali, assieme ai rappresentanti della proprietà, siedono le burocrazie sindacali, interessate prioritariamente al loro ruolo, ed al loro potere, all'ombra del padronato. E dove la solidarietà di classe si perde, perché il sindacato si frantuma in tante isole aziendali in concorrenza fra loro.
Viceversa, nel mare delle piccole e medie imprese, laddove queste siano organizzate in distretti produttivi, prevarrà la contrattazione territoriale, altro metodo per frantumare la solidarietà di classe e per creare una insana concorrenza fra territori e fra polarità produttive locali, per stabilire chi è in grado di imporre le condizioni contrattuali più penalizzanti in termini di rapporto fra produttività e costo del lavoro, generando quindi una perversa competizione di costo fra aree territoriali, ovviamente al ribasso, che laddove il costo della vita è più basso, come nel Mezzogiorno, creerà i presupposti per il ripristino delle gabbie salariali.
Laddove, infine, le PMI non siano organizzate in distretti, o non appartengano alla fascia di subfornitura di grandi imprese con sindacato e contratto aziendale, rimarrà il riferimento ad una forma indebolita di contratto collettivo di comparto, che però non potrà che essere competitivo rispetto ai contratti aziendali e territoriali stipulati dalle grandi imprese, o dalle PMI distrettuali, del medesimo comparto, perché altrimenti le PMI “a contratto collettivo” subirebbero una penalizzazione competitiva che potrebbe condurre al loro fallimento. Di fatto, quindi, anche la libertà negoziale delle parti firmatarie di tale contratto collettivo “residuale” sarebbe fortemente condizionata e vincolata dalle altre due tipologie di relazioni industriali sopra esaminate. Guarda caso, soltanto dopo l'affermazione del modello-Mirafiori, la politica, ossequiosa, e con la benedizione anche dei professori e dei politici della cosiddetta sinistra riformista, oltre che con il via libera dei sindacati confederali, vara uno Statuto dei Lavori che prevede la possibilità di derogare al contratto collettivo con contratti aziendali o territoriali, persino sugli aspetti normativi (la disciplina del lavoro e del licenziamento) oltre che su quelli salariali e di organizzazione del lavoro, e limita il diritto di sciopero, per consentire a tale nuovo modello di entrare in vigore con il minimo di attrito sociale. Di fatto, il disegno del sacconiano Statuto dei Lavori non è altro che la trasposizione normativa fedele di un modello imposto nei fatti da Marchionne.

L'assenza anche di uno spazio di autonomia residuale “compensativo” della politica

In pratica, politica e sindacati, in una fase di crisi che accentua i caratteri oligopolistici, e quindi autoritari, del capitalismo, demandano ad un solo uomo, ovvero Marchionne (e quindi di fatto al grande capitale industriale), la strategia di politica industriale del Paese e la riforma della politica del lavoro. E non sono nemmeno capaci di assicurare un ruolo marginale alla politica ed alla mediazione sindacale, ovvero lo spazio della compensazione dei danni produttivi ed occupazionali generati dal modello-Marchionne.
Lo si vede chiaramente nella triste vicenda di Termini Imerese. La decisione unilaterale della Fiat di chiudere lo storico impianto produttivo, che infligge un colpo mortale ad un'economia particolarmente debole e in ritardo di sviluppo come quella siciliana, che per certi aspetti è ancora caratterizzata da tratti pre-capitalistici, è talmente grave che ci si sarebbe aspettati un colpo di reni da parte della politica e dei sindacati. Di fatto, con tale decisione la Fiat non influisce soltanto sul destino di circa 1.900 lavoratori e delle loro famiglie, ma sta condannando un'intera regione di più di cinque milioni di abitanti a rinunciare ad ogni prospettiva di rivoluzione industriale e di sviluppo che, come si sa, non si fa senza il ruolo propulsivo, in termini di peculiare capacità di generare un'accumulazione di capitale originaria, ad opera della grande industria e delle grandi banche (queste ultime di fatto, in Sicilia come nel Mezzogiorno, distrutte ed asservite al sistema creditizio del Nord, grazie alle riforme del mercato bancario messe in campo, nei primi anni Novanta, da un altro servo degli interessi del grande capitale oligopolistico come Giuliano Amato).
Di fronte a tale problema grande come una montagna, il sistema politico-sindacale ha generato un topolino. Il cosiddetto piano di reindustrializzazione di Termini Imerese, sbandierato dal Governo-Berlusconi, e da ben tre Ministri del Sottosviluppo Economico (Scajola, Berlusconi ad interim e Romani), ad oggi appare incerto e indefinito. Mentre la Fiat ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento per il 23 novembre prossimo, ancora una volta tradendo unilateralmente la promessa di tenerlo in funzione almeno fino al 31 dicembre, ad oggi il piano di reindustrializzazione del sito è affidato, per più del 90% del suo successo, ad un imprenditore di media dimensione, il molisano Di Risio, che con la sua DR Motors, finora, ha fatto soltanto il piccolo assemblatore, ed il venditore, di automobili da lui progettate, e realizzate con componenti importate dal gruppo automobilistico cinese Chery. Tramite l'acquisizione dello stabilimento di Termini Imerese, la DR Motors dovrebbe arrivare a produrre ben 60.000 automobili all'anno, e trovare le risorse per finanziare un fabbisogno di investimento pari a 130 milioni di euro, in pratica il valore di una legge finanziaria di una piccola regione! Nessuno è informato, perlomeno nel dibattito pubblico, sul fatto che tale imprenditore, che prevede di passare dalla sua attuale produzione di 36.000 veicoli all'anno ad una complessiva di quasi 100.000, abbia le risorse, il mercato e le capacità imprenditoriali per realizzare un simile salto di qualità, nonostante un precedente che avrebbe dovuto far scattare qualche campanello di allarme: Di Risio ha infatti, nei mesi scorsi, avviato una negoziazione con Fiat per rilevare lo stabilimento Irisbus di Valle Ufita, che IVECO intende chiudere, e poi, quando le trattative erano giunte a buon punto, ha improvvisamente abbandonato il progetto, dirigendosi subito su Termini Imerese.
Poiché l'iniziativa di Di Risio dovrebbe assorbire l'87% dei 1.500 addetti ex-Fiat che dovrebbero essere riassunti con il piano di reindustrializzazione, potrebbe anche verificarsi l'ennesimo fallimento delle politiche di industrializzazione o reindustrializzazione di stampo borghese, condotte nel Mezzogiorno. Evidentemente, i fallimenti dei piani di reindustrializzazione di Ottana, di Manfredonia, di Bagnoli, di Gioia Tauro, della Valbasento, ecc. ecc. non hanno insegnato niente. E Termini Imerese potrebbe aggiungersi alla già lunga lista. Ma d'altra parte, la serietà dell'impegno dei nostri policy makers nel risolvere il problema di Termini Imerese, si è vista sin dal 2009, quando, prima dell'entrata in scena di Di Risio, il Ministero del Sottosviluppo Economico si era messo nelle mani di tale Simone Cimino, a capo di una società finanziaria siciliana, finito agli arresti a Giugno per manipolazione informativa del mercato ed intralcio alle attività di vigilanza. Costui, che avrebbe dovuto addirittura creare a Termini Imerese il polo europeo dell'auto elettrica e delle energie rinnovabili, calamitando gli investimenti del colosso indiano Reva, era già finito nei guai nel 2009, quando un’interrogazione parlamentare gettò un’ombra pesante su una impresa da lui partecipata, la T-Link, amministrata da Salvatore Errante Parrino, già membro del collegio di difesa dell’imprenditore Michele Aiello, coinvolto nel processo contro Totò Cuffaro. Evidentemente, al grande capitale, lo sviluppo industriale della Sicilia non interessa. Quindi la politica se ne occupa a margine (avete sentito parlare, dal neo-premier Monti, del problema di Termini Imerese? Io no. Gli ho solo sentito parlare di bilancio dello Stato) e quindi, occupandosene marginalmente, lo fa in modo dilettantistico, improvvisato ed avventuristico.
Lo stesso asservimento della politica agli interessi economici vale sul campo delle politiche fiscali e monetarie. La Bce, prodotto del sistema-euro, ovvero di un apparato creato ad hoc per realizzare un mercato finanziario di scala europea, particolarmente appetibile per gli investitori perché privo di rischi di cambio e di barriere aministrative alla circolazione dei capitali speculativi, ed il Governo-Monti, altro prodotto dei mercati finanziari, sono lì per fare le politiche monetarie e di bilancio richieste dai mercati, non per rispondere alle esigenze dei popoli.

Conclusioni

La verità è una sola, e cioè che, come insegna Marx, la struttura dei rapporti sociali di produzione determina la sovrastruttura politica, culturale e sociale, e che questa è asservita alle dinamiche strutturali dei rapporti di produzione. Basta citare il celebre passaggio di Marx, contenuto nella Critica dell'Economia Politica del 1859: “nella produzione sociale delle loro esistenze, gli uomini inevitabilmente entrano in relazioni definite, che sono indipendenti dalle loro volontà, in particolare relazioni produttive appropriate ad un dato stadio nello sviluppo delle loro forze materiali di produzione. La totalità di queste relazioni di produzione costituisce la struttura della società, il vero fondamento, su cui sorge una sovrastruttura politica e sociale ed a cui corrispondono forme definite di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo generale di vita sociale, politica ed intellettuale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Ad un certo stadio di sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con le esistenti relazioni di produzione o - ciò esprime meramente la stessa cosa in termini legali - con le relazioni di proprietà nel cui tessuto esse hanno operato sin allora (...) A quel punto inizia un’era di rivoluzione sociale. I cambiamenti nella base economica portano prima o dopo alla trasformazione dell’intera immensa sovrastruttura. Nello studio di tali trasformazioni è sempre necessario distinguere tra la trasformazione materiale delle condizioni economiche di produzione, che può essere determinata con la precisione propria delle scienze naturali, e le forme legali, politiche, religiose, artistiche o filosofiche – in una parola: ideologiche – in cui l’uomo diviene conscio di questo conflitto e lo combatte. Così come non si può giudicare un individuo da ciò che egli pensa di sé stesso, questa coscienza dev’essere spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto esistente tra le forze sociali di produzione e le relazioni di produzione”.
Nella fase oligopolistica del capitalismo, ci spiega inoltre Sweezy, il peso della struttura nel determinare la dinamica della sovrastruttura politica diviene ancor più forte, perché la capacità di influenza sulle decisioni politiche delle grandi concentrazioni di capitale, prive di sostanziali contrappesi concorrenziali, quindi di fatto operanti in oligopolio o monopolio, diviene preponderante, e passa per il tramite del potere finanziario, di quello mediatico, di quello più strettamente produttivo ed occupazionale (quanto pesa la minaccia di Marchionne di delocalizzare i suoi impianti produttivi, se non si fa come si dice, considerando le centinaia di migliaia di persone il cui posto di lavoro dipende dalla presenza della Fiat?)

LA RISPOSTA DI UNO SCRITTORE E LE RIFLESSIONI DI UN OPERAIO





di Lorenzo Mortara

Massì un consiglio posso darlo.
Ragazzi è ora di leggere Karl Marx.
Non è mai stato tanto attuale.
Aldo Busi (1995), qui


Il mio ultimo scritto, Commentando il Monti nazionale e l’Aldo Subi internazionale, ha avuto addirittura risposta da Aldo Busi stesso. Per noi quattro gatti spelacchiati della “redazione”, è indubbiamente un evento, e per il piccolo gruppo che rappresentiamo siamo molto onorati d’essere stati degnati dalla sua penna. Perciò ci sembra giusto mettere in risalto la sua risposta, alla quale aggiungiamo le mie ulteriori riflessioni.
Secondo lo schema classico del dibattito, non supereremo botta, risposta, replica e controreplica. Per cui, un’eventuale ulteriore risposta dello Scrittore, sarà messa in vetrina ma commentata a parte, per non trasformare il blog in un disco rotto che suona sempre la stessa canzone.
La risposta di Busi è breve e a mio giudizio molto affettuosa, come del resto pieno d’amore era il mio scritto, ma come tutti i grandi scrittori, anche in poche righe, Busi ha il dono di essere stimolante, per cui un ulteriore commento si rende necessario.
Ecco qua, per cominciare, la sua risposta, segnalata per altro nel sito busiano:


Mortara! Ho molto apprezzato per il divertimento procuratomi il Suo commento pieno di storia patria e di distinguo che, a differenza dello stato del Paese, se la prendono un gran comoda: se Lei pensa che ci sarà mai il tempo e la maturazione civile e politica perché alla guida del Governo si chiami Aldo Busi e non un qualsiasi Monti, cominci subito a darsi da fare Lei, che non è un rincitrullito privo di risorse e di ingegno come me, non c’è un attimo da perdere. Ma, a meno che Lei non pensi fideisticamente di stare sulla Luna, dubito che lo farà in tempi umani: con i Suoi proclami di rivoluzione senza fare i conti della serva reazionaria che da sempre finanzia i comunisti italiani di potere, mi ricorda troppo l’occulto berlusconino clericale duro e puro alla Bertinotti. Lei ha gli ideali che si merita, io quelli che mi sono guadagnato senza chiedere mai niente e, anzi, respingendo i favori che mi si voleva forzare ad accettare. Sventolare oggi una bandiera rossa è demagogico quanto esporre la Sacra Sindone. Cordialità, Aldo Busi Ps grato se vorrà omettere la mia e-mail


Ed ecco qui sotto le mie riflessioni.
Non so se la maturazione civile e politica del Paese farà in tempo ad avere Busi al Governo, ma se lo Scrittore insiste nell’interclassismo, io da buon mulo marxista, resto più cocciuto di Lui nel mio classismo. In questo Paese, per fortuna, qualcuno non potrà mai essere maturo per Busi, perché irrimediabilmente marcio anche per un Pinco Pallino qualunque. Questo qualcuno è la classe borghese, tanto più viva, presente e parassitaria, quanto più si relega da sola, nel passato, la lotta di classe. La classe operaia, invece, non deve maturare per Busi, perché non è affatto acerba, ma perfettamente matura. Infatti, la domanda va girata: Busi è sicuro d’essere pronto per la classe operaia? Perché noi operai siamo prontissimi per Busi, ma non vogliamo mica che vada al Governo come un eletto bischero qualunque, vogliamo che l’abbatta il Governo. Busi, così classico e greco come ogni persona nata in provincia d’Atene o giù di lì, non vorrà mica farci credere anche Lui alla favola della democrazia parlamentare come sola forma possibile, metafisica e antistorica, di democrazia?
Non c’è operaio che alla mattina, in fabbrica, alla macchinetta del caffè, non mi spieghi, in parole popolari, la concezione marxiana e classista dello Stato. Nessuno più degli operai conosce Stato e rivoluzione di Lenin, perché nessuno più di loro quel libro ce l’ha dentro. Se però Busi vuol governare il Parlamento borghese anziché la Comune Italia, a noi va bene lo stesso. Anche in quel caso, infatti, saremo sicuri di avere almeno un rivoluzionario tra un migliaio di culi bianchi e lo voteremo con gioia. Ma solo se accetterà la sfida di essere uno contro tutti come al Costanzo Show, e non uno con tutti, come ha dimostrato nell’abbraccio al Monti, e quindi al Parlamento intero che gli ha dato la sua stessa fiducia. Crede, forse, Busi che ci sia così tanta differenza tra il quoziente intellettuale medio del telespettatore del Costanzo Show e i telecomandati del Capitale in Parlamento? Sono solo due merci, per giunta avariate, della stessa catena di supermercati.
Busi dia l’addio al Monti, non il benvenuto. Non si preoccupi troppo dei tempi che corrono, andranno molto più lenti e potranno persino aspettarlo quando non li accelererà più spingendo avanti i tecnici, improvvisati politici, che vogliono aggiustare l’Italia più o meno come i politici, improvvisati tecnici, che li hanno preceduti.
Fino a che i Busi s’appoggeranno ai Monti, ci precluderanno in eterno il giorno glorioso e spettacolare di vederli traforati da parte a parte dai Busi. In quel caso però, noi operai non avremo colpa. Noi più che dargli la carica non possiamo, ma se lui spreca l’occasione per farci insieme i fuochi d’artificio, la colpa sarà sua.
In effetti Busi pone problemi di tempo che io non mi sono mai posto. E non perché sia fuori dal tempo, ma perché conosco i tempi della rivoluzione. E la rivoluzione arriva a o ritarda in base a quanto tempo si perde dietro a questo o quel rappresentante borghese. Il mio banalissimo lavoro di operaio e di marxista militante, consiste appunto nel fare semplicemente la mia parte per avvicinarla anche solo di un secondo. Tutto qua. Forse che Marx ed Engels erano dei marziani quando proclamavano il Manifesto della rivoluzione nel mondo contadino del 1848? No, erano gli esseri più realisti in circolazione. Ed è così anche oggi, perché a un uomo come Busi non dovrebbe sfuggire che dal 2008, la Terra, la Luna e tutto l’universo umano genere sono tornati a ruotare, ancora più stretti di prima, attorno all’orbita di quei due.
A Busi io ricordo «troppo l’occulto berlusconino clericale duro e puro alla Bertinotti» perché lancio proclami rivoluzionari «senza fare i conti della serva reazionaria che da sempre finanzia i comunisti italiani di potere». Non fosse stato Busi, ma il solito superficialotto da centro sociale, sarei rimasto profondamente indignato e offeso per una simile accusa. Non credo però Busi appartenga a quella razza, è troppo divertente e simpatico per assomigliargli. È però ben strano che Busi mi affianchi a Bertinotti, senza ricordarsi che in questo momento è Lui che si è affiancato ai duri e puri alla Vendola, delfini di Bertinotti. E Bertinotti, come ricorda lo Scrittore, fu duro e puro, clericale e berlusconiano, padronale e New-Co: Nuovo Compagno ergonomicamente prono a Marchionne (Busi ricorderà sicuramente gli elogi sperticati dell’ex Presidente della loro Camera al “borghese buono” amministratore delegato Fiat).
Il marxismo invece non è né duro né puro, anzi può tranquillamente scendere a compromessi. Ma il marxismo è un metodo, e anche per il compromesso c’è una sua metodologia marxista. Metodologia che non è un dogma, ma un libro dell’esperienza continuamente perfezionato e aggiornato. E questo libro esclude nella maniera più categorica che per accelerare i tempi, della rivoluzione come dei Busi, che sono in sostanza la stessa cosa, si debba appoggiare i governi tecnici dei borghesi. Perché? Potrei consigliare il libro a Busi, ma mi pare fin eccessivo, perciò dirò molto più semplicemente perché la rivoluzione non può appoggiare la controrivoluzione. Non mi pare tanto difficile da comprendere. Solo così si possono fare i conti con la serva rossa. Altrimenti resteranno sempre aperti. Per fortuna non solo mia ma di tutti, però, i conti lasciati aperti da Busi, li sta chiudendo la Storia. Lo stalinismo, affondato 20 anni fa, ha lasciato andare alla deriva la sua carcassa fino ad oggi. Ora è stato spiaggiato, credo, definitivamente, nonostante sia ancora possibile qualche inconsistente colpo di coda. E in tutto questo affondare, lo zampino dei marxisti c’è. Aspettiamo la zampata decisiva dei Busi. Noi siamo ancora troppo indietro per farlo. Ma lui che è così bene in vista, così in condizione di fare cento volte più male di noi, lo faccia senza timore. La Storia non aspetta altro. Coraggio! Il tempo di fare i conti col passato sta per scadere, è già quasi una battaglia di retroguardia, è con il futuro che si devono aprire. Busi che è così avanti, in tutti i sensi, tiri la cordata, non si metta al collo dei Monti per impiccarci tutti.
Il nostro Scrittore, mi invita a cominciare a darmi da fare per togliere tutte le gramigne che ostruiscono la strada al potere, agli unici in fondo meritevoli di poterlo prendere. Ma la verità è che io ho cominciato già da un pezzo. In ritardo, è vero, sui 25 anni suonati, perché in fondo sono e resto un ritardato, ma da allora non ho mai smesso. Ricordo ancora il primo volantino che distribuii in fabbrica (la difficoltà di un volantino, consiste nel dover stringare in due righe elementi discorsivi ed elementi critici), con un riferimento al capitolo busiano dedicato alle “Indebite parentele”. Come volantino non fu granché, l’equilibrio appena accennato non mi riuscì, epperò era già pieno di ottima volontà. Da allora faccio la mia parte, in Fiom come dovunque vada. E nella mia presunzione, pari se non superiore a quella dello Scrittore, sono convinto che il mio marxismo abbia qualche elemento di aggiornamento della lezione busiana. Insomma proprio stupido non sono, qualcosa devo pur aver appreso dalla sua letteratura.
È vero, forse qualche attimo lo perdo ancora, per la semplice ragione che non riesco ancora a legarmi alla sedia come Vittorio Alfieri, come mi riprometto sempre e come dovrebbe fare ogni militante. Purtroppo ogni tanto mi perdo ancora a fare il cretinetti, ma l’impegno profuso è enorme. Di più non saprei cosa fare. Oltre a portare Busi in Fiom, nelle lotte e nella letteratura militante che produco, davvero non credo resti molto altro da fare, oltre ad accettare il fatto che io sono solo uno, non sono Mandrake.
Non so se ho gli ideali che mi merito, mi auguro solo che Busi non sia guadagnato per sempre al liberalismo, sarebbe tutta accumulazione sprecata, per quanto autonoma. Da buon operaio, oltre a sudarmi la giornata, non posso far altro che sudarmi il mio marxismo quotidiano. Capisco che forse un genio come Busi possa ambire a qualcosa di più, a una maggior indipendenza di pensiero. Lui indubbiamente può, io no, pena non pensar più niente. È giusto così, perché forse nella mia critica ho scordato una cosa importantissima che nella mia semplicità posso aver sottovalutato: forse Busi appoggia Monti, sicuro che il suo peso finirà per schiacciarlo. Se è così, anche con Monti, noi si appoggerà senz’altro Busi.
Quanto alla demagogica Sacra Sindrome da Bandiera Rossa, Busi ha ragione, ma si tratta solo di intenderci. Sventolare la bandiera rossa è demagogico quanto esporre la Sacra Sindone o parlare del bene del Paese, come fanno gli industriali. Che Busi possa essere in buona fede e gli industriali no, cambia poco, quando nei fatti, appoggiando Monti, buona e cattiva fede coincidono. In tutta questa demagogia, c’è però una differenza importante. Se si sventola la bandiera rossa dopo aver letto e compulsato – sono parole di Busi stesso, riportate a memoria da non so dove – i sacri testi, quelli di Busi soprattutto compresi, allora quella bandiera resta solo il minimo segno di riconoscimento di chi non ha bisogno di trovarne un altro per il gusto, chic e volgare, di voler essere a tutti i costi diverso dagli altri e unico dove non serve. Se poi il giorno che tutti avremo le letture a posto, vorremo sventolare in piazza una copia del Casanova di se stessi, ci riconosceremo tranquillamente in quel romanzo come nella nostra bandiera rossa. Non farà alcuna differenza. Mentre è chiaro che senza la lettura di quei testi, è indubbiamente pura demagogia sventolare qualsiasi cosa.
Noi di Bentornata Bandiera Rossa, le letture le abbiamo fatte e continueremo a farle, e se avremo così tanta fortuna da poter passare al cartaceo, Busi stia pure tranquillo, non ci troverà mai allegato a puntate la Sacra Bibbia o il Vangelo secondo Veltroni come la sua Unità ai tempi del primo Prodi; ci troverà il Capitale come deve essere, e a seguire la sua opera omnia. Busi insomma potrà sempre essere soddisfatto di noi, non avrà molto da lamentarsi. Non si può pretendere che tutti siano Busi, di Busi ce n’è uno solo, ma di ottimi compagni ce ne possono essere parecchi.


Lorenzo Mortara
Delegato Fiom-Cgil
Stazione Dei Celti
Mercoledì 16 Novembre 2011


P.S. – La e-mail dello scrittore è al sicuro come tutte quelle che non ci arrivano! Se invece lo Scrittore arrivasse un giorno nella stagnante Stazione dei Celti, a trovare qualche moscerino, non si impantani subito tra la nebbia delle risaie e venga a trovarmi, in fin dei conti resta pur sempre uno dei pochi che ha il dono di mettermi istantaneamente di buon umore. Con affetto. Un abbraccio.


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