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lunedì 23 luglio 2012

La questione del debito pubblico e la questione meridionale


Andare oltre gli stereotipi per evitare una deriva greca

di Stefano De Bartolo




Quando si parla di debito pubblico e di questione meridionale spesso ci si imbatte in stereotipi che vengono suffragati da ragionamenti di buon senso e da esperienze personali.

Stereotipo 1: Il debito pubblico scarica il peso dei nostri eccessi sui nostri nipoti

Per mostrare l’infondatezza di tale stereotipo occorre partire da una banale descrizione del meccanismo di funzionamento della finanza pubblica. Tutti sappiamo che lo Stato si indebita quando, per fornire servizi alla collettività più o meno gratuitamente, spende più di quanto incassa con tariffe e soprattutto tributi (imposte e tasse).
Se il debito è interno (ovvero se i creditori sono cittadini dello Stato) il debito ha essenzialmente una funzione redistributiva, alcuni cittadini che detengono titoli di Stato ottengono degli interessi, mentre coloro che pagano le imposte ripagano questi interessi.
Veniamo quindi a disvelare il primo stereotipo: così come diceva Einaudi, non è affatto vero che con il debito pubblico veniamo a godere noi vivi oggi i vantaggi della spesa e lasciamo pagare il conto ai lontani nipoti. Non è vero perché il debito pubblico che lo Stato contrae si accompagna sempre ad un credito per altri. Se si guarda quindi la comunità nel suo complesso (e se il debito è interno) la presenza del debito pubblico non emerge come un problema generazionale, ma come un problema di redistribuzione, ovvero di spostamento di reddito da chi paga le tasse a chi incassa gli interessi sui titoli di Stato.
Per comprendere il perché il debito pubblico non è un problema di trasferimento intergenerazionale, ma è soprattutto un problema redistributivo tra contribuenti e percettori degli interessi sui titoli pubblici può essere utile riportare un passo di A. De Viti De Marco: “a misura che l’acquisto di titoli del debito pubblico si estende e si generalizza quale forma preferita di investimento per nuovi risparmi, soprattutto della media e piccola fortuna si riscontra presso un sempre maggior numero di persone la qualità di essere contemporaneamente creditori dello Stato per gli interessi del consolidato, e suoi contribuenti per fornirgli i fondi necessari al pagamento degli interessi […] Il giorno quindi che il debito pubblico fosse nazionalizzato e poi fosse nell’interno dello Stato per ipotesi ripartito tra tutti i cittadini, in modo che ogni contribuente riceva tanto di interessi tanto quanto paga di imposta a quel titolo, il gran libro del debito pubblico potrebbe essere soppresso senza danno né giovamento alcuno.”

Una volta compreso che occorre concentrarsi sull’aspetto redistributivo, è necessario andare a capire in che direzione opera la redistribuzione e quindi occorre comprendere chi è che paga le tasse e chi possiede il debito pubblico.
Per quanto riguarda i possessori del debito pubblico c’è da dire che la distribuzione della proprietà del debito pubblico tra gli italiani è estremamente concentrata. Nel 1991, ad esempio, il 75% degli interessi pagati dallo Stato ai detentori del debito andava alle imprese e al 40% più ricco delle famiglie.
Per quanto riguarda il lato delle entrate fiscali, c’è da dire che negli anni Ottanta molto elevata era la quota derivante dalle imposte dirette. Le imposte dirette sono quelle dove è possibile applicare delle aliquote differenti in base al reddito ed è quindi la forma di tassazione che meglio consente la progressività (a chi ha di più si applica un’aliquota maggiore). Il problema è che affinché la tassazione diretta sia effettivamente progressiva sono necessarie tre condizioni:
-          Ci deve essere una certa differenziazione delle aliquote
-          La base imponibile, ovvero la somma dei redditi da cui si parte per applicare le aliquote, deve comprendere              tutti i redditi e non solo quelli da lavoro
-          L’evasione non deve essere un fenomeno rilevante.
Per quanto riguarda le aliquote, negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una indifferenziazione delle aliquote, cioè si sono ridotte le aliquote dei redditi più alti (l’idea di Hollande di tassare al 75% i redditi al di sopra di un milione si muove nella direzione opposta e va salutata positivamente).
Per quanto riguarda la base imponibile, molti redditi da lavoro autonomo e da capitale sono soggetti a regimi sostitutivi d’imposta, divenendo assoggettati ad una aliquota unica e  finendo per essere sottratti dal principio della progressività. Il risultato è che a subire la crescita della pressione fiscale sono stati soprattutto i redditi da lavoro dipendenti (molto di più di quanto sia avvenuto in Francia e in Germania), tale fenomeno era ed è peraltro sostenuto anche dagli elevati livelli di evasione che non coinvolgono i salariati (soggetti a ritenuta d’acconto.
Sintetizzando possiamo dire che il debito pubblico ha degli effetti redistributivi che portano ad un aumento delle disuguaglianze, si può dire che i salariati (che sopportano gran parte del peso della pressione fiscale) pagano gli interessi sui titoli di Stato ai possessori dei titoli pubblici che come visto sono soprattutto le famiglie più ricche e le imprese.

A questo punto si potrebbe dare la responsabilità della crescita del debito pubblico (e quindi anche di questa redistribuzione all’incontrario) alla spesa sociale.
Stereotipo 2: Non ci potevamo permettere il welfare
In realtà se si vanno a guardare i numeri ci si accorge che la spesa pubblica italiana in rapporto al PIL non si è mai attesta a livelli molto diversi da quella di altri paesi europei come la Francia e la Germania. Molto più alta è stata invece la spesa per interessi (per via dell’elevato debito pubblico e degli alti tassi di interesse seguiti al divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro). Se si guarda, invece, alla spesa al netto degli interessi, l’Italia è sempre stata al di sotto delle altre nazioni europee. All’inizio degli anni Settanta la spesa al netto degli interessi in Italia era del 6% più bassa della spesa in Francia e Germania. Nel 1980 in Italia era pari al 37%, mentre in Francia al 45,5% e in Germania al 46,5%. Alla fine degli anni Ottanta era al 43% come quella tedesca e sotto di 5 punti percentuali rispetto a quella francese. Alla fine degli anni Novanta è pari in Italia al 41,5% del PIL contro il 44,9% della Germania e al 49,6% ella Francia.

Per concludere la questione del debito pubblico possiamo delineare un quadro complessivo del circolo perverso di cui i salariati sono stati vittima.
A partire seconda metà degli anni Settanta abbiamo avuto un aumento della spesa primaria (al netto degli interessi), essenzialmente della spesa sociale. Tuttavia la spesa sociale in rapporto al PIL si è attestata in Italia a livelli sempre inferiori rispetto a quelli di altri paesi europei continentali come la Francia e la Germania. Nonostante la spesa sociale fosse inferiore, abbiamo assistito ad una espansione del debito pubblico. Ciò è avvenuto essenzialmente per due motivi: mancata monetizzazione del debito (e alti tassi di interesse, a seguito del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro) e mancato adeguamento del sistema fiscale. Con il risultato che anziché organizzare il sistema fiscale in modo da fare pagare anche ai più ricchi l’aumento della spesa sociale (così come avvenuto nel resto d’Europa), abbiamo assistito ad un aumento del debito e della spesa per interessi a giovamento soprattutto di quegli stessi ricchi, i quali come abbiamo visto erano i principali detentori dei titoli di stato (e quindi percettori degli interessi).

Veniamo ora alla seconda questione, la famosa questione meridionale.
Il discorso fallace per cui noi siamo stati spendaccioni e spreconi e per questo ci troviamo in questa condizione di crisi, trova al Sud ampio consenso.
Stereotipo 3: Da noi in Calabria c’erano 40.000  forestali
Come già detto precedentemente, se si guarda in termini aggregati ci si accorge che il problema del debito pubblico è stato soprattutto un problema di mancato adeguamento dal lato delle entrate (nei tempi in cui il debito è cresciuto molto) più che un’eccessiva spesa sociale. Detto questo c’è da aggiungere che un discorso come quello dei 40.000 forestali calabresi non può essere fatto se non si tengono in considerazione quali erano le condizioni in cui avvenivano quelle politiche chiaramente assistenziali e clientelari.
A mio avviso una sintesi efficace in tal senso è stata compiuta da Franco Cassano, così come ricorda Onofrio Romano in un suo articolo su Il Ponte: “Il Sud, da decenni, non gioca una vera partita. Una “sua” partita. Nella Prima Repubblica ha fatto da ancella al gioco altrui, come sostenuto da Franco Cassano (2009). Ha svolto cioè una funzione stabilizzatrice nei confronti del sistema economico e politico del Nord: a) inviando manodopera alle fabbriche ivi locate; b) fornendo il patrimonio di voti necessari a controbilanciare l’egemonia comunista annessa all’espansione della classe operaia; c) ibernando le proprie potenzialità competitive contro lo stesso Nord. Per il servizio, il Mezzogiorno è stato compensato con prebende, trasferimenti, assistenza e persino con qualche investimento a mo’ di simulacro dello sviluppo industriale. Una sorta di cauzione simbolica. Da qui, l’elefantiasi della macchina amministrativa pubblica, il cui fondamento funzionale era difficile prendere sul serio.”
Se non si tiene in considerazione questa funzione che storicamente ha svolto il Mezzogiorno nel secondo dopoguerra non si riesce a comprendere il perché di tutti quei forestali calabresi o il perché di tutti i dirigenti attualmente operanti nella regione Sicilia.
Occorre quindi avere la capacità di porre la questione non sul piano moralistico. Ed è per lo stesso motivo che occorre rifiutare una prospettiva greca per il Meridione e per la Sicilia.
Non solo noi dobbiamo essere capaci di cogliere tutte le componenti della storia (e non solo la mezza verità per cui, il meridione è stato largamente assistito); ma dobbiamo anche apprendere dalla vicenda greca una lezione importante. Non è con un’austerità punitiva che si risolvono le questioni e si rendono le regioni più competitive ed efficienti. L’austerità provoca una depressione ulteriore delle economie, da cui consegue una riduzione delle entrate e un incremento della condizione di bisogno e di povertà che certamente nel Meridione favorirebbe un ulteriore legittimazione delle forme di assistenza mafiose o paramafiose.
Una politica seria dovrebbe comprendere i pericoli che si celano dietro l’austerità; riconoscere l’origine storica delle forme di assistenzialismo ed aiutare il Meridione ad intraprendere un percorso di sviluppo, che consenta  “investimenti in settori chiave e attrattori di sviluppo, anche al fine di aprire un canale con il privato che ne favorisca l’espansione".
Emerge ancora una volta la necessità di opporsi alle politiche di austerità e l’importanza di politiche di coordinamento volte a garantire una riduzione delle disuguaglianze e dei deficit di competitività tra le diverse zone.
Personalmente non sono molto fiducioso. L’impressione è che si proseguirà nella riduzione dell’assistenza e nei tagli, mentre non cambierà nulla sotto il profilo della competitività e delle politiche di sviluppo.  Se poi volgo lo sguardo alle classi politiche meridionali e particolarmente alla Calabria la sfiducia aumenta; ad una dominante classe di politicanti che continuano a praticare politiche clientelari si contrappone una minoranza di oppositori che non hanno la capacità di proporre una vera alternativa di sviluppo, restando invischiati in una denuncia per lo più moralistica e in invocazioni riguardanti il mero ricambio generazionale.


Bibliografia e Sitografia
Per quanto riguarda la questione del debito pubblico i principali riferimenti utilizzati sono:

La redistribuzione del reddito nell’Italia di Maastricht di Aldo Barba in Un’altra Italia in un’altra Europa: mercato e interesse nazionale, raccolta disaggi a cura di Leonardo Paggi Edizione Carocci 2011
Molto rigore per nulla di Giancarlo de Vivo in Oltre l’austerità, raccolta di saggi a cura di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti, ebook gratuito edito da MicroMega, disponibile su questo sito: http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/
La pressione tributaria dell’imposta e del prestito di A. De Viti De Marco in Giornale degli economisti(1893)

Per quanto riguarda la questione meridionale:
http://www.ilponterivista.com/portale/src/blog_full.php?user=&xy=&blogtype=5
http://frontierasud.comunita.unita.it/2012/07/17/parole-chiare-sulla-sicilia/

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ahòò, che fate tornare la bandiera
per metterla in candeggina?

Il vero stereotipo del debito

http://diciottobrumaio.blogspot.it/2012/07/il-vero-stereotipo-del-debito.html

marco

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