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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 27 settembre 2012

ALLE RADICI DEL FASCISMO: HISTORIA VITAE MAGISTRA di Riccardo Achilli



ALLE RADICI DEL FASCISMO: HISTORIA VITAE MAGISTRA
di Riccardo Achilli


Un dato che ricorre fondamentalmente in tutti i sistemi economici e sociali è la necessitàdi una forza sociale e politica che rappresenti una alternativa al sistema stesso. La prefigurazione di una alternativa sistemica è infatti funzionale alla esigenza di orientare la dinamica sociale, nei suoi aspetti conflittuali, verso un possibile obiettivo di cambiamento. Ovviamente la dinamica sociale è ineliminabile. Ce lo dimostra la storia: quando i Severi cercarono di ingessare la struttura sociale romana, per rispondere alla grande crisi del III secolo, in realtà, lungi dall’ingessare la struttura sociale, gettarono la base per l’avvento del feudalesimo, con il colonato che prefigurò la servitù della gleba, e le associazioni di mestieri, che prefigurarono le corporazioni medievali. Quando il feudalesimo era in crisi, i paradigmi democratici e giusnaturalistici degli illuministi fornirono le prime indicazioni per la futura società borghese e capitalistica.
Ed è così ancora oggi. In fondo si tratta di una applicazione del meccanismo già scoperto da Erich Fromm: quando un sistema sociale raggiunge uno stato di crisi strutturale, per cui la percezione che il sistema dominante non funzioni più si diffonde, si apre uno spazio per il passaggio da una libertà negativa, goduta sotto il vecchio sistema, ad una libertà positiva, cioè ad una creatività in grado di immaginare un sistema alternativo. Ma tale libertà positiva ha bisogno di un modello cui far convergere la creatività sociale. Altrimenti, in assenza di tale modello e di attori politici e sociali credibili, in grado di sostenerne la possibile fattibilità, prevale l’ansia, la paura del vuoto, l’insicurezza, che produce, nell’individuo come anche nel corpo sociale, una inevitabile enantiodromia verso figure rassicuranti ed autoritarie.
Il fascismo, nelle sue varie e proteiche forme, nasce esattamente da questa radice, ovvero dalla paura della libertà positiva, acuita dall’inesistenza, o dalla debolezza, di un soggetto politico in grado di essere rassicurante circa la possibilità effettiva di costruire un modello sociale ed economico alternativo e creativo.  In soldoni, se in una fase in cui il sistema dominante non è in grado di fornire risposte rassicuranti, la sinistra non è in grado di mettere in campo una alternativa di sistema credibile e concreta, sarà la destra a farlo. Ed inevitabilmente lo dovrà fare con modelli che, da un lato, ricostruiscano un senso di sicurezza, e dall’altro consentano, come magistralmente ci dice un grande studioso del fascismo, ovvero Wilhelm Reich, di strutturare quello strato dell’Io che fornisce una espressione politica (ovviamente coerente con gli interessi del potere costituito) alle componenti istintive ed irrazionali dell’inconscio. Le due cose si tengono insieme con l’autoritarismo ed il nazionalismo o il senso esasperato della comunità etnica, perché entrambi questi concetti forniscono un senso di sicurezza/protezione (il devolvere la propria libertà ad un capo, per non dover subire l’ansia di non sapere cosa farne, il sentirsi protetti dall’appartenenza ad una comunità, sia essa etnica, nazionale o corporativo/professionale) ed anche la possibilità di esercitare la sublimazione, in senso freudiano, delle pulsioni inconsce risalenti dall’Es, in direzione di un senso di potenza (ovviamente sostitutivo e palliativo della pulsione sessuale maschile) che si esercita attraverso la mitizzazione della figura maschile del leader (sia esso Mussolini o Assad) e della forza “sovrana” della Patria.
In questo senso, chi si richiama a tale sottocultura di simbologie mal combinate, composte da Patria ed adorazione del Leader (anche, e soprattutto, quando questo leader è un tiranno con le mani grondanti di sangue, perché questa immagine massimizza la sublimazione della pulsione sessuale repressa), nelle parole di Reich, “ha la mentalità dell’“uomo della strada” mediocre, soggiogato, smanioso di sottomettersi ad un’autorità e allo stesso tempo ribelle. Non è casuale che tutti i dittatori fascisti escano dalla sfera sociale del piccolo uomo della strada reazionario. Il grande industriale e il militarista feudale approfittano di questa circostanza sociale per i propri scopi, dopo che questi si sono sviluppati nell’ambito della generale repressione vitale.
La civiltà meccanicistica ed autoritaria raccoglie, sotto la forma di fascismo, solo dal piccolo borghese represso ciò che da secoli ha seminato, come mistica mentalità del caporale di giornata e automatismo fra le masse degli uomini mediocri e repressi” (W. Reich, Prefazione a Psicologia di Massa del Fascismo, 1933).
Certamente il fascismo si presenta con la faccia di un movimento rivoluzionario. Ne ha in primo luogo l’esigenza politica, proprio per quanto detto sopra, ovvero di dover rappresentare una alternativa di sistema in una fase di crisi profonda del paradigma dominante, in cui sembra che questo non possa più dare risposte sociali adeguate, ed in questo senso deve anche attrarre quell’elettorato di sinistra che non trova nella sua parte politica l’alternativa di cui sente il bisogno. E poi ne ha l’esigenza perché deve pescare nel profondo della sofferenza di quelle masse maltrattate dal liberismo, alla ricerca di una rivincita che nelle intenzioni di tali sfruttati vorrebbero essere una rivoluzione, e che il fascismo fa diventare soltanto il patetico urlo rauco del caporale di giornata innalzato a capetto. Come ben dice Paulo Freire:
quasi sempre gli oppressi invece di cercare la liberazione tendono a diventare oppressori essi stessi, o sotto-oppressori. La struttura stessa del loro pensiero è stata condizionata dalle contraddizioni della concreta situazione esistenziale nella quale si sono formati. Il loro ideale è di divenire degli uomini, ma per loro essere uomini equivale ad essere degli oppressori. Tale è il loro modello di umanità”.
E quindi ecco che è perfettamente compatibile con la natura del fascismo l’affermazione secondo la quale “I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari e le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un'alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo” (Benito Mussolini, 22 aprile 1945).
Tale affermazione va analizzata con attenzione:  iniziando dallo slogan “Stato del Lavoro”, che ricalca la sostanziale subordinazione del lavoro alle esigenze superiori dello Stato, fondamento del corporativismo. E se il lavoro è subordinato alle esigenze politiche dello stato, allora la libertà sindacale è impossibile, i lavoratori possono esercitare i loro diritti soltanto nell’ambito delle organizzazioni riconosciute e dirette dallo Stato, l’internazionalismo sindacale è vietato, gli scioperi consentiti soltanto entro i rigidi limiti dell’interesse nazionale.
Dopodiché viene la volontaria confusione dei termini: abbiamo un programma di sinistra e siamo ostili alla borghesia, però lottiamo contro il “pericolo rosso” senza bisogno di allearci con i borghesi. E siamo rivoluzionari, certo, ma aspiriamo ad un nuovo “ordine” (che certo non è parola che possa richiamarsi ad una tradizione libertaria tipica della sinistra migliore). Eccheggia esattamente il principio di base del fascismo, e che viene espresso dalla (mai approvata ufficialmente) Costituzione della R.S.I., che all’art. 1 proclama “la Nazione italiana ha vita, volontà, e fini superiori per potenza e durata a quelli degli individui, isolati o raggruppati, che in ogni momento ne fanno parte”. Infatti, se la volontà (i fini) dello Stato prevale sugli individui, anche organizzati, allora lo Stato prevale sulle classi sociali. La dinamica sociale deve essere quindi messa sotto controllo, governata, e possibilmente soffocata ed estinta da parte dello Stato (ed a ciò il meccanismo corporativo risponde egregiamente, poiché le strutture di base, dei lavoratori e dei datori di lavoro, convergono verso le corporazioni, controllate dallo stato, in cui gli interessi conflittuali di capitale e lavoro vengono composti ed armonizzati secondo una logica politicamente dirigistica).
Allora è chiaro che i termini del conflitto sociale debbono essere confusi, che il fascismo deve essere dipinto come una forza di sinistra, che i reali interessi in gioco devono essere mescolati tra loro. E, magari, per confondere ancora di più le acque, vengono cooptati pezzi di classi dirigenti di partiti socialisti, come Mussolini o Bombacci, oppure i partiti vengono chiamati con sigle che evocano il socialismo. Come dice esattamente Benito Mussolini, nel suo discorso parlamentare del 16 novembre 1922: “Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime ma tutela di tutti gli interessi che armonizzano con quelli della produzione e della Nazione”.
Nel tentativo di darsi una facciata piacevole per il proletariato, il fascismo non esita nemmeno a fare roboanti proclami antimperialistici: durante l’assemblea di piazza Sansepolcro del 1919, che è l’atto di nascita ufficiale del fascismo italiano, Mussolini afferma infatti che “L'adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all'imperialismo degli altri popoli a danno dell'Italia e all'eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli; accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni e presuppone l'integrazione di ognuna di esse”. Naturalmente, pochi anni dopo, lo stesso Mussolini attaccherà, in forma imperialistica, l’Abissinia e l’Albania, e sosterrà l’Anschluss e l’attacco nazista ai Sudeti. Ma anche questa contraddizione è organica alla natura stessa del fascismo: per quanto detto sopra, il fascismo ha l’esigenza politica di presentarsi come movimento di sinistra e rivoluzionario, ed in ciò, quindi, assume spesso anche posizioni antimperialistiche. Tuttavia, l’aggressività imperialistica è un connotato inevitabile del fascismo, quando arriva al potere, perché è legata esattamente alla sublimazione di un mito di potenza maschile.
Tutti i fascismi sono aggressivi: lo è stato quello italiano, così come quello tedesco. L’Estado Novo di Salazar ha perpetuato una sanguinosa guerra di difesa delle sue colonie fino a quando le Forze Armate, stanche di pagare un tributo di sangue, non hanno fatto una rivoluzione. L’Estado Novo brasiliano di Vargas entrò in guerra contro le potenze dell’Asse, con una partecipazione militare attiva, seppur piccola.
Di fatto, la disinvoltura con cui la propaganda fascista salta su tematiche di sinistra (ovviamente poi smentite dalle politiche messe in campo una volta al potere) è facilita dalla natura eminentemente interclassista del fascismo stesso, che supera il confronto fra le classi sociali, che è il sale di una società democratica e pluralistica, riducendolo al minimo comun denominatore dell’interesse dello Stato, rappresentato ed incarnato fisicamente dal suo Leader. Compito precipuo dello Stato fascista è fare da arbitro, e da punto di equilibrio finale, della lotta di classe, ma anche di ogni diversità, sia pur la più innocua, di posizioni ed interessi sociali. Una visione angosciosa: si critica il marxismo perché massifica l’individualità umana, ma non vi è nessun peggiore esperimento di massificazione, di spersonalizzazione, di schiavizzazione dell’individuo a finalità superiori che egli nemmeno vede, del fascismo. Una società fascista ideale è ben rappresentata dal romanzo orwelliano 1984.
Certo, poi ci sono cose come il riconoscimento di uno Stato sociale generoso, ma esclusivamente nei limiti necessari a mantenere la pace sociale in un Paese in cui un lavoratore non può chiedere niente più di ciò che viene generosamente “octroyé” dallo Stato e dove la povertà è diffusa, e le ingiustizie distributive sono crescenti, proprio perché il fascismo è un prodotto delle classi dominanti, che lo usano quando i normali rimedi della democrazia liberale non vanno più bene, a causa di crisi sistemiche: fino al 1925, Mussolini conduce infatti una politica economica chiaramente liberista, ispirata agli interessi del capitale industriale, fatta di privatizzazioni (ad es. la Zecca), di riduzione della spesa pubblica, di liberalizzazione dei mercati, di restrizioni monetarie in chiave antinflazionistica. Poi, su impulso degli industriali ed anche, però soltanto inizialmente, come conseguenza delle pur blande sanzioni internazionali imposte a seguito della proditoria aggressione all’Abissinia, virò sulla politica protezionistica ed autarchica, che non contribuì a migliorare significativamente il tenore di vita, molto modesto, ed in alcune aree del Paese miserabile, delle classi popolari, nonostante il welfare State fascista.
Così, mentre la battaglia del grano riduceva la competitività di altre coltivazioni più pregiate, e per un periodo rischiò addirittura di creare una penuria di prodotti zootecnici, e gli italiani dovevano bere caffè fatto con la cicoria e adottare obtorto collo uno stile di vita poco al di sopra di una dignitosa povertà, per i più fortunati, e di una vera miseria, per gli sventurati (forse è per questo che l’autarchia fascista è tanto amata dai teorici della decrescita come Latouche) i risultati economici complessivi furono pressoché deludenti. I dati storici della Banca d’Italia ci dicono infatti che, seppure in presenza di una crescita discreta dei consumi in termini reali (+10,6% fra 1937 e 1940) le ingiustizie distributive fra lavoro e capitale crebbero: la quota dei consumi sul reddito nazionale lordo passa infatti dall’82,3% del 1936 al 79% del 1939 (per poi aumentare esclusivamente in ragione dei consumi pubblici legati all’economia di guerra; i consumi della popolazione infatti diminuirono durante la fase bellica) mentre la quota degli investimenti sul RNL (che può essere considerata una proxy, seppur indiretta e differita, della quota dei profitti) passa dal 17,7% al 21% nello stesso periodo. Il tasso di inflazione elevato (7,7% nel 1939, contro l’1,1% in Gran Bretagna e addirittura un tasso negativo negli USA) legato anche, in parte, ai maggiori costi di produzione delle merci sostitutive delle importazioni sotto regime autarchico, comprimeva il tenore di vita di quei ceti medi rappresentanti la base di consenso del regime. Poi ci si può consolare con il fatto che l’autarchia costrinse il regime a fare importanti innovazioni tecnologiche sulle energie rinnovabili, sull’efficienza e risparmio energetico, sulla raccolta differenziata, sulle fibre tessili (la famosa Lanital) però ciò non basta a qualificare come innovativo un regime le cui basi culturali, al contrario, sono profondamente antimoderniste, basandosi su una visione tradizionalista, cattolica, familistica e rurale, della società.
Visione della società che, oltre ad essere antimoderna, è anche fortemente verticistica e concepita per bloccare l’ascensore sociale. La riforma-Gentile della scuola, infatti, è concepita per riprodurre la classe dirigente (i cui rampolli, a dispetto di tutte le fanfalucche dello stesso Gentile sulla selezione meritocratica che il suo sistema avrebbe consentito, hanno ovviamente un vantaggio di partenza rispetto ai figli delle classi popolari nell’accesso al liceo e quindi all’istruzione universitaria, rafforzato poi da una selezione basata anche su criteri di fedeltà politica della famiglia di origine) e per impedire l’ascesa sociale del proletariato e delle donne (che la visione sociale reazionaria del fascismo relega a mere madri di famiglia).
Il sistema corporativo blocca ogni tentativo di redistribuzione più equa del plusvalore, mentre l’ipotesi di socializzazione delle imprese rimane, per l’appunto, una ipotesi incompiuta lungo l’intero arco del ventennio.
Certo, poi Mussolini fece anche le nazionalizzazioni, ma sulla spinta della grande depressione del 1929-30, e quindi ancora una volta esclusivamente nell’interesse del grande capitale industriale italiano, per salvare le banche che dovevano continuare a pompare credito, per salvare l’industria di base nella prospettiva di una guerra che la crisi economica, associata al crescente protezionismo, all’aumento delle tensioni internazionali fomentato anche dalla distruzione della credibilità della Società delle Nazioni provocata dal proditorio attacco italiano all’Abissinia nel 1935 ed alla crescita del militarismo nazista, aiutato a sdoganarsi dallo stesso Mussolini, rendevano sempre più inevitabile. Tanto è vero che il ministro dell’agricoltura fascista, Acerbo, nel 1934 dichiarò che “mentre in ogni altra parte del mondo la proprietà privata stava facendosi carico delle sofferenze causate dalla depressione, in Italia, grazie all’azione di questo Governo fascista, la proprietà privata non è stata solo salvata, ma anche rafforzata”. E mentre si rafforzava la proprietà privata, il numero di disoccupati passava da 300.787 individui nel 1929 a 1.018.935 nel 1933. E non realizzò mai appieno la riforma agraria che sarebbe stata il mattone necessario per portare il Mezzogiorno fuori dalla miseria, mentre le gigantesche opere di bonifica servirono soltanto per arricchire speculatori terrieri, imprese di costruzione, e per tenere sulla terra mano d’opera non impiegabile nell’industria. Cosicché ad una piccola borghesia urbana che raggiunse un tenore di vita appena decente (comunque non paragonabile a quello di altri Paesi europei del Nord) ed a una grande borghesia industriale ed agraria che si arricchì favolosamente (anche mediante fenomeni di corruzione molto estesi nel settore delle opere pubbliche, che diede vita ad una vera e propria tangentopoli nera, a favore di gerarchi come Farinacci, o dello stesso Duce) corrispose un proletariato urbano e rurale in condizioni di miseria materiale spesso avvilenti.
Riassumendo il discorso sinora fatto, un sistema ideologico fondato sull’autoritarismo, professato o ammirato in altri leader despotici, magari con la scusa di dipingerli come campioni dell’antimperialismo, sull’interclassismo, sulla confusione anche terminologica fra sinistra e destra, sul nazionalismo esasperato, produce un sistema politico con le caratteristiche sopra evidenziate. Lascio giudicare al lettore se un simile sistema può essere considerato desiderabile per il proletariato. Se il misto di repressione politica, aggressività nazionalistica (il cui conto, in termini di sacrifici umani ed economici connessi ad una militarizzazione permanente della società, è pagato dai più deboli), regressività sociale, aumento delle disparità distributive e di opportunità di ascesa sociale, perbenismo e conformismo etico e culturale, possa essere controbilanciato da un po’ di Stato sociale o dai treni che arrivano in orario.
Ci sono condizioni sociali ed economiche ben precise in cui, come una mala pianta, la gramigna del fascismo può crescere. Condizioni in cui, da un lato, vi è una crisi di sistema irrisolvibile, per le classi dominanti, tramite gli strumenti democratici, e dall’altro vi è una situazione di divisione e confusione a sinistra. Fu così negli anni Venti, funestati dalla crisi economica derivante dalla smilitarizzazione dell’apparato produttivo e dalla smobilitazione, senza reinserimento sociale, di migliaia di combattenti, a fronte di una sinistra che si divise in modo conflittuale con la scissione di Livorno.
Ed oggi, a fronte di un’altra crisi economica gravissima, che non è risolvibile tramite gli ordinari rimedi della democrazia liberale (tanto che si affermano governi tecnocratici esterni a procedure elettorali) e con una sinistra confusa, scissa e complessivamente incapace di rappresentare una possibile via d’uscita, riemergono posizioni che, guarda caso, sono interclassiste, nazionaliste, mescolano elementi programmatici di destra e di sinistra, non di rado sono attratte dal fascino di leader politici autoritari, dietro il paravento di un terzomondismo e di un antimperialismo di facciata (di facciata, perché difendono leader, come Gheddafi o Assad o anche Putin, che hanno a loro volta praticato tentativi, anche sanguinosi, di aggressione imperialistica sui loro vicini).
Non resta che raccomandare ai lavoratori tutti di stare attenti, vigilare contro derive fascistoidi rese possibili proprio da un clima sociale favorevole, ed alla sinistra politico/sindacale non resta che affrettarsi a costruire un paradigma sociale alternativo e fattibile, basato sul contrario di ciò che afferma il fascismo: radicamento di classe, con, ovviamente, apertura anche al resto della società, ma sulla base di un programma che favorisca effettivamente i più deboli e non sia paravento per politiche che poi favoriscano i più forti; internazionalismo; ostilità ad ogni forma di autoritarismo e di costrizione della libertà; antirazzismo; estensione delle libertà positive e sostanziali, oltre che di quelle meramente negative e formali.

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