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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 11 settembre 2012

La partita della Siria, la Primavera araba e gli equilibri geopolitici


di Riccardo Achilli


E' oramai evidente, e non soltanto per i cablogrammi diplomatici resi pubblici di Wikileaks, che in qualche modo gli USA, e a rimorchio i sub imperialismi europei, abbiano avuto un ruolo attivo nel portare al successo la Primavera Araba, di fatto liquidando quei regimi laicisti che, sino a quel momento, avevano rappresentato il baluardo dell'Occidente nel mondo arabo, tenendo a freno l'islamismo politico, e non solo quello estremista, ma anche quello dialogante rappresentato dalla Fratellanza Musulmana, che non a caso è stato scelto, dagli USA, come pilastro per sostituire i regimi laicisti, in Paesi strategici, come l'Egitto, la Tunisia (Ennahda, il partito al potere in Tunisia, è infatti affiliato alla Fratellanza Musulmana) o la Siria. Il modello è quello dell'islamismo moderato della Turchia di Erdogan, aperto agli investimenti occidentali, incardinato dentro gli schemi formali della democrazia liberale, e stabile alleato militare dell'Occidente stesso. Io stesso, un paio di mesi fa, ho assistito al discorso fatto da un imam, dirigente di Ennahda, tutto teso a promuovere l'affidabilità del nuovo Governo tunisino rispetto agli interessi economici europei.
Evidentemente, gli USA hanno scelto la strada di allearsi con la componente dell'opposizione più affidabile rispetto ai loro interessi, aiutandola a prendere il potere, consapevoli della perdita di sostegno popolare da parte dei regimi laicisti, corrotti, nepotistici, giudicati incapaci, da parte delle popolazioni, di difendere l'Islam dall'imperialismo occidentale, e spesso responsabili di veri e propri processi di impoverimento del proletariato nazionale, per via di un'adesione acritica alle politiche neoliberiste del FMI e della Banca Mondiale, anche quando, come nel caso tunisino, tali regimi erano eredi di una tradizione socialista, come quella del Destour. Io stesso, che frequentai per lavoro la Tunisia nel 2008, cioè un paio di anni prima della rivolta, respirai un'atmosfera di chiara disaffezione popolare verso Ben Alì, anche da parte di funzionari della stessa pubblica amministrazione controllata dal RCD. In sostanza, la politica statunitense ha seguito la linea del minor danno: consapevole che i regimi laicisti erano oramai giganti con i piedi di argilla, ne hanno favorito la dissoluzione, promuovendo un rapporto di alleanza con i Fratelli Musulmani, considerati in grado di ricostruire un rapporto positivo con le opinioni pubbliche nazionali, e di tutelare gli interessi economici imperialistici, evitando che il malcontento popolare fosse canalizzato dal salafismo più radicale ed antioccidentale. Ciò peraltro consente di ricostruire un percorso di dialogo con Israele, nella misura in cui Hamas, costola della Fratellanza Musulmana, ha di fatto inaugurato una linea di moderazione e negoziato.
La Fratellanza Musulmana ha infatti una tradizione di dialogo con la società laica che rende caricaturale etichettarla come movimento islamista radicale. Nel 1942, il fondatore della Fratellanza Musulmana, Hasan Al-Banna, appoggiò pubblicamente il programma del Wafd, partito liberale, interconfessionale e laicista, così come si oppose alle versioni più radicali del sufismo.
Da questo punto di vista, quindi, le prime mosse di politica estera del neo-presidente egiziano Morsi sono interessanti, perché riflettono, certo, la volontà dell'Egitto di riappropriarsi di un suo ruolo egemone nel fronte sunnita del mondo arabo, contenendo quindi il wahabismo di origine saudita (peraltro, l'opposizione al wahabismo è tradizionalmente radicata nel sunnismo egiziano, che ha nella scuola di Al-Azahar il suo epicentro dottrinale, su temi come ad esempio i rapporti fra musulmani e non musulmani). Ma tali mosse riflettono anche e soprattutto gli interessi occidentali, ed in particolare degli USA. La conferenza dei Paesi non allineati dello scorso agosto, benedetta da Ban Ki Moon (e quindi anche dalla diplomazia USA) ha prodotto alcuni interessanti risultati. Per la prima volta dal 1979, un presidente egiziano ha accettato di viaggiare a Teheran, un innegabile riavvicinamento fra i due Paesi, tradizionalmente ostili perché considerati i bastioni delle due concezioni contrapposte dell'Islam (sunnismo e sciismo) e perché schierati su fronti geopolitici opposti.
In tale occasione, Morsi ha duramente criticato il regime siriano, con argomenti del tutto analoghi a quelli usati dall'Occidente, ed ha auspicato una transizione di Governo a Damasco, suscitando lo sdegno dei delegati siriani, usciti dalla sala mentre il presidente egiziano parlava, ma anche forte imbarazzo fra i vertici iraniani, tradizionali alleati di Assad.
Tuttavia, la mossa di Mordi, ovvero la costituzione di un gruppo di contatto con la missione di cercare una soluzione negoziale alla guerra civile siriana, includendovi anche l'Iran, oltre che l'Arabia Saudita e la Turchia, appare denso di significati, non del tutto chiari ad oggi. La mossa del filo-occidentale Morsi sembra una mano tesa all'establishment iraniano, in una fase in cui la diplomazia USA sta tessendo una tela per isolare l'Iran dal resto del mondo. Il messaggio all'Iran, che non può che essere concertato con Washington, è più o meno il seguente: “se voi accettate di dare una svolta moderata alla vostra politica estera, tagliando i legami con il regime alawita di Damasco (e quindi, implicitamente, con Hezbollah, poiché gli aiuti iraniani ad Hezbollah transitano attraverso la Siria, ed Assad concede ufficialmente accoglienza a tale movimento nel territorio siriano) noi possiamo restituirvi un ruolo di protagonismo nello scenario mediorientale, abbandonando la politica dell'isolamento, ed i propositi di aggressione militare occidentale”.
Tale mossa significa due cose, una apparente ed un'altra più sostanziale: in primo luogo, ed in apparenza, l'accettazione iraniana di partecipare al gruppo di contatto messo su da Morsi indebolirebbe, sia pur formalmente ed in linea teorica, Assad, isolandolo dal suo principale alleato, che di fatto entrando nel gruppo di contatto accetterebbe, sempre in teoria, l'obiettivo di favorire una qualche forma di transizione di Governo a Damasco. Ma questo indebolimento è puramente apparente. Anche il Ministro degli Esteri russo Lavrov, il principale alleato di Assad, accetta formalmente il concetto di una transizione negoziata di Governo. Però di fatto condiziona tale percorso ad una procedura che cancelli le sanzioni economiche in vigore nei confronti della Siria e che sia basata su risoluzioni non punitive nei confronti del Governo siriano. La Cina, anch'essa, auspica una soluzione negoziale di transizione, ma “nel rispetto delle specificità nazionali”, e invocando “tutte le parti in causa”, e non solo il Governo baathista, a cessare le violenze e gli omicidi, una dichiarazione di tenore molto diverso da quella fatta da Morsi a Teheran, che incolpa il solo Governo di Assad delle violenze politiche in atto.
In realtà, e questo è il significato sostanziale e non formale della mossa di Morsi, la storica visita di quest'ultimo a Teheran e l'inclusione dell'Iran nel gruppo di contatto sono delle vere e proprie dichiarazioni di debolezza da parte degli USA e della NATO. Non potendo spezzare il blocco russo-sino-iraniano, e non potendo quindi intervenire militarmente in Siria con una operazione analoga a quella fatta in Libia (a meno di non innescare una escalation pericolosissima, e potenzialmente ingestibile, che potrebbe portare ad uno scenario da incubo: un confronto militare diretto fra NATO, Russia e Cina) e non potendo isolare del tutto l'Iran, come necessaria premessa per una successiva aggressione a quest'ultimo Paese, l'Occidente, tramite il suo alleato egiziano, porge all'Iran una richiesta di collaborazione. Che lo stesso Iran è felicissimo di accettare, sia perché lo fa uscire dall'isolamento in cui si trovava, sia perché il ripristino di normali rapporti politico-diplomatici è essenziale per un Paese che vive di esportazioni petrolifere e la cui infrastruttura estrattiva e logistica, peraltro, è obsoleta, non gli consente di sfruttare appieno le risorse energetiche di cui dispone, e richiederebbe ingenti investimenti, anche di fonte occidentale, per il suo potenziamento e rinnovo.
Ma l'Iran sa benissimo che, partecipando al gruppo di contatto, non infligge alcun danno al suo alleato di Damasco, perché lo stesso gruppo è delegittimato dai“ribelli” siriani, per cui non avrà alcuna possibilità pratica di incidere. Lo stesso Brahimi, il diplomatico algerino che ha sostituito Annan come negoziatore, parla esplicitamente di una missione disperata. D'altra parte, la posizione di Russia e Cina, favorevoli ad una transizione, però senza alcun meccanismo di pressione, consente ad Assad di continuare a rafforzare le aree del Paese che presidia. In tutta questa situazione, la NATO e gli USA si trovano in un cul de sac, dal quale possono uscire soltanto con un intervento militare diretto, sul campo, che ad oggi non sono nelle condizioni di lanciare, e con il quale, comunque, difficilmente potrebbero prendere il controllo completo del Paese, stante l'appoggio di una componente non trascurabile della popolazione ad Assad, ed anche la forza militare, non proprio trascurabile, delle sue forze terrestri. 
La posta in gioco in tale partita che coinvolge la Siria è enorme. L'Occidente si gioca la stessa possibilità di continuare ad influenzare gli eventi nello scenario mediorientale e più in generale nel mondo musulmano, perché è evidente che un fallimento della “rivolta” siriana comporterebbe, a catena, il fallimento di tutta l'architettura costruita tramite la Primavera Araba, mettendo in crisi i Governi islamici sunniti alleati degli USA, e disarticolando il network della Fratellanza Musulmana, che proprio a Damasco ha uno snodo fondamentale. L'Iran, supportato da Russia e Cina, si gioca la possibilità di divenire una potenza regionale, il che avrebbe immediate ripercussioni anche in Irak, rilanciando progetti di annessione del sud sciita a Teheran, e consoliderebbe le ambizioni, ugualmente imperialiste, di Mosca e Pechino sull'intera regione. La redistribuzione del potere imperialistico in Medio Oriente a favore di Cina e Russia e dei loro satelliti sciiti (Iran, Siria) ovviamente si incrocerebbe con la partita delle forniture di petrolio e gas naturale all'agonizzante apparato industriale europeo e statunitense, implicando una redistribuzione globale della ricchezza radicalmente diversa da quella attuale, con il rischio di un nuovo shock petrolifero che darebbe il colpo di grazia all'economia dell'Occidente, già provata da una crisi straordinaria.
La stessa strategia israelo-statunitense sarebbe gravemente danneggiata dall'incapacità di liberarsi di Assad e dal rafforzamento dell'Iran come potenza regionale sciita. Il conseguente indebolimento degli alleati filo-occidentali della Fratellanza Musulmana porrebbe fine al tentativo di portare il fronte palestinese su posizioni più negoziali e morbide, esporrebbe Israele ad una recrudescenza degli attacchi di Hezbollah dal Libano meridionale, mentre creerebbe nuove preoccupazioni rispetto alla tenuta degli accordi di Camp David e della sicurezza del confine con l'Egitto, di cui Morsi si è fatto recentemente garante, anche attaccando militarmente i gruppi estremistici che operano nel Sinai contro obiettivi israeliani. Il tutto in un momento in cui l'economia israeliana è in rallentamento (la crescita del 2012 è la metà del 2011) e gli effetti delle misure fiscali prese dal Governo di destra di Netanyahu, associate all'aumento dei prezzi, stanno falcidiando il tenore di vita dei ceti medi. Costringendo il governo, in caduta libera di consensi, ad un'azione diversiva, ovvero l'aggressione militare contro l'Iran, simile a ciò che fece, in una analoga situazione, la Thatcher nel 1983 con le Falklands. Ma ovviamente in un eventuale quadro, indotto dalla sopravvivenza di Assad a Damasco, di indebolimento dei Fratelli Musulmani e di Hamas, di conseguente crescente tensione ai confini libanesi ed egiziani, di radicalizzazione della controparte palestinese, di rafforzamento politico dell'Iran, tale azione diversiva sarebbe impossibile. E la tenuta del blocco di potere politico/militare/affaristico/religioso che da sempre governa Israele sarebbe messa in serio pericolo dalla recrudescenza del conflitto sociale indotto dagli effetti del rallentamento economico e dell'aumento delle diseguaglianze distributive.

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