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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 2 aprile 2014

A DESTRA DELLE DESTRE STA RENZI COL PD di Norberto Fragiacomo



a destra delle destre sta renzi col pd

L’arrivista fiorentino amico dei finanzieri nasconde il bastone della precarietà a tempo indeterminato sotto la buccia di carota di 80 euro virtuali

di
Norberto Fragiacomo
 



A distanza di poco più di un mese dagli avvenimenti, seguito a credere che la congiura di palazzo che ha regalato il potere a Renzi sia stata pianificata non dall’ambizioso bellimbusto fiorentino, ma da qualcuno che la sa più lunga di lui (e dall’estero muove con sagacia le sue pedine). Le sparate televisive di Alan Friedman, re per qualche notte, e le pesanti rampogne dei quotidiani di Wall Street al Presidente Napolitano sono suonate come un avvertimento, un richiamo all’ordine: è tempo di cambiare, e bisogna farlo senza indugio!
Giorgio il re vassallo ha capito l’antifona e, scaricato prontamente il suo figlioccio politico, si è rivolto a Turbo-Renzi. Dopo un attimo di sconcerto (perché i suoi progetti di ascesa politica erano a medio termine), il giovanotto ha raccolto il testimone: in fondo, si trattava soltanto di rivedere i tempi, anticipandoli. Intorno si è costruito una squadra priva di spessore, ma obbediente e telegenica (una Boschi o una Madia sono, politicamente parlando, delle miracolate), non tralasciando di “rassicurare i mercati” (Padoan, uomo del FMI, guiderà il dicastero economico); all’emiliano Poletti - che di bell’aspetto certo non è, ma ha fama di duro – è stata affidata la grana lavoro. Visto come le coop ex rosse - di cui il nostro era presidente - trattano ultimamente i lavoratori, non si può che concludere: il tipo giusto per una restaurazione padronale.
Prime mosse del neopremier: una salva di promesse a orologeria, lo sdoganamento dei pesci rossi in Parlamento e l’acquisto di qualche biglietto aereo a nostre spese. I media, che non aspettavano altro, hanno abboccato: “Renzi è l’ultima possibilità per l’Italia, se fallisce lui è finita!”, hanno starnazzato i commentatori, tanto per rassicurarci. Traduzione: a Renzi e alle misure che deciderà di adottare there is no alternative (TINA).
Il trucco è vecchio come la buonanima della Thatcher, ma di solito funziona, specie se il garzone della macelleria sociale, oltre ad avere la tivù dalla sua, è maestro nell’imbonire e in quelli che una volta si definivano “artifizi e raggiri”.

In certi casi, l’inganno è l’etichetta: chi non vorrebbe “una nuova legge elettorale”, dopo la sconcezza propinataci da Calderoli e bocciata dalla Consulta? Il popolo ammaestrato si accontenta della forma, non pretende sostanza… o meglio, eccitato dalle novità, assume anche sostanze nocive: liste preconfezionate dalle segreterie (come nel Porcellum), premi di maggioranza spropositati per il listone arrivato primo (v. supra), esclusione dalla Camera (o dalle Camere? Si vedrà) di qualunque voce dissonante, grazie a soglie di sbarramento più alte di prima. Dei 5Stelle ci si occuperà a tempo debito, per ora accontentiamoci di far fuori i “piccoli” con l’Italicum.

Nella vision renziana c’è ampio spazio per demagogia e dissimulazione: gli ottanta euro al mese in più in busta paga “per dieci milioni di italiani” sarebbero, di per sé, una buona notizia, e comunque ingolosiscono. Chi? evidentemente non i pensionati, che non riceveranno un cent di mancia; forse i lavoratori dipendenti, che dovrebbero però iniziare a chiedersi da quale cornucopia uscirà questo ben di Dio. Gira voce che quei famosi ottanta euro “a regime” potrebbero finire in busta paga anziché andare all’Inps sotto forma di contributi: in tale evenienza il lavoratore riceverebbe un prestito dal se stesso pensionato di domani, con intuibili conseguenze su assegni che già si annunciano magrissimi. Anche se la copertura si trovasse altrove, comunque, i motivi di soddisfazione sarebbero davvero pochi: l’annunciata regalia “keynesiana” serve ad occultare la grande rapina lavoristica di cui diremo tra breve.

In effetti, a caratterizzare Renzi e ad avvicinarlo a Silvio Berlusconi sono l’istrionismo, il talento nell’indorare pillole amarissime, la capacità di cambiare registro e atteggiamento a seconda dell’interlocutore. A Renzi piace questa Europa? Sì, no, dipende… quando parla al pubblico dei popolari (nella sua vulgata, ai cittadini contrapposti al palazzo) grida la propria volontà di battere i pugni sui tavoli di Bruxelles, e scalda i cuori; poi però al cospetto della lupa Merkel si presenta come un agnello dimesso e sbottonato, e manca poco che nella conferenza stampa finale implori, tra una battuta e un inchino, un surplus di rigore. No, non sarebbe equo accusarlo di aver ceduto su tutto, perché si cede dopo aver resistito almeno un minimo, e Renzi in Germania è andato semplicemente a prender ordini. Altri ne ha ricevuti da Obama, personalmente e per interposto Napolitano: gli F35 non si tagliano. Sarà fatto, garantito.

Le direttive più terribili e manifestamente criminose vengono però da quei merca(n)ti che l’hanno condotto a Palazzo Chigi, e si travestono oggi da Troika, domani da agenzie di rating, dopodomani da NATO. La ricetta è sempre quella: liberalizzazione del mercato del lavoro, svendita del patrimonio nazionale, tagli al settore pubblico (cioè al welfare, che per lorsignori è lo spreco per antonomasia) e massicce privatizzazioni “compensative”. Il risparmio privato degli italiani è consistente, gongola Goldman Sachs: a Matteo l’ambito compito di prosciugarlo, e di portare a termine l’opera distruttiva cominciata da Monti e proseguita fin troppo fiaccamente da Letta.

I proclami sull’abolizione di Senato, CNEL e province, le mille volte promesse e mai attuate decurtazioni degli stipendi d’oro ecc., servono a rintronare l’opinione pubblica (per le stesse finalità il duo Monti-Napolitano mandò in onda la telenovela “legge elettorale”), sono diversivi, cortine fumogene. E’ infatti il Jobs act il vero manifesto del renzismo, il Credo di un politicante infido, arrogante e pernicioso che non tollererà ostacoli sul suo cammino – ne va della sua personale carriera. La differenza con Berlusconi sta tutta qua: per Silvio il business erano le aziende, da difendere con lo strumento dell’impegno politico; il business di Renzi, invece, è la politica stessa. Si rammenti che è un figlio d’arte, che non ha mai fatto altro in vita sua. Questa sua “dipendenza” dai voleri delle elite economico-finanziarie (oltre che il trattamento benevolo riservatogli dai media) lo rende assai più nefasto del predecessore e maestro: Matteo ce la metterà tutta per “fare i compiti a casa”, per riuscire dove, ad esempio, Silvio ha fallito per scarsa determinazione. Proprio l’oscena riforma del lavoro in gestazione ci ricorda a cosa puntino i mercati (non ho usato il verbo “svelare”, perché in Grecia e Spagna tutto questo è già accaduto): lo svuotamento dell’apprendistato, l’allungamento a tre anni del periodo di “prova” a recesso libero e la moltiplicazione delle proroghe mettono il prestatore alla completa mercé del padrone che, non avendo più freni normativi, potrà imporgli in qualsiasi circostanza la sua volontà – anzi, il suo arbitrio. C’è da lavorare gratis fino a sera? Meglio evitare di dire no, chi è in prova vita natural durante rischia di pagare un rifiuto con la cacciata (negli USA e in Grecia le cose vanno così). In quest’ottica “riformista” va inquadrato l’attacco ai sindacati, malgrado una docilità a tutta prova: il premier non ce l’ha con loro perché poco agguerriti, collusi ecc. (l’andazzo demoralizza semmai noi lavoratori); quello che lui e i neoliberisti semplicemente non sopportano è l’esistenza stessadi organizzazioni dei lavoratori. Il rilancio dell’occupazione si tradurrà in schiavitù salariata (http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2013/03/il-precariato-come-motore-della.html), e agli schiavi non si addice il diritto. Se poi Landini non intende questo, e per vincere la scaramuccia con la Camusso è disposto a scavarci la fossa, beh… peggio per noi.

La soppressione delle garanzie giuslavoristiche e del diritto sindacale sarà accompagnata da micidiali colpi di maglio contro l’impiego pubblico, sotto i profili giuridico, economico e occupazionale: l’amministrazione pubblica entrerà in coma, ma questo non preoccupa le alte sfere, dato che quando si sproloquia di modernizzazione, miglioramento dei processi ecc. si intende crudamente smantellamento a beneficio delle lobby private della sanità, dell’acqua, dei trasporti. Gli italiani hanno risparmiato tanto, non è così? E’ ora che spendano, ma per sopravvivere (finché l’ultimo euro non sarà uscito dalle loro tasche).
Altro che disparità tra garantiti e non garantiti! Presto i primi saranno una specie estinta, cancellati come i triceratopi da una meteora di licenziamenti, delocalizzazioni, fallimenti e messe in disponibilità.

Compagne e compagni, Renzi è tutto questo, e molto di più: il frutto maturo e velenoso di una pianta che oltre vent’anni fa ha messo radici nel terreno inquinato del liberismo, assorbendone umori e tossine. Detta più semplicemente, è un nostronemico.
Chi oggi, a sinistra, auspica un dialogo con lui (magari fingendo di desiderare “l’altra Europa”) è perciò uno sciocco o un traditore – traditore non già di idee e principi astratti, bensì di esseri umani, di esistenze in carne ed ossa, di quella classe numerosa e povera che in passato guardava a noi con speranza, e oggi sta imputridendo nel fango. Può darsi che molti operai e pensionati non comprendano il pericolo che corrono, e si affidino addirittura all’astuto saltimbanco – può darsi, ma la dabbenaggine non va punita con l’abbandono.

Il primo episodio della nuova Resistenza sia l’immediata rottura di qualsiasi alleanza con il PD di Renzi e dei suoi falsi oppositori interni, a partire dai consigli circoscrizionali: tocca dare un segnale, e nel frattempo scendere in piazza, organizzarsi e – nonostante le nefandezze da loro commesse negli ultimi lustri – sostenere le forze sindacali sotto attacco, spronandole a reagire.
Altro che ultima possibilità! Renzi è il nostro affossatore: proviamo perlomeno a complicargli il lavoro (anzi, l’italian job).     



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