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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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lunedì 21 aprile 2014

LA VIOLENZA E LA RAGIONE, LA SPIRITUALITÀ E LA RABBIA di Giandiego Marigo








LA VIOLENZA E LA RAGIONE, LA SPIRITUALITÀ E LA RABBIA
di Giandiego Marigo



FACCIAMOLI QUINDI ANCHE QUESTI DISCORSI DIFFICILI!
Leggo di molti, compagni, anche fra quelli che più amo e mi sono vicini, che manifestano la necessità impellente ed un poco rabbiosa di un cambiamento e tutta la loro scontentezza per il fatto che  esso tardi o non si prospetti affatto all'orizzonte.
Leggo della convinzione che questa rabbia debba sfociare in una manifestazione palese di ribellione anche violenta.
Alla mia convinzione ed affermazione che la prossima rivoluzione debba essere , soprattutto d'ordine spirituale, questi compagni rispondono, molto spesso, ricordandomi che il potere non rinuncerà a se stesso e non ha alcuna intenzione né di cedere né tanto meno di concedere.

Grazie! Ne sono perfettamente cosciente.

Così come sono cosciente del fatto che, alla resa dei conti, questo stesso potere metterà in campo tutte le sue possibilità e qualità repressive. Eppure permane in me la convinzione che la scelta non violenta e la ricerca della maturazione spirituale debbano essere premesse di fondo … ossature e fondamento del nuovo pensiero progressista.
Vengo da lontano ed ho assistito (ed io stesso ne sono stato parte ed interprete) a come la convinzione che la forza e la violenza fossero , in qualche modo , utili, propedeutiche e necessarie abbia trascinato il movimento , e non solo una volta, in un gorgo da cui sono usciti vincitori solamente i forti, i violenti e gli incazzati, mentre i visionari e gli spiritualisti venivano emarginati e silenziati … in attesa di tempi migliori.
Perché il bello, il sacro ed il buono, l'alternativa culturale, la canzone e lo sberleffo sono relegati ai tempi in cui si può … ai tempi in cui non esista l'esigenza del resistere, del difendere, del riconquistare, del salvare.
È un errore che abbiamo già compiuto, a mio parere, e ben più di una volta.
Eppure, ripensandoci, è palese come il modello prodotto dall'uso e dall'abuso la violenza, non sia e non possa essere, mai, un modello alternativo a questo sistema perché esso stesso è fondato sulla violenza, la chiama e se ne nutre. Così come sulla prevaricazione, l'affermazione di forza, la misurazione muscolare, la selezione del migliore e dell'adatto.
Questo significa, forse, non credere nella forza, nella mobilitazione oppure rinunciare alla lotta ed all'affermazione delle nostre idee e della nostra visione? Niente affatto, non ha nulla a che vedere con la radicalità, con la convinzione e nemmeno con la coscienza della violenza infinita del capitalismo. Non è vuoto e stucchevole pacifismo di maniera.
Significa solamente lasciare al potere l'appannaggio della violenza senza senso ed accettare il rischio di subirla.

Perché e di due visioni alternative di mondo a confronto quello di cui stiamo parlando.
Di due modi d'intendere e di vedere
Di due filosofie e spiritualità differenti che partono da premesse diverse e non omogenizzabili.

Non esiste possibilità di confusione perché l'una viaggia verticalmente e l'altra orizzontalmente l'una si propaga linearmente l'altra circolarmente … sono postulati, premesse che non potranno trovare composizione.
La pratica della violenza verticalizza e rende lineare, impone visioni piramidali, dicotomizza il forte dal debole, preferendo e privilegiando il primo.
Quindi obbliga la mente e l'anima in un cunicolo che può solo portare ad un pensiero “sistemico” e piramidale quindi di negazione della visione altra di cui tutti parliamo e che è premessa d'un mondo diverso.
Non esiste cambiamento se non partendo da queste acquisizioni, queste affermazioni non sono opinabili se non al prezzo di accettare una logica dualistica e di contrapposizione tipica della propaganda e della filosofia del potere.
Mi rendo conto di affrontare un ulteriore scoglio, nel “pensiero di sinistra”, mi rendo conto di mettere in discussione quel “potere che nasce dalla canna del fucile” tanto caro a moltissimi “intellettuali conseguenti.
Mi rendo conto che moltissimi non saranno d'accordo con me.
È molto difficile abbandonare questa convinzione, che è parte, però, delle ragioni fallimentari della nostra storia.
Questa violenza necessaria che non ha mai compreso esattamente come dove e quando fermarsi, finendo sempre con l'accompagnare delle elite a sostituirne delle altre, mantenendo, però, intatto il “rapporto di potere” , le sue funzionalità pratiche ed il suo “percorso di propagazione” e quindi privilegiando la sostituzione al cambiamento.
È anche per questo che nei nostri esperimenti così spesso riproduciamo gli errori che abbiamo commessi sin qui, perché siamo intrisi d'una cultura e d'una filosofia sistemici e non accettiamo il prezzo d'una visione realmente altra.
Che sappia porre, davvero, premesse filosofico-etico-spirituali completamente diverse da quelle che ci hanno fatto crescere e ci “controllano” in questo sistema.
Senza alcun dubbio , a mio umilissimo ed inutile parere, l'uso e l'abuso della violenza e la convinzione che essa sia indispensabile all'affermazione del cambiamento è una di queste “malformazioni” , di questi “errori di postulazione” che commettiamo.



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