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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 15 aprile 2014

ROMA, 12 APRILE: UN TEMA LIBERO DA INSUFFICIENZA NETTA di Norberto Fragiacomo




roma, 12 aprile
un tema libero da insufficienza netta
di
Norberto Fragiacomo



Roma, nuvole e sole.
Sono sceso in treno da solo, il giorno avanti: con i compagni triestini di Ross@ c’eravamo dati appuntamento a Porta Pia. L’indomani non li ho trovati, né loro né lo striscione che progettavamo di seguire – con Giorgio Cremaschi, incontrato per caso nelle vicinanze di Termini, sono almeno riuscito a scambiare due parole.
Così alla dimostrazione di sabato ho partecipato (si fa per dire) al fianco di Santarelli, romano di BRIM, e di una compagna venuta da fuori: il resto della pattuglia di blogger e futuri colleghi ha marcato visita. I manifesti affissi ai muri annunciavano un corteo “meticcio, antifascista e antirazzista”, formula che – giustamente - ha fatto imbestialire Stefano. Meticcio? E che accidenti significa? Gli altri due aggettivi, poi, sono tautologie: che una manifestazione di sinistra sia antifascista e contro il razzismo è scontato, come dire che una marcia si fa a piedi. Ovvietà fuori tema, tra l’altro: a Palazzo Chigi non bivacca uno di CasaPound, e l’austerity imposta dall’Unione affama le masse senza badare a provenienze e colori. D’accordo, qualche riga più in basso stava scritto che avremmo sfilato contro il distruttivo Jobs act e il governo Renzi, ma nel suo complesso il messaggio era generico e assai confuso. Troppa carne al fuoco e, assaggiandola, l’avremmo trovata cruda e, purtroppo, di nuovo al sangue.

Passo davanti a Porta Pia che sono da poco scoccate le undici del mattino, sotto un cielo torvo: un antipasto di manifestanti, che giungono alla spicciolata o a gruppi. Le compagnie indossano quasi tutte panni scuri, gli sguardi sono decisi: pare che dai centri sociali del nordest sia in arrivo gente tosta. Non proprio una bella notizia, penso, mentre mi imbatto nei primi agenti chiusi nelle loro armature modulari, roba da film di Hollywood.
Alle due del pomeriggio sono ancora abbastanza in pochi a far compagnia al bersagliere di bronzo: duemila persone, forse. Quelli che di solito riempiono le piazze (Fiom, Rifondazione) non si son fatti vedere; scorgo Paolo Ferrero che, sigaro in bocca, discute con Cremaschi. Intorno ondeggiano i vessilli dell’universo comunista: ci sono la Rete, quelli del PMLI, i militanti del Partito Comunista dei Lavoratori, Sinistra Popolare di Marco Rizzo (lui però non lo vedo). Tutti loro, se non altro, hanno individuato gli avversari nell’Unione Europea e in Renzi – ma sono un’esigua minoranza in una folla tutt’altro che oceanica. A pochi passi da noi si raggruppano giovani in nero, con zaini e (alcuni) pure con caschi: ci togliamo rapidamente di mezzo.

Il tempo trascorre, la forzata immobilità innervosisce e sfibra: ci sediamo sul ciglio di un marciapiede, ad osservare. Musica e canti sono sovrastati dal ronzio cupo degli elicotteri dell’Arma, che volano abbastanza bassi. Pian piano la piazza si va riempiendo, anche se Stefano minimizza i nostri numeri, e afferma di riconoscere un sacco di facce. Gli habitué delle manifestazioni romane? Probabile: l’evento – o come diavolo vogliamo chiamarlo – è stato pubblicizzato con parsimonia, persino i siti antagonisti erano parchi di informazioni al limite della reticenza. Sfilano fisionomie di giovanotti combattivi e di idealisti in là con gli anni; nella calca si aggirano i venditori di birre tenute al fresco, che reclamizzano il prodotto con voci stentoree da treno in sosta.
Dopo due ore abbondanti di attesa, necessità fisiologiche ci impongono la ricerca di un bar: finalmente ci si sgranchisce un po’, perché i locali nelle immediate vicinanze sono chiusi. Una birretta al tavolo ci ruba un quarto d’ora, o forse più: al nostro ritorno il corteo è già partito. Abbiamo con noi una mappa del percorso piuttosto esplicativa, visto che nomina il ministero dell’economia e quello del lavoro: proviamo ad inseguire i fuggitivi, e immancabilmente perdiamo l’orientamento. Corteo alternativo, scherzo, composto da ben tre persone… che raggiungono infine la coda di quello vero in via Barberini. La massa umana, abbastanza diluita, occupa il centro della strada; sui marciapiedi camminano turisti e “civili”. Lo spezzone più numeroso in retroguardia è quello del PCL, munito di servizio d’ordine (5-6 compagni); seguono persone di mezza età con qualche bandiera di Rifondazione e una dei Comunisti italiani. Dietro di loro avanza la polizia. Proviamo a muoverci come un pesce nel laghetto ed entriamo in piazza. Sullo sfondo dei palazzi di via Veneto noto una macchia blu, che scambio per divise di poliziotti – sono invece i blue bloc, la novità del giorno, che assediano il ministero del lavoro. Volgo lo sguardo a destra, al di là dell’Hotel Bristol – che, se non mi sbaglio, ha spesso ospitato Renzi – e ciò che vedo mi inquieta: su in alto l’imboccatura di via S. Basilio è ermeticamente chiusa da un fittissimo cordone di carabinieri in tenuta antisommossa. Sono in troppi per presidiare semplicemente una via d’accesso, e sono pronti a scattare. Cosa aspettano? Che i ritardatari guadagnino la piazza, mi dico: a quel punto i dimostranti, ammassati nel budello Barberini, saranno circondati da ogni lato, senza vie di fuga, e la mattanza potrà avere inizio. Indico le uniformi ai miei compagni, che continuano a bighellonare curiosi, e suggerisco una provvidenziale ritirata. Incrociamo ancora una volta quelli del PCL: scandiscono slogan contro la borghesia da bastonare, e Stefano – che nel frattempo mi ha insegnato cosa sia uno “stalin” (senza baffi) – schiuma di rabbia: sono degli irresponsabili a gridare sciocchezze del genere, degli autolesionisti! Non gli passa per la testa che la principale vittima della crisi è proprio la piccola borghesia ridotta sul lastrico da licenziamenti, chiusure di negozi e tagli al welfare? Io invece non do troppo peso a quegli slogan, che derubrico a folklore: le dimostrazioni sono, per i movimenti organizzati, occasioni ghiotte per mettersi in mostra, per proclamare un sonoro “esistiamo”. Tra l’altro, il volantino del partito che tengo ripiegato in tasca è pienamente condivisibile… non penso che un coro (secondo me) ad uso interno possa fare gravi danni.

Quelli li causeranno i manganelli, sospiro mentre ci disimpegniamo, anche se l’augurio è che tutto finisca bene. Non andrà così. Nel pub irlandese a poca distanza da S. Maria Maggiore non si odono urla, se non quelle di tre o quattro tedesche attempate che esultano per una vittoria del Borussia sul Bayern, ma le notizie arrivano comunque, via smartphone: un uomo ha perso la mano per un petardo, tra via del Tritone e la piazza-trappola ci sono state cariche selvagge dei celerini, all’insegna del “Dio si prenderà i suoi”. Le immagini della ragazza a terra, protetta dal (da un?) compagno e calpestata da un agente non hanno ancora fatto il giro del web, ma quello che c’è da sapere è già noto. Quando la polizia carica, non c’è legge che tenga: la Costituzione, il sacro diritto di manifestare finiscono sotto gli anfibi. I “cattivi”, grazie ad un minimo di addestramento, si destreggiano meglio, spesso riescono a dileguarsi; per i pacifici dimostranti imbottigliati non c’è scampo. Offrono minor resistenza, ma non è soltanto questo: ogni manganellata in testa o sulla schiena è una lezione scientificamente impartita, una severa esortazione a non farsi più vedere in strada, a chinare il capo dinanzi al Potere. Violenza gratuita, brutale, ma nient’affatto insensata. Ricordo un pomeriggio di luglio di tredici anni fa: studiavo per l’orale di avvocato, porgendo un orecchio distratto ai lanci d’agenzia provenienti da Genova. Ero sul punto di condannare i facinorosi, da bravo suddito italico, quando mi imbattei in una diretta di Rai3, e vidi… vidi quattro poliziotti massicci e bardati che correvano dietro a una ragazza, l’atterravano, infierivano su di lei. Fui preso dall’agitazione e dall’angoscia: urlai, nel soggiorno di casa, che di fronte a quella vile ingiustizia avrei reagito… che chiunque avrebbe dovuto reagire! Lo penso ancora, ma una piazza non è un salotto: quando l’orda corre nella tua direzione ti smarrisci, perdi il lume della ragione, vieni sopraffatto da emozioni primordiali che non lasciano spazio al calcolo, alla riflessione. Ira spaventata e impotente... non mi pento perciò di aver “disertato” stavolta, anche perché le mie tecniche di autodifesa si riducono a un Osotogari e a un O goshi appresi (male) a sette anni, e mai utilizzati. Questa onesta considerazione mi spinge ad ammirare il gesto di quel giovane insanguinato che, anziché fuggire, ha difeso col suo corpo un altro essere umano: nel Paese della retorica dei “tutti eroi”, costui una dose di eroismo l’ha dimostrata. Solidarietà ed altruismo, possibili antidoti al male che ci soverchia e schianta le nostre vite. Il capo della polizia Pansa ha prontamente scomunicato l’agente che si è accanito sulla ragazza urlante, additandolo come l’unica mela marcia in un lussureggiante frutteto. Che squallida ipocrisia! Semplicemente è stata l’unica mela marcia ad essere immortalata da un fotografo: pagherà per tutte le altre, che riempiono cesti rimasti invisibili ai flash.

L’epilogo era comunque prevedibile, la manifestazione un fallimento annunciato: obiettivi vaghi, babele di messaggi, totale assenza di organizzazione e servizio d’ordine, un numero di partecipanti modesto (ben lontano dai 15-20 mila dichiarati) che ha facilitato l’attuazione di un piano accuratamente ideato. L’attacco a tenaglia è il prodotto di menti raffinate, l’assedio “né carne né pesce” ai palazzi roba da dilettanti. Perché delle due l’una: o si è capaci di radunare un’immensa folla in grado di circondare pacificamente i luoghi del potere oppure si opta per l’insurrezione, per la presa del Palazzo d’Inverno (che, cent’anni fa, non provocò spargimento di sangue, ma fu condotta con maestria e mezzi adeguati); la terza via mena dritti al pestaggio di Piazza Barberini, ennesima replica di una serie infinita. D’altro canto, disperazione a parte, per un moto rivoluzionario sono necessari alcuni ingredienti, oggi indisponibili (forze organizzate, capi, strategie e scopi precisi, consapevolezza diffusa… e i suoi surrogati la CIA mica te li regala!), mentre episodiche adunate pacifiche – v. Grecia, Portogallo, Spagna ecc. – non solo si prestano ad infiltrazioni, ma vengono liquidate con un’alzata di spalle dai governi al soldo del neoliberismo. Non siamo più nel 2002, rendiamocene conto.

Allora aveva probabilmente ragione Massari quando affermava, annorum fa, che il format “corteo” è oramai superato, e servono risposte nuove. Sulla freccia Roma-Venezia, preoccupato dalla raffica di cancellazioni di treni che mi attendeva a Mestre, riflettevo che uno sciopero ferroviario è assai più incisivo di una grande manifestazione pomeridiana, e che un pugno di persone determinate (ricordate quanto avvenne lo scorso dicembre?) può bloccare, per qualche giorno, un intero Paese. Iniziative di solidarietà diffusa con i lavoratori delle tante fabbriche a rischio potrebbero sortire effetti, se assumessero carattere di stabilità; le mobilitazioni andrebbero affiancate da altre forme di lotta innovative e non violente, in maniera da mettere in seria difficoltà il regime.
De profundis per i variopinti, festosi cortei? Niente affatto: quello del Primo Maggio – occasione per stare insieme e sentirsi parte di un tutto – non me lo perderei per nulla al mondo… non sono evidentemente sporadiche marce, però, il grimaldello con cui scassinare la cassaforte del capitale.








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