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martedì 28 gennaio 2014

E. LOUKAS (DIMAR): NON SI PUO’ GOVERNARE UN PAESE IN CRISI SENZA UNA GRANDE ALLEANZA POLITICA E SOCIALE (intervista di Norberto Fragiacomo)




E. LOUKAS (DIMAR): NON SI PUO’ GOVERNARE UN PAESE IN CRISI SENZA UNA GRANDE ALLEANZA POLITICA E SOCIALE
Il membro greco-triestino del Comitato centrale di Sinistra Democratica auspica, per la Grecia, un governo di cambiamento con SYRIZA, che dovrà però abbandonare le proprie “posizioni populiste”
di
Norberto Fragiacomo


Incontro l’ingegner Efstathios “Stathis” Loukas al Caffè S. Marco, storico luogo di ritrovo di artisti e letterati triestini (Claudio Magris ha combattuto un’appassionata battaglia per scongiurarne la chiusura). Tutto, in questo locale, richiama la Trieste cosmopolita di cent’anni fa: le decorazioni art noveau, la compostezza degli avventori, la presenza, tra loro, di un rabbino e di un regista greco che, accompagnato dallo sceneggiatore, illustra la sua ultima opera, presentata proprio in questi giorni al Trieste Film Festival. Qui dentro, insomma, si respira un’aria vivace, multiculturale; fuori la strada intona la monotona canzone d’un presente gramo. E proprio di attualità – e più precisamente di quanto sta avvenendo in Grecia – parliamo Stathis ed io, davanti ad un caffè nero e ad un tè.
Gli chiedo di presentarsi ai lettori, ma lui mi precede, consegnandomi un foglio word che contiene, oltre ai dati fondamentali, una sua analisi della situazione politica ellenica: vengo così a sapere che dal ’72 al ’74 è stato segretario della Federazione italiana del Partito Comunista Greco dell’interno (nato da una scissione del KKE e molto vicino al PCI italiano); nel frattempo dirigeva la rivista “Quaderni della Resistenza Greca”. Di particolare rilievo è il conferimento della medaglia al valor civile per la Resistenza contro la dittatura dei colonnelli. Di altri fatti ero già al corrente: dopo la laurea all’Università di Bologna, Loukas, già sposato con un’italiana, si è stabilito a Trieste; dal 2011 fa parte del Comitato centrale di DIMAR/Sinistra Democratica, una formazione politica che, dopo aver contribuito a dar vita al gabinetto Samaras (2012), ne è uscita la scorsa estate per incomponibili divergenze (sabotaggio della Nuova Legge Antirazzista da parte di Samaras e suo colpo di mano con la chiusura della RadioTV). Precisa, a voce, che “un compromesso non può reggersi con radici unidirezionali”, ed aggiunge di essere “esponente di una corrente di pensiero che all’ultimo congresso del partito, a metà dicembre, ha ottenuto il 25% dei voti in seno al Comitato centrale – 26 su 111 – per uno spostamento più a sinistra, nella prospettiva di un’alleanza con SYRIZA per un governo di cambiamento.”
Domanda: come la immaginate questa alleanza di sinistra per un governo di cambiamento?
Loukas: si intravvedono, allo stato embrionale, gli elementi di formazione di un blocco alternativo di potere, che per governare il Paese deve comprendere SYRIZA, Sinistra Democratica ed il partito che verrà fuori dalla fase di purgatorio che attraversa il PASOK. Il PASOK è in dissoluzione, perché è venuto meno il blocco sociale che lo ha portato e mantenuto al potere per 24 anni. C’è un movimento, detto dei 58, formato da gente proveniente dal PASOK e gente che migrava tra sinistra e Pasok, che chiede lo scioglimento del partito, in modo da potersi presentare alle elezioni europee. All’interno del movimento c’è pure un’ala che fa capo a quadri di DIMAR. Inoltre, oltre ai 58 vi sono quadri e correnti del PASOK che dicono: mai più un governo con Nuova Democrazia (la destra europeista di Samaras, ndr). La sopravvivenza del partito è ormai solo formale, per l’estrema frammentazione al suo interno: i 58, assieme agli altri contestatori e all’ex Primo Ministro Simitis, il “padre protettore”, hanno come punto di riferimento il PSE.
D: come è possibile conciliare questo legame con il PSE con il sostegno alla candidatura di Alexis Tsipras a Presidente della Commissione avanzata dalla Sinistra Europea contro Schultz, l’uomo indicato dal PSE?
L: secondo la mia opinione, se Tsipras non vince direttamente e gli serve un’alleanza – cosa ovvia - appoggerà Schultz, ponendo precise condizioni programmatiche. Urgono cambiamenti a livello europeo, e pare che Schultz se ne renda conto.
D: per quanto riguarda l’urgenza, nessun dubbio. La domanda è: davvero ci si può fidare del PSE? Gli esecutivi socialisti in Spagna e Portogallo, l’ex Primo Ministro Papandreou da voi, non mi sembra abbiano opposto grande resistenza ai diktat della troika… Cosa vi fa credere che sia cambiato qualcosa?
L: quello della credibilità dei socialisti è, in effetti, un grosso problema. Voglio però citare le parole del socialista portoghese Mario Soares, quando dice: “qui non si tratta di numeri o dati statistici, si tratta della vita reale. Lavoro o disoccupazione, un letto all’ospedale oppure polmoniti sotto i ponti. Qua è in gioco la politica e l’etica.” Una citazione che può senza difficoltà riguardare la Grecia attuale.
D: a proposito di letti all’ospedale, qual è oggi la situazione in Grecia? Si parla, nei media mainstream, di un miglioramento dei conti pubblici…
L: la disoccupazione giovanile è al 58%, il dato dichiarato di quella complessiva supera il 27… ma se si contano anche quelli che non cercano più lavoro, siamo oltre il 30 (secondo l’Istituto di ricerche della Confederazione Generale del Lavoro), mentre il debito ha superato il 170% del PIL. In più, bisogna considerare la dissoluzione del sistema sanitario, l’attacco a tappeto contro i diritti dei lavoratori e quelli di cittadinanza ecc. La situazione è drammatica: ci sono circa 400 mila famiglie senza lavoro, la gente, cui è stata tagliata l’elettricità, muore per l’emissione di gas tossici dalle stufe… per scaldarsi si utilizza qualsiasi cosa bruci, anche sostanze proibite. Ad Atene sopra la città c’è una coltre di smog come a Londra fino agli anni ’50. Attraverso la crisi viene in superficie il ruolo sociale dei grandi enti di produzione di energia elettrica. Il governo, su pressioni del PASOK, dei Sindaci e dell’opposizione di sinistra, ha costretto l’Enel greco a riallacciare l’elettricità dove era stata tagliata, per rispondere alla strage sociale. Tra l’altro, si è creato un movimento che si oppone alla privatizzazione totale dell’ENEL greco e per la difesa dei Beni Comuni. Per quanto riguarda la sanità, quella pubblica non esiste più: l’unica differenza con gli Stati Uniti è che chi non può permettersi di pagare viene accolto in ospedale e gli si dà un letto… ma solo per morire, le cure sono riservate a chi ha i soldi. Si voleva introdurre un ticket di entrata di 25 euro, poi il provvedimento è stato lasciato cadere per l’opposizione sociale. C’è però un aspetto positivo: molti medici usano il loro tempo libero per aiutare le persone invece che per lucrare. Il miglioramento dei conti pubblici? C’è stato per la prima volta un avanzo primario, ma è fittizio: dipende dai tagli pesantissimi.
D: un quadro terrificante, anche se la nostra tv non ne parla. E la questione degli espropri delle abitazioni, imposti dalla troika?
L: c’è già una legge del 2010-11, che pone delle limitazioni legate al reddito. La troika l’ha chiesto, ma la richiesta non è ancora stata formalizzata. C’è un problema: non esiste il tavolare che copra tutta la Grecia e neppure una piena conoscenza dei redditi, perciò procedere sarebbe in ogni caso difficile, l’abusivismo è diffusissimo, e nella parte nord-orientale di Atene riguarda abitazioni di pregio. Il governo fa resistenza passiva, perché il PASOK è contrario, ed anche l’opposizione, ovviamente, avversa il provvedimento. Cercano un escamotage…
D: l’interesse mediatico per la Grecia era anche frutto dei continui scioperi di massa. C’è meno fermento oggi nel Paese?
L: sì, non ci sono più grandi manifestazioni come un anno e mezzo fa. Questo per due ordini di ragioni: la prima è che, a fronte di un taglio delle retribuzioni del 30-40%, i lavoratori non possono permettersi di perdere 50-70 euro al giorno per uno sciopero. L’altro ostacolo è il discredito che circonda il sindacato. Fino agli ’80 il sindacalismo era “giallo”; i sindacalisti veri, tutti comunisti, erano banditi dallo Stato, con l’unica eccezione del comparto edilizio. Col PASOK al potere si crea un sindacalismo dello scambio corporativo, cui venivano garantiti privilegi economici e sociali. Faccio un esempio: secondo informazioni giornalistiche, il reddito del segretario generale della Federazione del Lavoro greca è intorno ai 180 mila euro annui, quattro-cinque volte lo stipendio di Landini qua in Italia. Quindi è sputtanato. Quando ancora lavoravo i colleghi giovani mi dicevano che al sindacato mancava la credibilità, poi però su questioni concrete si impegnavano. Io creai un rapporto su questo punto: se chiediamo un aumento dobbiamo dimostrare che qui si costruisce qualcosa che dà un risparmio energetico ecc. Insomma, se fai ai giovani un discorso alla Landini a proposito del come si produce il consenso lo ottieni.
D: torniamo alle prossime elezioni europee, che potrebbero fare da prologo a quelle nazionali, se il governo dovesse cadere. Tsipras è un candidato che piace, ci sono delle personalità, in Italia, che vorrebbero indicarlo come capolista anche qui da noi. Cosa ne pensate, in Grecia?
L: premesso che il mio partito, DIMAR, si presenterà da solo alla consultazione e che ha già fatto domanda di adesione al gruppo europarlamentare del PSE, su Tsipras capolista devono decidere le forze italiane. Certo, l’appoggio offerto a Tsipras da personaggi come Barbara Spinelli, il padre della quale è molto conosciuto in Grecia tra chi segue la politica, Camilleri e Gallino ecc. – ed anche da parte di intellettuali belgi – ha avuto una ricaduta positiva sui sondaggi: in quello odierno (22/1) SYRIZA supera per la prima volta il 31% delle intenzioni di voto, ultimamente con un vantaggio di 2-3,5 punti su Nuova Democrazia. Queste aperture, insieme alla scelta pro euro e pro Europa fatta nel congresso dell’estate scorsa, hanno rafforzato anche dentro SYRIZA la posizione europeista. La questione è che contemporaneamente alle europee si svolgeranno le elezioni regionali e comunali e alle amministrative per SYRIZA si presentano gli stessi problemi che, in Italia, ha il M5S: passando in pochissimo tempo dal 5 al 30% non è riuscita a formare quadri locali, e questo rischia di pagarlo in termini di voti, perché potrebbe vincere le europee e non vincere le consultazioni locali. In ogni caso, venendo alle consultazioni nazionali, che potrebbero tenersi in autunno in caso di pesante sconfitta, a maggio, delle forze governative, il problema per SYRIZA, anche in caso di vittoria, è che non si può governare un Paese senza una grande alleanza politica e sociale, quindi è indispensabile un accordo programmatico con le forze intermedie. L’ingresso in Parlamento di DIMAR servirà a spronare SYRIZA ad abbandonare alcune posizioni populistiche. Riaggregando la forza che viene dal purgatorio del PASOK si potrebbe arrivare a quei 160 deputati (su 300) necessari per una maggioranza ampia, e magari superare la soglia. Non va tra l’altro sottovalutato il pericolo Alba Dorata (terzo partito nei sondaggi, oltre il 10%), che continua a crescere nelle intenzioni di voto malgrado un terzo dei suoi deputati stia in carcere.
D: parli di populismo, ma per quale motivo escludi dal novero delle possibilità (e lo stesso fa SYRIZA, a quanto pare) un’uscita dalla UE e dall’euro? La posizione del KKE sul punto è immutata, immagino.
L: sì, il KKE resta aprioristicamente contrario all’Europa e continua a proporre il potere popolare e la nazionalizzazione dell’economia; nel penultimo congresso hanno riabilitato Stalin. Recentemente hanno criticato il defunto segretario Florakis, accusato di essere stato troppo pragmatico. Lui era stato nei lager, cercava collaborazioni e compromessi con le altre forze di sinistra. Uscire oggi dall’euro, come pretendono loro, comporterebbe per il Paese un costo enorme, maggiore di quello pagato sin qui. Nonostante la crisi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza dei greci è contraria all’uscita dall’Unione, anche perché noi abbiamo problemi geopolitici (le tensioni con la Turchia, ndr) che l’Italia non ha.
D: senza lo strumento di pressione di un possibile abbandono dell’euro non rischia un eventuale Governo Tsipras di risultare contrattualmente debolissimo nei confronti della troika, e di fare quindi la fine dell’esecutivo Papandreou, che pure aveva proposto agli elettori un programma di sinistra?
L: sì, ma a livello europeo riconoscono che il debito greco non è estinguibile, come conferma lo stesso FMI. Secondo me, Tsipras punterà ad entrare in trattative con la UE perché la maggior parte del debito è oggi nelle mani delle istituzioni europee. Urgono trattative, la crisi sociale è gravissima, lo vedono tutti. Noi pensiamo che un governo debba proporre un programma condiviso, che tenga conto della situazione creatasi. I Memorandum hanno peggiorato la crisi endogena senza costruire soluzioni di uscita, destrutturando economia reale e società, polverizzando il lavoro e limitando la Democrazia. Non va dimenticato che le eventuali elezioni politiche potranno tenersi solo dopo le europee, che perciò ci diranno quale sarà la futura politica della UE. In ogni caso, la nascita di un fronte mediterraneo che prema sulla Germania agevolerebbe il nostro compito: la candidatura Tsipras va in questa direzione.
D: quindi un’Europa a guida socialista potrebbe, secondo te, offrire maggiori spazi di manovra al (nuovo) governo greco; se invece vincessero le destre a primavera ci sarebbe tempo per escogitare le opportune contromisure. La domanda che segue si riallaccia alla turbolenta storia ellenica del dopoguerra: c’è il rischio di un colpo di stato militare, nell’eventualità di una affermazione elettorale delle sinistre a livello nazionale?
L: in Grecia, dopo la caduta dei colonnelli anche durante il dominio di Karamanlis (’74-’81) e con le gestioni PASOK e ND c’è stato un repulisti nelle Forze Armate. Capo delle FFAA è diventato un ammiraglio che, nel ’73, era fuggito in Italia (cacciatorpediniere Velos). Il problema non è là, anche se si sono trovati nella polizia simpatizzanti di Alba Dorata: dagli anni ’70 è fortissimo il sindacato di polizia. Non vedo in Italia rappresentanti dei sindacati di polizia che parlano con altrettanta chiarezza. Elementi reazionari nelle FFAA ci sono, ma l’esercito è democratico, di leva. No, non vedo rischi di un colpo di stato… il vero rischio è quello di un colpo di stato economico, anche se l’ex membro greco del FMI ha riconosciuto – e ci sono state discussioni all’interno del FMI -  che nel 2009-2010 sarebbe bastato un piccolo intervento per salvare la Grecia. Ma non si è voluto farlo.
D: appunto, non si è voluto. Il mantenimento di un esercito di leva mostra comunque che i politici greci sono stati più saggi – o meno farabutti – di quelli italiani. Mi pare di aver capito che, al di là della politica, la popolazione greca sta sviluppando un senso di solidarietà che potremmo definire “socialista”, è così?
L: sì, c’è un forte movimento di solidarietà locale influenzato da tutti i gruppi e le forze politiche di Sinistra KKE, DIMAR, SYRIZA: pensiamo ai medici che  fanno ambulatori collettivi, dove curano gratis chi non può permettersi l’assistenza, ad esempio. Anche la Chiesa Ortodossa partecipa alla campagna di solidarietà con atteggiamento esplicito: i ristoranti di proprietà ecclesiastica lavorano molto, al pari delle mense comunali, per sfamare i cittadini impoveriti. Molti supermarket hanno promosso una catena di solidarietà: i clienti forniti di denaro possono lasciare un’offerta – di merci - in un recipiente per contribuire alle spese delle mense.

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Queste ultime – l’affidabilità delle Forze Armate ed il diffondersi di una solidarietà che, senza volerlo, assomiglia tanto al Socialismo - mi paiono le uniche note squillanti in una sinfonia tragica.
Ringrazio il compagno Stathis per la consueta disponibilità e gentilezza (ormai è una vecchia conoscenza del sottoscritto!) e risistemo velocemente gli appunti. C’è qualcosa che non mi persuade nella strategia della sinistra greca, così come è stata delineata… non so, una sorta di “ottimismo della volontà” che stride con la descrizione impietosa e drammatica della situazione odierna. Misurarsi con un baro conclamato seguendo scrupolosamente le regole – cioè, rinunciando sin dal principio a nascondere nella manica gli “assi” no euro/via dall’Unione/sospensione del pagamento dei contributi alla UE/ripudio dei trattati capestro/rifiuto di pagare il debito, e persino a bluffare - mi sembra un po’ da ingenui, e nonostante le lacrime di coccodrillo versate ultimamente da alcuni funzionari dubito che la troika possa mutare rotta, “umanizzarsi”: il recentissimo diktat riguardante la vendita all’asta delle prime case induce al pessimismo. Fidarsi del PSE, poi, è un atto di fede nei confronti di una “divinità” che, a giudicare dai comportamenti tenuti dal ’90 ad oggi, merita più disprezzo che preci. Mi auguro insomma che, perlomeno a livello europeo, Tsipras e SYRIZA non cedano all’esiziale logica del “non c’è alternativa” – logica che ha propiziato questo killeraggio definito “crisi” da esperti e media.
Non sta a me, d’altra parte, suggerire ai greci quel che debbono fare.

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