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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 10 dicembre 2014

UN ROMANZO GIA’ LETTO, UN COPIONE GIA’ SCRITTO di Norberto Fragiacomo







UN ROMANZO GIA’ LETTO, UN COPIONE GIA’ SCRITTO
di
Norberto Fragiacomo




Amo rilassarmi in campagna, il fine settimana (le poche volte che sono libero da impegni, perlomeno…), alternando corsette in bicicletta a “pastroci” coi pennelli – e di solito, quando sono in soggiorno a dipingere, accendo la tivù perché mi tenga compagnia.

Questo weekend, in particolare, mi sono “abbeverato” alle fonti differentemente inquinate di RaiNews24 e La7, che di storie da raccontare – magari rivedute e corrette – ne avevano parecchie. Il canale diretto un tempo da Corradino Mineo è propaganda pura: ha meritoriamente coperto l’evento della “prima” alla Scala di Milano, ma parzialità e ipocrisia trasudavano da ogni commento, in studio e sul campo. Di esempi ne potrei citare a bizzeffe, ma due bastano e avanzano: per l’inviato - che allibiva di continuo per i caschi protettivi indossati dai giovani, quasi fossero mannaie o revolver - le violente cariche dei celerini contro i manifestanti erano invariabilmente “di alleggerimento” (lo erano già prima di essere lanciate, s’intende), mentre il collegamento da San Vittore, illustrante la favola bella di guardie e ladri pronti a gustarsi insieme il Fidelio in tv, è stato bruscamente interrotto per esibire ai telespettatori il vestito trasparente di Valeria Marini… televisione “gossippara”, oltre che educational.


Nei dibattiti di La7, invece, ospiti d’onore erano De Cataldo e Bonini, autori di Suburra, affiancati dal renziano (ex?) Adinolfi che, con presenza e vocione, occupa mezzo studio. In verità, la vicenda di Roma sembra l’ennesima fiction basata su Romanzo Criminale: non a caso, il Fatto Quotidiano del giorno dell’Immacolata dedicava varie pagine alla Banda della Magliana, e riportava persino una critica “cinematografica” del reuccio Carminati, alias il Nero. Che cosa c’era nei libri appena menzionati, il secondo dei quali è stato scritto molti anni fa? 
L’oggetto dell’odierna riprovazione generale, mista a virtuoso sconcerto: boss conclamati a piede libero e con immense disponibilità finanziarie, locali e negozi in mano alla malavita, appalti truccati, violenza selvaggia pronta a scattare, politici e perfino prelati a libro paga, processi aggiustati, giudici e poliziotti organici a potentati criminali che operano, sostanzialmente, alla luce del sole. 
Certo, i personaggi dei romanzi sono, come spesso accade, maggiormente affascinanti di quelli reali (il Samurai ha più glamour di Massimo Carminati, la cui teorizzazione del “mondo di mezzo” non è però affatto banale… rilevo che un sodale dell’epoca, intervistato, ha ostentato sorpresa per il linguaggio plebeo dell’ex terrorista dei NAR, che lui ricorda poco loquace e buon conoscitore della lingua italiana), ma la letteratura è copia conforme di una cronaca che, a sua volta, replica ad oltranza gli stessi temi. Marino sapeva, non sapeva? Inverosimile che sia stato connivente, se non altro perché viene da lontano – più probabile che abbia preferito guardare in un’altra direzione, come d’altronde hanno fatto tutti i maggiorenti del PD, che oggi fremono e si indignano per le presunte devianze della Federazione capitolina. Per porsi qualche domanda bastava essersi letti lo scorrevolissimo libro di un ex magistrato, in fondo.

Allarghiamo l’inquadratura: lo scandalo déjà vu esplode in concomitanza con il severo giudizio dato da Transparency International sull’Italia, prima in Europa – a pari demerito con Bulgaria, Grecia e Romania - per “corruzione percepita”. Tralasciamo il dato che l’organizzazione non governativa (=privata) è stata fondata, nel 1993, da un ex manager della Banca Mondiale di nome Peter Eigen1, e chiediamoci quali conseguenze questo giudizio divino possa produrre. Cos’è anzitutto questa benedetta corruzione “percepita”? Visitando il sito ufficiale (http://www.transparency.org) scopriamo che la corruzione consisterebbe nell’«abuso del potere affidato per guadagno privato», e che la misteriosa percezione si fonda su «visioni informate di analisti, uomini d’affari ed esperti»… interessante caso di potenziale conflitto di interessi, visto che l’organizzazione proclama, con evidente compiacimento, che «il nostro indice di corruzione percepita manda un potente messaggio e i governi sono stati costretti (have been forced) a prenderne atto e ad agire».

Non occorre proseguire nella lettura per rendersi conto che - appunto perché divino - il giudizio può discrezionalmente prescindere dal reale: che l’Italia sia più corrotta del Ghana e che (guarda caso) Iran, Russia e Venezuela siano tra gli Stati più marci al mondo è un’impressione, e le impressioni – specie quelle di analisti, businessmen ed esperti – non hanno bisogno del suffragio di prove.

Ora, con questo non voglio certo affermare che il nostro sia un Paese virtuoso: sappiamo per esperienza che lo scambio di favori avviene ad ogni livello, e che i casi eclatanti da milioni di euro sono solo la punta dell’iceberg – sovente, anche nell’assegnare una meschina p.o. si tiene conto di “meriti” che nulla hanno a che fare con doti e professionalità. Forse in quanto cattolico (o forse no, visto che nella Roma dei Cesari la compravendita di cariche e favori era prassi), l’italiano medio ha sempre mostrato una spiccata propensione ad intrallazzi e accomodamenti: tali caratteristiche negative non hanno impedito, nel dopoguerra, una crescita vertiginosa del Paese, anche perché – come nella maggior parte dei popoli – pregi e difetti si bilanciano. Siamo mediamente corrotti ma creativi, a differenza – ad esempio – dei tedeschi che vengono… percepiti come efficienti ed organizzati, ma un po’ prevedibili: così ci ha forgiato la Storia. In un’epoca di decadenza e ristagno economico è normale che gli aspetti deteriori emergano più di quelli positivi e che del merito ci si curi ancor meno di prima, ma mi riesce comunque difficile credere che l’Italia sia nelle condizioni della Bulgaria: per essere ancora ospite del G8 un Paese relativamente piccolo, popolato da sessanta milioni di persone e sprovvisto di materie deve pur avere, dal punto di vista del Capitale, alcune virtù. Per provarci il contrario dovrebbero produrre dati, non “percezioni”… quanto a noi, sarebbe opportuno che riconsiderassimo i nostri modelli di riferimento: possiamo davvero prendere lezioni da Stati in cui la vita di un nero non vale neppure l’incriminazione del suo assassino e le rivolte figlie di discriminazioni e ingiustizia si concludono regolarmente con un bilancio di decine di morti? Un Paese, un sistema andrebbero giudicati nel loro complesso, non evidenziando solo questa o quella colpa in base alle convenienze del momento.

Finora, però, ho girato intorno al problema, che dev’essere impostato a partire da una domanda: chi sono il Nero e i suoi sodali? La risposta è semplice: uomini d’affari senza scrupoli che, per raggiungere i propri scopi, fanno ricorso alla violenza, all’intimidazione e – nel mondo di sopra – finanziano un personale politico supino ed “affidabile”. Secondo quesito: c’è differenza con i grandi finanzieri internazionali? Solo dal punto di vista delle dimensioni del business: i figli della Magliana regnano su mezza Roma, l’elite affaristica sull’orbe terracqueo. I metodi sono gli stessi, moltiplicati per cento: il Capitale impone presidenti e governi, si mangia economie intere, scatena contro gli oppositori polizia e truppe, ammazza e fa sparire chi non si piega. Non è costretto a cercare scappatoie eludendo le leggi, perché è lui stesso a scriverle ed abrogarle, servendosi all’uopo di quisling locali, troike, istituzioni continentali e trattati transatlantici. Tutte le vittime della Banda della Magliana sono un’inezia rispetto al numero dei cittadini caduti sotto i colpi della crisi in Argentina e in Grecia, in Portogallo e nel Sud Est asiatico.

Il piano della banda transnazionale prevede, per l’Italia, la privatizzazione totale di ciò che è ancora pubblico, la cancellazione dei corpi intermedi “popolari” (dai sindacati ai comuni), il radicale asservimento delle masse, la messa fuorilegge di ogni forma di resistenza legittima. L’incarico è stato affidato a Renzi che, però, per i gusti dei suoi mandanti parla molto e agisce troppo poco (inguaribilmente italiano e dunque unfit?) – presi dalla frenesia, meditano già di sostituirlo con un altro esecutore o, più verosimilmente, sono giunti alla conclusione che a frenare l’auspicata trasformazione/svendita siano i meccanismi poco “economici, efficienti ed efficaci” della democrazia formale, che vanno perciò tolti di mezzo.

Declassamenti, statistiche, classifiche e sconcertanti lesioni della sovranità (dopo le dichiarazioni di Frau Culona un governo degno di questo nome avrebbe richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Berlino) sono segnali chiari, precisi e concordanti, di cui il successore di Ferrara sul trono dell’obesità televisiva ha fornito l’interpretazione autentica: il cancro sono le partecipate (quelle che erogano i servizi pubblici, si noti), che vanno prontamente messe sul mercato. Il management è inadeguato, certo, ma ciò che sta a cuore al nostro è la possibilità di licenziare tutti i dipendenti senza doversi confrontare col sindacato: per raggiungere questo risultato – svela – ci vorrebbe un dittatore in grado di decidere senza badare al consenso. Cita scherzosamente Lenin (fingere di incarnare una moderna posizione “di sinistra” fa parte dei suoi compiti), ma pensa a un Pinochet, o semplicemente alla troika, che già allunga i suoi tentacoli sull’Italia. Se e quando arriverà, potremo scordarci di Carminati e della sua corte, o addirittura sorriderne: il sistema Roma, la corruzione dilagante ecc. finiranno in fondo alla lista dei nostri problemi, che diverranno – per il 90% almeno degli italiani – tragicamente insormontabili.

Per sparigliare il gioco servirebbe una decisa mossa delle piazze, uno scacco a Renzi che anticipi quello che, tosto o tardi, gli darà il Capitale: servirebbero la lucida ostinazione e il coraggio dimostrati dagli antagonisti milanesi che, dopo un pomeriggio di scontri, sono riusciti a portare in piazza il loro messaggio contro l’austerità e le sopraffazioni dell’Unione Europea. Condannati dall’anticaglia Franceschini – un destro di seconda fila per cui non merita sprecare parole –, hanno ricevuto attestati di solidarietà (che devono aver imbarazzato la redazione di RaiNews) da insospettabili spettatrici del Fidelio.

Penso abbia ragione Giorgio Cremaschi quando annota che nell’opinione pubblica sta crescendo la simpatia nei confronti dei movimenti antagonisti… non crogioliamoci, però, in fantasie troppo rassicuranti: il tempo fugge inesorabile, e non è ancora emersa – nel campo social comunista – una strategia da opporre a quella dei banditi al cubo delle troike.




1 E che risulta finanziata da varie fondazioni private, agenzie governative (la Commissione UE figura al primo posto nella lista) ed organizzazioni imprenditoriali come Ernst&Young, una super-società di revisione che conta 175 mila addetti in 140 Paesi (il fatturato globale di 25,8 miliardi all’anno – in costante crescita – consente di essere generosi nei confronti dei meritevoli…).

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