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venerdì 11 settembre 2015

FRAU MERKEL, I MIGRANTI E AMMIANO MARCELLINO di Norberto Fragiacomo






FRAU MERKEL, I MIGRANTI E AMMIANO MARCELLINO


La mesta odissea dei profughi siriani, trasformata in evento mediatico “live”, è solo un assaggio di future migrazioni di massa che, come nel IV° secolo d.C., potrebbero cambiare la Storia del continente

di
Norberto Fragiacomo



Appena riemerso da una piccola, ma cocente, Teutoburgo personale, mi trovo ributtato nel caos di una cronaca che potrebbe sinistramente preludere ad un’epocale svolta storica.
Ributtato: participio poco elegante e, forse, linguisticamente sbagliato, ma assai in tono con una situazione e una propaganda che giudico ributtanti. Non parlo ovviamente dei profughi siriani, cui vanno la mia compassione e il mio rispetto, ma della carovana di falsità, ipocrisie e disinformazione che accompagna – e quasi sempre precede – la loro marcia affannata.

Gli ungheresi non li vogliono (e li prendono a bastonate), la Merkel sì: perciò Orban è un reazionario cattivo, i tedeschi, invece, un popolo redento. Questo ci raccontano i media e la stampa, Repubblica in particolare: Andrea Tarquini, che ha guizzi da romanziere, produce a spron battuto pezzi di colore sgargiante, in cui dà voce a personaggi meritevoli di simpatia, con i quali è possibile – anzi, doveroso - identificarsi. E’ però fiction, non il giornalismo delle 5 W (sarà mai esistito, quest’ultimo?).

D’improvviso tutti i migranti sono diventati “profughi siriani”: la descrizione dei fatti cede il passo alla sineddoche. Artifizio e raggiro, svelatoci da certi riferimenti sottotraccia a decine, forse centinaia di milioni di esseri umani in arrivo dall’Africa nei prossimi anni. I siriani non provengono dal continente nero, sono in cerca di salvezza anziché di fortuna, ma si prestano bene, per le loro disgrazie, a “riassumere” un fenomeno che dovrebbe inquietarci tutti, quale che sia la nostra fede politica. Qualcuno, tra i tecnici, ha parlato di “invasione”, ma il termine è stato convenientemente espunto dai dibattiti televisivi: ricorda troppo certi eventi del IV-V° secolo d.C. che furono, anche in quel caso, non assalti programmati, ma gigantesche migrazioni di popoli.


La Germania, dunque, è pronta all’accoglienza; nelle strade magiare i profughi in marcia (tutti siriani? chissà…) inneggiano alla cancelliera Merkel e sventolano bandiere tedesche. Tarquini ed altri come lui provano a convincerci che quella di Frau Angela è una scelta umanitaria, magari suggerita da giornali come la Bild che, ci viene assicurato, sanno interpretare la confusa volontà collettiva dell’ex Volk. Favole per bambini, baggianate: simili rigurgiti di umanitarismo mal si confanno a chi, fino a un mese fa, se ne strafregava della sorte dei boat people diretti (dall’Africa) in Italia e in Grecia, e per un lustro ha infierito con disumana durezza sul popolo ellenico, portandolo alla fame e alla disperazione e da ultimo, a inizio estate 2015, piegando con un diktat d’altri tempi l’inetto piacione Tsipras. In verità, l’interpretazione autentica della strombazzata generosità federale l’ha offerta la stessa Merkel, quando ha perentoriamente invitato i richiedenti asilo siriani a “imparare il tedesco e a trovarsi un lavoro”. Parole lette giorni fa, su un monitor di Stazione Termini: parole in fondo oneste, che fanno giustizia di tanta melassa giornalistica.

L’arcano è facile da spiegare: la Germania e la sua industria han bisogno di braccia; i siriani – provenienti da uno Stato laico culturalmente progredito, e in gran parte laureati o diplomati – possono mettere a disposizione anche la mente, ed essendo abituati a relative ristrettezze si accontenteranno di condizioni di lavoro peggiori di quelle pretese da molti tedeschi. Scegliersi sagacemente i migliori e fare pure bella figura: non saranno fantasiosi i nostri vicini d’oltralpe, ma le somme han quasi sempre saputo farle e – come avrebbe cantato Dalla – non ragionano male.

Fin qui la Merkel e i suoi consiglieri, che contano qualcosa. Più in alto si covano maggiori, forse smisurate ambizioni: mutare definitivamente il volto dell’Europa. Il fatto che l’abbia capito pure Giordano, che di certo non è un marxista (si riveda la puntata di iersera de La Gabbia), mostra che per scorgere le dinamiche reali è sufficiente tenere gli occhi aperti: dall’approdo di massa qualcuno, cioè l’elite economica transnazionale, si attende compiaciuto il definitivo sfarinamento di ciò che resta dell’identità europea, già indebolita da 30 anni di dittatura UE. Questo qualcuno ha complici (involontari) anche a sinistra, fra i cretinetti che esaltano l’inebriante bellezza del “meticciato”, cioè del formarsi di una massa umana diluita, senza radici e senza identità culturale, senza patria né punti di riferimento – una massa umana amorfa, e perciò facilissima da soggiogare e da condurre la pascolo dove il pastore (economico) desidera. Visto che la Natura ha l’horror vacui, qualcosa dovrà riempire quei cuori e quelle menti svuotate ad arte: una frenesia di consumi low cost, cui dedicare il poco tempo libero concesso da massacranti settimane di lavoro coatto sotto l’occhio vigile delle telecamere datoriali. La Merkel infatti ragiona bene, ma il Capitale anche meglio: individui creati con lo stampino, abissalmente ignoranti e in perenne simbiosi con vacue apparecchiature elettroniche sono spaesati e soli anche se ammassati in greggi.

Si materializzerà quest’incubo di un continente a metà fra Bladerunner e McDonald’s? Possibile, ma non scontato: qui si tratta di correnti migratorie forse inarrestabili, di milioni e milioni di esseri umani, e il diavolo, si sa, non sempre riesce a coprire le sue pentole.

Fine del quarto secolo dopo Cristo: i Goti, popolazione di origine scandinava stanziata nell’est dell’Europa, sono tormentati da carestie e dalla paurosa minaccia degli Unni. Fame e guerra: vi ricorda qualcosa? Ebbene, i loro capi si rivolgono all’autorità romana, chiedono asilo per popolazioni allo stremo. A Costantinopoli si fanno due calcoli: questi barbari sono gente laboriosa, frugale; ottimi contadini, potrebbero venire adoperati, all’occorrenza, per difendere il confine sul Danubio. Che entrino, ne abbiamo bisogno! I fuggiaschi si stanziano sul territorio dacico, prosperano e fanno figli – ma restano fedeli ai loro, di governanti. Tarda estate del 378: ad Adrianopoli (la turca Edirne) i goti, coscienti della propria forza, scendono in campo contro l’esercito romano guidato dall’imperatore Valente, lo stesso che li aveva accolti. L’epilogo è drammaticamente narrato nelle sue Storie da Ammiano Marcellino, ultimo grande storico della latinità: “La notte, del tutto priva di chiarore lunare, interruppe queste non mai risanabili distruzioni, che furono tanto gravi per lo stato romano. Alla prima oscurità della sera, l’imperatore tra i semplici soldati, come era dato supporre (nessuno infatti affermò di averlo visto o di essere stato vicino a lui) cadde ferito gravemente da una freccia e subito morì, né fu ritrovato poi in alcun luogo (Libro XXXI 13,11-12)”.

Cosa voglio intendere riportando un’antica citazione? Che non è per niente improbabile che l’ingresso massiccio di nuove popolazioni in uno stato, oggi come allora, di profondo turbamento economico-valoriale generi attriti immediati e catastrofici, portando l’intera società al collasso. Questo capitò all’ecumene romana, questo potrebbe verificarsi anche oggidì, con effetti “tanto gravi” a lunghissimo termine. Nella prima parte del suo best-seller Sottomissione, stigmatizzato come anti-islamico da chi non sa leggere, Houellebecq descrive le prime fasi di questa disintegrazione sociale: attraversando una Francia muta e ferita, il protagonista scorge i segni terribili del sanguinoso conflitto in corso fra bande di salafiti e di nazionalisti cristiani, intente ad ammazzare civili lontano dai riflettori. Il finale dei romanzo è, a ben vedere, quasi ottimistico, ma il rischio di una prossima disgregazione è già avvertibile, i sintomi ben visibili in alcune zone della Francia meridionale, dove nativi e nordafricani si spartiscono città e paesi, disdegnando contatti che non siano episodici (provate a passeggiare per il centro dell’antica Tarascona: se incontrate un francese doc, sarà senz’altro un turista). Qualche indizio non fa una prova? D’accordo: guardiamo allora ad Irak e Siria che, presentatici dalla stampa di regime come dittature, erano Paesi più simili al nostro di quanto non siano mai state le retrive monarchie del Golfo, e che in men che non si dica, con l’aiuto fattivo delle potenze occidentali, sono precipitati nell’anarchia e nel caos.

Siamo in bilico tra due destini entrambi apocalittici: da un lato la prospettiva di uno sconcio amalgama al ribasso, con centinaia di milioni di “epsilon” privi di autocoscienza e pilotati da un’elite di tecnocrati; dall’altro una lotta senza quartiere tra fanatismi, etnie e clan in un’Europa riconsegnata ai secoli bui. Si dirà: è colpa nostra, siamo stati noi a schiavizzare l’Africa, ci troviamo in debito (così Dario Fo). Vero, ma se il mea culpa richiede la rinuncia a filosofia, illuminismo (e marxismo!), tradizioni culturali e artistiche… beh, permettetemi di concludere che reputo il conto eccessivamente salato.

Come operare dunque? Il cosiddetto Occidente, inteso come sistema economico capitalista, è direttamente responsabile delle disgrazie di siriani, libici, iracheni e africani – ma anche di quelle, meno eclatanti, dei suoi cittadini-sudditi, il cui relativo benessere si assottiglia ogni giorno che passa. Per gli ispiratori delle politiche euro atlantiche gli Stati sono espressioni geografiche, i popoli pedine sacrificabili, profitto e accumulazione gli unici scopi degni di perseguimento: immaginare che essi possano cambiare rotta è assurdo almeno quanto la pretesa, avanzata dalla rana di autore ignoto, che lo scorpione disconosca la propria natura rinunciando a pungerla (che poi nel rigagnolo muoia anche quest’ultimo non è affatto decisivo ai nostri fini: il Capitale, come detto, potrebbe essere vittima della sua stessa bulimica bramosia). L’unica speranza è dunque un radicale sommovimento socio-culturale, che parta dal vecchio continente e si irradi nel mondo, eliminando le cause della guerra, dell’instabilità e della diseguaglianza. Più che un “diritto”, in fondo, migrare è quasi sempre una dolorosa necessità: l’uomo comune preferirebbe vivere a casa propria, gustare il cibo cui è abituato, ascoltare le sue canzoni e le sue storie.

Di fatto, questa terza soluzione salvifica è, ad oggi, assai più inverosimile di quelle tratteggiate in precedenza: qualsiasi rivoluzione genuina è solo l’ultimo anello di una catena forgiata con il lavoro, lo studio, la volontà, la fiducia e l’abnegazione. In breve, per fare la rivoluzione non basta essere miseri o arrabbiati: bisogna aver concepito o fatto propria un’idea di futuro e ritenerla, sotto ogni aspetto, preferibile al presente. Nell’odierna torre di babele si odono invece strepiti, anatemi, grida di spavento e d’indignazione: concime per Leghe, o peggio ancora.


Quando milioni di uomini busseranno contemporaneamente alle nostre porte vacilleranno fedi e ideologie, gli slogan guerreschi si ridurranno a grotteschi squittii… toccherà forse ai nostri bisnipoti far ripartire, in condizioni oggi imprevedibili, una Storia degna di essere scritta.




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