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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 3 settembre 2015

IL CONTADINO E LA CITTADINA di Sara Palmieri





IL CONTADINO E LA CITTADINA

di Sara Palmieri





Stefania un campo di grano non l’aveva mai visto in vita sua.
Quella distesa dorata intorno al casone popolare dove abitavano le cugine brillava al sole di fine maggio e, dopo averli catturati, rilanciava incantevoli effetti di luce.
Lo sapevano bene le orde di bambini che di pomeriggio giocavano nel cortile che separava il palazzo dal campo con una lunga cancellata di ferro, scavalcabile dai più grandi e attraversabile dai più piccoli, che vi infilavano la testa roteando poi il corpo con mossa fulminea.
Lo sapeva bene il contadino che lo coltivava a mezzadria, un tipo lesto nonostante l’età, col viso divorato da solchi simili a un campo arato e una camicia a quadri che si opponeva alla cinta dei calzoni.
Lo zio Giuseppe – come lo chiamavano tutti - brandiva la zappa a mò di spada quando i bambini superavano il limite per giocare a nascondino tra le spighe o per lottare tra loro e poi cadere a peso morto, abbattendo interi fasci di grano.
Il suo carattere - notoriamente iroso - si esprimeva in crescendo e gridando in un arcaico dialetto, bestemmiava dietro a quei monelli senza tema.
Anche le cugine di Stefania, solo in apparenza tranquille, facevano parte della banda di teppisti che sfidava il contadino e si era appassionata a quelle rincorse da cui comunque usciva sempre vittoriosa.
Lo zio Giuseppe, quei bambini, se li sognava anche di notte e allora cominciava a scalciare come un mulo, urlando e magari sferrando un pugno alla moglie, convinto di averlo assestato ad uno di loro.
Peraltro il contadino doveva dar conto al padrone se il raccolto di quell’anno fosse stato inferiore all’anno prima e i bambini – secondo lui – ne erano direttamente responsabili.
Spesso si appostava dietro al canneto e aspettava di beccarne uno per dare così una lezione a tutti.
Quella domenica nel cortile c’erano solo Stefania e le cugine, che decisero comunque un’incursione nel grano, anche per mostrare alla bimba di città quanto fosse ameno abitare in campagna.
Attraversarono le sbarre di ferro della cancellata indicando a Stefania come infilare la testa e roteare il corpo.
Lei, con il suo abitino lindo, camicina bianca, gilet di panno e gonna blu a pieghe, poggiò la borsetta di pelle e, se pure con la difficoltà dovuta alla postura legnosa a cui la mamma l’aveva educata, riuscì a passare tra le aste.
Poi risistemò l’abito, rimise la borsetta a tracolla, tirò su le calzette candide, ripulì le scarpe di vernice nera dopo aver umettato il ditino con la lingua, riordinò i riccioli biondi sulla fronte e fu pronta ad entrare – sia pure con fare impacciato - tra quelle spighe più alte di lei.
Il silenzio della giornata non piaceva al vecchio, tirava un venticello lieve che ondulava le spighe e lasciava intravedere i punti rossi dei papaveri.
Spiava con occhi torvi e il viso serrato e rubizzo, dal solito canneto, la distesa di grano, determinato a difenderla da quei monelli; la mano nodosa, ad artiglio, stringeva una roncola e aveva con sé il cane, un bastardino altrettanto ringhioso.
D’improvviso sentì le risatine delle bimbe e vide le amate spighe aprirsi qua e là.
Le cugine avanzavano saltellando, mentre Stefania arrancava dietro, timida ma felice di trovarsi circonfusa dalla macchia di giallo.
Quando furono vicine, il vecchio balzò come un satiro dal canneto e, accompagnato dai latrati del cane, si lanciò in una corsa forsennata e minacciosa agitando la roncola.
Le due cugine, esperte in ritirate, guadagnarono in un baleno la cancellata e furono al sicuro nel cortile di casa.
Stefania rimase inerte tra le spighe e fu un attimo per il contadino afferrarla per la collottola.
Ti ho preso – urlò incredulo – ora ti do una lezione coi fiocchi e poi ti porto dalle guardie”.
Dagli occhi di Stefania scoppiarono goccioloni di lacrime.
Signor contadino – disse tra i singhiozzi – io non sapevo, io non volevo… sa non sono di qua…io vengo dalla città!”
Ah sì – rispose lui ancora irato – e non sai che questo è un campo di grano che sfama anche i cittadini come te? E che se tu lo calpesti con i tuoi amichetti ci saranno meno spighe e quindi meno pagnotte?”
No, mi scusi – continuò Stefaniacon le candele di muco dal naso, la manina a frugare il fazzoletto nella borsetta e i riccioli biondi incollati alla fronte madida.
Tuttavia ingaggiò una trattativa.
Signor contadino – disse balbettando - se mi lascia libera, dirò alle mie cugine che lei è buono, che vuole produrre più pane per farlo mangiare a tutti, anche a loro, che lei ci tiene agli esseri umani!”
Davanti a quella bimba, visibilmente dispiaciuta, l’ira del vecchio svanì come la bolla di vapore al cospetto dell’aria fredda.
Va – le disse con tono comunque grave per nascondere l’attimo di debolezza – e non tornare mai più!”



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