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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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sabato 10 dicembre 2011

FARC e rivoluzione, di Riccardo Achilli







Qual è l'attuale operatività delle FARC

La recente uccisione di Alfonso Cano, probabilmente il leader più dialogante e politico che le FARC abbiano avuto negli ultimi anni, può indurre qualche riflessione più lontana dagli effetti emotivi inevitabilmente generati dalla sua morte. Ringrazio i compagni del Cdr del blog per i loro preziosi suggerimenti.

La prima considerazione riguarda la forza effettiva delle FARC. Spiace dover deludere chi, abboccando alle sciocchezze della stampa borghese, crede che le FARC siano oramai definitivamente istradate verso un cammino di disfatta definitiva. Certo, i vertici storici del segretariato sono stati decimati negli ultimi anni, si sono verificate molte defezioni negli strati inferiori dei militanti, il Venezuela di Chávez ha ritirato il suo appoggio al movimento, privandolo di una fondamentale retrovia logistica, per la rotazione delle truppe ed addestrativa, e si riscontra una maggiore capacità di penetrazione nelle aree controllate dalle FARC, da parte di un Esercito governativo supportato dall'alta tecnologia statunitense (come dimostrano gli episodi di liberazione di ostaggi, che sembrano intensificarsi, negli ultimi tempi; nel 2010-2011 risultano infatti liberati dalle forze di sicurezza colombiane 5 ostaggi, altri 15, fra i quali la Betancourt, nel 2008-2009, senza contare quelli che sono stati liberati spontaneamente dalle FARC, soprattutto, negli ultimi tempi, per dimostrare la volontà di negoziare un accordo di pace con il Governo, vero e proprio pilastro della politica di Alfonso Cano).
Però il movimento conserva intatta la sua capacità organizzativa (Alfonso Cano è stato immediatamente, e senza contrasti interni, sostituito dal 52-enne comandante dell'intelligence, Rodrigo Londoño, soprannominato “Timoshenko”,


mentre il defunto Mono Jojoy è stato immediatamente sostituito da Felix Muñoz, alias “Pastor Alape, il tutto con una velocità tale da lasciar supporre che gli avvicendamenti al timone del segretariato siano decisi con molto tempo di anticipo, per evitare problemi organizzativi in caso di morte di uno dei componenti). Tra l'altro, il movimento si sta recentemente organizzando in modo più efficace, per resistere alla crescente pressione militare delle forze governative. Da un lato, la sua ancor consistente forza militare, di circa 9.000 componenti (secondo le cifre del Governo) o 18.000 (secondo le dichiarazioni del segretariato delle FARC), è stata riorganizzata in gruppi più piccoli e dotati di maggiore autonomia operativa, in modo da condurre le azioni di guerriglia in modo più efficace, ed occultarsi meglio rispetto al nemico. D'altro canto, le FARC hanno affiancato ai reparti combattenti veri e propri una milizia, in abiti civili, per ulteriori 9.000 persone, con compiti logistici, di intelligence, di genio (in particolare, sono spesso usati per stendere i campi minati) di raccordo con la popolazione civile, e soprattutto di promozione e comunicazione politica. Grazie a tali milizie, dedicate ad attività di indottrinamento politico, secondo un giornale tutt'altro che amichevole con le FARC, ovvero La Patria, il movimento conserva un forte radicamento sociale in aree anche a forte popolamento, come il Tolima meridionale. Le stesse fonti dell'Esercito, sempre secondo La Patria, narrano di reparti governativi attaccati direttamente dalle case dei civili, nei villaggi della zona del Cauca, dove le popolazioni indigene, inizialmente ostili alla guerriglia, ne sono divenute alleate, a seguito della brutalità dei metodi usati dall'Esercito, e del lavoro politico svolto dalle FARC stesse.
Di fatto, le FARC controllano ancora circa un terzo del territorio nazionale, e si stanno anche affacciando nei contesti urbani, dai quali tradizionalmente erano lontane. E se sussistesse ancora qualche dubbio circa le loro capacità operative, basterebbe citare il Congresso colombiano, secondo il quale, nel primo semestre del 2011, con 1.115 attacchi contro l'Esercito e la polizia, che hanno causato la morte di 167 militari, le FARC hanno incrementato la loro attività militare del 10% rispetto al medesimo semestre del 2010.




Il fallimento del tentativo rivoluzionario con una logica guerrigliera

Sgombrato il campo da un'immagine di agonia che non corrisponde affatto alla situazione attuale delle FARC, e che viene propalata dalla stampa borghese per evidenti motivi strumentali, occorre però chiedersi come mai, dopo 48 anni di lotta armata, le FARC non siano ancora riuscite a innescare un processo rivoluzionario più ampio, e la Colombia rimanga, in un panorama latino americano che si sposta sempre più verso governi nazional-riformisti, il Paese più legato all'imperialismo statunitense, come sospeso negli anni Settanta. Una risposta a tale domanda non può rinvenirsi esclusivamente in motivazioni di carattere militare, ovvero nella capacità di contenimento operata da forze di sicurezza pesantemente equipaggiate ed assistite dagli USA, e dai gruppi paramilitari di estrema destra legati agli ambienti della borghesia compradora colombiana.
Certo, moltissimi gravi errori, e veri e propri crimini, hanno compromesso gravemente i rapporti fra FARC e proletariato colombiano, come ad esempio la pratica diffusa di utilizzare minorenni per combattere, come ammesso anche da Simón Trinidad, l'ex-portavoce delle FARC, quando dichiarò a Leech, nel 2009, che “nei nostri statuti abbiamo deciso che possiamo reclutare dai 15 anni in su.” E la giustificazione addotta da Trinidad, secondo cui il capitalismo colombiano utilizza i minorenni per prostituirsi, per lavorare nelle miniere o nei campi di coca, non appare affatto convincente per un rivoluzionario. La responsabilità di un rivoluzionario è infatti quella di mostrare una strada diversa rispetto al capitalismo, non di riprodurre meccanismi di sfruttamento tipici del capitalismo stesso. Non ci si può macchiare le mani con gli stessi crimini. Così come le diffuse pratiche di coercizione sulla popolazione dei villaggi sotto il controllo delle FARC, i reclutamenti forzosi ed altre pratiche, non possono essere certo accettabili per un movimento rivoluzionario, e non sono giustificabili con le esigenze della guerra, atteso che la necessità politica di proteggere gli oppressi, di mostrare una strada alternativa all'alienazione di un sistema sotto tutela imperialistica, dovrebbe essere prioritaria per un movimento rivoluzionario. E tali pratiche non possono non aver creato un fossato con le popolazioni che le FARC affermano di voler difendere.

Ma il problema che spiega il mancato trionfo della rivoluzione in Colombia è forse un altro, ed è più profondo. La mancata vittoria rivoluzionaria delle FARC non può spiegarsi solo con i fattori di cui sopra, atteso che, quando il Che visitò il Paese nel 1952, scrisse che “la situazione qui è molto tesa, e sembra che una rivoluzione stia per esplodere. Le campagne sono in rivolta aperta, e l'Esercito è impotente nel reprimerla”. Cosa non ha funzionato nell'indurre una rivoluzione, stante questo clima che, a giudizio di Guevara, possedeva tutti i requisiti per portare ad un simile esito?
Le FARC, di fatto, affermano di voler inseguire una rivoluzione marxista/leninista. Tuttavia, la mistica militare, associata ad una minore importanza assegnata al rapporto dialettico e politico con la classe oppressa, allontana tale formazione dal leninismo, riproducendo gli stessi errori classici di tutti i movimenti guerriglieri latino americani (e che si rinvengono anche, ad esempio, nei motivi della sconfitta del tentativo rivoluzionario dei tupamaros, cfr. il mio articolo sul presente blog che analizza la parabola storica dei tupamaros). L'allontanamento dal leninismo dipende proprio dalla logica della guerriglia allo stato puro, ovvero dall'idea, erronea, che una piccola élite di guerriglieri possa innescare, con la propria attività, una rivoluzione di massa....senza un rapporto costante e politico (non militare) con la massa stessa! In pratica, l'assenza di alcune delle fondamentali condizioni oggettive per una rivoluzione viene sostituita da una mistica del guerrigliero, che non coinvolge le masse. Ma lasciamo parlare Nahuel Moreno, che identificò con esattezza il grande difetto di tale logica guerrigliera, ed il fallimento cui questa conduce. “Guevara, che si dichiarava discepolo di Mao e della sua strategia di “guerra popolare prolungata”,...teorizzò queste false concezioni fino a portarle all'estremo...la semplice installazione di un ridotto gruppo di combattenti in una zona di difficile accesso per l'esercito era già l'inizio di una rivoluzione; questo piccolo gruppo avrebbe conquistato l'appoggio della popolazione locale, estendendo la propria azione fino a convertirsi in un esercito, passando dalla guerriglia alla guerra convenzionale. Nello schema del Che, le condizioni oggettive sono necessarie solo nella misura in cui vi sia una grande miseria delle masse ed un regime politico odiato; il resto sarebbe venuto da solo, come prodotto della volontà ed eroismo combattente di un pugno di lottatori. La disposizione delle masse a combattere non viene presa in considerazione da tale strategia come un fattore oggettivo...Era, in questo senso, chiaramente antileninista, poiché Lenin collocò sempre la mobilitazione rivoluzionaria delle masse come un fattore oggettivo...la guerriglia non educa la classe operaia ad affidarsi alle sue forze e nella mobilitazione dei suoi alleati sotto la sua direzione..non vuole assolutamente l'autorganizzazione democratica degli operai, né della popolazione urbana, né dei contadini, poiché cerca di inquadrarli in una struttura militare chiusa e totalitaria...per tutte queste ragioni, l'organizzazione guerrigliera è nemica mortale di una strategia fondamentale del trotzkismo: la mobilitazione permanente e democraticamente autorganizzata dei lavoratori” (“Tesis Sobre el Guerrillerismo, N. Moreno, E. Greco, A. Franceschi).
Cosa intende dire Moreno? Che nessuna guerriglia di piccoli gruppi può sostituire il lavoro politico, di rapporto costante con le masse, alla luce del sole, di costruzione di una coscienza di classe. Al contrario, come dimostra il caso delle FARC, evitare tale lavoro per rinchiudersi in una guerriglia prolungata ed estremamente sanguinosa non può che provocare una degenerazione dell'etica rivoluzionaria dei combattenti, quindi ogni sorta di soprusi, se non di veri e propri crimini, contro gli oppressi, ed un distacco fra la guerriglia e le masse, che non porta a niente.
Va infine tenuto conto che la Colombia è un Paese a sviluppo capitalista intermedio, soggetto a dominio imperialistico, dove quindi la borghesia nazionale non si è sviluppata a sufficienza, rimanendo una borghesia compradora, e non ha quindi potuto svolgere quel ruolo storicamente rivoluzionario tipico della borghesia nazionale nelle prime fasi dello sviluppo capitalistico. Il latifondo, le condizioni semi-servili dei contadini in molte zone rurali, l'assenza di una ingente accumulazione originaria di capitale, l'assenza di autonomia della borghesia nazionale, rispetto al controllo imperialistico statunitense, l'enorme estensione dell'economia informale, dove prevalgono rapporti di lavoro cottimistici ed a domicilio tipici delle fasi iniziali del capitalismo, sono elementi di arretratezza nello sviluppo capitalistico del Paese, che ovviamente riducono le possibilità di una rivoluzione marxista vincente. Ovviamente una simile rivoluzione si fece con esito vincente anche in Paesi il cui sviluppo capitalistico era persino più arretrato di quello colombiano attuale, quindi non vi sono regole generali, ma il problema è che quando si fanno rivoluzioni marxiste/leniniste in Paesi capitalisticamente arretrati, il peso del prestigio personale del leader rivoluzionario diventa preponderante. Quando questo carisma leaderistico non c'è (come nel caso delle FARC, che non hanno mai espresso un leader con il carisma personale analogo a quello dei rivoluzionari dianzi citati) l'arretratezza dello sviluppo delle forze produttive finisce per soffocare le prospettive di una rivoluzione vincente. Va anche detto, d'altra parte, che il leaderismo rivoluzionario, indispensabile per portare a termine una rivoluzione socialista in Paesi arretrati, facilita le deviazioni individualistiche e accentratrici del percorso rivoluzionario, come il soffocamento degli esperimenti dal basso di autonomia, il culto della personalità, l'eliminazione del dissenso proletario, la burocratizzazione, in breve nascono i Mao o gli Stalin o, nelle situazioni più fortunate, piccole dinastie familistiche disposte anche a fare operazioni controrivoluzionarie pur di sopravvivere al potere.
Quindi, sembra che una rivoluzione con qualche prospettiva futura favorevole, e che eviti involuzioni leaderistiche pericolose, richieda di potersi innescare in un contesto caratterizzato da un certo grado di sviluppo capitalistico. E la Colombia non è a questo stadio. La situazione potrebbe, alla lunga, andare in direzione di una involuzione simile a quella dei tupamaros uruguagi, che per ammissione dei loro stessi leader storici (come Zabalza o lo stesso Sendic), perderono contatto con il proletariato, isolandosi in una lotta sanguinosa ma disperata, senza via d'uscita. E rendendo più facile il lavoro di distruzione e repressione condotto dai militari e dalla destra borghese filo-USA.




Come uscire fuori dal bagno di sangue promuovendo gli interessi del proletariato


Come si esce da una guerra civile sanguinosa ma che, ancora oggi, dopo 48 anni, non sembra avere prospettive? A parere di chi scrive, oggi diviene prioritario pensare a come porre termine a questo bagno di sangue, il cui tributo è stato pagato da tanti proletari e contadini poveri, cioè dal popolo che le FARC dovrebbero proteggere (e mi piace ricordare anche i tanti soldati di leva dell'Esercito governativo uccisi, mutilati e sequestrati, spesso figli delle classi popolari, il cui unico torto era quello di trovarsi nell'età per il reclutamento obbligatorio). Sicuramente l'idea di una negoziato di pace che porti ad una integrazione delle FARC nel quadro politico borghese non è una soluzione praticabile, né auspicabile. Sarebbe lo stesso percorso dei tupamaros, che si legalizzarono costituendo il MPP ed abbandonando la lotta armata per entrare nell'agone politico della democrazia borghese. Con il risultato che oggi il presidente della Repubblica di quel Paese è un ex guerrigliero tupamaro che fa accordi sindacali al ribasso per attrarre investimenti diretti esteri basati sul basso costo del lavoro, e che fa mille resistenze persino ad aprire un processo politico e giudiziario nei confronti degli esponenti superstiti del regime militare. Che minaccia i giovani tossicodipendenti di confino in campi di addestramento militare, anziché proporre politiche di integrazione sociale e di liberalizzazione del consumo di stupefacenti.

No, la strada non è quella di integrare le FARC nel sistema capitalistico, facendole degenerare verso un riformismo borghese di piccolo cabotaggio. Finché le FARC rimangono armate e mantengono il controllo di ampie aree del territorio, possono negoziare le loro condizioni. Se abbassano le armi per sedersi ad un “tavolo” di trattative si consegnano alla borghesia, entrano nella logica borghese, e si piegano al sistema, degenerando in cambio di un ruolo nell'agone politico, che la borghesia è ben lieta di dare: in fondo, la sinistra radicale pacificata e integrata nel sistema è utile per fungere da “cane da guardia” del proletariato. Nessuno negò a Bertinotti la carica di presidente della Camera e tutti i cocktail party che voleva, quando costui fece capire di non essere più pericoloso per la borghesia.
E d'altra parte il “tavolo” che tanto desiderava Alfonso Cano non ci sarà mai. Uccidendo Cano, Santos ha chiarito una volta per tutte che l'intento della borghesia nazionale e degli USA non è quello di aprire un tavolo di trattative. I motivi di ciò sono diversi: la borghesia nazionale non può dare riconoscimento politico alle FARC, perché cadrebbe l'alibi che consente ai gruppi paramilitari di estrema destra, resisi protagonisti di stragi ben peggiori di quelle delle FARC, di operare liberamente, perché gli interessi economici e militari degli USA in Colombia vanno difesi anche da una ipotesi di FARC pacificate, perché il grosso del narcotraffico non è gestito dalle FARC (che anzi, a differenza di quanto afferma la stampa borghese, non operano nel narcotraffico, ma si limitano solo a prelevare una tassa dai ricchi narcotrafficanti che operano nelle aree sotto il loro controllo), ma da spezzoni della borghesia nazionale, alleati con la criminalità statunitense (Pablo Escobár non era certo un rivoluzionario, ma un businessman della droga ben introdotto negli ambienti politici e militari della destra colombiana). E ovviamente le aree di coltivazione della coca sotto il controllo delle FARC fanno gola a questi affaristi della droga legati alla destra. Quindi non ci sarà mai nessun tavolo, non conviene alla borghesia nazionale e non conviene agli USA.
E allora, se la soluzione fosse un'altra? Anziché cercare il “tavolo” per dialogare con i loro nemici, per poi morire ammazzati, i leader delle FARC potrebbero cercare, come peraltro stanno già iniziando a fare con la tattica, dianzi ricordata, dei miliziani come anello di congiunzione fra FARC e popolazione, di parlare al loro popolo, proponendo un paradigma diverso da quello capitalistico, ma togliendosi le ingombranti lenti del dogmatismo guerrigliero/guevarista. Potrebbero proporre, nelle aree rurali sotto il loro controllo, un esperimento libertario, con forme di autonomia dal basso e di autogoverno, con comunità piccole ed autonome, federate fra loro, dove la proprietà dei mezzi di produzione sia collettiva, e dove applicare principi di decrescita, o di crescita sostenibile ed integrata con il territorio, cercando di realizzare il motto di “mandar obedeciendo”. Senza propositi di dittature di proletariato che nella realtà rurale e precapitalistica delle aree sotto il controllo delle FARC, probabilmente, non fanno presa sull'immaginario degli indigeni. Potrebbero ad esempio proporre una adattamento dell'esperimento libertario condotto da Hugo Blanco in Perù, in cui nelle zone rurali di Convencion e Lares, installò alcuni esperimenti comunitari (ad esempio quello di Chaupimayo, in cui la comunità indigena aveva il suo autogoverno, la sua giustizia popolare ed il suo proprio sistema socio-educativo) o, mutatis mutandis, e tenendo conto delle differenze rilevanti fra le due realtà, proporre un adattamento delle esperienze di autogoverno zapatiste. In tutto ciò, l'attività militare delle FARC dovrebbe essere notevolmente ridotta, e limitarsi ad una mera difesa del territorio sotto il loro controllo dalle incursioni delle forze governative, abbandonando quindi in modo completo gli attentati e gli attacchi.
Se le FARC vogliono lasciare il segno nella storia, è ora per loro di uscire dalla selva, di dialogare con il popolo, con gli indigeni, con i contadini nullatenenti, con i disoccupati e sottoccupati delle città, per proporre loro una cosa semplice: abbandoniamo i dogmatismi ideologici, e costruiamo insieme, in forma partecipata, un modello sociale diverso da quello capitalistico, che sia aderente alle vostre aspettative ed ai vostri desideri, non ad uno schema teorico. Iniziamo a dare l'esempio, evitando di replicare meccanismi di sfruttamento, o vere e proprie violenze, che appartengono al nostro nemico di classe, e noi non dobbiamo replicare. E lasciamo perdere il dialogo con la borghesia, che ci porterebbe solo ad una integrazione, dal lato perdente, in un capitalismo sempre più alle corde. Se il capitalismo in crisi dovrebbe avviarsi, ovunque, verso forme sempre più autoritarie e centralizzate, oltre che populiste, di governo (e ricordiamo che il populismo come forma di governo non tollera il decentramento dei poteri) allora la libertà e l'autogestione dal basso saranno beni sempre più rari, sempre più preziosi e sempre più desiderati dai proletari di domani.

venerdì 9 dicembre 2011

E’ possibile alimentare 7 miliardi di persone?


Leonardo Boff
Teologo/Filosofo



Siamo ormai 7 miliardi di abitanti. Ci sarà cibo sufficiente per tutti? Disponiamo di varie risposte. Ne abbiamo scelto una del gruppo Agrimonde (veja Développement et civilisations, setembro 2011) di base francese, che ha studiato la situazione alimentare di sei regioni critiche del pianeta. Il gruppo di scienziati è ottimista, perfino per quando saremo 9 miliardi di abitanti nel 2050. Propone due soluzioni: l'approfondimento della nota rivoluzione verde degli anni 60 del secolo passato e quella della cosiddetta doppia rivoluzione verde.


La rivoluzione verde ha avuto il merito di confutare le tesi di Malthus, secondo cui dovrebbe avvenire uno sfasamento tra la crescita demografica, di proporzioni geometriche, e la crescita alimentare in proporzioni aritmetiche. È stata una riprova che con le nuove tecnologie e una migliore utilizzazione delle aree coltivabili e una massiccia applicazione di anticrittogamici, in precedenza destinati alla guerra e adesso all'agricoltura, era possibile produrre molto più di quello che la popolazione richiedeva.


Tale previsione si è dimostrata azzeccata, dato che c'è stato un balzo significativo nell'offerta di alimenti. Ma per causa della mancanza di equità del sistema neoliberale e capitalista, milioni e milioni sono ancora nella situazione di fame cronica e nella miseria. È opportuno osservare che questa crescita alimentare ha richiesto un costo ecologico estremamente alto: si sono avvelenati i suoli, si sono contaminate le acque, si è impoverita la biodiversità oltre a provocare erosioni e desertificazione in molte regioni del mondo, specialmente in Africa.

Tutte le cose sono andate peggiorando dal momento in cui gli alimenti sono diventati una merce come tutte le altre e non mezzi di vita, che per loro natura mai dovrebbero stare soggetti alla speculazione dei mercati. La tavola è imbandita e il cibo basterebbe per tutti, ma i poveri non hanno accesso alla mensa per mancanza di risorse monetarie. E dunque rimangono affamati e il loro numero cresce in continuazione.

Il sistema neoliberale imperante scommette ancora con questo modello, dato che non occorre cambiare la logica, cinicamente si tollera di convivere con milioni di affamati, considerati irrilevanti per l'accumulazione senza limiti.

Questa soluzione è miope, anzi falsa, oltre che crudele e spietata. Quelli che ancora la difendono non prendono sul serio il fatto che la Terra sta, innegabilmente, alla deriva e che il riscaldamento globale produce grande erosione dei suoli, distruzione di raccolti, e milioni di emigrati climatici. Per loro, la Terra non è che un mezzo di produzione e non la Casa Comune, Gaia, di cui dobbiamo prenderci cura.

A dire il vero, chi si intende di alimenti sono gli agricoltori. Essi producono il 70% di tutto quello che l'umanità consuma. Per questo, devono essere ascoltati e inseriti in qualsiasi soluzione che governanti, associazioni di categoria e la società stessa dovranno prendere, perché si tratta della sopravvivenza di tutti.

Data la sovrappopolazione umana ogni pezzo di terreno deve essere utilizzato ma secondo le possibilità e i limiti del suo ecosistema; si devono utilizzare o riciclare il più possibile tutti i gli scarti organici, economizzare al massimo l'energia sviluppando quelle alternative, favorire l'agricoltura familiare, le piccole medie cooperative. Infine tendere a una democrazia alimentare in cui produttori e consumatori prendono coscienza delle rispettive responsabilità, con conoscenze e informazioni intorno alla reale situazione di sostenibilità del pianeta, consumando in modo diverso, solidale frugale e senza  spreco.

Tenendo conto di questi dati, la Agrimonde propone una doppia rivoluzione verde in questo senso: accetta di prolungare la prima rivoluzione verde con le sue contraddizioni ecologiche ma contemporaneamente propone una seconda rivoluzione verde. Questo presuppone che i consumatori maturino comportamenti quotidiani differenti dagli attuali, ma coscienti dell'impatto ambientale e aperti alla solidarietà internazionale affinché l'alimento sia di fatto un diritto accessibile a tutti.

Essendo ottimisti, possiamo dire che l'ultima proposta è ragionevolmente sostenibile. E si sta organizzando, come una semina in tutte le parti del mondo, attraverso l'agricoltura organica familiare, di piccole e medie imprese, dall'agroecologia, dagli eco villaggi e da altre forme più rispettose della natura. Essa è possibile e forse è il cammino obbligatorio per l'umanità futura.


Tradotto da Romano Baraglia

mercoledì 7 dicembre 2011

SCIOPERI INUTILI? DIPENDE... di L. Mortara





di Lorenzo Mortara


È davvero un grande progresso
quando un governo non va più a puttane
perché ha risolto il problema
mandando direttamente noi!





La mobilitazione contro la manovra finanziaria del Governo Monti, parte oggi con due pericolosissime ore di sciopero proclamate da Fim & Uilm. A che servono, mi dicono gli operai? A niente si rispondono da soli mentre io annuisco dandogli piena ragione. Bisognava andare a Roma, bloccare le piazze con lo sciopero generale, continuano i miei operai. E qui non ci troviamo più molto d’accordo. In effetti, scioperi col contagocce che si ferma a due o quattro ore, non possono salvare neanche un goccia del nostro sangue dalle manovre succhia sangue dei banchieri e dei padroni. A Roma per ora non ci andremo, però la Fiom, anticipando quello del 16 Dicembre, ha proclamato per lunedì otto ore di sciopero in contemporanea con le quattro striminzite della Cgil, costretta a chiamarle per non fare la figura del fessacchiotto, in quanto la “compagna” Camusso si aspettava di essere contattata da Cisl & Uil, le quali ne hanno invece proclamate autonomamente due sempre per lo stesso giorno, fregandosene bellamente della nostra segretaria, dimostrando ancora una volta che ad andargli dietro come un cagnolino si ottiene solo di diventare ancora più ridicoli di loro.
Il numero di ore di sciopero proclamate dai vari sindacati hanno il pregio di mostrarci il loro peso reale: pressoché nullo quello di Cisl & Uil, quasi nullo quello della Cigl, dignitoso quello della Fiom. Infatti, siccome lunedì prossimo comincerà con quattro ore di sciopero della Cgil, per poi proseguire con due ore di lavoro e infine due ore di sciopero di Cisl & Uil, bene ha fatto da questo punto di vista la Fiom a proclamare l’intera giornata, sottraendola almeno al balletto ridicolo di Cgil-Cisl-Uil (Nota per il lettore – queste righe sono state scritte stanotte, poco prima che Cgil-Cisl-Uil si riunissero per mediare ed arrivare a tre miserabili ore unitarie di sciopero generale, cioè di fatto tre ottavi di sciopero generale. Il balletto è ora più sofisticato ma altrettanto ridicolo e non cambia la sostanza del discorso). Tuttavia la moltiplicazione delle ore di sciopero da destra a sinistra, mostra lo stesso identico difetto, per di più ingigantito. Infatti, se è vero che con due ore si spreca il 100% della propria mobilitazione, con otto ore se ne manda in fumo il 400%. Non due ore bisognava fare – mi ha detto addirittura il delegato Fim – ma due mesi. Come dargli torto quando ha pienamente ragione? Qui è infatti la radice del problema. Perché gli scioperi non servono a niente? Perché 2-4-8 ore non sono sufficienti per piegare Monti, perché di fronte a un attacco senza precedenti bisogna smetterla con difese che hanno fin troppi precedenti; perché l’unico sciopero sensato è quello che si pone un obbiettivo e lo persegue fino in fondo. Da anni i sindacati, anche quelli più agguerriti come la Fiom, purtroppo non lo fanno, hanno perso del tutto l’abc dello sciopero. Anche nei direttivi non si riesce a far ragionare le burocrazie che continuano a riproporre la stessa ricetta di scioperi inconcludenti senza mai tirare le somme della loro strategia, ed anzi al contrario prendendosela regolarmente con l’indifferenza del popolo addormentato, quando scoprono che nelle piazze, anche se gremite, di operai son venuti solo i delegati e pochi altri. Questa situazione, qualcuno l’ha sottolineata con una sentenza magistrale: le piazze son piene ma le fabbriche anche!



SCIOPERO DALL’ALTO E SCIOPERO DAL BASSO

Le spiegazioni psicologiche date per l’attuale apatia del movimento operaio sono del tutto insufficienti ed errate, perché servono a coprire i tanti tradimenti sindacali che negli ultimi trent’anni, per non andare tanto più indietro, si sono consumati alle spalle dei lavoratori. Anche un sindacato come la Fiom, indubbiamente sulla via della guarigione, sconta l’enorme diffidenza che in questi anni i lavoratori hanno accumulato verso le loro organizzazioni di massa. Ripristinare la fiducia non è facile, ed è complicato dalla sordità della burocrazia che anche quando è in buona fede o comunque volenterosa, è strutturalmente incapace di ascoltare la base. La burocrazia continua dall’alto i suoi proclami di iniziative e di scioperi e non riflette sulle istanze spesso diametralmente opposte che emergono dalla base. La burocrazia si sente più avanti e matura rispetto agli operai e non si rende conto che un operaio che ti dica a bruciapelo «a cosa serve questo sciopero? Solo a perdere dei soldi», si dimostra invece infinitamente più adulto di una burocrazia che continua a non chiederselo. Il pericolo è enorme, anche perché non avendo conosciuto altro che scioperi testimoniali, le nuove generazioni corrono il rischio di convincersi davvero che gli scioperi non servano a niente. In realtà, gli scioperi servono, eccome se servono, ma esistono appunto due tipi di scioperi: gli scioperi dall’alto, burocratici, e gli scioperi dal basso, di lotta.
Le caratteristiche principali dello sciopero burocratico sono due: in primo luogo quella di essere diretto non contro i padroni, ma contro i governi, e in secondo luogo quella di indicare lo scopo ma mai la forza necessaria per raggiungerlo. Di qui la sua intrinseca inconcludenza. Tutto il contrario dello sciopero dal basso. Quando è determinato, lo sciopero dal basso non si rivolge contro i governi ma contro i padroni, indica un obbiettivo, ad esempio cento euro di aumento, e va avanti fino al raggiungimento. La burocrazia non capisce che scioperare semplicemente contro il Governo, senz’altro obbiettivo che denunciare l’iniquità di una manovra finanziaria, vuol dire farla passare. Conquistare cento euro con una lotta generale, al contrario, basta e avanza per far cadere qualunque Governo. Un Governo come le sue manovre cadono sempre dentro le fabbriche, mai fuori.
Da queste due tipologie, seguono anche due analoghe metodologie di sciopero: il metodo burocratico e il metodo di lotta.
Il metodo burocratico consiste nell’abbassarsi sistematicamente a una presunta immaturità dei lavoratori, quello di lotta nel tentativo di innalzamento della loro coscienza. La burocrazia giustifica i suoi scioperi burocratici dando la colpa ai lavoratori che non saprebbero resistere due giorni. Ammesso che sia così, la burocrazia non comprende che questo non la autorizza ad accodarsi alla scarsa resistenza dei lavoratori, illudendoli che una scampagnata di otto ore possa sostituire il coraggio che non hanno. Non comprendendo che in questo caso – sempre ammesso ripeto che sia davvero così – è necessario risparmiare le forze, la burocrazia finisce con lo sprecarle per poi lamentarsi quando di fronte alla mancanza di risultati concreti, gli operai si ritirano ancora di più di quanto non siano già chiusi nel loro guscio.
Il metodo di lotta è completamente diverso e radicalmente opposto. Se non si ha la forza sufficiente per vincere o quantomeno per avere buone probabilità di vittoria, il metodo della lotta prescrive di temporeggiare, di conservare le energie per meglio accumularle. Comincia un lungo periodo di propaganda, di spiegazione paziente ai lavoratori. Il metodo di lotta dovrà dire a brutto muso agli operai che se non hanno la forza di opporsi fino in fondo alle manovre padronali, è giusto che le subiscano, ma non è il caso che subiscano anche, dopo l’accorciamento della paga da parte dei Monti, anche quello dovuto alle scelte inconcludenti dei dirigenti sindacali. Se Monti ci fa cornuti, il sindacato non ci faccia anche mazziati.




DALLO SCIOPERO COME CRITICA ALLA CRITICA DELLO SCIOPERO

Non si fa in queste righe la critica dello sciopero per invitare chi legge a non farlo. Chi ha letto queste righe in quest’ottica, se lo dimentichi perché non ha capito niente ed è fuori strada. È l’esatto contrario. Se la burocrazia proclama lo sciopero non ci sono scuse: va fatto. Chi non lo fa, oltre ad essere un crumiro, perde il diritto di critica alla burocrazia. Infatti, quando lo sciopero non serve a niente, serve almeno a scalfire le burocrazie. Sempre che lo si faccia. Bisogna armarsi di pazienza, perché ci sono interi periodi storici in cui non si può far altro che lavorare ai fianchi la burocrazia. Perché la burocrazia ti aspetta al varco. Se ad esempio un delegato non facesse gli scioperi inconcludenti, nel momento stesso in cui nei direttivi contestasse l’inutilità degli scioperi di due ore, sarebbe subito zittito dalla burocrazia con queste parole: «Gli scioperi non servono a niente quando non vengono fatti. Prima di dire che non servono a niente bisogna farli». Una battuta del genere e la nostra critica alla burocrazia sarebbe spacciata.
Non sono solo, però, i delegati, che devono far gli scioperi burocratici, ma anche i lavoratori. Infatti qualora il delegato faccia il suo dovere e scioperi ma senza avere al seguito i lavoratori, quando nei direttivi chiederà di proseguire la lotta, si sentirà rispondere così: «Eroico compagno, tu chiedi due mesi di sciopero quando gli operai non si muovono nemmeno per due ore». La burocrazia vincerà un’altra volta con una scusa, ma intanto vincerà e uscirà rafforzata. Solo con la piena partecipazione agli scioperi la burocrazia non avrà stampelle d’appoggio per impedire il prosieguo della lotta. Aumentare l’intensità degli scioperi, strappandola alla burocrazia, sarà più semplice.
Bisogna ancora aggiungere che nel momento in cui la burocrazia proclama uno sciopero, non ci sono alternative perché uno sciopero anche piccolo è un momento di lotta. E quando si lotta non ci sono vie di mezzo, o di qua coi lavoratori o di là coi padroni. Non solo, lo sciopero dall’alto, per quanto disgusti, è pur sempre una risposta collettiva, organizzata, male ma organizzata. Non così la scelta di non farlo che è sempre individuale, cioè disorganizzata. Ecco perché sarà sempre irrimediabilmente perdente contro le burocrazie.
Non sapendo andare fino in fondo, la burocrazia con lo sciopero mette in campo una semplice critica, mentre la critica dello sciopero deve servire per mettere in campo una lotta. E una lotta che non sia solo lotta alla burocrazia, in fondo, si può mettere in campo anche con lo sciopero burocratico. Se gli operai non lo fanno è solo per abitudine, per scarsa iniziativa, perché nonostante sappiano nel loro profondo quale sciopero serva, finiscono per accodarsi per inerzia allo sciopero burocratico. Eppure che cosa significano otto ore di sciopero contro la manovra finanziaria di Monti? Significa che alla burocrazia non manca uno scopo, ma la volontà di raggiungerlo. Tocca quindi ai lavoratori metterci quel che manca alla burocrazia. È possibile? Certamente. C’è forse qualcuno che vieta alle RSU di agganciare allo sciopero burocratico nazionale, le loro richieste locali e proseguire fabbrica per fabbrica la lotta? Che cosa succederebbe se in ogni fabbrica, finito lo sciopero burocratico, cominciasse immediatamente e ad oltranza quello di lotta per un rialzo di 250 euro del salario? Nel giro di tre giorni Monti si metterebbe la sua finanziaria tra le gambe e ritornerebbe da dove è venuto. E se anche solo un pugno di fabbriche facesse quel che ho detto, almeno in quelle fabbriche le manovre padronali, pur passando in generale, peserebbero molto meno. Non sarebbero comunque risultati da scartare.
La Storia dimostra che senza un coordinamento centrale, difficilmente la periferia può aggregarsi da sola con una simile coscienza. Tuttavia questo è lo spirito giusto con cui vanno affrontati gli scioperi che non servono a niente. Perché, in ultima analisi, non servono a niente per colpa nostra. Dipende sempre da noi non sprecarli. Perciò chi può, chi non ha da superare l’intralcio di Fim e Uilm, agganci agli scioperi nazional-burocratici prossimi venturi, le rivendicazioni necessarie per i suoi scioperi di lotta. E provi a vincere. Più scioperi di lotta vinceranno, meno scioperi burocratici vedremo.


Lorenzo Mortara
Delegato Fiom
Stazione Dei Celti
Mercoledì 7 Dicembre 2011 



martedì 6 dicembre 2011

UN CONGRESSO INUTILE



di Stefano Santarelli


Uno dei termometri di quanto valga una forza politica è data dal peso che questa riceve dai mezzi di informazione. Ebbene a parte gli “addetti ai lavori” questo ultimo congresso di Rifondazione comunista tenutosi a Napoli in questi giorni è passato completamente inosservato ai più.
Ed in fondo è anche giusto che sia così vista la ormai ridotta capacità di influenza di questa storica formazione che ha influenzato nel bene come nel male tutta la sinistra radicale italiana di questi ultimi vent’anni.
Un congresso del resto inutile proprio perché i nodi che si erano aperti dopo la sconfitta elettorale del 2008 non sono stati sciolti ne tanto meno affrontati. Ricordiamo che la Lista Arcobaleno composta da Rifondazione, PdCI e Verdi subì nel giugno del 2008 la più grave sconfitta della storia della sinistra italiana prendendo alla Camera solo il 3,1%  dei voti non superando quindi la soglia dello sbarramento elettorale del 4%. Queste tre forze da sole, senza Sinistra Democratica, avevano preso due anni prima quasi quattro milioni di voti pari al 6.9%, con una perdita quindi di più di 2.770.000 voti rispetto alle elezioni precedenti.
Una débacle elettorale che ha provocato la scomparsa delle sinistra nell’attuale legislatura. Una sconfitta dovuta ad una politica filo imperialista che appoggiò non solo l’intervento militare in Afghanistan, ma che tradì totalmente gli interessi dei lavoratori e degli strati più sfruttati della nostra società che a parole diceva di rappresentare.

Il Congresso di Rifondazione poteva rappresentare una occasione di un rilancio programmatico della sinistra radicale a  fronte della più grave crisi del capitalismo dal dopoguerra ad oggi. Una occasione persa e che fa il paio con quella del Congresso di Chianciano tenuto pochi mesi dopo la batosta elettorale e che fu incapace allora come oggi di cambiare la strategia politica del PRC, ma vide al contario un violento scontro interno totalmente inedito nella sua storia . Uno scontro non politico, ma solo di apparati: da una parte Vendola-Bertinotti e dall’altra parte Ferrero-Grassi.
Questa lotta di apparati formalmente venne vinta da Ferrero con la sua elezione a segretario di una Rifondazione però già monca di tutta la sua sinistra che aveva già abbandonato il partito costituendo i vari PCL, PdAC e Sinistra Critica e che perse proprio dopo il Congresso di Chianciano anche l’ala bertinottiana diretta ormai da Nichi Vendola e che ha costituito poi Sinistra, Ecologia e Libertà.
Una formazione quest’ultima vera erede di quei Forchettoni rossi ben descritti dal libro omonimo di Massari e che oggi gode di sondaggi elettorali sufficienti a farla ritornare in Parlamento.
Il Congresso  tenutosi a  Napoli era l’ultima occasione per sciogliere i nodi nati dopo la grave sconfitta elettorale del 2008, ma non ha adempiuto a questo compito. Le tesi congressuali della maggioranza erano nei fatti già superate dopo le dimissioni del governo Berlusconi e non avevano compreso quindi che un intero ciclo politico della vita italiana si è già concluso.E bisogna sottolineare che Berlusconi è uscito dalla scena politica solo per volontà delle oligarchie europee non certamente per le lotte e le mobilitazioni della sinistra italiana.
Il continuare l’esperienza della Federazione della Sinistra insieme a quel residuato stalinista-togliattiano che è il PdCI non ci fa essere ottimista per il suo futuro. A maggior ragione visto poi che la sua linea politica non è per la costruzione di una vera alternativa al Partito democratico, ma al contrario punta ad una alleanza politica ed elettorale con questa forza con l’obiettivo di ottenere qualche seggio parlamentare per potere sopravvivere come apparato politico tramite il finanziamento pubblico ai partiti.
Perciò non condividiamo l’entusiasmo dell’ultima ala classista rimasta in questo partito e che è costituita dai compagni di FalceMartello i quali si cullano sul fatto che nel dibattito congressuale hanno riportato il 14% dei voti. Non per sminuire la loro battaglia congressuale, ma vi è veramente poco da essere allegri. Infatti è il 14 % dei voti congressuali di una forza politica che viene accreditata nei sondaggi elettorali solo di un misero 1% dei voti, tra l'altro insieme al Pdci. Nulla di paragonabile a quel 16 % preso dalla corrente di "Progetto comunista" diretta allora da Ferrando (e Ricci) nel 1999 in un partito che aveva quasi il 9% dei voti nelle elezioni politiche del '96 e disponeva ovviamente di una nutrita pattuglia parlamentare. E francamente non si riescono a vedere le prospettive di questa corrente all’interno di Rifondazione se non solo come una mera battaglia di testimonianza.
E’ invece apparso interessante, almeno per chi scrive, l’accorato impegno espresso anche in questo Congresso dal portavoce del PCL  Marco Ferrando riguardante la proposta del segretario di Rifondazione di un “patto di consultazione permanente” fra tutte le forze che intendono opporsi al Governo Monti. Questo fronte unico per Ferrando però non deve essere un semplice cartello delle sinistre politiche, ma deve coinvolgere la sinistra sindacale e i movimenti con l’obiettivo di produrre una svolta radicale sul terreno della mobilitazione e della lotta. Ed solo su una prospettiva nettamente anticapitalista che la sinistra radicale può essere all’altezza degli avvenimenti e difendere quindi gli interessi degli strati più sfruttati della società italiana.

lunedì 5 dicembre 2011

RE SOLO E IL SENSO DI RESPONSABILITA'


di Carlo Felici

La parola chiave con cui l'attuale monopartitismo imperfetto, costituito essenzialmente dalla diade PD-PdL, che consente oggi al governo Monti di sopravvivere e governare, è responsabilità.

Vediamo dunque cosa realmente e concretamente significa tale parola.
Responsabilità viene dal latino responsum, vocabolo da cui, a sua volta, deriva risposta e rispondere.
La responsabilità è, quindi, la capacità di dare risposte valide a domande, richieste o proposte. E, come sappiamo, più una risposta è efficace, convincente e tempestiva, più il senso di responsabilità si dimostra altrettanto persuasivo e concreto.

Come tutti hanno notato palesemente, il governo italiano, inizialmente eletto con un largo margine di maggioranza dagli elettori, ma poi ridottosi ad una maggioranza con pochi voti di scarto, a causa del passaggio disinvolto di alcuni parlamentari, dalla fiducia al governo all'opposizione, si è trovato nella necessità ed impellenza, in tempi assai rapidi, di dare risposte a delle urgenti richieste.
Di chi? Del popolo italiano, forse?

No, le richieste sempre più pressanti sono venute da qualcuno e da qualcosa che ormai ha di gran lungo surclassato il concetto stesso di democrazia e di sovranità popolare (lo vediamo anche dal nuovo articolo sul pareggio di bilancio inserito nella nostra Costituzione e votato con maggioranza bulgara); qualcosa di poco tangibile ma estremamente concreto, che è in grado, nell'era della globalizzazione a senso unico neoliberista, persino di smuovere le montagne, oltre che di stabilire il destino degli stati, dei popoli e anche della pace o della guerra nel mondo.
Questa “autorità assoluta”, molto di più di quanto lo fossero i sovrani nel XVII e XVIII secolo, perché perfettamente transnazionale, il cui motto non è “Lo stato sono io” ma, ancor più efficacemente “La ricchezza sono io” (e da che mondo è mondo ogni stato è sempre stato strettamente dipendente dalla ricchezza di cui ha potuto disporre), ebbene, questo RE SOLO, perché altre autorità ne ve ne sono, né in tale prospettiva assolutista, mai ve ne potranno essere, ha deciso che l'Italia doveva stringere la cinghia, fino a strozzarsi con le sue stesse mani.
O meglio, una trentina di persone ormai in grado di spostare enormi capitali da una parte all'altra del mondo, hanno scommesso tutte insieme che l'euro sarebbe crollato, cessando la sua misera esistenza definitivamente, proprio contando sulla perdurante debolezza economica e finanziaria di uno dei suoi paesi fondatori, e più simbolicamente ed economicamente significativi per la sua tenuta. Si sono così scatenati degli attacchi speculativi in maniera continuativa e crescente sui nostri titoli di stato e sul nostro mercato azionario.

L'Italia ha sì un debito enorme, ma non sta peggio degli USA né del Giappone che sono considerate grandi potenze economiche, come se non più del nostro paese, né il suo sistema finanziario e bancario è in condizioni peggiori di quello tedesco o francese. Però, fatto sta che, sul piano politico ed economico, si è dimostrata assai più fragile di tali paesi, o comunque meno “credibile” nella tenuta e solidità del suo sistema, perché, altrimenti, RE SOLO si sarebbe spuntato i denti nel tentativo di azzannarla. Invece, dati i risultati in borsa dell'ultimo anno, è sembrato che i suoi denti affondassero nel burro.
Colpa dei risparmiatori, dei lavoratori o dei pensionati? O piuttosto di un sistema fiscale tra i più inefficienti ed iniqui al mondo, di una classe politica tra le più corrotte e screditate, e soprattutto di una mancanza da parte di quest'ultima di dignità e prestigio nazionale ed internazionale?
Siamo seriamente propensi a credere alla seconda ipotesi.
Fatto sta che, però, l'intera classe politica italiana, salvo pochissime eccezioni, si è immediatamente affrettata, con la benedizione di un Presidente della Repubblica che ne rappresenta degnamente la storia e l'efficacia, a dare la famosa “risposta” indispensabile a mostrare il famigerato senso di “responsabilità collettivo”.
Ha saputo darla per proprio conto ed autonomamente, secondo mandato popolare?
Assolutamente no!
Ma ha delegato questo compito ad un “esterno”, “esperto professorale”, proprio perché sostanzialmente incapace di dare autonomamente una risposta da sé. Ecco, quindi, che già con questo si è rivelata irresponsabile. Incapace cioè di dare una risposta corrispondente ad un senso di responsabilità che fosse sua, e non di altri, per poi poter concretamente misurare l'efficacia e la valida conseguenza di tale risposta. Davvero una bella “furbata”, in perfetto stile italiota, perché se il “professore”, puta caso, fallirà sarà lui ad avere sbagliato, essenzialmente, "meno" di chi lo ha sempre sostenuto credendo nel suo operato. Un perfetto responsum da “scaricabarili”

E il nostro “professore”, piovuto direttamente dall'alto dell'olimpo in cui RE SOLO lancia i suoi strali senza requie alcuna, ha dato una vera “risposta” corrispondente ad un autentico senso di “responsabilità”? Ma soprattutto “a chi” l'ha data?
Non pare che al popolo italiano il nostro “olimpionico professore” abbia dato risposte convincenti, e forse nemmeno a qualcuno dei suoi ministri, che abbiamo persino visto piangere lacrime amare (che non vogliamo davvero credere fossero solo di coccodrillo) nel presentare la sua “manovra finanziaria”
Ma RE SOLO aveva uno scopo, e quello scopo è stato raggiunto, lui, quindi, la sua risposta l'ha avuta. Il gotha che sta progettando la fine dell'euro, voleva indebolire concretamente, sostanzialmente ed in maniera perdurante il tessuto sociale italiano, mettendolo seriamente in ginocchio, e con questa manovra c'è riuscito.
Per il colpo di grazia c'è sempre tempo, anzi, non è nemmeno opportuno darlo subito, ma attendere che lo stesso povero disgraziato ormai boccheggiante e prostrato sia lui stasso a chiederlo, quasi pregando. Ciò è sicuramente più efficace e divertente, e soprattutto consente di ottenere un analogo risultato anche con altri più facilmente.

La manovra che sarà messa in atto dall' “olimpico professore” probabilmente con la fiducia di tutta la congrega che invece avrebbe dovuto essere chiamata a rispondere di tale perdurante fragilità e nefandezza italiana, è fortemente recessiva. Piena di tasse, priva di investimenti e di privatizzazioni o vendite di beni o proprietà di uno Stato alquanto inefficiente ed elefantiaco, volutamente inefficace sul piano del riordino fiscale, perché non agisce in alcuna maniera sui nodi tuttora intricati e strutturali di un sistema che fa acqua da tutte le parti e consente una delle evasioni più alte d'Europa, tale manovra si limita a fare “cassa”, colpendo dove è più facile colpire, in perfetta continuità con tutti coloro che avevano già operato in tal senso nel nostro paese, ma almeno con un mandato politico. Essenzialmente da Amato in poi, e cioè da quando si è deciso di svendere progressivamente la nostra sovranità nazionale e il nostro ruolo di potenza economica nel mondo, duramente conquistato negli anni immediatamente successivi al dopoguerra da una classe politica cresciuta nel culto della Patria (sia che la intendesse in senso fascista che antifascista). Purtroppo la Patria degli italioti moderni (e non solo) si chiama TV.
L'aumento dell'IVA, delle tasse sulla casa, delle accise, dei bolli e via dicendo (ovviamente mantenendo eternamente esenti i grandi patrimoni e quelli del Vaticano) influirà negativamente sui consumi e sulla crescita economica, e deprimerà ulteriormente, dopo una breve ed effimera boccata di ossigeno, la nostra economia, spingendola verso ulteriori baratri recessivi e, ovviamente, esponendola ad ulteriori attacchi ancora più dirompenti e distruttivi. Ma è probabile che, per allora, l' “olimpico professore” sia tornato allegramente in compagnia di RE SOLO, nella sua corte privilegiata. Noi no, noi saremo ancora qui, ancora più vecchi, a boccheggiare per una pensione che non arriverà mai, o se e quando arriverà, non ci darà alcuna speranza di sopravvivere dignitosamente. Ma dei vecchi RE SOLO, ovviamente, non sa che farsene (a meno che non siano i suoi vecchi maggiordomi e cortigiani).

Tra gli anziani, nell'indifferenza generale, si sta diffondendo una malattia già ampiamente endemica nel terzo mondo: la denutrizione e malnutrizione, perché semplicemente non ce la fanno a comprarsi il cibo, è la cosiddetta “sindrome da frigo vuoto” che però loro pregano ogni giorno non si trasformi anche in “frigo rotto”, dato che sostituirlo per loro sarebbe una impresa “miracolistica”.
L'accesso alla terza età sarà dunque per molti di noi, e ancor di più per i giovani che ci seguiranno e saranno, come tutti, (a parte RE SOLO ovviamente) destinati ad invecchiare, sinonimo di accesso al “terzo mondo”, quando non al “quarto”, afflitto ormai da “prescindenza globale”
Abbiamo già un quadro “microcosmico” su scala nazionale, perfettamente corrispondente a quello "macrocosmico" su scala globale.

Il fatto che l' “olimpico professore” rinunci poi al suo compenso sa più di beffa che di altro, specialmente se la “calata” dall'olimpo viene vista come incarico a vita in quella “piazza senatoria” dove poco tempo fa la grande ammucchiata odierna appariva più agli occhi dei media e degli elettori come una grande e perdurante paludosa rissa, o foro circense.
E' vero, i “professori”, lo constatiamo con evidenza disarmante, sono destinati a fare un effetto “valium” prima ancora di insegnare qualcosa di valido e comprensibile.
E allora, citando l'intramontabile e beffardo La Russa (che ha detto che non voterà la reintroduzione dell' IGI)..:“Digiamolo”: per fare tutto quello che si è fatto, in fondo, non ci voleva un “professore”, sarebbe bastato di gran lunga un “ragioniere di seconda mano” o anche con “una mano sola”. Magari la “sinistra”..la “mano del diavolo”.
Tornando dunque alla questione iniziale, tutto questo strombazzamento sul senso di responsabilità a che cosa corrisponde? Ad una vera risposta? E a chi?
Possiamo dire francamente di sì, la riposta a RE SOLO che chiedeva di gran lena: “Schiacciate l'Italia e soprattutto il suo zoccolo duro di risparmiatori” è stata data. La pressa è in arrivo e sarà molto dolorosa.

Una recente ricerca della università di Kele, nel Regno Unito, pubblicata sul Journal of Pain (il giornale del Dolore) ha dimostrato che le parolacce, specialmente dette in modo assai estemporaneo e tempestivo aiutano a sopportare il dolore più degli antidolorifici.
Ebbene, a questo punto, con grande cura e senso di “responsabilità” una risposta possiamo, dobbiamo e vogliamo darla:
VAFFANCULO!
e questo è solo l'inizio..

C.F.

sabato 3 dicembre 2011

Una Costituzione ed un governo in mano ai transformers



di Carlo Felici


Quando si vuole impiccare qualcuno, si prepara prima la forca, poi il cappio e infine si stringe quest'ultimo, lasciando il povero sventurato penzolare nel vuoto.
Farlo con un popolo non è diverso, per allestire la forca, basta cambiare la sua Costituzione, e poi, conseguentemente, stringere il cappio dell'indebitamento fino a strozzare ogni forma e possibilità di sviluppo e di finanziamento dei servizi essenziali, dei salari e delle pensioni.

La norma che di recente è stata votata con una maggioranza schiacciante alla Camera e che prevede l'introduzione di un articolo nella Costituzione che impone il pareggio di bilancio, va in questo senso, e cioè verso la costruzione della forca per tutti gli italiani..a parte ovviamente quella cerchia ristrettissima di ricchissimi e privilegiati da sempre che possono contare su rendite imponenti e permanenti. Quelli che vivono del loro lavoro sono invece destinati, in tal modo, a salire sul patibolo.
Perché il lavoro presuppone una attività che deve essere finanziata, e il finanziamento, da sempre, richiede un debito iniziale che, poi, grazie allo sviluppo progressivo dell'attività stessa, è destinato ad essere ripagato. E' così nel settore privato in cui si chiedono prestiti alle banche, le quali a loro volta li ottengono da quelle centrali, ed è così per quello pubblico in cui lo Stato si indebita con i cittadini e con gli investitori, pagando loro interessi crescenti in maniera direttamente proporzionale alla sua incapacità di essere adeguatamente efficiente. Il che vuol dire essenzialmente due cose: avere un adeguato ed efficace sistema tributario e non sprecare i soldi in corruzione e carenze amministrative clientelari. Se uno stato è virtuoso, attira investimenti e non è costretto a pagare interessi alti sul suo debito. Se una attività imprenditoriale funziona, l'imprenditore onorerà i suoi debiti e contemporaneamente incrementerà i suoi profitti.
Vada come vada, è impossibile non indebitarsi, anzi, potremmo dire che la nostra stessa nascita e crescita, come esseri umani, corrisponde ad un indebitamento, infatti abbiamo bisogno di tutto e dipendiamo da altri, fino all'età adulta, quando, dopo avere ricevuto una adeguata formazione culturale e civile, dovremmo ripagare, con affetto, devozione, impegno e responsabilità la nostra famiglia di origine e la nostra Patria di adozione per quello che abbiamo ricevuto da loro nei lunghi anni della nostra crescita. Civilmente, questo vuol dire soprattutto una cosa: pagando scrupolosamente i tributi che ci spettano.
L'Italia ha insieme alla Grecia, sarà il caso di ricordarlo, il livello di evasione fiscale più alto d'Europa, e nessun governo né di centro destra e tanto meno di centro sinistra o “trasversale” si è mai dimostrato capace di saper affrontare e risolvere tale problema che è alla radice stessa di tutti i nostri mali.
Gli USA seppero uscire dalla peggiore crisi del secolo scorso con un sostanziale incremento del loro debito che venne poi ripagato da grandi investimenti in infrastrutture e dall'incremento conseguente dei posti di lavoro. Sbagliano coloro che credono che gli Usa poterono uscire dalla crisi solo grazie alla seconda guerra mondiale, perché senza l'immane sforzo di riconversione della loro economia, dovuto appunto a tali investimenti, e senza la capacità di utilizzare i loro capitali per incrementare attività produttive anche in altri paesi (purtroppo anche nella Germania nazista), si sarebbero trovati del tutto incapaci di affrontare uno sforzo bellico su larga scala e la guerra l'avrebbero sicuramente persa.
L'Italia, quando all'indomani della sua unità territoriale rincorse spasmodicamente il pareggio di bilancio, fu capace di compiere le peggiori nefandezze della sua storia, come saccheggiare il Meridione, condurre una spietata guerra civile contro le popolazioni meridionali, e costringere quelle più povere, gravate da tasse infami come quella sul macinato, da nord a sud, ad una emigrazione di massa che investì, fino alla prima guerra mondiale, ben 14 milioni di nostri compatrioti, tuttora sparsi per il mondo. Una vera e propria ferocia di massa che ha prodotto soltanto rabbia e miseria e che è tuttora la ragione dello squilibrio tra nord e sud e all'origine di fenomeni di criminalità organizzata che, sotto certi aspetti, non sono altro che la lunga coda strisciante di una secolare perdurante e criptica guerra civile.
Abbiamo avuto in questi anni governi di centrodestra che hanno sperperato i piccoli e solo parzialmente adeguati tentativi operati da governi di centrosinistra di rimettere a posto i conti, per mantenerci con una certa dignità in Europa. Vogliamo oggi tornare alla “destra storica” del “cattivo tempo che fu” e che, non dimentichiamolo, spalancò le porte ad una successiva repressione di massa persino peggiore di quella che sarà messa poi in atto col fascismo, mediante le cannonate ai manifestanti? E con l'aggravante di un consenso “trasversale” imposto dall'alto, per meri motivi emergenziali?
Quale emergenza può mai giustificare lo scippo della democrazia e, in particolare, della possibilità che ad una Costituzione corrisponda un pieno consenso popolare sui suoi principi?
La Costituzione del 1948 fu frutto di una Assemblea Costituente pienamente rappresentativa delle forze politiche allora in campo per costruire una nuova e più efficace democrazia, ci furono personaggi che allora ebbero la capacità di scrivere norme tuttora avanzatissime, pienamente credibili per l'esempio di lotta e di impegno che erano stati capaci di dare negli anni precedenti della dittatura e della Lotta di Liberazione. Ma chi abbiamo oggi a modificare o a snaturare tali norme? Un Parlamento che non è stato scelto dai cittadini ma “arruolato” dai padroni dei partiti, ed essenzialmente con scopi autoreferenziali.
La prima iniziativa, dunque, di un governo di emergenza avrebbe dovuto essere quella di elaborare una legge elettorale maggiormente in grado di restituire la possibilità al popolo di farsi rappresentare da persone “degne e responsabili”, per poi restituire al medesimo popolo la sua legittima sovranità.
Invece abbiamo un governo che vuole “durare” e che mostra altresì di volersi comportare con incredibile “durezza” verso la maggioranza assoluta di tutto quel popolo nei confronti della cui sovranità mostra una assoluta indifferenza.
Non chiamiamolo dunque “governo di emergenza” ma “golpe bianco”
La decisione del governo di inserire nella Costituzione italiana il pareggio di bilancio è infatti un atto sostanzialmente eversivo che corrisponde ad un vero e proprio colpo di stato monetario. È eversivo perché questa scelta “everte” tutti i diritti previsti dalla Costituzione nella sua prima parte, rendendoli di fatto “nulli” se non sottoposti a leggi di bilancio.
È un colpo di stato perché vanifica l'art. 1 della Costituzione che prescrive che la nostra Repubblica Democratica sia fondata sul lavoro, in quanto subordina quest'ultimo alle esigenze di bilancio. Avremo così uno Stato fondato sul pareggio dei conti, senza stabilire come e chi debba assicurarli.
Perché evidentemente si ha un pareggio di conti anche in un assetto feudale o schiavistico, in cui pochi regolano la ricchezza usufruendone, e molti ne sono esclusi e vengono utilizzati come meglio garba a quei pochi. Solo i regimi assolutistici mettono al primo posto la finanza dello Stato e in secondo ordine i diritti e i doveri dei cittadini, che poi la finanza serva per produrre pane o brioches non conta, così come non contano i tardivi richiami ad una maggiore equità fiscale quando si è alle porte di una rivoluzione.
Quello che si sta facendo vuol dire istituzionalizzare l'assetto economico neoliberista che ci ha portato in questa crisi. Sappiamo tutti invece che, per combattere la crisi, è necessario in primo luogo stroncare la speculazione finanziaria, imponendo regole ferree al capitalismo selvaggio, non certo autocastrarsi con un assurdo pareggio di bilancio che corrisponde ad un adeguamento passivo a tali nefaste tendenze, le stesse che hanno portato l'Europa, dopo la crisi del '29, al baratro delle dittature e della guerra mondiale.
La democrazia e l'uguaglianza, e la nostra stessa civiltà cristiana, ma anche quella musulmana, si basano sulla “remissione dei debiti”
Lo fece per la prima volta Solone, fondando la nascita della democrazia ateniese, scuola dell'Ellade e della civiltà occidentale, sulla abolizione della schiavitù per debiti, lo recita il “Padre Nostro”, preghiera fondamentale del Cristianesimo e lo prevede l'Islam perché il credente non deve prestare a usura e deve condonare i debiti ai suoi debitori (o, se non può proprio farlo, almeno concedere loro dilazioni).
Chi agisce dunque imponendo norme costituzionali tanto liberticide quanto assurde, meriterebbe una vera rivoluzione, o almeno una rivolta popolare su larga scala, prima di abbindolare il popolo con i suoi “ricatti forcaioli”, prima di fargli credere che si salverà dalla forca, solo salendo su palco dove viene allestita.
Ripugna appellarsi a dei parlamentari eletti con legge, coram populi definita “porcellum”, affinché si astengano dal confermare nei prossimi passaggi parlamentari tale voto “bulgaro” sull'imposizione del pareggio di bilancio in Costituzione, ed impediscano il suo varo con una maggioranza schiacciante, restituendo così al popolo almeno la possibilità di una conferma o di un rigetto di tale norma con il referendum previsto dalla Costituzione. Ripunga perché tale principio di elementare buon senso dovrebbe innanzitutto scaturire dalla coscienza di tali parlamentari e in special modo da quella di coloro che, fino a ieri, come lo stesso Bersani ebbe a dire, erano fieri avversari di tale norma, affermando: “non si parli di questioni che non esistono in alcun posto al mondo, come il pareggio di bilancio in Costituzione. Noi non intendiamo nei secoli castrarci di ogni possibile politica economica”
Quale ipocrita barbarie ora li ha spinti invece a votare l'esatto contrario alla Camera dei Deputati?
Quella che abbiamo di fronte è infatti, come più volte ho rilevato, una barbarie “tecnologicamente avanzata”, una prospettiva di annientamento dell'Umanesimo e dello stesso tessuto culturale, civile, morale, filosofico e spirituale su cui è nata e cresciuta la civiltà europea.
Se non sapremo respingere questi nuovi “barbari” che ormai si sono insediati anche nelle nostre istituzioni, con una vera e propria “rivoluzione umanista”, sarà presto terra bruciata del nostro passato e del nostro futuro. Perché mentre gli antichi barbari avevano una sorta di timore reverenziale verso la civiltà che li aveva preceduti, tale da cercare di apparire almeno come i loro continuatori, lo scopo di questi ultimi è quello di annientarne anche il lontano ricordo. Prova ne è anche la riduzione e la scomparsa dell'insegnamento della storia antica nelle scuole.
In nome di cosa? Probabilmente solo in nome di un governo mondiale (e quindi anche italiano) in mano ai “transformers”.
C.F.

giovedì 1 dicembre 2011

Alcune note sul recente articolo di Giulietto Chiesa, di Riccardo Achilli


A differenza di altri commentatori molto critici, ho apprezzato particolarmente l'articolo Monti non è il meno peggio. E’ l’ultimo rantolo prima del ballo di San Vito, di Giulietto Chiesa. Non starò lì a fare tedianti ragionamenti di tipo tecnico, come i suoi critici, su questioni che interessano soltanto addetti ai lavori, come il fatto che Giulietto chiama “ricapitalizzazione” un incremento delle riserve di liquidità ed un miglioramento del rischio di mercato, tramite la ripulitura di parte degli asset tossici, e quindi un miglioramento del requisito di capitale (che rappresenta però, è il caso di ricordarlo ai pignoli critici di Giulietto, un parametro fondamentale, secondo Basilea II, per determinare l'entità del patrimonio regolamentare delle banche, quindi se non vogliamo chiamare “ricapitalizzazione” l'operazione fatta dalla Fed, perché siamo puristi della finanza bancaria, chiamiamola “miglioramento del capitale regolamentare”, ma non mi sembra che cambi molto, per il lettore comune). Non mi perderò nemmeno dietro a sofismi sul fatto che a determinare la situazione attuale dei mercati bancari sia stato l'Omnibus Budget Reconciliation Act del 1993, oppure la legge Gramm-Leach-Bliley del 1999.
Non credo che si possa affermare, con un minimo di fondatezza, che il problema della speculazione finanziaria sul debito sovrano possa risolversi semplicemente denominandolo in una ripristinata valuta nazionale, anziché in euro. L'indebitamento eccessivo è comunque fonte di declassamento da parte delle agenzie di rating, e quindi di spinte all'aumento dei rendimenti sui titoli del debito stesso, che ne vanno ad incrementare l'entità complessiva ed a renderne più difficile il colllocamento sui mercati, sia che questo sia denominato in euro, sia che sia denominato in lire, dracme, o “pizze de fango der Camerun”, per ricordare un simpatico sketch di Cinzia Leone, di qualche anno fa. E quindi determina “ipso facto” potenziali spinte speculative, per esempio sul tasso di cambio, oltre che sui rendimenti in fase di aste per il collocamento di tranche di titoli del debito. Che poi queste spinte speculative potenziali si realizzino o meno dipende dalle condizioni dei mercati in quel momento. Ma la potenzialità comunque si crea. Inoltre, al di là degli aspetti speculativi, l'iper-debito determina tensioni inflazionistiche, tensioni sul tasso di cambio, perdita di sovranità nazionale (quando la quota del debito con l'estero è particolarmente elevata) sia che tale debito sia denominato in una valuta nazionale, che in una valuta sovra-nazionale, come l'euro. Basta ricordare il ciclo economico e politico delle economie ad elevato debito, alta inflazione e bassa sovranità politica nazionale dell'America Latina di qualche decennio fa per comprenderlo. Non è vero che il debito pubblico USA, essendo denominato in dollari, è “sano come un pesce” (come dice chi critica l’articolo), perché, come minimo, sta determinando la perdita di potere politico degli USA sullo scenario globale, nella misura in cui cresce il peso di creditori esteri determinanti, come la Cina, nelle scelte di politica economica statunitensi, e perché il debito pubblico degli USA determina tendenze svalutative sul dollaro (che ovviamente una monetarizzazione del debito aggraverebbe) con la conseguenza che il dollaro è sempre meno la valuta di riferimento del mercato valutario mondiale.
Non vendiamo inutili illusioni. Il problema di un capitalismo finanziarizzato, e della sua esigenza di far pagare ai popoli l'eccessivo debito, pubblico e privato, creato dai meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari, non si risolverà magicamente soltanto uscendo dall'euro e tornando alla lira, anche se ciò rappresenta una delle tante condizioni necessarie (ma non sufficienti). Certo che l'euro va affondato, perché è una costruzione monetarista fatta a vantaggio dei poteri finanziari e non dei popoli. Certo che il debito pubblico con gli strozzini della finanza globale va ripudiato e rinegoziato. Certo che occorre recuperare sovranità sulla spesa pubblica, sganciandola dai pazzeschi criteri quantitativi di convergenza del disavanzo pubblico e del debito pubblico rispetto al PIL previsti dal patto di stabilità. Però intanto occorre sapere che ciò comporterà un prezzo da pagare, in termini di una forte recessione iniziale, dovuta alla fuga di capitali ed a una fiammata inflazionistica, legata alla forte svalutazione iniziale della reintrodotta valuta nazionale. E poi occorre precisare che l'uscita dall'euro non deve essere fatta “Paese per Paese”, ma in modo simultaneo e coordinato da parte di tutti i Paesi le cui finanze pubbliche sono insostenibili rispetto ai parametri del patto di stabilità. E ancora, neanche questo basterebbe. Occorre in realtà un nuovo paradigma, che ci faccia uscire dal capitalismo finanziario, altrimenti le ricettine del tipo “usciamo dall'euro”, “ripristiniamo la sovranità monetaria e di spesa pubblica”, “ripudiamo il debito”, prese da sole, e per quanto importanti e lodevoli, non sono sufficienti a salvare i popoli da un impoverimento progressivo, e da derive politiche autoritarie e populiste, oltre che da vere e proprie guerre, uno scenario, tratteggiato da Giulietto, che oggi appare sempre più probabile.
Lasciamo perdere critiche assurde. L'articolo di Giulietto è splendido. Personalmente, ho solo tre osservazioni da fare a tale articolo, relativamente secondarie. Non credo alla teoria dell'errore sesquipedale dei mercati finanziari. In realtà il capitalismo non poteva evitare di andarsi ad infilare nella situazione attuale. Si tratta di un "baco" strutturale, non di una serie di errori da ideologia finanziaria. Il declino tendenziale del tasso di profitto medio, indotto dall'emergere di nuovi competitori e dall'enorme incremento della composizione organica del capitale nella fase fordista dell'industria del capitalismo occidentale, aggravato dalla fiammata dei prezzi petroliferi nella crisi dei primi anni'70 (a sua volta una conclusione del declino dell'imperialismo coloniale classico, che portò sulla ribalta nuovi attori, nuovi regimi arabi che utilizzavano l'antimperialismo come base ideologica) ha portato inevitabilmente alla soluzione della finanziarizzazione dell'economia, nei Paesi a capitalismo maturo, e nella riproduzione di condizioni da rivoluzione industriale in quelli emergenti a elevato rapporto fra produttività e costo dei fattori. Era la soluzione per riportare in alto il trend del tasso di profitto, ovviamente, per quanto riguarda la finanziarizzazione, un profitto fasullo, basato essenzialmente su anticipazioni di profitti futuri e su meccanismi fittizi basati sulla mera circolazione di moneta e titoli aventi funzioni di tipo monetario. Ma, poiché il meccanismo di riproduzione allargata, nei Paesi a capitalismo maturo, iniziò a rallentare negli anni Settanta, non c'erano altri mezzi che quelli basati sulla finanziarizzazione, per riavviare un processo di accumulazione rapido, per quanto fittizio.
Inoltre, come sottolinea Ticktin, la finanziarizzazione dell'economia è stata anche la strategia politica con la quale la borghesia ha ripreso il controllo di classi lavoratrici che, liberate dalla disoccupazione di massa , dai salari di sussistenza e da condizioni di vita e di lavoro inumane grazie alla fase keynesiana del capitalismo postbellico, già dalla fine degli anni Sessanta spingevano per sovvertire l'ordine capitalistico, chiedendo sempre più una cambiamento radicale dei rapporti sociali di produzione, in senso socialista. La strategia di sviluppare forme di finanziarizzazione nei Paesi a capitalismo maturo, spostando ampie quote della base industriale (e soprattutto le fasi “labour intensive” dei processi manifatturieri) in quelli emergenti consentiva di destrutturare la forte, e politicamente organizzata, classe operaia dei Paesi maturi, ed al tempo stesso di riportare in auge i principi liberisti, ovviamente molto più adatti di quelli keynesiani per creare un contesto economico e di finanza pubblica compatibile con l'espansione enorme dei mercati finanziari. Ciò a sua volta consentì un progressivo smantellamento del vecchio welfare pubblico keynesiano (reso peraltro non più competitivo proprio per la crescita industriale delle economie emergenti a basso costo del lavoro, attivata, in larga misura, dalle delocalizzazioni e dalle concessioni di produzioni su licenza da parte dei Paesi capitalisti maturi), ed il ripristino di un esercito industriale di riserva, attraverso cui la borghesia poteva di nuovo tenere sotto scacco il proletariato, indebolito e destrutturato.
Da questa evoluzione del capitalismo, ha perfettamente ragione Giulietto, è nata l'area euro. E' nata in modo monco persino rispetto alle teorie dell'economia liberale sulle aree monetarie ottimali (vedi ad es. Mundell, 1961). E' infatti vero che tali aree richiedono una omogeneizzazione del tasso di inflazione, i cui differenziali, in presenza di una moneta unica, porterebbero ad allocazioni non ottimali dei fattori e delle merci, però l'obiettivo di Maastricht, che era essenzialmente quello di creare le condizioni di tale omogeneizzazione, era distorto ed inquinato da una logica monetarista, tipica della Bundesbank, secondo la quale l'inflazione è generata esclusivamente da fattori monetari (da qui l'unificazione delle politiche monetarie, il divieto per la Bce di monetizzare il debito pubblico dei Paesi membri, oppure l'accento esasperato sulle politiche di rientro dai disavanzi e dai debiti pubblici, con la fissazione di rigidi target quantitativi). Tuttavia, l'inflazione può generarsi anche da fattori reali (ovvero da discrasie fra domanda ed offerta di merci) per cui tutte le teorie macroeconomiche sulle aree monetarie ottimali insistono sulla necessità di unificare anche le politiche fiscali, le politiche attive del lavoro, le politiche industriali. Ciò non fu fatto perché le singole borghesie nazionali rivendicarono la loro autonomia su questi campi, ma non fu un errore, fu una scelta inevitabile nell'ambito di un sistema, come il capitalismo, per sua essenza competitivo: le singole borghesie nazionali, in particolare dei Paesi forti (Germania, Francia, Paesi Bassi) ma anche di Paesi emergenti grazie alla fiscalità di vantaggio (Irlanda) avevano bisogno di mantenere l'autonomia di politica fiscale e sulle politiche reali, per garantirsi strumenti di competitività da manovrare, dopo la rinuncia alla sovranità su strumenti di tipo monetario.
Tutto ciò che è avvenuto, quindi, non è stato il frutto di un errore. Si è trattato di una evoluzione fisiologica delle contraddizioni strutturali del capitalismo. Come la vecchia favola di Esopo sulla rana e sullo scorpione, è nella natura dello scorpione, e quindi è inevitabile, che lo scorpione, pungendo la rana, faccia una scelta suicida.
La seconda osservazione è sulla conclusione: Giulietto ha solo sbagliato a scrivere “guerra” al singolare, quando avrebbe dovuto scriverla al plurale. Oggi non è più immaginabile una guerra mondiale totale, perché la presenza dell'arma nucleare lo impedisce (altrimenti una nuova guerra mondiale sarebbe esplosa già negli anni Cinquanta dello scorso secolo). Però il meccanismo del capitalismo in crisi, secondo il quale il rimedio è quello di spingere verso la conquista di nuovi mercati tramite l'imperialismo, e di distruggere grandi quantità di forze produttive in eccesso, o di assorbirle nell'industria bellica, rimane inalterato. Dopo la Libia, dobbiamo quindi attenderci una sequela di mini-guerre imperialistiche, dalla Siria, all'Iran (quest'ultima da farsi subito, prima che gli iraniani si dotino dell'arma nucleare), forse domani al Venezuela. Ma tutto ciò non varrà a salvare il capitalismo, soltanto a prolungarne per molti anni l'agonia. Attendiamoci quindi ciò che Giulietto preconizza: un graduale impoverimento di ampie fasce di popolazione, e lo scivolamento verso forme politiche sempre più autoritarie e populiste, condite da xenofobia e da malintesi localismi difensivi, una sorta di estremizzazione del modello berlusconiano/leghista.
D'altra parte,e questa è la mia terza osservazione, il ritardo della sinistra nell'organizzare il dissenso sociale non dipende soltanto da classi dirigenti “imbelli”, come sottolinea Giulietto, ma anche dal cambiamento strutturale subito dal proletariato nei sistemi capitalistici maturi degli ultimi 40 anni. Il proletariato di oggi è sempre più terziarizzato, ed incentrato su figure professionali flessibili, quindi con scarso attaccamento al ciclo produttivo della loro azienda, su lavoratori abituati a lavorare su cicli produttivi sempre più individualizzati, o per piccoli team, e quindi isolati e frazionati dai loro colleghi e compagni, dotati di autonomia funzionale ed organizzativa, tale da configurarli come dei collaboratori del padronato, più che come dipendenti in senso tradizionale (in questo senso, il toyotismo ed i sistemi di qualità totale sono stati devastanti). Tali lavoratori sono inoltre abituati a considerarsi dei “piccoli capitalisti”, più evoluti e tutelati rispetto agli operai industriali o agricoli, casomai in grado, tramite i loro risparmi, di fare investimenti immobiliari e finanziari, quindi di scimmiottare in piccolo la borghesia, sentendosi quindi non i proletari che in realtà sono, ma quasi dei piccoli imprenditori. Oggettivamente, il lavoro politico-rivoluzionario da fare su un simile proletariato è molto più difficile rispetto a quello che si faceva trent'anni fa sugli operai. Questo ovviamente rende molto più complicato il lavoro dei vertici dei partiti della sinistra radicale odierna, al di là dei loro specifici meriti.

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