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lunedì 6 maggio 2013

IL NON-ALLINEAMENTO ALLINEATO DI RINALDINI



di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom-Cgil 
Rete28Aprile

Questo testo viene pubblicato pressoché in contemporanea al sito nazionale della Rete28Aprile, e al suo blog collaterale dei compagni piemontesi. Qui però il lettore troverà la sua versione più aggiornata e corretta.

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Dopo la cacciata di Cremaschi agli esecutivi di Cgil-Cisl e Uil, Rinaldini ha preso le sue difese. Lo ringraziamo vivamente, ma non possiamo non sottolineare tutta l’ambiguità della sua difesa. Avremmo di gran lunga preferito che Rinaldini e La Cgil che vogliamo prendessero le difese non della persona Cremaschi, ma della posizione della Rete28Aprile che a quegli esecutivi Cremaschi rappresentava. Così, invece, Rinaldini ritenendo sbagliata la censura di Cremaschi «pur non condividendo le posizioni di Giorgio» finisce in fondo per dare un colpo alla botte e uno al cerchio. Pretendere di più da Gianni Rinaldini forse non ha senso, visto che non è nuovo a questi atteggiamenti ambivalenti. Chi non ricorda, infatti, il suo NO alla controriforma prodiana delle pensioni del 2007 senza però alcuna campagna contro il Sì di Epifani? Il non-allineamento di Rinaldini, oggi come allora, è molto più allineato di quello che appare.
Perché Rinaldini non condivide le posizioni di Giorgio? Perché siccome la Camusso non ha ancora presentato testi scritti sulla sua prossima capitolazione a Cisl e Uil e Confindustria in materia di rappresentanza, lui ha sentito profumo di rose anziché puzza di bruciato dalle sue semplici illustrazioni. Eppure non è la prima volta che la Camusso chiede il mandato a trattare senza alcuna garanzia. Sappiamo come è finita le altre volte. Cosa fa credere a Rinaldini che stavolta Camusso abbia in serbo qualcosa di meglio? Semplicemente la retorica con cui è stato condito l’ennesimo boccone amaro da far digerire ai lavoratori.
L’ipotesi considerata positiva da Rinaldini si basa su due criteri per validare piattaforme e accordi:
  • Maggioranza certificata di iscritti e RSU.
  • Maggioranza certificata del voto dei lavoratori interessati a quell’intesa (referendum)
L’ipotesi per noi è negativa perché in primo luogo, anche nel migliore dei casi, resterà solo un’ipotesi, in quanto almeno il primo criterio è già previsto a parole nell’accordo del 28 Giugno ma il secondo no e non si capisce per quale motivo Confindustria dovrebbe cedere per buona creanza qualcosa che va invece conquistato con la lotta, non con le discussioni ai tavolini; e in secondo luogo perché anche venisse accettato il secondo criterio, lo sarebbe all’interno di un impianto, quello del “28 Giugno” che va bocciato in tutto e per tutto perché prevede le deroghe oltreché le sanzioni per chi sciopera. Proprio per questo noi siamo massimamente preoccupati e contrari, perché il fatto che sia stato posto il «problema della esigibilità da parte dei soggetti firmatari» è una spia che indica come la Camusso non stia affatto facendo marcia indietro come dovrebbe, ma anzi stia accelerando nella stessa direzione sbagliata che la contraddistingue. Gli unici, infatti, che dovrebbero chiedere l’esigibilità degli accordi sono gli operai, visto che il 99,9% degli accordi non sono rispettati dai padroni. Ma poiché questa richiesta di esigibilità viene dal padronato, non è la richiesta del rispetto degli accordi democratici (quando mai infatti gli operai non han rispettato accordi regolari? I rapporti di forza già sbilanciati in partenza a favore del Capitale non consentono al Lavoro una simile sfrontatezza) ma il suo esatto opposto, l’accettazione senza fiatare non solo degli accordi antidemocratici fatti separatamente coi sindacati compiacenti, ma anche di tutte le interpretazioni e i cavilli possibili con cui i padroni riusciranno nell’impresa di non rispettare lo stesso neanche quelli.
Perciò, non solo è sorprendente questa richiesta della Cgil maggioritaria, ma è doppiamente sorprendente la candida ingenuità con cui Rinaldini sembra non capire cosa ci sia sotto.
In assenza di testi scritti, bisogna chiederli immediatamente, non dare credito a ipotesi puramente verbali. Non c’è niente di positivo in una prassi che consiste nell’affrontare problemi così delicati, come quello sulla rappresentanza, senza uno straccio di bozza da presentare ai dirigenti che dovrebbero discuterla. Legittimando l’ipotesi in attesa di testi scritti, Rinaldini dà la possibilità alla Camusso di avanzare verso la capitolazione, salvo poi pentirsi quando la sua ipotesi non sarà confermata. A quel punto Rinaldini potrà cavarsela dicendo che la Camusso ha cambiato strategia, ma la verità è che la strategia della Camusso sarà sempre la stessa, solo le ipotesi di Rinaldini si riveleranno per quello che sono: le ipotesi di un’analisi sbagliata.
L’analisi è sbagliata perché è viziata nel metodo. Secondo Rinaldini, infatti, mancano le regole democratiche perché siamo in «assenza di una legge, che rimane l’obbiettivo da perseguire». Messa in questa maniera, però, la questione resta un affare burocratico che non esce dagli uffici dei vari apparati sindacali, industriali e politici. E proprio per questo resterà una questione irrisolta. Perché in effetti non siamo affatto in assenza di una legge, ma siamo in assenza di una mobilitazione di massa che strappi una legge. Non è affatto la stessa cosa, anzi è il suo esatto opposto. Nel primo caso, infatti, è il Governo che deve farla, nel secondo sono i lavoratori che devono strapparla ai padroni. Solo così si potrà avere un vero progresso democratico nelle relazioni tra Capitale e Lavoro, al contrario se saranno Governo, Confindustria e sindacati a sedersi al tavolino per fare la legge, la faranno per loro, per tutelare i loro apparati burocratici contro i lavoratori. Questo, purtroppo, Rinaldini sembra ignorarlo, dimenticando che dietro una legge sulla rappresentanza come su una qualunque altra legge in materia sindacale, ci sta la legge inossidabile della lotta di classe. Senza questa a fare da architrave, nessun’altra resterà in piedi.


Stazione dei Celti
Lunedì 6 Maggio 2013



Postilla - Anche Landini ha dato il consenso alla Camusso perché tratti, purché non tocchi il diritto di sciopero. Al massimo, secondo lui, sono possibili forme di raffreddamento. Anche in questo caso non possiamo concordare col segretario della Fiom. Apparentemente di buon senso, il concetto di Landini ne è invece del tutto privo, fuori com’è dalla realtà. In sé e per sé il raffreddamento cambia poco anche se impedisce ai lavoratori di colpire subito in caso di bisogno. Un raffreddamento di una decina di giorni come alla Lear di Napoli, lascerebbe verosimilmente gli operai, dieci giorni dopo, con gli stessi problemi di prima e più o meno le stesse possibilità di vittoria. Il problema vero è che col raffreddamento di una decina di giorni, passa un primo arretramento. A questo, nel giro di un paio di accordi, ne seguirà un secondo e un terzo e così via, fino ad arrivare allo smantellamento completo di quel diritto di sciopero che proprio col raffreddamento si voleva evitare. Esattamente come è già successo per l’orario plurisettimanale o per la precarietà, introdotta al 15% nel 1997 e moltiplicata all’infinito dal 2003. Il problema quindi, non è arretrare di poco con un compromesso, ma capire che se proprio non si può avanzare, l’arretramento anche solo di un centimetro può avvenire a patto che non sia fatto con la nostra firma. Non sta a noi raffreddare lo scontro. Sta ai padroni spegnere il conflitto, se proprio lo vogliono spegnere, dandoci quello che chiediamo. Speriamo che Landini prima o poi lo capisca. Altrimenti continueremo a imbatterci nei suoi tristi zig-zag.


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