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domenica 2 luglio 2017

HUMANITAS, CAPITALE E MIGRANTI di Carlo Felici





Una delle questioni epocali del nostro tempo è quella dell'immigrazione, che non può certo essere affrontata con slogan o con facili prese di posizione.
Essa, infatti, è molto complessa ed è perfettamente connessa a quanto ho già rilevato con un mio intervento precedente sulla riduzione dell'essere umano a merce e sulla nullificazione dell'etica nella prospettiva di un turbocapitalismo che non accetta alternative a se stesso.
Se l'etica antica ed umanista è fondata sul detto: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” che vuol dire: in quanto essere umano non vi è nulla di umano che mi sia estraneo, la non-etica del turbocapitalismo si fonda piuttosto sul “res sum, omnia humana puto a me aliena” e cioè: sono una cosa, tutto ciò che è umano ritengo mi sia estraneo.
Il migrante è lo strumento, il fine ed il mezzo per la realizzazione di questo obiettivo su larga scala, è un essere umano ridotto a merce, per far lucrare i trafficanti di esseri umani, per riempire le tasche di chi organizza con mafie e consorterie di vario genere l'accoglienza, traendo profitto dai fondi stanziati per questo scopo, ed è infine un oggetto da usare nel mondo della schiavitù salariale destinato alla discarica dell'emarginazione sociale, quando non serve più.
I flussi migratori sono parte integrante e consustanziale di un processo di globalizzazione economica a senso unico turbocapitalista.
Essi servono al contempo per rendere il mercato del lavoro dei paesi di approdo più flessibile, scardinando i diritti acquisiti e riducendo fino ad annullarlo ogni potere contrattuale delle classi lavoratrici, servono come rendita permanente per le mafie che controllano le amministrazioni locali e la politica nei vari territori, sono utili, con le rimesse, per ridurre il potenziale sociale esplosivo dei paesi di origine, e infine, servono da veicolo omologante, per espandere un unico modello culturale basato sul consumo e sui modelli propagandati dalla pubblicità e dai media, ovunque, anche scardinando usi e costumi di culture che potrebbero opporvisi. La sovrapposizione progressiva dei diritti civili su quelli sociali risulta perfettamente compatibile a tale scopo.
E la vera differenza tra un Socialismo Internazionalista ed un neofascismo nazionalista consiste proprio nella visione di insieme e globale di questo fenomeno, anziché ridurlo a mera difesa dei confini della Patria.

La reazione della Chiesa Cattolica a questa tendenza, oggi, appare piuttosto contraddittoria: da una parte si difende il migrante come archetipo e simbolo di una condizione “parrocchiale”, la cui etimologia e sostanza derivano da παροικία (paroikìa), a sua volta derivato da παροικέω (composto di παρα e οικέω nel significato di "abitare vicino"), per cui il “parrocchiano” è il “vicino di casa che non è della casa”, di conseguenza proprio lo straniero residente tra coloro che sono originari di un luogo, e dall'altro, specialmente con questo Papa, vengono ribaditi i diritti essenziali che fondano la stessa dignità dell'essere umano, come quello al lavoro stabile, da cui derivano inscindibilmente quello alla famiglia e alla pensione.
E' fin troppo facile notare che difendere una immigrazione ad oltranza che scardina questi diritti alla base perché mina le fondamenta di ogni potere contrattuale e di ogni legislazione sul lavoro, fino a ridurre il lavoratore, con il voucher a “marchettaro”, è del tutto contraddittorio rispetto alla tutela della dignità dell'essere umano come detentore di tali diritti imprescindibili per costruire una autentica società fondata sull'humanitas.
Tornando all'assunto iniziale, se l'individuo è ridotto a merce da assistere e sfruttare, è del tutto evidente che l'individuo non esiste più, ma esso diventa solo un ingranaggio di una macchina per far soldi.
La Chiesa è dunque chiamata a riflettere attentamente su un principio che è già stato ribadito a chiare lettere nell'enciclica Laudato sì: “la Chiesa difende sì il legittimo diritto alla proprietà privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà privata grava sempre una ipoteca sociale, perché i beni servano alla destinazione che Dio ha loro dato”
Se il sistema neoliberista si fonda sulla negazione dell'ipoteca sociale che grava sull'accumulazione di capitale, evidentemente la Chiesa deve essere portata a contestare un intero sistema che costituisce l'esatto contrario dei presupposti su cui la sua dottrina si fonda, non solo limitarsi a contestare singoli aspetti di questo sistema
Una nuova politica sociale che impedisca l'esplodere di queste contraddizioni non può che indirizzarsi ad una diversa politica internazionale che, contemporaneamente, consenta pace e progresso e giustizia sociale nei paesi di provenienza dei flussi, e allo stesso tempo, una concreta sostenibilità ed integrazione nei paesi di approdo, del tutto impossibile se essi diventano centri permanenti di accoglienza per navi che sbarcano immigranti da tutto il Mediterraneo in un solo Paese, il nostro.
Questo, ovviamente, non può effettuarsi nel permanere di strutture militari come la NATO che, come è dimostrato palesemente dagli ultimi eventi dall'inizio di questo secolo, non hanno fatto altro che alimentare i conflitti e creare le cause strutturali per l'incremento della povertà e dei flussi migratori.
L'Europa deve potere fare a meno della NATO, creando una sua struttura militare di difesa e di stabilizzazione di situazioni di crisi intorno a se stessa, che risponda alle esigenze dei Paesi e dei popoli europei e non agli interessi imperialistici dei potentati che hanno come scopo il profitto che deriva dalla vendita di armi e dal commercio di migranti.
La grandezza della civiltà europea, dai millenni passati, è stata sempre legata indissolubilmente al mare intorno al quale questa stessa civiltà è nata e cresciuta. Se questo mare si trasforma in una tomba, con tanti esseri umani ridotti a merce, sprofonderà negli abissi anche il futuro della stessa civiltà europea, ridotta ad una mercificante barbarie i cui conflitti interni non tarderanno ad esplodere anche violentemente, come in parte già accade.

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