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sabato 8 luglio 2017

QUANDO IL DITO MOSTRA LA LUNA, LO SCIOCCO GUARDA… DONNARUMMA! di Norberto Fragiacomo






QUANDO IL DITO MOSTRA LA LUNA, LO SCIOCCO GUARDA… DONNARUMMA!
di
Norberto Fragiacomo




Gianluigi Donnarumma: colpevole, innocente o… fortunatissimo capro espiatorio?

In un consesso umano fondato su principi di ragionevolezza nessuno potrebbe scandalizzarsi per il fatto che un diciottenne rifiuti un’offerta lavorativa da un milione di euro l’anno per poi riceverne una da sei milioni (netti!): questo per l’intuibile motivo che la sola idea di pagare simili spropositi a un giocatore di pallone sembrerebbe comicamente folle a chiunque, e uno sghignazzo sommergerebbe chi ardisse esplicitarla.

Da noi – cioè nell’Italia prostrata da una crisi artificiale, ma sferzante – vicende come quella sommariamente descritta avvengono, e quando i numeri sono così elevati (ma solo allora!) suscitano un certo scalpore, specie nel deserto di notizie che è l’estate. La domanda che mi pongo (che tutti dovremmo porci) è la seguente: ha senso indignarsi per l’accaduto? La mia risposta è sì e no: prima ch’io la motivi, però, reputo opportuno rimpolpare un po’ la smunta cronistoria iniziale.

Alla vigilia degli Europei U21 il nostro baldo giovane si vede proporre dal Milan – la società che l’ha lanciato – un contratto da un milione di euro a stagione. Molti (e non alludo solamente ai suoi coetanei) toccherebbero il cielo con un dito; ma lui, consigliato dal suo agente, dice no. La ragione non è tenuta segreta: altri grandi club, fra cui il mitico Real Madrid, sarebbero interessati ad assicurarsi i servizi di “Gigio”, e per averlo sarebbero disposti a indecenze. Soltanto un escamotage architettato dal procuratore per tirare su il prezzo? Difficile crederlo: i bluff raramente valgono cinque milioni (in più). Comunque il “gran rifiuto” fa infuriare i tifosi rossoneri, che accusano il giocatore di ingratitudine ed inscenano una colorita protesta, con tanto di lancio di banconote. Fin qui niente di strano: i tifosi sono tifosi, e pretendere dal popolo delle curve un’analisi socioeconomica sarebbe eccessivo e stravagante.


Che Donnarumma sia o meno avido e ingrato è questione secondaria; il quesito che vorrei sottoporre a chi legge è tutt’altro: quanto vale in questo tipo di società un lavoratore con le sue specifiche caratteristiche? E’ evidente che tirare in ballo il fungibile operaio marxiano e il concetto di mantenimento della forza lavoro risulta poco utile e conduce a un vicolo cieco: malgrado certe papere all’Europeo suggeriscano il contrario, “Gigio” è oggi un prestatore quasi infungibile, nel senso che la merce che egli porta al mercato presenta pregi particolari. In una società capitalistica che assegna grande importanza all’entertainment il giovanotto coi guantoni viene coperto d’oro perché è lui stesso una miniera di quel metallo. Intendiamoci: non sono le future parate a valere quelle cifre, anche se avere a disposizione un ottimo portiere, per di più giovanissimo, anziché uno mediocre può garantire a una società ambiziosa un maggior numero di vittorie in campionato e in Champion’s – vale a dire tantissimi soldi in più nell’arco di parecchi anni. Col passare dei lustri, però, il calciatore è diventato sempre meno atleta e sempre più uomo immagine: oggi le imprese sportive traggono i guadagni più cospicui dal merchandising, la pubblicità e i diritti televisivi. C’è anche un altro elemento di cui tener conto: un giocatore svincolato può essere preso gratis dalla concorrenza, uno sotto contratto fa fruttare alla società, in caso di cessione, cifre stratosferiche (avete presente certe clausole rescissorie?).

Se le cose stanno così, tocca concludere che il compenso preteso da Donnarumma è commisurato al suo valore di mercato qui e ora: la riprova ci viene dal fatto che il Milan, che non è propriamente un ente benefico, ha sestuplicato la sua offerta iniziale pur di trattenerlo. In un’ottica puramente economica era stata la società inizialmente a “giocare sporco”, approfittando dell’immaturità del portiere per assicurarsi un indebito arricchimento (estorcere plusvalore?) a sue spese. Quindi, dall’angolo visuale di entrambi gli attori della controversia, “il prezzo è giusto”.

Leggo e sento però che i sei milioni suscitano scandalo vero: prima di aver compiuto vent’anni il nostro numero uno avrà già guadagnato assai più di quanto un medio dirigente e un brillante avvocato riescano a mettere insieme in un’intera esistenza lavorativa. Dal punto di vista etico-morale siamo di fronte a un abominio, ma ha senso prendersela col portiere (e aggiungo fra parentesi: ha senso tirare in ballo la morale se si accetta un ordine che da essa prescinde)? Evidentemente no: la differenza di cinque milioni (soldi privati, non pubblici) sarebbe altrimenti finita nelle tasche di qualche giocatore più scafato o in quelle capaci della società, di sicuro non sarebbe stata distribuita tra i disoccupati! La colpa è del Milan, allora… neanche, perché il Milan è una società commerciale che punta al profitto, e deve misurarsi con concorrenti non meno spietati e in certi casi con superiori risorse a disposizione.

E allora? E allora dobbiamo smetterla di inveire come allocchi contro il dito che si sforza di indicare la luna. A venirci in aiuto, badate bene, è stato lo stesso Gigio Donnarumma che – con gesto inconsapevolmente rivoluzionario - ha deciso, vinto il braccio di ferro milionario, di disertare l’esame di maturità per andarsene in vacanza a Ibiza. Gli insegnanti che oggi gridano al sacrilegio e pateticamente incriminano lo sportivo per “lesa cultura” mi sembrano grottesche caricature di don Chisciotte che però, anziché assaltarli, si dispongono a difesa dei mulini a vento snudando i loro spadini di latta. Perché sostengo questo? Mi spiego. Innanzitutto è improbabile che il nostro Topo Gigio sia un fuoriclasse anche sui banchi di scuola (di solito i calciatori sono asini che tirano bei calci, e l’espressione del campano non è delle più vivaci…), ma la questione fondamentale è un’altra: quali motivazioni potevano spingerlo a impegnarsi per superare l’esame? In ipotesi, una soltanto: l’amor proprio, visto che nessun pezzo di carta ha la proprietà taumaturgica di accrescere le conoscenze di un umano. Quel che (non) sapeva ieri (non) lo saprà (ne)anche domani, indipendentemente dalla stampa di un diplomino e da un voto espresso in centesimi. Grazie ai test a crocette, all’alternanza scuola-lavoro e ad altre “corbellerie” introdotte non casualmente, le odierne superiori – che oltretutto han cambiato nome – non assomigliano a quelle di trent’anni fa: sono sempre più un corso di addestramento per futuri precari e sempre meno un luogo dove si apprendono nozioni anzitutto teoriche, vale a dire una scuola in senso proprio. Quest’evoluzione risponde alla logica capitalista: il sistema abbisogna di una base di sudditi-consumatori docili e suggestionabili, non di persone dotate di senso critico, che potrebbero mettere in discussione gli stessi postulati su cui esso si fonda. Non è che nel mondo attuale la cultura non sia una merce: semplicemente è una merce di poco o nessun valore – pertanto l’uomo acculturato ma non utilmente impiegabile (ad esempio come intellettuale organico o giornalista di regime) ha poco o niente da portare al famoso mercato, dove riceverà elemosine e sberleffi. In un’ecumene nella quale un laureato a pieni voti deve rassegnarsi alla precarietà e a lavoretti umilianti e sottopagati e ove tutto si misura in termini di produttività e attitudine a creare profitto, il diploma di laurea – e, a maggior ragione, quello dell’ex scuola superiore – ha un valore pari a quello delle banconote del Monopoli, cioè a zero. Dal momento che tutto poggia su questa struttura, manco vi sono vie di fuga – a meno che uno non scriva/realizzi un’opera commercialmente appetibile o, all’inverso, si appaghi di recitare le proprie poesie davanti a un pubblico di appassionati.

Snobbando l’esame Gianluigi Donnarumma ci ha ammonito, senza neppure rendersene conto, che la matura non serve né significa nulla, nella società capitalista di inizio millennio. Dovremmo essergliene grati invece di rampognarlo, perché il gesto costringe a riflettere, e la riflessione, inquadrando la vicenda in una cornice più ampia, svela che questi presunti “eccessi” non sono una patologia, ma il suo sintomo o, al più, i corollari di un’organizzazione sociale che manco prende in considerazione valori che non siano immediatamente monetizzabili.

Donnarumma non ha colpe oggettive, perché si è limitato a profittare di una situazione favorevole determinata da altri; al limite, neppure l’ingordigia è rimproverabile, perché in un sistema come l’attuale è più una qualità, una modalità di adattamento, che un difetto.

Dunque non dovremmo indignarci? Certo che dovremmo e dobbiamo, ma sottraendoci alla logica truffaldina del capro espiatorio. Protagonista di questa squallida storia non è un giovane portiere o una società di calcio, ma il Capitalismo medesimo, che regala effimere ricchezze e genera enormi, diffuse miserie – manco per “cattiveria”: perché non sa né può fare altrimenti.

Chi non è disposto ad adoperarsi fattivamente affinché mutino in maniera radicale le regole della produzione e del vivere sociale non venga poi a lanciare strali e a stracciarsi le vesti perché un diciottenne dal vocabolario limitato guadagna duecento volte più di un laureato in legge o in economia: l’odierno “panmercatismo” è questo, amici, prendere o lasciare! 



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