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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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martedì 28 ottobre 2014

ROMA 2014: UN MILIONE CONTRO RENZI E GLI AVVOLTOI di Norberto Fragiacomo





ROMA 2014: UN MILIONE CONTRO RENZI E GLI AVVOLTOI
di
Norberto Fragiacomo


“Per quanto mi riguarda, lo sciopero (di disturbo) indetto dall’USB è riuscito” – ansimo, mentre percorro trafelato galleria Sandrinelli, satura di gas di scarico. La 10 che doveva condurmi a Valmaura non si è fatta vedere: mancano ancora quaranta minuti all’appuntamento, ma la strada è lunga per chi si trascina a piedi. A S. Giacomo ci si mette pure la bora, che fischia e rallenta il passo: provo a chiamare un amico, ma eccoti – del tutto inaspettata – una corriera che sbuca dal buio all’altezza di via Orsera. E’ la linea C: salgo al volo, ringrazio mentalmente il “crumiro” e neppure mi siedo. Una rapida sosta in un bar (il freddo fa effetto), ed eccomi davanti alla Risiera – in anticipo. Le volte precedenti al mio arrivo non c’era quasi nessuno, ma stasera – venerdì 24 ottobre – si è già radunata una folla e i pullman sono schierati, in attesa. Ne conto sei, più del previsto: qualcuno nota che hanno targhe italiane, non d’oltreconfine. Organizzazione CGIL, insomma. Riconosco e saluto alcuni compagni: siamo destinati al bus n. 4, quello della FIOM.

Partiamo alle dieci spaccate: prima che subentri il sonno vorrei parlare un po’ di “strategie politiche” con Fabio, Bruno e Nevio, vecchie conoscenze del Comitato No Debito. Non ho fatto i conti con le casse di birra e le bottiglie al seguito dei passeggeri: sarà un susseguirsi di cori e “autogrill, autogrill!” fino all’aurora. Sembra proprio che per i triestini ogni viaggio debba seguire lo schema “trasferta dell’Unione”, con libagioni e schiamazzi… tra gli elementi positivi, la presenza a bordo di tre interinali della Wärtsilä (fra cui una minuscola, deliziosa biondina che andrà su e giù, parlottando, per tutta la durata del tragitto) che la subdola propaganda neoliberista non è riuscita ad opporre agli operai più anziani. Alcuni si accalorano citando rinnovi contrattuali mensili, cioè le nuove schiavitù aziendali; impossibilitato a dormire, seguo con lo sguardo la costellazione di Orione che, nitidissima nel cielo nero, ci scorterà fino a Roma. Accanto a noi sfrecciano decine, centinaia di pullman: è un popolo in marcia, cui non è stata promessa alcuna terra – solo servitù, miseria e ingiustizia sociale. Avanti, compagni! – ma i dialoghi, complice la stanchezza, si incupiscono.

Ecco il G.R.A., il Grande Raccordo Anulare: la periferia romana risplende al sole. Fa un freddo cane di prima mattina, ma l’aria è tersa, luminosa. Smontiamo a Cinecittà, poi – all’imbocco della metro – finiamo per disperderci: troppo caos intorno. Buona idea la colazione a due passi dal Colosseo, ma di bivaccare sull’erba di S. Giovanni non mi va: sono spossato ma no go la simia, mi, e soprattutto sono qui per partecipare al corteo. Il racconto di certi siparietti sbalordirà un’amica marchigiana: “sul nostro pullman nessuno ha bevuto niente”, mi assicurerà. Le credo, ma veder più tardi sfilare compagni col bicchiere in mano al canto di “Viva l’A e po’ bon” aggiungerà una nota (quasi) struggente, triestinissima alla manifestazione.

Assieme ad un secondo Fabio, che non conoscevo ma che mi risulta immediatamente simpatico, decidiamo di fare il percorso all’incontrario: alle 9 e 45 ci imbattiamo nell’avanguardia di uno dei due cortei, il nostro, quello partito da piazza Esedra. Man mano che procediamo la massa umana si infittisce: passano gli operai del Sulcis, quelli di Terni in lotta, col caschetto in testa, l’infinita delegazione lombarda. Un mare di bandiere rosse: della FIOM, delle federazioni CGIL, ma anche del vecchio PCI, di Rifondazione, di SEL, del PCL, del PMLI… magliette e striscioni di chi ha finalmente capito ciò che sta accadendo, in Italia e in Europa. Impieghiamo 20-25 minuti per raggiungere corso Cavour: alle spalle delle schiere avanzanti, piazza Esedra nereggia (anzi: rosseggia!) di folla. Un fiume, un oceano di gente. Eccoli, i compagni triestini: si sono già messi in marcia, vessilli al vento. Un unico coro, scandito con rabbia: “Renzi, Renzi, vaffanculo!” Pare che il nemico sia stato individuato, e questo è un bene; il problema che tutti si pongono è: come combatterlo, come intralciarlo?

Per Piazza S. Giovanni prenderemo una scorciatoia: ci facciamo faticosamente largo nella calca, mentre sul palco si susseguono artisti e oratori. Quanta gente c’è? Dicono un milione… sarà vero?, bisbiglia qualcuno, quasi con vergogna. Mi rispondo che il numero esatto non ha alcuna rilevanza: nel mondo reale siamo tantissimi, un’enormità, nessuno, anche volendolo, sarebbe in grado di contarci… in quello virtuale (che pesa più del primo, e fa la “Storia mediatica”) siamo stimati in un milione, e quel milione riporteranno gli annali. L’acustica è ottima: anche da centinaia di metri di distanza non si perde una frase, una parola. Un giovanissimo studente svela l’inganno renziano: non cadiamo nella trappola del conflitto generazionale, facciamo causa comune contro gli oppressori, difendiamo diritti strappati a caro prezzo! Preceduta da un “Nessun dorma” da brividi (a cantarlo sono i musicisti dell’Opera di Roma, a rischio licenziamento… accorata esecuzione, anche se io avrei optato per L’Internazionale), Susanna Camusso si accosta al microfono e arringa la folla con la sua voce dura, maschile. E’ un bel discorso, una critica serrata del renzismo, con continui rimandi all’indegno show della Leopolda irridente… un’orazione più “coraggiosa” di quanto mi attendessi, ma in definitiva monca. Ad occhio e croce, latitano le conclusioni. Perché non dire che Renzi è l’erede politico di Berlusconi, che con lui governa la destra peggiore, la più infida, che questo esecutivo rappresenta un’intollerabile minaccia per lavoratori, studenti, pensionati, welfare? Perché la CGIL – scesa in piazza obtorto collo, per salvaguardare anzitutto la propria esistenza come organizzazione – avanza, in realtà, pretese insufficienti: che l’articolo 18, già manomesso nel 2012, non venga cancellato, che il governo tratti sul Jobs act (ma il contratto a tutele evanescenti è stato digerito), che faccia delle concessioni. Anche Monti, in fondo, si era lasciato persuadere, no? E lui era di destra destra… possibile che non realizzino di avere di fronte un Attila, spedito in Italia per saccheggiare il Paese e sradicare ogni diritto, ogni tutela? Forse sì, ma ormai disabituati alla lotta da vent’anni di concertazione non sanno come reagire… “anche con lo sciopero generale” – promette finalmente la segretaria, provocando un boato di approvazione – e con iniziative fantasiose che sono allo studio. Il milione freme, sballottato tra indignazione, sgomento, speranza e timore… a me sarebbe piaciuta un’analisi puntuale e spietata come quella che leggo sul mensile Falce e Martello, ma mi accontento di questa consapevolezza che si fa strada, dei “Renzi è peggio di Berlusconi” che filtrano dai capannelli, di questi ragazzi che si mischiano ai veterani di cento dimostrazioni.

Sì, Renzi è peggio di Berlusconi, drammaticamente peggio – perché è un mantenuto che parla di ciò che non conosce, il Lavoro (lui “il posto fisso”, inteso come sinecura, ce l’ha dall’adolescenza); perché è il fiduciario della Finanza, l’apripista dei loschi Serra che vorrebbero addirittura cancellare il diritto di sciopero (un po’ come Mussolini, ma costoro, dal punto di vista delle politiche economiche, stanno molto più a destra); perché inganna gli allocchi arruolando l’opportunista Migliore, “leopoldizzato” all’istante, distribuendo elemosine e spacciando per “sinistra del cambiamento” il suo ripugnante neoliberismo classista; perché – imbevuto di autoritarismo plebeo - se ne frega di scioperi e manifestazioni e, come in un remake futurista da due euro, blatera di iPhone e gettoni mentre a centinaia di migliaia di anziani mancano i soldi per una spesuccia in supermarket; perché la sua modernità è fasulla, visto che intona la stessa canzone dei Cheope, dei Marco Licinio Crasso e degli schiavisti ottocenteschi, cui dobbiamo opporre l’idea giovane e fresca dell’uguaglianza e del Socialismo (possibilmente senza riproporre il lessico di un secolo fa); perché inveisce contro i gufi mentre ci dà in pasto agli avvoltoi; perché alza la voce in Europa ma per finta, calcolando da guitto di mestiere l’impatto sul pubblico di ciance che rimarranno tali.

L’imperativo è disarcionarlo prima che ci “asfalti” tutti – dipendenti pubblici e privati, piccoli professionisti e artigiani, pensionati, studenti, cittadini e fruitori di servizi pubblici di cui è imminente la privatizzazione selvaggia – ricorrendo a forme innovative di lotta, che vadano dallo sciopero generale a oltranza (se i ferrovieri tedeschi hanno incrociato le braccia per 50 ore, possiamo e dobbiamo farlo anche noi!) agli efficaci strumenti di contrapposizione adoperati in tempi recenti dai c.d. Forconi, dal boicottaggio di certi prodotti alla solidarietà attiva verso chi è messo all’angolo dalle diaboliche leggi del profitto.


Non è vero che a Matteo Renzi non ci sia alternativa, se non altro perché non v’è nulla di più nocivo e repellente, al momento, dell’accolta di lobbysti radunata alla stazione Leopolda. Che affidamento possiamo fare sui Cuperlo, sui Civati (quello che spergiura, garrulo e sorridente: “questa piazza non è contro il governo!”) e compagnia bella, che in giacca e cravatta bighellonavano per il corteo? Nessun affidamento: ce lo dicono le cronache parlamentari. Sulla CGIL e il sindacalismo autonomo? La prima, più che i secondi, è a rischio estinzione: turiamoci il naso, se necessario, ma affianchiamola, sproniamola, guidiamola – una sua Caporetto equivarrebbe, per noi, ad una cattività senza possibile riscatto.




LA NOSTRA SOLIDARIETA' A TURIGLIATTO

Turigliatto, denunciato da Forza Nuova, «costretto a perder tempo per spiegare che il fascismo era fascista». Da Syriza a Podemos, dalla Cgil al Prc, centinaia di firme solidali

di Checchino Antonini
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«Da incriminato confermo la mia solidarietà e sottoscrivo». Quello dello scrittore Erri De Luca, anche lui nel mirino della magistratura per la solidarietà No Tav, è solo uno delle centinaia di messaggi giunti a Franco Turigliatto nelle ore successive al lancio dell’appello di solidarietà antifascista. Luigi Surdich, ordinario di letteratura italiana all’Università di Genova, ha aderito trascrivendo due righe di Tabucchi: «E’ avvilente dover perder tempo per spiegare che il fascismo era fascista» (da “L’oca al passo. Notizie dal buio che stiamo attraversando”, Feltrinelli). Ed è proprio quello che sta accadendo a Turigliatto, dirigente della Quarta Internazionale in Italia dal ’69 fino ad ora con Sinistra Anticapitalista, dovrà affrontare un processo contro Forza nuova per una vicenda di sei anni fa.
Era la campagna elettorale delle politiche del 2008 quando Turigliatto, senatore di Sinistra critica, lasciò lo studio di Porta a Porta in polemica con l’arrivo di Roberto Fiore. Quasi sei anni dopo sarebbe stato condannato, con decreto penale (ossia senza processo e senza sapere di essere accusato) per una presunta diffamazione del leader di quell’organizzazione di estrema destra che satura da anni la cronaca nera con le gesta violente contro migranti, persone glbtq e militanti di sinistra.
In questi giorni, l’organizzazione in cui milita Turigliatto, Sinistra Anticapitalista, s’è attivata nell’appello. Diversi soggetti hanno lavorato e svolto ricerche per la compilazione di un dossier da mettere a disposizione del collegio di difesa nel processo pubblico scaturito dall’inaccettabilità di quel decreto penale.
Tra le prime firme quelle di Noam Chomsky del MIT di Cambridge e Ken Loach (suoi film come Piovono Pietre o Terra e libertà). Loach e Chomsky si attivarono a sostegno di Turigliatto quando, da senatore, condusse una lunga campagna contro la guerra in Afghanistan.
La lettura delle centinaia di firme, quasi mille in tre giorni, è una mappa di attuali e storiche resistenze in Italia e in Europa, di volti noti e militanti di base, sindacalisti e docenti universitari, parlamentari greci di Syriza e spagnoli di Podemos. Ci sono, tra gli altri, Eleonora Forenza (eurodeputata de L’Altra Europa con Tsipras, capo delegazione italiana al Gue), Haidi Giuliani, mamma di Carlo, Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, ucciso dai fascisti nel 2006, Daniele e Maria Varalli, fratello e madre di Claudio, ucciso dai fascisti a Milano, Nicoletta Dosio, storica figura della Valsusa contro il Tav, Erri De Luca, appunto, e Marco Rovelli; giuristi come Gianni Ferrara e Rescigno, Loredana De Petris, presidente dei senatori di Sel, Russo Spena e Giorgio Nebbia, Alex Zanotelli e Vittorio Agnoletto, Marco Revelli e Giorgio Cremaschi e, ancora, Sergio Bellavita, portavoce di Il sindacato è un’altra cosa, l’area dell’Opposizione di sinistra in Cgil, in compagnia di settori del sindacalismo di base come Fabrizio Tomaselli dell’Usb.
Dall’estero, si possono leggere le firme di Michel Husson, economista, di Attac Francia, di Alain Bihr, Teresa Rodríguez-Rubio, eurodeputata di Podemos, del belga Eric Toussaint, presidente del CADTM, di Charles-André Udry, economista e editore del sito web svizzero alencontre.org, del britannico Gilbert Achcar, professore del SOAS di Londra, dei greci Antonis Ntavanelos e Sotiris Martalis di SYRIZA.
Spiccano, tra le adesioni collettive, quelle di circoli di base di Rifondazione comunista, di Ross@, del giornale Contropiano, della onlus Medicina Democratica, dell’Anpi, della sinistra rivoluzionaria sarda di Sisma, delle reti antifasciste milanesi. Moltissime le firme torinesi, dalla città in cui Turigliatto vive.
E’ una lista incomprimibile in un articolo che ha la sola ambizione di descrivere e rilanciare una campagna che non è solo legata all’urgenza di una vicenda processuale ma al compito di lunga durata di dover spiegare, in epoca di memoria labile, che “il fascismo è fascista”, che non è una questione di nostalgia residuale ma uno strumento nelle mani delle classi dominanti da utilizzare contro i lavoratori e i movimenti sociali. Tra le tante lettere chiudiamo con quella degli spagnoli di Izquierda anticapitalista: «Caro Franco, tutti i compagni di Izquierda Anticapitalista dello stato Spagnolo ti sono solidali per questo ingiusto processo. L’antifascismo non è una parola vuota che rimane scritta sulla carta costituzionale, ma è un ideale concreto che deve essere esercitato in ogni momento. Ci sembra grottesco che ti processino per aver chiamato fascista e xenofobo un movimento politico che esprime chiaramente ideali del fascismo italiano, politiche razziste contro gli immigrati, contro gli omosessuali, che tiene rapporti con Alba Dorata ed altri movimenti neonazisti europei. Chi ti conosce sa benissimo che questo avvenimento non ti farà retrocedere neanche un passo e che la tua coerenza sará rafforzata anche perché non stai solo. Noi, come Antifascisti, stiamo con te. ¡MUCHA SUERTE COMPAÑERO FRANCO!»








sabato 25 ottobre 2014

KOBANE: LA LOTTA CURDA E I RISCHI "LATENTI" di Jelle Bruinsma





KOBANE: LA LOTTA CURDA E I RISCHI "LATENTI"
di Jelle Bruinsma 



Mentre ISIS viene cacciata da Kobanê, il rischio che gli USA avanzino prerogative imperialiste è dietro l’angolo, pronto ad assaltare le ambizione kurde di autonomia democratica Ora che il provvisorio successo delle coraggiosissime donne (e uomini) kurde nel difendere la città di Kobanê e cacciare addirittura i fascisti di ISIS è diventato cronaca recente nei ‘bollettini di guerra’, è ora di riflettere.
Come ci sono riusciti a respingere l’ISIS?
Perché gli USA vengono chiamati in causa, mai così tanto come adesso? (nei giorni scorsi sono state apparentemente inviate armi, ndt)
Che pericolo è in agguato?

 Due settimane fa, l’indomabile YPG (Unità di Protezione del Popolo) se ne uscì con un comunicato ‘di sfida’ che rimarcava il senso delle loro “responsabilità storiche”, e prometteva che “la sconfitta e l’estinzione di ISIS sarebbero iniziate a Kobanê. Ogni singola strade e ogni singola casa di Kobanê saranno tombe per ISIS.” Molti hanno ammirato il coraggio dei kurdi (e delle kurde). Compagni turchi e da ogni dove hanno provato a unirsi alla difesa di Kobanê e sono state organizzate in tutto il mondo campagne di raccolta fondi per i combattenti. Erano comunque pochi quelli che credevano davvero che l’assalto sanguinario di ISIS si potesse fermare, come testimoniano numerosi articoli, ritendendo che Kobanê sarebbe per forza caduta. Ciò in gran parte a causa della posizione intransigente e criminale della Turchia, che bloccava i kurdi alla frontiera in modo da non lasciarli ricevere, a Kobanê, né rifornimenti né rinforzi, e della carenza di interesse degli USA, che la ritenevano, nei loro calcoli imperiali, una città strategicamente irrilevante.

venerdì 24 ottobre 2014

ELEZIONI, STRUMENTALITÀ E VECCHI MERLETTI di Giandiego Marigo




ELEZIONI, STRUMENTALITÀ E VECCHI MERLETTI
di Giandiego Marigo


Si parla di elezioni anticipate … a primavera, si mormora sia una forca caudina, pare imposta dal giovane Principe Rottamatore per trasferire in parlamento la preponderanza ottenuta nel paese con le elezioni europee.
A lui converrebbe, a noi meno, al paese manco per niente, ma queste cosiderazioni sono secondarie rispetto all'urgenza di monetizzare il suo quaranta per cento, finchè c'è, trasformandolo, nelle sue intenzioni. In una maggioranza parlamentare che gli permetterebbe di “agire da solo” senza alleanze e compromessi, che insomma, peseranno pure meno di zero e diranno poco di vero, metteranno insieme personaggi equivoci ed in fondo uguali, ma insomma dal punto di vista dell'immaggine pesano.
Ed obbligano a condividere gli altari del popolo bue con altre immaginette santificate, il che al principino fiorentino signore e padrone di tutte le rottamazioni piace molto poco.
Non è di lui, però che voglio parlare, ma dello stato dei lavori a sinistra … o nella landa desolata delle intenzioni, come sarebbe meglio definirla.
Dopo mesi di imbarazzante silenzio e di, interiori rimestazioni, eccola ritornare , finalmente, di attualità, anche se per ora timidamente, la Lista per Tsipras. Un poco più attempata ed un poco meno “credibile”, ma con tutti i suoi problemi intatti.
Rifondazione e la Sinistra Europea che cercano di spingere, SeL che tende a frenare, scarsissima chiarezza sui rapporti con il PD, non i tutti i comparti, ma quanto basta. La confusione fra verticismo ed orizzontalità … il pericolo concreto delle “dirigenze preconfezionate”.
La banda degli intellettuali garanti che non si capisce bene dove stia, cosa garantisca, ed a che cosa ed a chi faccia riferimento, di cui non si coglie il pensiero … di cui sfugge la ragione ed il radicamento.
Insomma i problemi di sempre che ne hanno caratterizzato la sua nascita e che non sono stati affatto risolti.
Nessuno si è, in realtà, ancora seduto attorno ad un tavolo paritetico ed aperto, nessuno a fatto i conti con le divisioni (a mio parere pretestuose e di comodo) a sinistra, nessuno ha fatto i conti con dirigenze sclerotiche e scarsamente disposte all'unità, piuttosto che alla coltivazione compulsiva del proprio orto.
Solo a tratti nel paese, in alcuni luoghi più che in altri i Comitati pro Tsipras hanno lavorato bene, costruendo ponti ed opportunità, forse non eclatanti, ma annotabili: Roma, Milano, ma nei territori, poco o nulla.
SeL ha continuato ad essere SeL e ad amoreggiare con il PD … Rifondazione ha continuato inl suo ininterrotto dibattito interno con accenni autolesionistici.
I Cani Sciolti, che facevano riferimento alla lista per Tsipras, hanno continuato ad essere sciolti ed ininfluenti nelle decisioni.
Nessuno si è inoltrato, con il coraggio che occorrerebbe avere, nella conrtraddizione con la “Sinistra Contro L'Euro” che pure qualche passo verso l'unità lo ha fatto e qualche gradualità ed articolazione sembra volerla accettare, e che nelle articolazioni della sua analisi è molto più vicina di quanto non si voglia farlo sembrare.
Eppure sarebbe fondamentale muoversi in quel senso … certo! Sempre se l'unità della Sinistra Vera è ancora un obbiettivo ed un passaggio fondamentale, come io credo, verso un'AreA di Progresso e Civiltà che tenga conto dei riferimenti storici del socialismo e sappia rinnovarne visioni e linguaggi.
Eppure i territori sono lì e ci si vede tutti i giorni, più o meno, si potrebbe … basterebbe fare un passo, basterebbe volerlo … basterebbe partire da dove si deve … dal basso e muoversi orizzontalmente e circolarmente, nulla che una incrollabile volontà unitaria e una dedicazione spirituale degna di questo nome non possa fare.
Ed invece come suole ci muoveremo all'ultimo istante, in modo scomposto, appesantiti dall'urgenza e dall'immanenza … come sempre, come suole, colti alla sprovvista.
Scontentando tutti e facendo la solita figura degli egemonizzatori, improvvisati e strumentali.
Sveglia compagni, sveglia!
Mettiamo in pratica a partire da subito, quello che tutti , in realtà, condividiamo.
Facciamolo adesso! Costi quel che costi …
Poniamo a SeL se occore … e purtroppo occorre, la domanda storica e muoviamoci sulla base di quella risposta “Dove state? Con noi o con il PD?” .
Proponiamo un CNL per salvare questo paese … ormai non c'è più tempo da perdere in inutili chiacchiare.
Diamo al PD la sua misura, in modo definitivo e chiaro, ed invitiamo i compagni che tanto chiacchierano di sinistra al suo interno a prendersi le responsabilità di essere dove sono e di stare con chi stanno.
Basta chiacchiere.
Partiamo pure da quello che c'è dalla Manifestazione Nazionale della FIOM del 25 Ottobre e da quella del 29 Novembre di tutta la lista nazionale, partiamo dalla partecipazione agli appuntamenti proprosti dai compagni critici nei confronti dell'Europa, partiamo dall'esserci e dal parlarci, dal confrontarci e dal trovarci sulle cose vere … agli appuntamenti importanti. Nelle istanze dove ancora si lotta, con fatica, ma si prova a reagire.
Partiamo dalle ...mila pagine sui network in cui si invoca l'unità, ma partiamo.
Il tempo delle chiacchiere, per questo paese è, veramente, finito.


La vignetta è del Maestro Mauro Biani


giovedì 23 ottobre 2014

DI SOCIALISMO, AMERICA LATINA E COOPERATIVE AUTENTICHE di Norberto Fragiacomo






DI SOCIALISMO, AMERICA LATINA E COOPERATIVE AUTENTICHE


Due chiacchiere in castigliano con un socio-lavoratore argentino: fratellanza e cooperazione come possibili antidoti all’epidemia di paura diffusa dal neoliberismo

di
Norberto Fragiacomo


Capita, alle volte, di apprendere più cose interessanti in un’osmiza carsolina - o seduti ad un tavolino lungo il canale - che in un’aula stipata di “coscritti”.

La puntata a Trieste di un vecchio amico argentino e della sua fidanzata mi ha costretto a rispolverare il mio misero castigliano: girovagando per il centro, tra una descrizione e l’altra non è mancata l’opportunità di informarsi su ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, in America Latina. Frammenti di chiacchierata che si sono ricomposti davanti a una bella birra fresca, sotto un sole rovente che nulla aveva di ottobrino… un’esperienza gradevole e istruttiva, nonostante il fatto che il mio spagnolo basico non mi abbia permesso, forse, di cogliere tutti i passaggi, le sfumature del discorso.

Josè, ingegnere sui trentacinque, ha un cognome francese e radici siciliane, che l’aspetto fisico – è alto, biondo e con gli occhi chiari – dissimula benissimo. Politicamente parlando mi appare molto di sinistra, anche se pragmatismo e buon senso lo immunizzano dai dogmi: simpatizza per La Presidenta Cristina, che chiama (direi affettuosamente) per nome e dà un giudizio assai positivo sull’operato di Nestor Kirchner, anche se – ammette – “mi ci sono voluti quattro anni per incominciare a fidarmi di lui”. Di Kirchner dice che ha restituito agli argentini la passione, l’interesse per la politica, dissoltisi durante il nefasto regno di Carlos Menem, governante (a Cavallo) per conto del FMI. Lo spartiacque, il nuovo inizio è rappresentato dall’atroce crisi del 2001, figlia delle politiche neoliberiste e dell’assurda parità pesos-dollaro, responsabile dell’annichilimento dell’apparato produttivo locale. In quel maledetto dicembre succede di tutto, e con rapidità paralizzante: prima il razionamento dei prelievi bancari (massimo 250 pesos a settimana), poi – dall’oggi al domani – il blocco totale. I cittadini sono sul lastrico: dopo lo sgomento iniziale, scendono in piazza. Josè mi fa ricordare scene viste in tivù, uomini e soprattutto donne che percuotono rumorosamente le pignatte… il presidente De La Rua scappa in elicottero, ma per i finanzieri l’assedio alle banche è intollerabile: la polizia spara e fa 40 morti a Buenos Aires. Ma come, non siamo in democrazia? Sì, così ci raccontano, e lo stesso raccontavano agli argentini, ma il Popolo è “sovrano” finché sta zitto, cucio e non diventa molesto per l’elite economica. Sembra la fine, ma la Storia – indifferente agli esorcismi di Fukuyama – decide di andare avanti e tira fuori dal cilindro un oscuro governatore della Patagonia. Lo prendono per un pupazzo dell’astuto politicante Duhalde, si rivelerà indipendente e “rivoluzionario con juicio”: Kirchner risolleva clamorosamente l’economia, restituisce diritti a famiglie e lavoratori, favorisce nuove forme di aggregazione e abroga l’amnistia per i reati commessi dai militari. Gli succede la moglie, cioè Cristina: Josè rifiuta la contrapposizione tra i due insidiosamente adombrata dai media, ritiene che condividano la stessa visione. Una classe politica corrotta fa da freno, ma il principale nemico del cambiamento sono i mezzi di comunicazione, il Gruppo Clarìn: pur di screditare il duo inventano di sana pianta menzogne e, come avviene oggi in Europa, spargono i semi della paura. Un telegiornale tipo trasmette quattro notizie quattro: due sono riferite a fatti di sangue, per mostrare che il Paese è allo sbando, la delinquenza spadroneggia; la destra, da parte sua, agita i fantasmi di dicembre, paventando (in realtà auspicando) ad ogni istante un nuovo crollo. No, rassicurano Josè e Fernanda, la situazione è oggi diversissima da quella di allora… ma pericolosi nullafacenti alla Renzi come il ricchissimo ereditiero Macrì assurgono a star televisive e, abilmente ammaestrati da professionisti della manipolazione mediatica, comprano con presenzialismo e false promesse il sostegno dei diseredati. D’altra parte, se i poveri fossero consapevoli delle proprie necessità il Socialismo (quello vero, non la sua caricatura liberale-neoliberista) possiederebbe la terra.

mercoledì 22 ottobre 2014

DECRESCITA, RICONVERSIONE, BENI COMUNI PROPOSTE PER UN FUTURO SOSTENIBILE DA SUBITO



DECRESCITA, RICONVERSIONE, BENI COMUNI PROPOSTE PER UN FUTURO SOSTENIBILE DA SUBITO

Venerdì 24 ottobre / ore 17.30
 ROMA
c/o Auditorium Santa Croce
Via Santa Croce in Gerusalemme n.59

Introduce: Guido Viale
Sono invitati ad intervenire:
Spin Time | Action | Casale Pachamama | A Sud | Social Pride | Laghetto Snia | Officine Zero |  Agricoltura Sociale| Coordinamento Romano Acqua Pubblica | Medici senza camice | Cinema America | Teatro Valle Occupato | Danze di Piazza Vittorio | Fiom | Sem Terra/Via Campesina
 Interverranno inoltre:
Adriano Zaccagnini
Walter Tocci
Sergio Bellucci
Luca Casarini
Modera
Marica Di Pierri


È ormai chiaro a tutti che la profondità e il perdurare della crisi che viviamo, ben lungi dall’essere solo economica come si ostinano a raccontarci, ha urgente bisogno di letture capaci di metterne in luce le complessità, unico modo per rispondere in maniera efficace e integrata alle sfide che ci troviamo davanti.  Devastazione ambientale, erosione dei diritti sociali, incessante aumento delle disuguaglianze, precarietà e crisi occupazionale, restringimento degli spazi di partecipazione e di agibilità politica sono solo i più evidenti tra i problemi che abbiamo da fronteggiare. Di fronte a una classe politica incapace di fornire letture (e ancor più di individuare soluzioni) complesse, al campo ampio delle organizzazioni sociali, della cittadinanza attiva, spetta il compito tutt’altro che facile di intravedere e costruire scenari che guardino oltre la siepe delle ricette etichettate come inevitabili: austerità, svendite, privatizzazioni, rinuncia tacita alle garanzie conquistate in anni di lotte in nome del mercato.
A Roma, città in cui viviamo, la fase attuale è cruciale. Di fronte ad una città impoverita dal punto di vista economico, politico e sociale, al buco di bilancio, ai decreti che hanno di fatto commissariato l’amministrazione, ad una volontà politica tutt’altro che orientata verso soluzioni lungimiranti, rispondere a questa esigenza diviene vitale per tutti coloro che, da prospettive e angolazioni diverse, lavorano dal basso per disegnare un altro modello di città. Un modello che parta dalla riqualificazione e dal recupero degli spazi abbandonati, dalla redistribuzione della ricchezza, dall’allargamento della fruizione dei diritti e delle opportunità sociali, dalla tutela del territorio, dall’ampliamento della partecipazione, dal sostegno al lavoro buono e duraturo, da politiche di welfare generativo a dimensione territoriale.
 La conversione ecologica del modello economico e sociale è in tal senso il terreno su cui far convergere questi obiettivi. Giustizia sociale ed ambientale sono divenuti elementi inscindibili di ogni battaglia di avanzamento verso la costruzione di un modello economico e sociale sostenibile, equo e fondato sui diritti.  Alexander Langer, politico del secolo scorso che per primo parlò di conversione ecologica, la definì già allora la «svolta oggi quanto mai necessaria ed urgente che occorre per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi».
 Con l’iniziativa Decrescita, riconversione, beni comuni proposte per un futuro sostenibile da subito vogliamo aprire uno spazio di discussione e di azione per sperimentare localmente e mettere a sistema processi di riconversione ecologica e sociale, a partire dalla dimensione urbana. Uno spazio politico reale, che alimenti pratiche e momenti di dibattito politico con l’obiettivo concreto di stimolare la realizzazione di processi significativi di trasformazione del modello di sviluppo. Uno spazio cittadino innanzitutto, che unisca luoghi recuperati, percorsi di conversione urbana e rurale, esperienze collettive, reti sociali, iniziative legislative tese a creare strumenti per la conversione, nuovi processi di welfare territoriale,  tecnici ed esperti per un confronto allargato sugli strumenti da mettere in campo verso l’obiettivo comune.
Per queste ragioni invitiamo forze sociali, esperienze di autogestione, organizzazioni, associazioni, forze sindacali, cittadini e chiunque abbia queste tematiche a cuore a partecipare e contribuire alla creazione e al rafforzamento di un percorso da costruire assieme, alimentandolo di riflessioni ed esperienze e sostanziandolo di pratiche capaci di dare gambe al cambiamento reale cui tutti assieme tendiamo.



LA RIFORMA DELLA SCUOLA RENZI-GIANNINI NON E' QUELLO CHE CI VUOLE PER LA SCUOLA di Luca Lecardane



LA RIFORMA DELLA SCUOLA RENZI-GIANNINI NON E' QUELLO CHE CI VUOLE PER LA SCUOLA
di Luca Lecardane




Ogni  governo ha sempre la sua riforma della scuola, mai nessuna ha colto, a mio parere,quasi mai le vere questioni da affrontare.
Il ministro Giannini vuole diminuire di un anno il liceo perché vuole parificare il sistema scolastico italiano a quello europeo.
Peccato che non sia vero che i sistemi scolastici europei abbiano un anno in meno, o se ce l’hanno, è dovuto al fatto che abbiano ore in più durante l’anno scolastico.
Ma vediamo nello specifico i sistemi scolastici dei maggiori paesi europei, tenuto conto che in Italia tutto il sistema scolastico è formato da 5 anni di elementari, 3 di medie e 5 di scuola superiore per un totale di 13 anni dai 6 ai 18 anni.

Il sistema spagnolo è diviso in tre parti: Educazione infantile (da 0 a 6 suddivisa in 2 cicli), Educazione primaria da 6 a 12 anni suddivisa in 3 cicli; Educazione secondaria obbligatoria – ESO - da 12 a 16 anni suddivisa in 2 cicli. Poi gli studenti possono scegliere fra tre vie che durano due anni. Facciamo i conti ? dai 6 ai 18 anni anche in Spagna

Nel sistema tedesco a sei anni si va a scuola (però con 6 mesi di ritardo rispetto in Italia). Per i bambini con problemi di apprendimento, con handicap fisici o disabili ci sono scuole particolari, a volte a tempo pieno, dove i bambini imparano un mestiere. Il sabato è spesso libero. Per completare le 28/30 (o più) ore (formate da 45 minuti) di lezioni settimanali si fanno anche fino a 8 ore al giorno, cioè con rientri pomeridiani o fino alle ore 15 / 15.30. L'obbligo scolastico dura da tempo fino ai 16 anni. E siamo arrivati al triennio delle superiori (Oberstufe) che porta alla maturità  . Il triennio prepara all'esame di maturità. Facciamo i conti ? addirittura 13 anni e mezzo.

Nel sistema scolastico francese gli insegnamenti primari e secondari sono gratuiti, misti, laici e obbligatori dai 6 ai 16 anni e per accedere all’università bisogna fare altri due anni per raggiungere le attestazioni di studio Bac che permettono di entrare all’università. Anche qui 13 anni di studio.

Nel sistema inglese vi sono tre cicli di studio il primo inizia a 4/5 anni; il secondo a 11 ed il terzo dai 16 ai 18 anni. Facciamo i conti anche qui ? 14 anni, quindi un anno in più rispetto all’Italia
Quindi il Ministro o non sa di cosa parla quando spaccia la diminuzione di un anno del ciclo degli studi come un allineamento all’Europa oppure è in malafede.

In realtà le questioni da affrontare in una riforma della scuola sarebbero ben più importanti e profonde e andrebbero divisi per tematiche:

-L’apprendimento: è noto  che la curva di attenzione nei confronti di qualcuno che spiega o che parla è di dieci – quindici minuti come risolvere il problema?
Riducendo l’ora di lezione a 45- 50 minuti come in alcuni paesi europei;
insegnando ai docenti tecniche per ridestare e stimolare l’attenzione degli studenti;
In questo ambito si inserisce la questione delle vacanze estive, troppi tre mesi per non dimenticare molte delle nozioni imparate durante l’anno, specie in materie tecniche come la matematica e la fisica. Negli altri paesi europei si distribuiscono le ferie in maniera più omogenea  con ferie a metà marzo, metà novembre oltre le classiche natalizie e pasquali e con ferie estive di 6-7 settimane.

- La riforma dei programmi: ad esempio penso sia incomprensibile il mancato studio di eventi molto importanti per la storia dell’umanità che hanno ricadute su quella italiana come la seconda guerra mondiale, gli anni di piombo e la Glasnost;

-Il diritto allo studio: la legge di stabilità taglia i fondi a regioni e comuni, i quali dovranno o aumentare le tasse oppure tagliare servizi come ad esempio: le borse di studio, l’assistenza igienico personale nelle scuole per i disabili che viene fornita dai comuni e dalle scuole (ma queste ultime non hanno fondi), taglio delle ore degli insegnanti di sostegno o di assistenti alla comunicazione per gli studenti in difficoltà. Questo taglio vanifica i 150milioni di euro per l’università. Io penso che servano:borse di studio a copertura  totale comprensive di costo dei libri e biglietti per i mezzi pubblici per le fasce deboli.  La borsa di studio dovrebbe essere fornita in beni materiali (ad esempio esenzione epr qualsiasi tassa, fornitura di libri in comodato d’uso gratuito etc..) per evitare abusi e furberie. Tale intervento dovrebbe essere limitato negli anni ad esempio per le elementari a 7 anni poiché potrebbe capitare una defaillance durante gli anni di studio;

-Gli stipendi degli insegnanti: mediamente gli insegnanti europei guadagnano più di quelli italiani che ne guadagnano 23.000. Solo per fare un esempio quelli tedeschi guadagnano 43.000 euro,  quelli inglesi 32.000 euro, quelli francesi 29.000. Il tutto a fronte di maggiori ore di lezione nella scuola primaria e nella scuola secondaria superiore e uguale alle medie e tenuto conto che, ovviamente, il lavoro degli insegnanti non si conclude di certo con le ore di lezione, ma continua a casa o a scuola in varie forme;

- Edilizia scolastica: serve un piano nazionale per l’edilizia scolastica e universitaria, lo stato dei laboratori, delle palestre e degli edifici scolastici in generale specialmente al sud è disastroso;

-Collegamento scuola-lavoro: serve maggiore collegamento tra la scuola ed il lavoro prendendo ad esempio il sistema tedesco, specialmente negli istituti tecnici;

-Semplificazione degli indirizzi scolastici: sono troppi, bisognerebbe armonizzarli e semplificarli;

-Diritto alla formazione e all’aggiornamento degli insegnanti: già in parte presente nella riforma, a mio parere, andrebbe ampliato e con lo studio sia  da parte di chi deve iniziare la carriera sia per gli insegnanti dei metodi di insegnamento, pedagogia dei contesti formali, pedagogia speciale e similari

Vi sono alcune parti positive della riforma come le assunzioni di una parte dei precari storici (a parte il diritto all’aggiornamento come scritto prima), ma la questione scuola è molto più ampia e deve essere affrontata in maniera più radicale.


Luca Lecardane dell’associazione Net Left



La vignetta è del Maestro Mauro Biani








martedì 21 ottobre 2014

LA VERA RESPONSABILE DELLE MORTI PER LE ALLUVIONI: LA DITTATURA DEL PROFITTO CAPITALISTICO di Maurizio Zaffarano





LA VERA RESPONSABILE DELLE MORTI PER LE ALLUVIONI: 
LA DITTATURA DEL PROFITTO CAPITALISTICO 
di Maurizio Zaffarano



A questo giro, dopo l'ennesima alluvione di Genova seguita subito dopo da altri morti in Toscana e in Friuli, nessuno, nemmeno i TG Rai, nemmeno Napolitano e Renzi, ha avuto l'ardire di parlare di fatalità, di eventi eccezionali.
A questo link, su Wikipedia, l'elenco delle alluvioni verificatesi in Italia. I numeri non si possono (sempre) smentire e qui si tratta di centinaia di morti per il dissesto idrogeologico (quasi 200 solo tra il 2000 e il 2014, 159 morti solo nell'alluvione di Sarno e Quindici nel 1998) oltre a danni incalcolabili.
A leggere in rete nemmeno le località (Sarno e Quindici, Giampileri) dove si sono verificate le tragedie più terribili degli ultimi anni sono state messe al sicuro.

A questo giro si è usata la retorica degli Angeli del Fango, i giovani e coraggiosi volontari che si sono impegnati con generosità a rimettere in piedi una città in assenza delle Istituzioni, per stemperare nella melassa del buonismo l'indignazione dell'opinione pubblica.
E Renzi ha scaricato le colpe del disastro sulla burocrazia e sui giudici del TAR, per aver ostacolato l'avvio dei lavori di messa in sicurezza del territorio, come se la burocrazia, il complesso degli uffici pubblici e delle norme e procedure che li regolano, non fosse sotto la sua responsabilità in quanto Capo dell'Esecutivo e Capo di una maggioranza parlamentare in grado di far approvare leggi e decreti a tambur battente e a colpi di fiducia. Come se la possibilità di far valere i propri diritti nei confronti della Pubblica Amministrazione di fronte ai TAR fosse una stravagante e singolare abitudine e non un principio statuito dalla nostra Costituzione (Art. 113: Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa. Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti.) e se la frequenza e fondatezza con cui vi si ricorre non nascesse dalle condizioni in cui si è deliberatamente ridotta la macchina dello Stato. Inoltre Renzi era stato informato sulla situazione di Genova.

Per comprendere le responsabilità politiche, morali, criminali del disastro di Genova così come di mille altre tragedie che hanno costellato e costelleranno l'Italia non ci si può limitare, come fa Matteo Renzi l'emulo di Berlusconi, alle pastoie burocratiche.
E nemmeno come fa superficialmente Grillo attribuirne tutte le colpe alle amministrazioni di “Sinistra” che lì si sono succedute negli ultimi decenni (certo che ci sono le responsabilità politiche delle amministrazioni locali ma il problema del dissesto idrogeologico, che ha carattere nazionale e riguarda tutte le regioni e le maggioranze di ogni colore, ha ragioni ben più profonde e lontane).

Bisogna parlare di profitto e mercato, venerati come divinità e assurti a necessità senza alternative ed all'origine della distruzione del territorio con la cementificazione selvaggia e la speculazione edilizia. Bisogna ricordare la scelta dell'austerità finanziaria, di cui Giorgio Napolitano è il supremo garante, che ha ridotto anche i fondi per la prevenzione delle catastrofi a cui si contrappone invece la solerzia con la quale si impiegano le poche risorse pubbliche disponibili per l'acquisto degli F35 e le missioni di guerra dell'esercito italiano in giro per il mondo (fermo restando comunque che non si può più permettere ai politici di pretendere di farsi giudicare per i fondi stanziati sulla carta e non per le cose concrete realizzate). 

Bisogna denunciare che la strada verso cui ci conduce Renzi con lo 'Sblocca Italia' (solo 110 milioni di euro per la riduzione del rischio idrogeologico contro i quattro miliardi di euro per le grandi opere) è quella di perpetrare ulteriori ferite mortali al nostro Paese e dunque alla nostra salute e alla nostra incolumità dando il via libera - senza più vincoli e regole - a trivellazioni, inceneritori, cementificazioni, gassificatori, inutili autostrade e linee ferroviarie ad alta velocità. 

Bisogna chiedere a Renzi una risposta convincente sulla pretesa di riformare le Istituzioni e la macchina dello Stato in alleanza con Berlusconi sotto il cui governo si dispiegava l'opaca gestione delle emergenze da parte della Protezione Civile di Bertolaso e si realizzava l'inganno fallimentare delle new town dell'Aquila.


Serve infine consapevolezza dell'intreccio inestricabile che avviluppa - nel sistema degli appalti pubblici - politica, alti burocrati, lobbies, corruzione, mafie. E che di fronte a questo, di fronte al dovere di salvaguardare la vita dei cittadini, è necessario che le opere di risanamento del territorio, di ricostruzione dopo eventi catastrofici, di messa in sicurezza di scuole ed edifici pubblici non siano più assegnate ai privati attraverso gare di appalto ma affidate alla gestione esclusiva di una “Entità” operativa pubblica, costituita nell'ambito della Protezione Civile e delle Forze Armate.



16 ottobre 2014




La vignetta è del Maestro Mauro Biani




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