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sabato 25 ottobre 2014

KOBANE: LA LOTTA CURDA E I RISCHI "LATENTI" di Jelle Bruinsma





KOBANE: LA LOTTA CURDA E I RISCHI "LATENTI"
di Jelle Bruinsma 



Mentre ISIS viene cacciata da Kobanê, il rischio che gli USA avanzino prerogative imperialiste è dietro l’angolo, pronto ad assaltare le ambizione kurde di autonomia democratica Ora che il provvisorio successo delle coraggiosissime donne (e uomini) kurde nel difendere la città di Kobanê e cacciare addirittura i fascisti di ISIS è diventato cronaca recente nei ‘bollettini di guerra’, è ora di riflettere.
Come ci sono riusciti a respingere l’ISIS?
Perché gli USA vengono chiamati in causa, mai così tanto come adesso? (nei giorni scorsi sono state apparentemente inviate armi, ndt)
Che pericolo è in agguato?

 Due settimane fa, l’indomabile YPG (Unità di Protezione del Popolo) se ne uscì con un comunicato ‘di sfida’ che rimarcava il senso delle loro “responsabilità storiche”, e prometteva che “la sconfitta e l’estinzione di ISIS sarebbero iniziate a Kobanê. Ogni singola strade e ogni singola casa di Kobanê saranno tombe per ISIS.” Molti hanno ammirato il coraggio dei kurdi (e delle kurde). Compagni turchi e da ogni dove hanno provato a unirsi alla difesa di Kobanê e sono state organizzate in tutto il mondo campagne di raccolta fondi per i combattenti. Erano comunque pochi quelli che credevano davvero che l’assalto sanguinario di ISIS si potesse fermare, come testimoniano numerosi articoli, ritendendo che Kobanê sarebbe per forza caduta. Ciò in gran parte a causa della posizione intransigente e criminale della Turchia, che bloccava i kurdi alla frontiera in modo da non lasciarli ricevere, a Kobanê, né rifornimenti né rinforzi, e della carenza di interesse degli USA, che la ritenevano, nei loro calcoli imperiali, una città strategicamente irrilevante.

Oggi, due settimane dopo, la situazione sembra essersi capovolta, le cronache raccontano il parziale ritiro di ISIS e una dichiarazione ufficiale kurda arriva persino ad affermare che “Ora non c’è ISIS a Kobanê”, nonostante i combattimenti continuino nelle periferie orientali. In queste due settimane gli USA hanno incrementato i bombardamenti aerei sulle postazioni di ISIS sia dentro che fuori Kobanê, e per la prima volta hanno intrapreso dei colloqui diretti con il Partito Kurdo per l’Unione Democratica (PYD). La comandante dello YPG Baharin Kandal, nel frattempo, sostiene che “la sua milizia ha ricevuto armi, rifornimenti e combattenti”. Sebbene non abbia rilasciato altre informazioni, dei giornalisti nella città turca di Suruc, quindici chilometri oltre il confine da Kobanê, riportano di aver “incontrato dei combattenti che facevano avanti e indietro”. Ciò potrebbe essere vero e spiegato dal fatto che i combattenti conoscano profondamente la regione, ma un “turco ben piazzato” ha detto alla BBC che “rifornimenti sono stati di fatto ammessi oltre al confine”. Come riportato da ROAR due settimane fa, se Kobanê fosse caduta, la responsabilità sarebbe stata di Turchia e USA. Entrambi gli stati hanno il potere e la forza militare in grado di impedire a ISIS di raggiungere Kobanê. In più, e soprattutto, molte corrispondenze sembrano provare che la Turchia stesse attivamente aiutando ISIS in vari modi:

1. lasciando entrare in Turchia i combattenti di ISIS feriti per curarsi negli ospedali e poi lasciarli nuovamente tornare in Siria per riunirsi alle loro fila;
2. permettendo a ISIS di oltrepassare il confine per vendere petrolio sul mercato nero in Turchia, con un impatto finanziario enorme per ISIS;
3. impedendo (da mesi, da sempre, ndt) alle esperte milizie del PKK (è di ieri la notizia di un componente delle YPG accusato di essere un ‘dirigente’ del PKK in Turchia e prelevato dall’ospedale ancora convalescente poiché ferito durante i combattimenti ed arrestato) di spostarsi liberamente oltre il confine siriano e allo stesso tempo bloccando le armi e i rifornimenti necessari.
4. bombardando le postazioni del PKK in Turchia nel distretto sudorientale di Daglica, riprendendo così la guerra interna contro i kurdi.

 Ciò nonostante, le politiche e i calcoli imperiali sono complessi e riflettono il bisogno di difendere svariati interessi, talvolta contradditori. Nel caso di Kobanê la Turchia era ovviamente felice di lasciar fare ISIS e arrecare un grave danno alle forze kurde, nonché potenzialmente massacrare migliaia di essi. Cercando così di giocare con la pressione internazionale a suo vantaggio, in favore di un fronte rinnovato contro la Siria di Assad. Gli Stati Uniti dal canto loro non avevano nessun interesse nel salvare Kobanê, considerando i kurdi “vittime immeritevoli (di essere salvate, ndt)”.

Cosa è cambiato in questa situazione?
Sebbene gli USA preferiscano ancora combattere ISIS in Iraq, dove hanno molti più interessi economici e una certa ‘reputazione’ da difendere, hanno intensificato gli attacchi aerei su ISIS intorno a Kobanê, forse pure in coordinazione con i kurdi. I kurdi nella regione stanno per forza di cose incoraggiando gli USA nel bombardare le posizioni di ISIS, e sin dall’inizio la resistenza kurda sta chiedendo bombardamenti più efficaci. 
 Il crescente coinvolgimento degli USA ha, a mio parere, due plausibili ragioni. In primo luogo, le ben addestrate forze del PKK-YPG si sono rivelate le più efficienti ad opporsi ad ISIS (se non le uniche, ndt), per di più in carenza di uomini e di armi. Considerato che in Iraq l’esercito, malgrado un decennio di addestramento e di armamenti d’avanguardia statunitensi, si è sgretolato alla sola vista dei combattenti di ISIS, le forze del PKK-YPG hanno dimostrato il loro valore per la seconda volta, dopo aver salvato migliaia di Yezidi nel nord dell’Iraq. Dal momento in cui gli USA non vogliono sbarcare soldati poiché non hanno ricevuto per il momento alcun segnale di collaborazione da parte dei loro alleati nella regione, e dal momento in cui la loro campagna aerea è destinata a fallire, hanno bisogno di un alleato che sia davvero determinato nel combattere ISIS. 
In secondo luogo, gli USA stanno aiutando Kobanê per “ragioni di propaganda”, per usare le parole del caporedattore difesa e affari diplomatici della BBC, Mark Urban. Proprio come in un ambiente mafioso di tutto rispetto, in fatto di relazioni internazionali la reputazione è tutto. Con gli USA che annunciano la loro intenzione di “depotenziare e sostanzialmente distruggere” ISIS, e con gli occhi del mondo puntati su Kobanê a causa dell’indomabile eroismo dei combattenti kurdi e dell’attivismo dei loro sostenitori in tutto il mondo, un massacro a Kobanê avrebbe inferto un colpo alla credibilità statunitense. Kobanê ha un valore “più simbolico che strategico, ma la sua caduta rafforzerebbe la presunta imbattibilità di ISIS”, aggiunge l’analista militare di Brookings Institution. 

 Adesso i kurdi sono stati forzati in un’alleanza tanto apparentemente inevitabile quanto strategica con gli Stati Uniti. Inevitabile poiché la potenza di fuoco di ISIS è di gran lunga superiore e i kurdi necessitano al più presto di armi più avanzate per bloccare ISIS e respirare un po’. Pericolosa perché gli interessi e gli obiettivi kurdi sono diametralmente opposti a quelli degli USA, cosa che entrambi sanno perfettamente. I tentativi kurdi di creare zone democratiche autonome sono una minaccia agli interessi imperialisti degli USA tanto quanto lo è ISIS. Il caposaldo di politica estera in Medio Oriente degli USA è sempre stato il supporto a regimi stabili che possano bloccare con successo la volontà di democrazia o il controllo nazionale (protezionista, ndt) delle risorse naturali dei paesi. 
In questo senso resta valido il paragone di David Graeber, che compara i kurdi agli anarchici spagnoli del 1936; nonostante gli anarchici stessero combattendo i fascisti, tutte le maggiori potenze occidentale bloccarono i rifornimenti di armi, con Churchill che esternò addirittura la sua simpatia per i fascisti falangisti, secondo il quale sarebbero stati comunque meglio degli anarchici o dei comunisti. Alla luce della cooperazione tra lo YPG e gli USA è utile ricordare un avvenimento più recente nella storia, ovvero il tradimento del 1991 ai danni degli sciiti e dei kurdi iracheni. Era il 1991, ma poteva essere benissimo stato nel 2014, quando un diplomatico europeo fece notare che “gli americani preferirebbero avere un altro Assad, o meglio, un altro Mubarak a Baghdad”. Questo nel mentre della prima guerra del Golfo, scoppiata perché l’ex-alleato Saddam Hussein disobbedì ai comandi americani, invadendo il Kuwait. L’attacco degli USA all’Iraq creò speranza tra i kurdi e tra gli sciiti, oppressi dal regime, e ancor più ben accolto fu l’incoraggiamento di Bush, che gli invitava pubblicamente ad insorgere contro Saddam Hussein: tutto dava ad intendere che gli USA avrebbero appoggiato l’insurrezione. Ma le incertezze di un post-Saddam in Iraq fecero decidere agli USA di tenere Saddam al potere. In quelle settimane che furono una delle pagine più orribili della storia dell’Iraq, gli USA –in pieno controllo degli spazi aerei sopra l’Iraq – restarono in attesa e permisero a Saddam Hussein di violare la no-fly zone e usare elicotteri d’assalto per reprimere le rivolte e di massacrare civili kurdi e sciiti. Ai kurdi non c’è bisogno di ricordare questi fatti. Le loro famiglie sono state testimoni di questo e altri tradimenti imperialisti. Allo stesso tempo i kurdi non perderanno tempo con i filosofi occidentali in poltrona che condannano la cooperazione con le bombe degli USA –e giustamente. Ci si giocano le loro vite. 

 Ma questa nuova situazione presenta delle grosse difficoltà. Il fatto che gli USA continuino a enfatizzare l’importanza dell’Iraq in confronto a Kobanê e il fatto che il comandante dell’esercito USA nel Medio Oriente, Lloyd Austin, soltanto venerdì scorso considerasse la possibile caduta di Kobanê come “altamente possibile”, lascia spazio a importanti quesiti. 
Quanto ancora può durare l’aiuto degli USA alla resistenza tramite gli attacchi aerei? 
Cosa viene discusso nei colloqui ai livelli alti tra i rappresentanti del PYD e il dipartimento di stato americano? 
Cosa cercheranno di ottenere gli USA dai kurdi? 
Una più attiva cooperazione nel combattere contro ISIS? 
In cambio di cosa? 
 Una risposta a tale quesito è contenuta nell’odierna (19 ottobre, ndt) dichiarazione del comandante generale dello YPG. In essa si conferma l’accordo tra i combattenti kurdi e la Free Syrian Army (FSA), la milizia che combatte contro il regime tirannico di Assad con il supporto occidentale. E’ stato inoltre confermato che l’FSA ha combattuto a fianco dei kurdi a Kobanê e che da ora in poi coopereranno nel “combattere il terrorismo e nella costruzione di una Siria libera e democratica”. Un cambio di strategia significativo che implica l’opporsi non soltanto ad ISIS, ma anche ad Assad –un interesse chiave della Turchia – e che in più è basato su una “collaborazione coerente per l’amministrazione di questo paese” con tutte le “classi sociali”. 

Qual è il prezzo che le forze di sinistra dello YPG devono pagare per ricevere gli aiuti? 
Il significato che questo può avere per la rivoluzione sociale a Rojava rimane una domanda aperta. Non è improbabile, per esempio, che i rifornimenti che passano dal confine turco vengano di nascosto tollerati dalla Turchia a causa della pressione statunitense/o a causa dell’accordo fatto con l’FSA. Allo stesso tempo la Turchia si preserva la possibilità di interrompere queste vie di comunicazione da un momento all’altro. Così come i bombardamenti USA possono cessare, e le loro considerazioni imperialiste possono cambiare. La lista di coloro che cooperavano con le forze imperiali e poi, non essendo più necessari o decisivi, vennero lasciati morire, è infinita. La cosa triste è che gli imperatori dei giorni nostri possono ancora decidere chi vive e chi muore (pollice su, pollice giù, ndt). 

 La cooperazione con gli Stati Uniti è, a lungo termine, incompatibile con le aspirazioni e le ambizioni dei kurdi, che vogliono una regione in cui la società sia libera da tutte le forme di oppressione; e di ciò i kurdi ne sono consapevoli. Se ci siano altre opzioni per il breve-termine è una domanda valida. Anche la continuazione degli aiuti e la fornitura di armi pesanti estremamente necessarie, nonché la libertà di movimento dei combattenti, dipendono in gran parte dalle preferenze dei padroni imperiali. Questa volta, grazie al loro coraggio, hanno forzato la mano imperiale e sono in grado oggi di combattere un altro giorno. 

E domani? La Turchia è stata per decenni uno degli alleati più importanti degli USA, e nonostante ora gli USA abbiano bisogno dei kurdi, questa rimarrà nel migliore dei casi un’alleanza temporanea. Per noi, occidentali solidali con i compagni kurdi, è fondamentale mantenere alta la pressione nei nostri paesi, tenere gli occhi del mondo puntati su Kobanê e in generale sulla lotta di liberazione kurda. Ma dobbiamo sostenere ancora di più la richiesta di armi per lo YPG e schierarci a favore del PKK, con l’obiettivo di farlo togliere dalla lista dei “terroristi”. Incastrati tra l’incudine e il martello, i kurdi possono contare alla fine solo su se stessi. E il più liberi di muoversi e il più armati saranno, tanto meglio saranno in grado di proteggere la rivoluzione sociale a Rojava e andare avanti a combattere l’ISIS.

19 ottobre 2014

Jelle Bruinsma, European University Institute 
ROAR Magazine,  


traduzione di Trevis Annoni

dal sito Il Pane e le Rose



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