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domenica 20 gennaio 2013

APPUNTI SU SABATTINI - 3) Innovazione rivoluzionaria e innovazione socialdemocratica




di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom Rete28Aprile


Pubblichiamo la terza parte (delle cinque previste) degli Appunti su Sabattini. Qua per comodità del lettore, segnaliamo a mo' di indice le cinque parti con il relativo link di quelle già pubblicate: 





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APPUNTI SU SABATTINI: TERZA PARTE



INNOVAZIONE RIVOLUZIONARIA
E INNOVAZIONE SOCIALDEMOCRATICA

Il primo Dicembre 2000 a Reggio Emilia, nel corso del Comitato Direttivo della Fiom, dedicato alla presentazione del suo libro Restaurazione italiana scritto in collaborazione con Gabriele Polo per i tipi della Manifestolibri, Sabattini affronta forse il discorso più denso, complesso articolato di questi quattro testi riproposti oggi dalla Fiom: il discorso sull’innovazione tecnologica. L’operaio combattivo che rileggerà queste note, sarà sicuramente rinfrancato, perché si imbatterà finalmente in un sindacalista che ci risparmia le insulsaggini burocratiche sulla Innovazione, la Ricerca & lo Sviluppo, vero e proprio mantra, ripetuto a ciclo continuo, con cui la burocrazia supplica i padroni italiani di poter fare da loro consigliera pratica per migliorare la competizione nazionale, nella gara internazionale per il profitto.
Chi governa l’innovazione tecnologica? Il padrone o l’operaio? Questo è il problema che deve affrontare il sindacato, perché l’innovazione da sola non risolve un tubo. Ed è proprio questo problema che il sindacato ha smarrito per strada convinto che lo sviluppo tecnologico, da solo, fosse una panacea sufficiente per tutti i mali. È avvenuto l’esatto contrario. Avendo abbandonato il proposito di governare la tecnologia, l’operaio ha finito per subirla in tutto e per tutto. Perché il potere contrattuale si riduce in ultima analisi al potere sulle tecnologie. L’operaio negli ultimi 30 anni, ha subito la tecnologia perché non esiste alcun possibile compromesso, tra Capitale & Lavoro, su come gestirla. O la gestisce uno o la gestisce l’altro. Il movimento operaio s’è bevuto tutte le promesse mai mantenute dal padrone di parziale regolazione del conflitto. Sabattini smonta tutti i miti legati all’idea di poterlo governare in modo fisiologico, all’idea della programmazione economica inseguita da molti burocrati sindacali e mai voluta, innanzitutto, proprio dai padroni, e quindi mai realizzata, perché non si potrà mai realizzare una programmazione economica di un’economia fondamentalmente anarchica come quella capitalistica. Alla fine delle sue scorribande critiche, Sabattini tira le conclusioni: solo nella parentesi degli anni ’70 il movimento operaio ha messo in discussione il potere padronale sulla tecnologia, in tutti gli altri anni, lungo l’intero Novecento, s’è accontentato di un compromesso socialdemocratico sulla redistribuzione. Eppure «la costruzione di un movimento sindacale e di una sinistra all’altezza dei tempi che attraversiamo, [sta] nel rappresentare integralmente il lavoro, non solo nella fase redistribuiva, cioè nel salario, ma nella sua condizione, nella sua qualità, perché se non rappresenta questo e rappresenta solo l’aspetto redistribuivo non può in nessun modo costruire una coalizione all’altezza dell’attuale potere capitalistico».
Siamo tornati al punto di partenza, a quel che dicevamo a proposito di autonomia, indipendenza e cinghia di trasmissione. Qui, come si vede, lo stesso Sabattini ci dice, con le sue parole e forse senza accorgersene, che il movimento operaio può essere rappresentato integralmente solo con l’interdipendenza tra il fattore redistribuivo e il fattore tecnologico. Ma che cosa significa che il compromesso socialdemocratico avviene a livello ridistribuivo ma non in quello del dominio tecnologico che resta in mano all’impresa? Significa che c’è stato un compromesso economico ma nessun compromesso politico, perché la borghesia su questo terreno non ha ammesso compromessi e la socialdemocrazia ha accettato questo ruolo totalmente subalterno e di conseguenza complice. In altri termini, il fattore tecnologico altro non è che il fattore politico. Se l’economia politica borghese, da Smith a Ricardo, ha ridotto l’operaio a una semplice esistenza animale, come diceva Marx nei Manoscritti economico-filosofici, la socialdemocrazia s’è accontentata di un compromesso puramente economico e s’è battuta, più che altro, non perché da una semplice esistenza animale, l’operaio passasse a un’esistenza complessivamente umana, bensì perché passasse a quella poco più complicata di un animale ben foraggiato. Dunque, mentre l’economia borghese è politica, quella socialdemocratica è tutto tranne che politica, è un’economia bestiale. Ecco perché il discorso sul potere della tecnologia, non la sfiora nemmeno, perché la bestia non può che subire, nulla capendo della sua condizione. Perché l’economia socialdemocratica, non essendo politica, è ignorante e alienata, è un’economia per mostri umani. Mutilata nel suo aspetto fondamentale, quello politico, l’economia socialdemocratica non ha la testa per emanciparsi, è un’economia abbruttente, perfetta per l’operaio incosciente, per l’operaio simile alla bestia. Il discorso marxiano sulla alienazione non sa nemmeno cosa sia, una volta che ha incrementato produzione e consumi è pronta per defecare e ricominciare il ciclo all’infinito. Poiché però i cicli si interrompono regolarmente, distruggendo i suoi sogni di progresso graduale e automatico, non avendo strumenti critici per pensare altro, reagisce al contrario quando l’operaio, perse le illusione riformiste, prova a scuotere il giogo, riappropriandosi della sua condizione di uomo. Mentre l’operaio si batte per reimpossesarsi del suo essere, la socialdemocrazia gli si erge contro alleata alla tecnologia del padrone per spingerlo ad accontentarsi di avere un po’ di più, senza però mai essere niente.
La separazione tra sindacato e partito, come la divisione dei compiti, ha precisamente questo scopo: impedire all’operaio di appropriarsi in toto del suo problema, affrontandolo in tutti i suoi aspetti. Confinato alla redistribuzione il sindacato, innalzato il partito al ruolo di gran sacerdote che pontifica sulla società dell’avvenire, diviso in mille compiti e comparti, il movimento operaio è così condannato a non raggiungere alcun obbiettivo, fallendoli uno per uno tutti, dalla ridistribuzione, alla nuova società dell’avvenite che resta sempre la vecchia società capitalistica già avvenuta.
Se questo discorso, direi che tutto sommato è ben presente nella testa di Sabattini, non così mi sembra per quanto riguarda il movimento marxista che Claudio vede invischiato nella stessa palude socialdemocratica. Secondo il sindacalista tutta la sinistra, anche quella marxista, «ha sempre accettato la tecnologia come un fatto di positiva innovazione e la modernizzazione come un fatto che avesse una faccia sola […] che la tecnologia portava sviluppo e che lo sviluppo era un fatto positivo e che quindi, da questo punto di vista, occorreva incentivare questo processo». A riprova di questo, Sabattini, cita Americanismo e Fordismo di Gramsci e il famoso discorso di Lenin sull’elettrificazione e il taylorismo per fare il socialismo. Tuttavia, a Claudio sfugge proprio la differenza peculiare tra marxismo e socialdemocrazia, e cioè che mentre l’economia socialdemocratica non è politica, quella marxista è politica con la P maiuscola. In Marx è ben presente la questione del potere, della gestione e del controllo della tecnologia. Per Marx l’innovazione non è un fatto positivo, perché ha carattere ambivalente a seconda che sia vista con l’occhio del borghese o con l’occhio del proletario. Il progresso scientifico si realizza da un lato solo, quello del borghese, mentre dal lato dell’operaio si materializza come regresso, o assoluto o relativo, in proporzione al maggior progresso borghese. Senza controllo operaio, la tecnologia porta sì sviluppo, ma sviluppo capitalistico, cioè progresso a un polo e regresso all’altro. Marx s’è battuto strenuamente contro lo sviluppo capitalistico, ha sempre visto nella tecnologia uno strumento per accelerare il suo abbattimento e la sua sostituzione con uno sviluppo socialista. Uno strumento, la tecnologia, che andava usato subito, nella lotta contro la borghesia perché non la usasse tutta a suo vantaggio. Per la socialdemocrazia, priva di economia politica, priva cioè di conflitto con l’economia politica borghese, è del tutto logico che abbia assecondato lo sviluppo capitalistico, perché non ha potuto far altro che intervenire ex-post, sperando di riequilibrarlo con una migliore ridistribuzione. Non avendo il controllo della causa, la socialdemocrazia può solo sperare, nel migliore dei casi, di agire sugli effetti della tecnologia. Il discorso di Gramsci e Lenin è invece del tutto diverso, perché si basa su un’economia, quella marxiana, che presuppone il controllo politico dell’operaio sul processo di innovazione tecnologica e prova ad agire prima della redistribuzione. Il fordismo-taylorismo è cosa del tutto diversa applicato in una economia pianificata socialista anziché in un’economia anarchica di tipo capitalistico. Nel primo caso è il miglior modo per economizzare il lavoro, riducendo al minimo il tempo che l’operaio deve dedicare alla produzione, liberando tutto il resto della giornata; nel secondo è il miglior modo per incatenare tutti, dai pochi iper-sfruttati alla catena di montaggio, ai tanti inchiodati alla disoccupazione. In questo caso e solo in questo l’operaio subisce la tecnologia, nell’altro la domina perché la controlla a suo vantaggio. Infatti, quando Lenin parla del fordismo-taylorismo, dice di applicarlo «in quel tanto che ha di scientifico e di progressivo», cioè di applicarlo precisamente nel senso indicato più sopra. Certo, il taylorismo è sfiancante, e ancora di più lo è la sua evoluzione, il toyotismo, ma applicati sotto controllo dei lavoratori saranno la loro liberazione. Con l’iper-produzione del fordismo-toyotismo saranno infatti sufficienti poche ore di lavoro per produrre in abbondanza tutto il necessario. Sotto controllo dei lavoratori sarà possibile dimezzare a 20 ore l’orario di lavoro, forse addirittura a ridurlo in breve tempo a 18 ore, 3 giorni da 6 ore. 6 ore al giorno di toyotismo per tre giorni alla settimana, sono meno pesanti e infinitamente più leggere delle attuali 40 e più ore in qualsivoglia posto di lavoro. Non solo, qualora il lavoro risulti ancora molto pesante, col controllo dei lavoratori, si potrà procedere a una rotazione. L’operaio si imbatterà così solo una volta ogni tanto nel terribile toyotismo. Perché fatta la rivoluzione, più sviluppa la miglior tecnologia, attualmente il toyotismo, più l’operaio ha tutto sotto il suo controllo. Meno la sviluppa, più sarà schiavo di sé stesso. Al contrario, in regime capitalistico, più si sviluppa la tecnologia più aumenta l’alienazione. Il discorso marxiano, da Marx a Lenin a Gramsci, è in fondo tutto qua, ed è un discorso rivoluzionario e non va confuso con la mediocrità riformista socialdemocratica. Sabattini vede un contrasto anche in Marx Lenin e Gramsci, ma il suo chiodo fisso è la riduzione dell’orario di lavoro, di conseguenza il suo discorso non fa che approdare, pur in maniera confusa, a quello marxista.
L’obiezione a questo discorso potrebbe essere che la Rivoluzione d’Ottobre non è andata in quella direzione, perché lo stalinismo ha espropriato i lavoratori del controllo tecnologico costringendoli un’altra volta a subire il progresso scientifico. L’obiezione è superficiale e in fondo non regge. Innanzitutto, bisogna vedere il processo dal basso della struttura economica, non dall’alto della sovrastruttura burocratica. Con l’esproprio dei capitalisti, l’operaio sovietico si è appropriato del controllo sociale e politico dei mezzi di produzione, con la controrivoluzione stalinista ha perso il controllo politico ma gli è rimasto il controllo sociale. In regime capitalistico gli sono preclusi tutti e due. Questo ovviamente non piace ad anarchici, estremisti e altri poeti della lotta di classe che vogliono buttare a mare tutta l’esperienza sovietica solo perché è stata orrenda, ma noi marxisti che siamo così sensibili al più piccolo cambiamento, non possiamo unirci al loro gusto estetico, perché abbiamo il senso scientifico della storia che loro non hanno. Il controllo sociale in URSS apparteneva agli operai non nel senso che la gran massa dei lavoratori aveva individualmente qualche potere sulla tecnologia, ma nel senso che ce l’aveva come classe, poiché la burocrazia per quanto fosse staccata dalle masse, era pur sempre un’escrescenza che apparteneva al proletariato. Perché a decidere non è il grado di sfruttamento o il numero di morti nei gulag, ma solo ed esclusivamente il modo di produzione. E il modo di produzione, per quanto rudimentale e approssimativo, era quello della classe operaia, la pianificazione, e non cambiò fino al crollo.
Inoltre, se si esclude il periodo di guerra dove la militarizzazione forzata del lavoro per uscire il più rapidamente possibile dalla miseria, in alcuni casi, Kronštadt su tutti, portò effettivamente il proletariato allo scontro con la durezza della tecnologia applicata, dall’epoca staliniana fino al crollo, se c’è qualcosa che l’operaio sovietico ha subito, non è l’innovazione, ma la sua mancanza. Quel che si è frapposto davanti a lui come una parete insuperabile non è stato il progresso della tecnologia, ma l’arretratezza medievale delle campagne e la disorganizzazione delle fabbriche.
A grandi linee si può dire che quel poco di progresso tecnologico che lo stalinismo ha portato, nonostante l’eliminazione in massa delle menti migliori di Russia, ha giovato all’operaio sovietico, anche se non come avrebbe potuto, per colpa del parassitismo succhione della burocrazia. È proprio quando non è stato più in grado di recuperare terreno sul capitalismo, e anzi cominciando a perderlo che l’impero sovietico è andato incontro al tracollo. L’esatto contrario di quello che sta succedendo attualmente nel sistema capitalista, dove la decimazione in massa del proletariato, macellato tra disoccupazione e precarietà, avviene sotto lo spettacolo roboante del più grande progresso tecnologico mai visto fino ad oggi.
Forse Sabattini ha messo i marxisti nello stesso calderone socialdemocratico perché non ha visto bene la differenza tra loro e gli stalinisti. Gli stalinisti indubbiamente hanno sposato la causa dello sviluppo sempre e comunque positivo. Ed è normale che sia stato così. Come abbiamo visto, infatti, lo stalinismo muove dal classismo all’interclassismo, più o meno come la socialdemocrazia, e più o meno come la socialdemocrazia, diventando interclassista perde l’economia politica. E la socialdemocrazia non ha economia politica, proprio perché l’economia politica dell’interclassismo è quella borghese liberale. Non ce ne può essere un’altra autonoma, un secolo di tentativi falliti lo dimostra, perché l’unica economia politica autonoma dalla borghesia, è il marxismo, l’economia politica della classe proletaria. Ed è per questo che quando Sabattini conclude dicendo che «il socialismo ha scoperto che si vuole rappresentare davvero il lavoro o lo si rappresenta in tutta la sua valenza […] oppure, altrimenti, non c’è nessuna possibilità reale di costruire un soggetto autonomo in grado di competere con il capitalismo», noi concludiamo dicendo che il Lavoro ha scoperto nel 1917 che il socialismo si può fare solo con la rivoluzione, altrimenti nessuno lo rappresenterà integralmente. Ma per fare la rivoluzione ci vuole il Partito del Lavoro, e l’unico Partito del Lavoro che fa la rivoluzione è il Partito marxista rivoluzionario, l’unico partito veramente di classe perché fuso in toto col sindacato nella lotta intransigente contro ogni germe di contaminazione interclassista che la borghesia intrufola ad ogni piè sospinto, per mezzo della sua ideologia, all’interno del movimento operaio. Ecco perché non riesce più a emergere un soggetto politico autonomo all’interno del movimento operaio. Perché non si è del tutto coscienti dei propri propositi di classe, e di conseguenza non si riesce più ad essere conseguenti fino in fondo. In breve, non si riesce più ad arrivare al bolscevismo, poiché in un modo o nell’altro ci si ferma sempre un po’ prima, si cede sempre in un punto o nell’altro, all’interclassismo, e anche Sabattini qua e là lo fa, per esempio nell’indipendenza sindacale. Quando finiranno le concessioni, tutte le concessioni, si ritroverà la strada per il bolscevismo, e il movimento operaio tornato prepotentemente classista, sarà di nuovo autonomo. 

Stazione dei Celti
Gennaio 2013


NOTA

Il discorso di Lenin sul fordismo taylorismo si trova in I compiti immediati del potere sovietico, in Scritti economici (Editori Riuniti, 1977).

1 commento:

Anonimo ha detto...

Si ritroverà la strada per il bolscevismo? Contento tu...per me è sempre meglio perderla che trovarla..
Carlo Felici

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