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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 30 gennaio 2013

Dispense per la formazione sulla teoria marxista, di Riccardo Achilli






Al fine di fornire supporto didattico ad esigenze di formazione in materia di teoria marxista di base, ho preparato un breve corso diviso in cinque dispense, che, mi auguro, possa restituire, nel modo più semplice e comprensibile possibile,  gli elementi di base dell’elaborazione teorica “classica” del marxismo.
La ripresa dello studio dei fondamenti teorici del pensiero marxista è, a mio avviso, un elemento fondamentale, anche per chi non si reputa marxista, per comprendere ed analizzare la fase attuale di crisi strutturale del capitalismo, e quindi rappresenta una delle basi culturali irrinunciabili per la rinascita di una sinistra radicale in grado di proporre un pensiero anticapitalista.
Le dispense sono organizzate tematicamente, in modo da fornire, per ogni tema, gli elementi di base del pensiero marxista classico, e poi di elencare a fine dispensa, per chi decidesse di approfondire maggiormente il tema, una bibliografia ulteriore. Le dispense sono cinque:
1 – Materialismo storico e dialettico
2 – Il pensiero economico marxista
3 – La teoria marxista della rivoluzione
4 – Marxismo ed imperialismo
5 – Il partito marxista
I temi trattati, come si vede, sono pensati essenzialmente per un corso di base.



Dispensa nr. 1 – Materialismo storico e dialettico





Positivismo e critica al materialismo volgare

Il pensiero marxiano ha prima di tutto radici filosofiche, che è bene conoscere nei loro tratti fondamentali, poiché tali radici spiegano il pensiero politico, sociale ed economico di Marx.
Il pensiero filosofico di Marx affonda le sue radici, da un lato, nel positivismo. Il positivismo è un movimento culturale generale che tocca tutti i campi del sapere, convenzionalmente inizia in Francia, diffondendosi poi in tutta Europa nel 1830, anno in cui August Comte, positivista francese, pubblicò “Corso di filosofia positiva”. Prospetta l’esaltazione della scienza, ragione, tecnica in antitesi al pensiero religioso e metafisico, poiché solo l’osservazione scientifica ed empirica può spiegare il mondo. Corollario del positivismo, che fu, è bene ricordarlo, filosofia fondante della nascente borghesia industriale ottocentesca, è quello di una visione gradualistica e lineare dell’evoluzione storica. Secondo Comte, infatti, la storia umana passa attraverso fasi ben precise: quella teologica, dagli albori fino alla caduta dell’impero romano, in cui predominano gli elementi irrazionali e spirituali, quella metafisica, che coincide con il Medio Evo, in cui predomina la religione come elemento ordinatore della vita sociale, quella positiva o scientifica, che si impone a partire dalla Rivoluzione industriale. Secondo Comte quest’ultimo dell'umanità si è affermato con il metodo sperimentale o scientifico di pertinenza esclusiva delle scienze naturali e della matematica. Egli fonda anche la sociologia, come l'osservazione e l'analisi dei fenomeni sociali e la scoperta delle cause che li determinano.
Del positivismo, il pensiero di Marx adotta il principio fondamentale secondo cui l’analisi storica e sociale deve partire dall’osservazione oggettiva delle condizioni materiali in cui vivono e producono i vari gruppi sociali. La dinamica storica, in Marx, non è determinata da obiettivi idealistici, o teorici, o da fini religiosi, e nemmeno da elementi astratti elevati a principi generali, ma dalle concrete condizioni economiche in cui le varie classi che compongono la società si vengono a trovare, condizioni determinate dalla loro posizione nel ciclo produttivo generale, che definisce la struttura di quella società (modo di produzione). Egli infatti criticherà i socialisti idealisti (Fourier, Saint Simon) in quanto questo tipo di socialismo, elaborato nei primi anni dell’Ottocento, si basava ancora su una visione idealistica, e quindi utopistica, delle potenzialità della ragione umana, intesa come ente astratto, di condurre ad una società razionale e quindi “perfetta”. Ecco cosa dirà Friedrich Engels nell’”Antidühring”, a proposito dei socialisti utopisti: “All'immaturità della produzione capitalistica, all'immaturità della posizione delle classi, corrispondevano teorie immature (ovvero le teorie socialiste utopistiche, NdA). La soluzione delle questioni sociali, che restava ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate, doveva uscire dal cervello umano. La società non offriva che inconvenienti: eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo alla società dall'esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile, con l'esempio di esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali erano, sin dal principio, condannati ad essere utopie: quanto più erano elaborati nei loro particolari, tanto più dovevano andare a finire nella pura fantasia (…) Gli utopisti, abbiamo visto, furono utopisti perché non potevano essere altro in un'epoca in cui la produzione capitalistica era ancora così poco sviluppata. Essi furono obbligati a costruire gli elementi di una nuova società traendoli dal proprio cervello, perché nella vecchia società questi elementi generalmente non erano ancora chiaramente visibili; per i tratti fondamentali del loro nuovo edificio essi furono ridotti a fare appello alla ragione, precisamente perché non potevano ancora fare appello alla storia del loro tempo”. La critica marxiana al socialismo utopistico è quindi quella di aver in qualche modo “spiritualizzato”, se così si può dire, la ragione umana, facendone un principio astratto ordinatore dell’evoluzione storica, anziché ripiegarsi ad osservare empiricamente le condizioni materiali definite dalle caratteristiche del modo di produzione vigente in una data fase storica.
Marx si distaccherà, però, dal positivismo, ed in generale dal materialismo “volgare”, ed il distacco avverrà soprattutto nelle “11 Tesi su Feuerbach”, in cui contesta al materialismo volgare l’assenza di una visione in qualche modo dinamica, cioè l’incapacità, preso atto delle basi materiali ed oggettive dei fenomeni naturali e sociali, di prendere in considerazione la possibilità che l’azione umana stessa modifichi la natura e gli assetti sociali. Scrive infatti Marx “Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l'oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma dell' obietto (Objekt, ciò che è proiettato fuori dal soggetto) o dell' intuizione; ma non come attività umana sensibile, come prassi, non soggettivamente. È accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato, in modo astratto e in contrasto col materialismo, dall'idealismo, che naturalmente ignora l'attività reale, sensibile come tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva. Perciò nell'Essenza del cristianesimo egli considera come schiettamente umano solo il modo di procedere teorico, mentre la prassi è concepita e fissata da lui soltanto nella sua raffigurazione sordidamente giudaica. Pertanto egli non comprende l'importanza dell'attività "rivoluzionaria", dell'attività pratico-critica”. L’incapacità di considerare la prassi, cioè l’attività pratica che modifica la natura e la società, fa del materialismo volgare, e del positivismo borghese, un pensiero sostanzialmente conservatore dal punto di vista politico. Infatti, prosegue Marx, “la dottrina materialistica, secondo la quale gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell'educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano le circostanze e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa è perciò costretta a separare la società in due parti, una delle quali sta al di sopra dell'altra. La coincidenza nel variare delle circostanze dell'attività umana, o autotrasformazione, può essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria”. In ultima analisi, dunque,  il materialismo ed il positivismo si risolvono in fondamenti teorici della società borghese: “il punto di vista del vecchio materialismo è la società borghese; il punto di vista del nuovo materialismo è la società umana, o l'umanità sociale”.
L’errore fondamentale del positivismo, o del materialismo alla Feuerbach, è infatti quello di considerare l’essenza umana come immanente al singolo individuo, e non come l’insieme dei rapporti sociali che legano questo individuo al modo di produzione, e quindi lo definiscono.

Rovesciamento materialistico della dialettica hegeliana

Questo punto di vista consente a Marx di rielaborare in senso materialistico anche la dottrina della dialettica di Hegel. Georg Wilhelm Friedrich Hegel è il principale ispiratore della filosofia occidentale dell’Ottocento. Secondo tale filosofo, il procedimento dello Spirito, ed anche il procedimento per arrivare allo Spirito, e riconciliarlo con il mondo sensibile, è la dialettica non più intesa come quella aristotelica costituita dai due momenti della tesi e dell'antitesi ma da un movimento a tre stadi, secondo il quale ogni posizione (tesi) deve essere superata, negata (antitesi) nelle sue determinazioni particolari, per riaffermarsi, negando l'ultimo stadio raggiunto, con la negazione della negazione (quindi con una nuova affermazione), in una determinazione superiore (sintesi). Marx, nel suo procedimento logico, riprenderà la dialettica hegeliana, ma ripulendola di ogni pretesa spirituale, e riconducendola quindi alla realtà materiale dei fenomeni sociali ed economici. Già nel settembre 1844, Marx scrive con il suo amico Engels La Sacra Famiglia, in cui demolisce la ricerca hegeliana di una assolutizzazione astratta dei fenomeni reali del mondo. In un famoso passo, egli scrive “se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle - frutti reali - mi formo la rappresentazione generale frutto e immagino che il frutto - la mia rappresentazione astratta, ricavata dai frutti reali - sia un'essenza esistente fuori di me, sia anzi l'essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro - con espressione speculativa - che il frutto è la sostanza della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico allora che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L'essenziale, in queste cose, non sarebbe più la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l'essenza che ho astratto da esse e ad esse ho attribuito, l'essenza della mia rappresentazione il frutto. Io dichiaro allora che mela, pera, mandorla ecc., sono semplici modi di esistenza, modi del frutto. Il mio intelletto finito, sorretto dai sensi, distingue certamente una mela da una pera e una pera da una mandorla, ma la mia ragione speculativa dichiara inessenziale e indifferente questa diversità sensibile. Essa vede nella mela la stessa cosa che nella pera, nella pera la stessa cosa che nella mandorla, cioè il frutto. I frutti particolari e reali non valgono più che come frutti apparenti, la cui vera essenza è la sostanza, il frutto [...] Il minerologo la cui scienza si limitasse a dire che tutti i minerali sono in realtà il minerale sarebbe un minerologo solo nella sua immaginazione”.
Nella parte finale dei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844, egli porta a compimento il rovesciamento in senso materialistico della dialettica hegeliana. Egli infatti, aiutandosi con la critica di Feuerbach, ricostruisce la dialettica hegeliana in questo modo: “Hegel prende le mosse dall'estraniazione (logicamente, dall'infinito, dall'universale astratto) della sostanza, dalla astrazione assoluta e fissata; vale a dire, con espressione popolare, dalla religione e dalla teologia (tesi, nda). In secondo luogo: egli sopprime l'infinito, e pone l'effettivo, il sensibile, il reale, il finito, il particolare (la filosofia, la soppressione della religione e della teologia, antitesi o negazione, nda). In terzo luogo: egli sopprime di nuovo il positivo, e pone di nuovo l'astrazione, l'infinito. Ristabilimento della religione e della teologia (sintesi o negazione della negazione, nda). In questo modo, il pensiero hegeliano rimane confinato dentro la sfera spirituale, e non riesce a fornire una chiave di interpretazione del concreto svolgersi della storia umana. Infatti, “Hegel, concependo la negazione della negazione - in base alla relazione positiva ivi implicita - come l'unico e vero positivo, e in base alla relazione negativa pur ivi implicita, come l'unico atto vero, come l'atto con cui ogni essere attua se stesso, non ha trovato altro che l'espressione astratta, logica, speculativa per il movimento della storia, che non è ancora la storia reale dell'uomo come soggetto presupposto, ma è soltanto l'atto di generazione dell'uomo, la storia dell'origine dell'uomo”.
La dialettica hegeliana deve quindi essere ricondotta ad un ambito materialistico, al di fuori da ogni astrattezza o idealismo, che per Marx inquina, rendendolo inservibile, il sistema di pensiero di Hegel. Nell’Ideologia Tedesca, Marx afferma che “Poiché secondo la loro fantasia (dei giovani hegeliani, nda) le relazioni fra gli uomini, ogni loro fare e agire, i loro vincoli e i loro impedimenti sono prodotto della loro coscienza, i Giovani hegeliani coerentemente chiedono agli uomini, come postulato morale, di sostituire alla loro coscienza attuale la coscienza umana, politica o egoistica e di sbarazzarsi così dei loro impedimenti. Questa richiesta, di modificare la coscienza, conduce all'altra richiesta, di interpretare diversamente ciò che esiste, ossia di riconoscerlo mediante una diversa interpretazione. Nonostante le loro frasi che, secondo loro, « scuotono il mondo », gli ideologi giovani-hegeliani sono i più grandi conservatori. I più giovani tra loro hanno trovato l'espressione giusta per la loro attività, affermando di combattere soltanto contro delle «frasi». Dimenticano soltanto che a queste frasi essi stessi non oppongono altro che frasi, e che non combattono il mondo realmente esistente”.
In contrapposizione a ciò, i presupposti del materialismo storico di Marx “non sono arbitrari, non sono dogmi: sono presupposti reali, dai quali si può astrarre solo nell'immaginazione. Essi sono gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle prodotte dalla loro stessa azione. Questi presupposti sono dunque constatabili per, via puramente empirica”. La storia, quindi, secondo il materialismo storico marxista, “ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia per l'azione degli uomini (…) essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sussistenza che essi trovano e che debbono riprodurre. Questo modo di produzione (…) è già un modo determinato dell'attività di questi individui, un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un modo di vita determinato.”

Materialismo storico, struttura e sovrastruttura

In altri termini, il materialismo storico è il metodo di analisi storiografica marxista che consente di analizzare la storia e le sue dinamiche sulla base delle caratteristiche e delle evoluzioni dei modi di produzione, ovvero delle forme attraverso cui gli uomini si organizzano socialmente per produrre la ricchezza materiale. I singoli individui, ed i gruppi sociali, ovvero le classi sociali, si definiscono pertanto in base al loro rapporto ed al loro posizionamento nel ciclo produttivo generale. Ogni cambiamento di fase storica è quindi legato ad un cambiamento del modo di produzione, e dei conseguenti rapporti sociali di produzione (ovvero dei rapporti intrattenuti dalle varie classi sociali rispetto ai mezzi di produzione ed alla loro proprietà o utilizzo), che gli individui e le classi intrattengono rispetto al modo di produzione dato. La struttura dell’evoluzione storica è data quindi dalle modifiche dei modi di produzione e dei conseguenti rapporti sociali di produzione. Le modifiche di tipo ideologico, culturale, politico, sono soltanto una conseguenza delle modifiche della struttura del modo di produzione, non determinano di per sé i grandi cambiamenti storici, ma costituiscono soltanto una sovrastruttura, in larga misura autogiustificatrice o propagandistica, attraverso la quale le classi sociali storicamente attestate al vertice del modo di produzione (cioè, che detengono la proprietà dei mezzi di produzione) forniscono una giustificazione ideologica, culturale o psicologica alla loro posizione di potere e privilegio. “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti”.
In altri termini, come dice Marx, “la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono (cioè la sovrastruttura, nda) non hanno storia, non hanno sviluppo, ma sono gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”.
Mentre la struttura è rappresentata dal modo di produzione e dai conseguenti rapporti sociali, la sovrastruttura, che oltre alla produzione intellettuale, religiosa, ideologica contiene anche il disegno dell’assetto istituzionale del Governo e dello Stato, viene modificata nel tempo dalla struttura stessa, in un rapporto dialettico fra queste due componenti. Ma la storia viene fatta essenzialmente dalle dinamiche di struttura. Un grande comunista italiano, Antonio Gramsci, perverrà però ad una concezione diversa, sostenendo che l’influenza della sovrastruttura culturale ed intellettuale ha avuto una capacità di addomesticazione del proletariato molto più importante di quanto non pensasse Marx. Secondo Gramsci, che per certi versi ribalta il rapporto fra struttura e sovrastruttura, la rivoluzione sarà possibile soltanto se la classe operaia acquisirà l’egemonia culturale, agendo quindi sulla sovrastruttura, modificandola autonomamente, ed in ciò, per Gramsci, vi è un ruolo rivoluzionario degli intellettuali che assumono coscientemente tale funzione.

Le fasi storiche della proprietà secondo il materialismo storico

Con la sua chiave di lettura materialistica, Marx individua le seguenti fasi nella storia dell’umanità:
-          “la prima forma di proprietà è la proprietà tribale. Essa corrisponde a quel grado non ancora sviluppato della produzione in cui un popolo vive di caccia e di pesca, dell'allevamento del bestiame o al massimo dell'agricoltura. In quest'ultimo caso è presupposta una grande massa dì terreni incolti. In questa fase la divisione del lavoro è ancora pochissimo sviluppata e non è che un prolungamento della divisione naturale del lavoro nella famiglia. L'organizzazione sociale quindi si limita ad essere un'estensione della famiglia”;
-          “la seconda forma è la proprietà della comunità antica e dello Stato, che ha origine dall'unione di più tribù in una città, mediante patto o conquista, e in cui continua ad esistere la schiavitù. Accanto alla proprietà della comunità già si sviluppa la proprietà privata mobiliare e in seguito anche la immobiliare, che però è una forma anormale, subordinata alla proprietà della comunità (…)La divisione del lavoro è già più sviluppata. Troviamo già l'antagonismo fra città e campagna, più tardi l'antagonismo fra Stati che rappresentano l'interesse della città e Stati che rappresentano quello della campagna, e all'interno delle stesse città l'antagonismo tra industria e commercio marittimo. Il rapporto di classe fra cittadini e schiavi è completamente sviluppato”;
-          “la terza forma è la proprietà feudale o degli ordini (…)Nell'età feudale dunque la proprietà principale consisteva da una parte nella proprietà fondiaria col lavoro servile che vi era legato, dall'altra nel lavoro personale con un piccolo capitale che si assoggettava il lavoro dei garzoni. L'organizzazione dell'una e dell'altro era condizionata dalle ristrette condizioni della produzione: la limitata e rozza coltura della terra e l'industria di tipo artigianale. Durante il fiorire del feudalesimo la divisione del lavoro era assai limitata. Ogni paese portava in sé l'antagonismo di città e campagna; l'organizzazione in ordini era fortemente marcata, ma al di fuori della separazione fra principi, nobiltà, clero e contadini nelle campagne, e fra maestri, garzoni, apprendisti e ben presto anche plebei a giornata nelle città, non esisteva alcuna divisione di rilievo”;
-          Marx identifica anche il modo i produzione “asiatico”, caratterizzato da un piccolo gruppo sociale, spesso caratterizzato da lineamenti religiosi o teocratici, che estrae con la violenza il surplus dal lavoro delle comunità sottoposte al suo controllo, in un contesto in cui però la proprietà dei mezzi di produzione è ancora collettiva e comunitaria;
-          Naturalmente, poi l’ultima fase è quella capitalistica, emersa progressivamente con la rivoluzione industriale, caratterizzata da una estrema divisione del lavoro, da una classe dominante, la borghesia, che detiene la proprietà dei mezzi di produzione, e da un vasto proletariato la cui unica proprietà è la forza-lavoro, che mette a disposizione della borghesia in cambio di un salario, al fine di consentire al ciclo produttivo di riprodurre il capitale inizialmente anticipato dalla borghesia, in forma allargata (cioè producendo un plusvalore determinato dalla differenza fra lavoro necessario per riprodurre il proletariato e lavoro complessivo prestato). In tale modo di produzione si generano alcune classi intermedie, come ad esempio la piccola borghesia, “classe intermedia” in cui «si smussano» gli interessi delle due grandi classi contrapposte e che perciò si reputa, in generale, superiore alla loro lotta, ed il sottoproletariato, quella parte del proletariato che ha perso la sua connotazione di classe, composta in primo luogo da coloro che a causa dell'eccedenza di mano d'opera sono disoccupati cronici o occupati irregolarmente, e si caratterizza come una massa di persone che vivevano costantemente al di sotto delle condizioni medie della classe operaia, escluse dal processo produttivo e perciò stesso ai margini dei consueti rapporti sociali a ciò relativi. Esistono poi mezze classi, come quella dei piccoli proprietari agricoli, che non arrivano a costituire una classe sociale vera e propria per l’assenza di una unione o organizzazione politica fra loro, in grado di rappresentarne i pur comuni interessi.
La dinamica di cambiamento dei modi di produzione genera una dinamica di sviluppo delle forze produttive, che, raggiunto un certo stadio, rende non più praticabile la perpetuazione del modo di produzione precedente. In tal modo, ad esempio, la distruzione del modo di produzione feudale deriva dallo sviluppo della borghesia grazie all’accumulazione originaria di capitale indotta dalle grandi scoperte geografiche cinquecentesche e dal relativo sviluppo dei traffici commerciali e dell’attività bancaria. In questo senso, dunque, per la stessa definizione del materialismo storico,  l’avvento del comunismo non è un auspicio o una opinione, ma è la naturale e spontanea evoluzione del modo di produzione generata dallo sviluppo delle forze produttive capitalistiche fino al punto in cui il modo di produzione capitalistico non potrà più essere idoneo ad evitare la distruzione complessiva della società sotto l’impulso dell’antagonismo di classe reso sempre più acuto dalle contraddizioni interne del capitalismo (che lo conducono ad aumentare indefinitamente il saggio di sfruttamento dei proletari).

Il materialismo dialettico

Il materialismo storico diviene poi anche materialismo dialettico. Spogliando il metodo dialettico di Hegel dai suoi connotati idealistici, Marx elabora una metodologia dialettica che gli serve per dimostrare logicamente l’avvento prossimo venturo del comunismo. Il materialismo dialettico è infatti, per Marx, l’unico modo di liberarsi da una mera contemplazione passiva del conflitto di classe. Se gli interessi economici conflittuali delle classi costituiscono la tesi e l’antitesi dell’attuale modo di produzione, solo la negazione della negazione può portare ad una sintesi superiore, ovvero ad un nuovo modo di produzione. Infatti, con la sintesi gli opposti (le classi sociali in lotta) vengono negati nella loro negatività, cioè nella loro separazione e conflittualità, e superati in un momento superiore nel quale prevale la loro unità (per questo la sintesi è detta negazione della negazione). In questi termini, la società comunista, in cui non esistono più classi sociali conflittuali fra loro, è la sintesi dialettica del conflitto in negativo fra tesi ed antitesi, che ne fa prevalere, in positivo, l’unità e la non differenziazione.
Per Engels, il materialismo dialettico è la molla di ogni evoluzione storica, che può essere visto come:
-          La risoluzione (cioè la sintesi) del conflitto fra quantità e qualità: ogni cambiamento qualitativo è infatti dato dall’accumulazione di variazioni quantitative, che portano al superamento di un certo stato di cose, per costruirne uno nuovo;
-          La legge dell’unità degli opposti, che porta sistematicamente al superamento di un confronto dialettico, determinato da crescenti contraddizioni storiche, in una sintesi che è però temporanea, poiché a sua volta genera nuove contraddizioni, che aprono la strada a nuove contrapposizioni di poli opposti, e quindi ad una nuova sintesi. Tale processo potrà essere arrestato, e la storia finirà, soltanto quando il comunismo, eliminando le classi sociali, avrà eliminato ogni potenziale insorgenza di opposti.
Va notato come tale impostazione abbia dato luogo ad un lungo dibattito teorico fra Lenin, sostenitore del materialismo dialettico come sopra delineato, tanto da farne la base della filosofia insegnata nell’Urss, ed alcuni componenti del partito comunista sovietico, guidati da Alexandr Bogdanov, e denominatisi “empiriocriticisti”, che, sulla base delle teorie filosofiche di Avenarius e Mach, sostengono  l'idea secondo la quale il cervello non sarebbe il luogo nel quale, tramite le funzioni fisiologiche, si produce il pensiero e si riflettono le sensazioni del mondo esterno, esistendo un unità ideale fra individuo che osserva e mondo esterno che viene osservato. Tale impostazione appare, a Lenin, come una contraddizione rispetto al materialismo dialettico,  poiché elimina uno dei due soggetti del rapporto dialettico stesso fra entità fisica e psichica, ed a giudizio di Lenin tende a realizzare una unità idealistica, e non materialistica, fra soggetto ed oggetto della conoscenza. In “Materialismo ed Empiriocriticismo” (1919), Lenin criticherà le teorie di Bogdanov, sulla base della cosiddetta “teoria del riflesso”, che si sintetizza in questo modo: primo: l'oggetto della conoscenza, il mondo reale, esiste oggettivamente; secondo: il pensiero e la conoscenza teorica sono il riflesso del mondo reale; terzo: il pensiero umano è in grado di riflettere correttamente il mondo reale e la verità è la conoscenza che riflette correttamente la realtà.  Le tesi di Lenin finiranno quindi per prevalere, nel dibattito marxista, su quelle di Bogdanov.

Bibliografia/sitografia: per saperne di più
Georg Hegel, Scienza della Logica, a c. di A. Moni, Bari, Laterza, 1924
Antonio Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino 1948
Karl Marx, Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, su http://www.liberliber.it/mediateca/libri/e/engels/il_manifesto_del_partito_comunista/pdf/il_man_p.pdf
Vladimir Lenin, Materialism and Empirio-Criticism, su http://www.marxists.org/archive/lenin/works/1908/mec/index.htm


Dispensa nr. 2 – Il pensiero economico marxista



Gli elementi fondamentali: la teoria dell'alienazione, il salario, il capitale, il profitto

Il pensiero economico marxista ruota ovviamente attorno ad una analisi della struttura di funzionamento del capitalismo e delle sue contraddizioni interne. Il primo passo della riflessione economica di Marx è contenuto nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844. in tale testo, Marx espone la teoria dell'alienazione dell'operaio in regime capitalistico. Il lavoratore dipende dal suo lavoro per esistere fisicamente ed avere una collocazione sociale, per cui “l'operaio decade a merce, alla più misera delle merci, che la miseria dell'operaio sta in rapporto inverso con la potenza e la quantità della sua produzione (....) l'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l'oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un annullamento dell'operaio, l'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto, l'appropriazione come estraniazione, come alienazione”.
Ciò che viene rimproverato da Marx all'economia politica classica è quindi il non aver evidenziato il carattere alienante del lavoro salariato, che deriva sia dall'alienazione del prodotto di tale lavoro, che non viene goduto dal produttore stesso, ma dai suoi datori di lavoro, sia dall'alienazione dell'operaio dal suo stesso lavoro, poiché “il lavoro è esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l'operaio solo fuori del lavoro sì sente presso di sé; e si sente fuori di sé nel lavoro”. L'economia politica classica non spiega l'alienazione, e considera il lavoro salarato come un fatto di per sé positivo, perché non fornisce alcuna spiegazione della proprietà privata come conseguenza dell'alienazione, nella misura in cui la proprietà privata, consentendo al capitalista di appropriarsi del frutto del lavoro dell'operaio, è il semplice sviluppo della natura di per sé alienante del lavoro. In questo senso, quindi, Marx si distacca da quegli anarchici come Proudhon che considerano il lavoro come un elemento positivo da contrapporre alla proprietà privata.
I Manoscritti contengono anche la teoria marxista della moneta. Marx contesta la teoria dell'economia classica, ed in particolare di John Stuart Mill, secondo cui la moneta sarebbe il metro di misurazione del valore dei beni prodotti e scambiati. Intanto, la moneta è un bene a sé stante, e non solo un intermediario nella circolazione delle merci, e poi il capitalismo opera una sovversione nell'utilizzo della moneta, secondo cui la moneta viene utilizzata all'inizio del ciclo di accumulazione come anticipazione di capitale monetairo iniziale per acquisire i macchinari, i lavoratori, gli impianti, e non come mero intermediario. In altri termini, se M è la moneta e C è la merce, il ciclo non è C-M-C, cioè un mero scambio di merci intermediato dalla moneta, ma M-C-M-C, in cui cioè si anticipa la moneta necessaria a far partire il ciclo produttivo della merce C, che poi, immessa sul mercato, si trasforma di nuovo in moneta, che può essere usata per acquistare altra merce. Tutto ciò rende la moneta il metro esclusivo della nostra umanità e delle nostre virtù. L'obiettivo degli uomini diventa quindi quello di guadagnare quanto più denaro possibile.
Infine, nei Manoscritti compare la definizione di salario, capitale e profitto. Poiché nell'economia capitalista la sussistenza non proviene dallo sfruttamento dei beni naturali, l'operaio deve vendere la sua forza-lavoro in cambio di un salario, che è, quindi, un aspetto strettamente legato all'alienazione del lavoro: si tratta della parte di prodotto generata dall’operaio che gli ritorna in termini di mezzi per la sua sussistenza, tramite l’intermediazione monetaria. Come dice Marx nel capitolo 2 del Capitale, “il salario è una parte del prodotto costantemente riprodotto dall’operaio stesso, che gli ritorna costantemente in forma di salario. Certo, il capitalista gli paga in denaro il valore in merci. Ma questo denaro è soltanto la forma trasmutata del prodotto del lavoro o, piuttosto, di una parte del prodotto del lavoro. Mentre l’operaio converte in prodotto una parte dei mezzi di produzione, una parte della sua precedente produzione si riconverte in denaro (…) La classe capitalista dà costantemente alla classe operaia, in forma di denaro, assegni su una parte dei prodotti che questa ha prodotto.”
Il salario è quindi determinato dal conflitto fra capitalista e operaio, che si risolve sempre a favore del primo, poiché il capitalista ha le risorse per sopravvivere senza l'operaio più a lungo che questi senza l'altro. Ciò implica che il salario sarà portato al livello della sussistenza, poiché il prezzo finale di vendita sarà superiore al costo salariale pagato all'operaio, in modo da ricavarne un profitto per il capitalista, e ciò collocherà gli operai stessi in una condizione di sistematico pauperismo, impedendo loro di accumulare un piccolo capitale.
Tale situazione negativa non si eliminerà nemmeno in una condizione in cui l'economia è in crescita, e la domanda di operai da parte dei capitalisti supera la loro offerta. Anche in questa situazione che è la più favorevole per gli operai, infatti, “l'aumento del salario reca con sé un eccesso di lavoro per gli operai. Quanto più vogliono guadagnare tanto più debbono sacrificare il loro tempo e privandosi completamente di ogni libertà compiere un lavoro da schiavi al servizio della avidità altrui. Inoltre: la durata della loro vita viene in questo modo accorciata. Questo accorciamento della durata della loro vita è una circostanza favorevole per la classe degli operai nel suo complesso, perché a causa di ciò si rende necessaria una sempre nuova domanda”. Inoltre, la crescita determina un accumulo di capitale, che, essendo prodotto dal lavoro, si traduce in una crescente quota di lavoro alienato dal suo prodotto finale.
Infine, si ha un primo abbozzo della teoria marxiana del ciclo economico, poiché la fase di crescita aumenta la divisione del lavoro, l'operaio dipende in modo sempre più netto dal lavoro, e da un lavoro determinato, molto unilaterale e meccanico. E così si trova in condizione di sempre maggior dipendenza da tutte le oscillazioni del prezzo del mercato, dell'impiego dei capitali e del capriccio dei ricchi. Parimenti, con l'ingrossarsi della classe degli uomini solo da lavoro, si accresce la concorrenza degli operai, e quindi il loro prezzo (salario) diminuisce”. Inoltre, l'accresciuta concorrenza fra capitalisti nella fase di crescita determina la proletarizzazione di un certo numero di capitalisti che falliscono, e precipitano nel proletariato, aumentandone l'offerta, e quindi riducendo il salario. 
Il capitale è invece definito, in coerenza con gli economisti classici, come “lavoro accumulato” nella produzione dei beni capitali (macchinari, impianti, attrezzi di lavoro, ecc.). il capitale è “il potere di governo sul lavoro e sui suoi prodotti”, santificato dalla proprietà privata. Il profitto è il guadagno del capitale, che si esprime in una certa proporzione diretta rispetto al capitale investito. Il capitalista, infatti, ha interesse ad anticipare un capitale grande solo se vi è una prospettiva di profitto grande. Marx non determina tale proporzione, poiché essa si modifica in ragione di una molteplicità di eventi imprevedibili e non calcolabili, ma ne delimita soltanto il limite inferiore e superiore. Il primo “deve essere sempre qualcosa di più del necessario per compensare le perdite eventuali a cui è sottoposto ogni impiego di capitale”, mentre il limite superiore ”è quello che assorbe totalmente la rendita fondiaria nel maggior numero di merci e riduce il salario della merce fornita al prezzo più basso, cioè alla pura sussistenza dell'operaio durante il lavoro”. Vi è anche il riconoscimento della tendenza del capitalismo a creare concentrazioni monopolistiche: “la concorrenza tra capitali aumenta l'accumulazione tra capitali”. Questo perché, essendo il profitto in proporzione al capitale investito, i grandi capitali potranno reinvestire nella loro ulteriroe accumulazione una quota magigore di profitto rispetto ai piccoli, e quindi l'accumulazione dei grandi capitali è più veloce rispetto a quella dei piccoli capitali. Inoltre, l'aumento della concorrenza fra capitalisti genera tensioni al rialzo dei costi salariali, per accaparrarsi la forza-lavoro sempre più scarsa, e tensioni al ribasso del prezzo finale di vendita, talché il profitto medio unitario ne risulterà compresso, ma il grande captialista, a differenza del piccolo, potrà compensare la riduzione del profitto per unità di capitale con una grande quantità di capitale investito, potrà anche acquistare le materie prime ad un prezzo più basso, poiché le acquisterà in grandi quantità, e potrà quindi sopravvivere più a lungo del piccolo capitalista, che sarà invece indotto ad abbandonare gli affari, o alla rovina. Ciò porta inevitabilmente ad una progressiva concentrazione oligopolistica del capitalismo, a fronte di una miseria crescente di strati sempre più ampi della popolazione, poiché al proletariato ridotto alla mera sussistenza si aggiungono progressivamente i piccoli capitalisti rovinati.
Vediamo quindi già da questa prima opera a contenuto economico di Marx i tratti fondamentali del suo pensiero economico: in nuce, e ovviamente non acora sviluppata in termini formali, vi è la teoria del valore-lavoro, del plusvalore e del profitto, dell'alienazione come conseguenza dello sviluppo del capitalismo e della divisione del lavoro, di una teoria del ciclo capitalistico e della teoria delle contraddizioni interne al funzionamento del capitalismo stesso, che dovranno portare al suo superamento.

La teoria del valore in Marx: il valore-lavoro

Nel 1859, compare un testo fondamentale, “Per La Critica dell'Economia Politica”, in cui viene formalizzata in termini più esaustivi la teoria marxiana del valore. Il valore della merce viene infatti distinto fra valore d'uso, cioè l'utilità ocncreta che tale merce riveste per il consumo umano (ad esempio, il valore d'uso del pane è quello di nutrire chi lo consuma) e valore di scambio, che appare in primo luogo come un rapporto quantitativo, entro il quale valori d'uso diversi sono intercambiabili tramite il commercio. Il rapporto fra questi due valori è strettissimo. La merce acquista valore d'uso soltanto in quanto viene scambiata, ed acquisita da chi le dà un valore rispetto ai propri bisogni materali. D'altra parte, le merci possono essere scambiate fra loro, in funzione dei rispettivi valori d'uso che le due parti assegnano loro, soltanto se il loro valore di scambio è equivalente.
I valori di scambio sono interpretabili come l'oggettivizzazione di un lavoro sociale necessario per produrre le relative merci. Il lavoro socialmente necessario per la produzione di una merce ne determina il valore di scambio, ed è lavoro “uguale, indifferenziato, ossia lavoro in cui è cancellata l'individualità di chi lavora. Il lavoro che crea valore di scambio è quindi lavoro astrattamente generale”. Poiché tale lavoro è omogeneo ed indifferenziato, il diverso valore di scambio delle divrse merci sarà determinato dal diverso tempo necessario a questo lavoro astrattamente generale per produrle. Per “lavoro necessario” (o tempo di lavoro necessario) si intende il tempo di lavoro normalmente richiesto per produrre un nuovo esemplare di quella stessa merce, in date condizioni generali tecnologiche, di produttività dei fattori, di organizzazione della produzione, o in date condizioni naturali (nel caso delle merci agricole o alimentari). E' quindi un tempo di lavoro che incorpora la condizioni sociali e tecniche della produzione in un dato momento storico. Viceversa, la misura del solo valore d'uso è data non da questo lavoro sociale, omogeneo ed astratto, ma da “lavoro concreto e particolare che si scinde in modi di lavoro infinitamente vari a seconda della forma e della materia”.
Un problema controverso della teoria marxiana del valore, non ancora del tutto risolto, è la questione di come i valori, come sopra definiti, si trasformino in prezzi di mercato. Tale questione viene risolta semplicemente, nel I libro del Capitale, qualora si supponga che la cosiddetta composizione organica del capitale sia uniforme per tutti i settori produttivi. La composizione organica del capitale è il rapporto fra capitale costante (C) e capitale variabile (V), ovvero C/V. Il capitale costante è dato dal valore di tutti gli strumenti di produzione (macchinari, impianti, attrezzature di produzione, ecc.) mentre il capitale variabile è dato dalla massa salariale pagata agli operai nel processo produttivo.
Il saggio di profitto, r, è dato dal rapporto tra plusvalore, Pv, e capitale anticipato, costituito dalla somma di capitale costante, C, e capitale variabile, V. Il plusvalore è dato dalla differenza fra l'ammontare di lavoro strettamente necessario per produrre i mezzi di sostentamento elementare della forza-lavoro, (cioè il cibo, i vestiti, la casa di abitazione, i medicinali essenziali, ecc. tutti quei beni che consentono all'operaio di sopravvivere) e l'ammontare di lavoro effettivamente prestato dagli operai nel ciclo produttivo, che deve anche produrre una quantità di merci superiroe a quella di mera sussistenza per sé stessi, in modo da costituire la base per remunerare il capitalista. Il plusvalore è dunque pluslavoro, di cui si appropria il capitalista. L'estrazione di plusvalore può essere assoluta (ovvero ottenuta aumentando la quantità di operai nella propria fabbrica, a parità di produttività degli stessi) oppure relativa (aumentando la produttività degli operai esistenti, senza aumentarne il numero, grazie all'introduzione di nuovi macchinari produttivi ed a organizzazioni produttive più efficienti)
In formule, il saggio di profitto r è dunque
r = Pv/(C + V).
Dividendo numeratore e denominatore di tale espressione per V, abbiamo che
r = (Pv/V)/(C/V + 1)
dove ovviamente C/V è la composizione organica del capitale e Pv/V il saggio di sfruttamento della manodopera, cioè la misura percentuale del surplus di lavoro rispetto a quello necessario per costituire il capitale variabile V che viene espropriata all'operaio dal capitalista. E' quindi chiaro che, in una ipotesi semplicistica in cui la composizione organica del capitale è identica in tutti i settori produttivi (una ipotesi che coincide con l'assenza di concorrenza intersettoriale fra capitalisti), il saggio di profitto coincide essenzialmente con il lavoro socialmente necessario per la valorizzazione del capitale variabile V e del plusvalore Pv, per cui i prezzi di produzione (che nell'accezione di Marx sono i prezzi ottenuti aggiungendo il saggio di profitto medio) tendono a coincidere in modo pressoché esatto con il rapporto fra il tempo necessario per produrre i mezzi di sostentamento del proletariato e il pluslavoro per il capitalista, ovvero con il saggio di sfruttamento. Inoltre, poiché qualsiasi imprenditore, in qualsiasi settore, tende sempre a massimizzare il saggio di sfruttamento del lavoro, tale rapporto verrà portato al suo livello massimo (cioè al livello che massimizza il plusvalore, portando il livello del capitale variabile al punto minimo di mera sussistenza biologica degli operai) in tutti i settori, e da ciò deriva che, in tale modello semplificato, il saggio di profitto tenda ad essere uniforme nei vari settori produttivi. Definendo il concetto di “prezzo di produzione” (PP) di una merce come quel prezzo costituito dalla somma del profitto complessivo (cioè non il valore relativo dato dal saggio di profitto, ma il valore assoluto dato dall'ammontare totale di denaro che l'imprenditore percepisce come profitto) denominato ɸ e del capitale complessivo (C + V), ovvero
PP =  ɸ + (C + V)
mentre il valore della merce può essere definito come
W = C + V + Pv (dove tutte queste grandezze sono misurate in tempo di lavoro necessario per produrle)
l'omogeneità dei tassi di profitto intersettoriali farà sì che il valore complessivamente prodotto coinciderà esattamente con il livello dei prezzi di produzione. Il cerchio si chiude: ipotizzando omogeneità della composizione organica del capitale, il valore sarà dato dal tempo di lavoro che misura gli elementi del saggio di sfruttamento (Pv e V) e sarà esattamente identico al livello dei prezzi di produzione, ed i saggi di profitto intersettoriali saranno omogenei. 
Il problema dell'indeterminatezza della teoria del valore di Marx sopraggiunge però nel libro III del Capitale, quando si abbandona l'ipotesi semplicistica di omogeneità della composizione organica del capitale fra settori produttivi, introducendo il concetto di concorrenza intersettoriale e di diversità del livello di tecnicizzazione del processo produttivo in diversi settori produttivi. Tale indeterminatezza sopraggiunge essenzialmente perché, come è noto, Marx morì prima di terminare il Libro III del Capitale, e quindi le considerazioni contenute in tale libro furono raccolte e sistematizzate (forse anche con un certo grado di arbitrarietà) dall'amico Engels, partendo dagli appunti lasciati, necessariamente incompiuti, dal pensatore di Treviri. Se si ipotizzano diverse composizioni organiche del capitale nei diversi settori, il saggio di profitto non tenderà più ad essere uniforme. Tuttavia, osserva Marx, la concorrenza tra i capitali, cioè il movimento secondo cui i capitali migrano da un'industria all'altra alla ricerca del massimo profitto, modificando conseguentemente le quantità offerte delle singole merci, assicura che i prezzi di mercato gravitino attorno ai prezzi di produzione. Più precisamente, migrando i capitali verso i rami produttivi più redditizi, si determina:
a) l'aumento delle merci offerte nelle industrie che hanno un saggio di profitto superiore a quello medio;
b) la diminuzione di quelle offerte nei settori in cui il saggio particolare è inferiore a quello medio.
Tutto questo comporta, per la legge della domanda e dell'offerta, la diminuzione del prezzo delle prime e l'aumento di quello delle seconde. Tale movimento prosegue fino a quando i capitalisti riterranno vantaggioso spostare i loro capitali da un'industria all'altra, cioè fino a che i saggi di profitto non avranno manifestato una sufficiente tendenza a convergere verso un saggio di profitto medio teorico. In questo caso, i prezzi di produzione, in uno specifico settore, non sono più necessariamente uguali al valore complessivo di quello specifico settore, perché la tendenza verso un saggio di profitto medio diverso da quello originario, per effetto della sopraccitata concorrenza intersettoriale, porta il prezzo di produzione (che incorpora la misura media del saggio di profitto) a divergere dal valore (che incorpora il saggio di profitto originario).
Tuttavia, a livello aggregato, cioè a livello dell'intero sistema economico, le singole differenze settoriali fra valore e prezzo di produzione tendono ad elidersi fra loro, nel senso che differenze positive (in cui cioè  il prezzo di produzione è superiore al valore, e quindi vi è un guadagno supplementare per l'imprenditore) e negative (in cui cioè l'imprenditore perde rispetto al valore della sua merce) si azzerano, per cui a livello dell'intero sistema economico nel suo complesso, la concorrenza intersettoriale, pur fissando prezzi che gravitano attorno ai prezzi di produzione invece che ai valori, non crea né distrugge valore, che per Marx può avere origine solo dalla produzione, ma si limita a ripartirlo in modo differente tra i capitalisti. Il valore complessivamente prodotto dall'intero sistema economico sarà sempre costante, e sarà dato dalla somma del capitale costante, del capitale variabile e del plusvalore di tutti i settori produttivi, quindi dal tempo di lavoro complessivamente speso nella produzione di un anno dall'intera economia, ma il gioco dei prezzi di produzione genererà una ripartizione di questo valore complessivo disomogenea, nei diversi settori e fra i diversi imprenditori, per cui vi sarà chi realizzerà, sul mercato, in misura superiore al valore della sua merce, e chi realizzerà meno. Tali differenze tenderanno ad omogeneizzarsi per il gioco della concorrenza fra capitali.
Queste conclusioni di Marx hanno sollevato, anche nell'ambito dell'economia neomarxista, una grande quantità di polemiche ed anche di critiche. In primis, occorre far notare che il meccanismo descritto funziona in condizioni di concorrenza perfetta, di perfetta razionalità degli imprenditori (che agiscono solo per massimizzare il tasso di profitto) e di perfetta mobilità del capitale da un settore produttivo all'altro, in base esclusivamente alle differenze di saggio di profitto. n questa fase quindi Marx astrae da alcune situazioni concrete, quali posizioni di rendita differenziate, monopoli, rapporti di forza tra i capitali dei diversi paesi, legislazioni protezionistiche, brevetti ecc. La trattazione di tali complicazioni, sebbene prevista nel progetto originario del Capitale, è stata sviluppata dall'autore solo in forma embrionale. C'è comunque da dire che tutti questi fenomeni sono da considerare, nell'ambito della metodologia marxiana, come solo di breve periodo poiché, a lungo andare, le leggi profonde dell'economia capitalistica tendono a livellare i profitti da monopolio, a generalizzare le tecniche brevettate, ecc.
Il dibattito più serio verte invece su aspetti teorici più profondi. Un problema teorico deriva da una affermazione, non pienamente sviluppata, che rinveniamo nel Libro III, secondo la quale il costo del capitale, costante e variabile, se espresso in prezzi di produzione, può differire dal valore-lavoro delle merci costituenti tale capitale. Questa affermazione, del resto, è coerente con il fatto che, nel modello più complesso or ora esaminato, a livello di singola merce è ben possibile che il prezzo di produzione diverga dal suo valore. Se ciò è vero per i prodotti di consumo finale, deve essere vero anche per i macchinari, gli impianti, i beni intermedi utilizzati per la produzione. Ma se ciò è vero, allora se il costo effettivo delle singole merci che compongono il capitale differisce dal loro valore, anche il saggio generale del profitto calcolato secondo il lavoro contenuto potrebbe differire da quello calcolato secondo i prezzi. Ciò metterebbe in crisi la teoria del valore-lavoro, quindi l'intero impianto teorico di Marx.
Fiumane di economisti si sono esercitati su tale apparente contraddizione. A parere di chi scrive, essa è stata risolta positivamente per Marx, dall'economista italiano Giorgio cingolani, che nel volume Le Teorie del valore-lavoro dopo Sraffa dimostra matematicamente che, in un modello raprpesentativo dell'intero sistema produttivo attraverso equazioni di produzione (modello di Sraffa) usando il salario come dato esogeno (e quindi non come variabile calcolata dal modello) i prezzi possono essere espressi  in termini di lavoro incorporato, mentre risultano verificate le due note uguaglianze di Marx a livello dell'intero sistema economico (somma dei prezzi uguale a somma dei valori e profitto totale uguale a plusvalore totale).
Assumendo un sistema economico in cui il salario viene determinato in modo esogeno, cioè da una negoziazione salariale che tiene solo parzialmente conto della redditività, quindi, la teoria del valore-lavoro di Marx risulta pienamente confermata. Si può quindi vedere come tutti i tentativi in atto per rendere il salario dipendente dalla redditività dell'impresa, che passano tramite l'ampliamento continuo della contrattazione decentrata, tendono a smaterializzare il valore prodotto nel sistema capitalistico, slegandolo dal tempo di lavoro, per legarlo a variabili fittizie, di tipo finanziario, spesso assolutamente slegate dalla quantità e qualità del lavoro prestato dagli operai. Si vede in tali tentativi, quindi, la tendenza alla dematerializzazione dei cicli economici, dei fattori produttivi e del profitto operata nell'attuale fase finanziaria e cognitiva del capitalismo, che ne costituisce l'essenziale contraddizione interna (poiché le ricorrenti disastrose crisi finanziarie derivano proprio dall'esplosioen di bolle quando i valori determinati sui mercati differiscono in modo eccessivo dal valore-lavoro reale sottostante).

La teoria monetaria di Marx

La teoria economica di Marx ha poi anche un approfondimento di tipo monetario. Una particolare merce, poi, servirà come trasformata ed espressione del valore di scambio di tutte le altre, ovvero il denaro. Tale merce “equivalente generale è ora oggetto di un bisogno generale derivante dallo stesso processo di scambio, e ha per ognuno il medesimo valore d'uso, di essere rappresentante del valore di scambio, cioè mezzo di scambio generale”. Il denaro quindi è quella merce che ha eguale valore d'uso per tutti, ovvero di fungere da mezzo di scambio generale, e che fornisce una misurazione monetaria del valore di scambio delle merci (cioè del reciproco tempo di lavoro socialmente astratto incorporato). Tale merce particolare deve possedere le seguenti proprietà:  “la divisibilità a piacere, l'uniformità delle parti e la identicità in tutti gli esemplari di questa merce. Come materializzazione del tempo di lavoro generale, questa merce deve essere materializzazione uniforme e capace di esprimere differenze puramente quantitative. L'altra qualità necessaria è la durevolezza del suo valore d'uso poichè la merce deve durare entro il processo di scambio”. Le relazioni progressive fra le merci nei confronti dell'una con l'altra si cristallizzano come ammontari differenziati di denaro, e in tal modo il processo di scambio è allo stesso tempo processo di formazione del denaro. L'insieme di questo processo è chiamato da Marx la circolazione. In questo approccio marxiano, quindi, il denaro non è una categoria economica a sé stante, a differenza dell'economia monetaria classica, ma un semplice strumento, che si genera dentro il processo di scambio.
Il processo di circolazione è così definito:
-        in un primo momento, il denaro rappresenta la misura dei valori delle merci, in termini di prezzo, che è una mera apparenza con la quale figurano esteriormente i valori di scambio, che nella realtà, come detto, sono rappresentati dal tempo di lavoro. I prezzi si formano in base al tempo di lavoro, cioè al valore di scambio, di tutte le merci, ma anche in base al tempo di lavoro necessario per la produzione della moneta metallica;
-        in un secondo momento, ovvero nel processo di circolazione vero e proprio, designando con M la merce e D il denaro, qualora un venditore venda della merce in cambio di denaro, con il quale acquista altra merce, il processo è il seguente: M-D-M, ed in tal caso “si riduce al ricambio organico M - M. Merce è stata cambiata con merce, valore d'uso con valore d'uso, e la trasformazione in denaro della merce, ossia la merce come denaro, non serve che alla mediazione di questo ricambio. In tal modo il denaro appare come semplice mezzo di scambio delle merci”. In questo caso, quindi, il denaro è poco più che un semplice velo del processo di scambio. La sua quantità è determinata in via diretta dalla somma dei prezzi di tutte le merci ed in via inversa dalla sua velocità di circolazione nel sistema complessivo. Emerge quindi una prima spiegazione dei fenomeni di svalutazione monetaria, ed una spiegazione dell'introduzione delle banconote in luogo delle monete metalliche, come rimedio al deterioramento del contenuto metallico delle seconde;
-        se la circolazione è invece di tipo D'-M-D'', allora il denaro serve per acquistare merce che poi viene realizzata per avere nuovo denaro. A differenza del caso precedente, in cui il denaro è mero intermediario nello scambio di merci, in questo caso è la merca ad essere intermediaria nel processo di scambio di denaro con altro denaro. Questa è la forma dominante dell'economia borghese: in tale forma, infatti, il capitalista, mediante le banche, anticipa capitale monetario per acquistare machcinari o impianti, o lavoratori visti come merci, per produrre una merce da vendere sul mercato in cambio di denaro, cosicché normalmente D''>D'. Il denaro quindi si rende autonomo dalla circolazione delle merci, diviene una merce con un valore d'uso autonomo rispetto alla mera funzione di strumento di circolazione. Ciò consente al denaro di assumere nuove funzioni, in primis di mezzo di tesaurizzazione, cioè di strumento di risparmio. Inoltre, in questo caso, emerge l'esigenza di costituire fondi di riserva per pagamenti futuri o differiti, per cui la legge che determina la quantità di denaro circolante si modifica sostanzialmente rispetto a quanto sopra evidenziato, e “data la velocità di circolazione del denaro, la somma complessiva del denaro circolante in un dato periodo sarà determinata dalla somma complessiva dei prezzi delle merci da realizzarsi, più la somma complessiva dei pagamenti in scadenza della medesima epoca, meno i pagamenti che si elidono reciprocamente mediante compensazione”. Ciò ha la ovvia conseguenza che la massa monetaria in circolazione può essere diversa, in un dato momento, dalla somma dei prezzi di tutte le merci, generando potenziali effetti inflazionistici o deflazionistici, e costituendo la base della speculazione finanziaria, che come è noto è nata proprio sui mercati “futures” di compravendita di merci postergata nel tempo. Inoltre, Marx svolge una analisi completa dell'inflazione e della deflazione come originate rispettivamente da una massa eccedentaria o deficitaria di moneta rispetto al valore immanente di scambio dei beni. Tale illustrazione fa anche giustizia delle tesi rassicuranti di David Ricardo, secondo le quali in caso di inflazione da eccesso di moneta, aumenterebbero le importazioni, riducendo quindi la massa monetaria interna e riportando automaticamente i prezzi in equilibrio, e viceversa in caso di deflazione da carenza di moneta aumenterebbero le esportazioni con nuovo afflusso di moneta aggiuntiva dall'estero. L'automatismo non si verifica, secondo Marx, sia perché l'afflusso o il deflusso di metalli preziosi dal Paese non si trasforma tutto quanto in moneta, sia perché le banche centrali, che emettono banconote, non seguono regole coerenti con quelle della circolazione aurea nel determinare la massa monetaria cartacea. Il che rende strutturali e permanenti, non autoregolantesi, le crisi commerciali capitalistiche.
Più in generale, poiché, stante la velocità di circolazione, è il livello dei prezzi a determinare la quantità di denaro in circolazione, Il denaro, quando “i prezzi sono bassi”, ovvero c’è crisi economica, si ritrae dalla circolazione, viene utilizzato in altro modo (all’epoca di Marx veniva tesoreggiato come oro, oggi finisce come capitale fittizio in qualche segmento dei mercati finanziari). Per questo gli alti e bassi della speculazione sono intrinsecamente connessi all’andamento della produzione reale. Dice Marx “l’accumulazione di capitale monetario da prestito, il cui indice è il saggio d’interesse, e l’accumulazione reale (il cui indice è il saggio di profitto reale, NdA) hanno quindi un andamento opposto lungo il ciclo”. La speculazione, e quindi la finanziarizzazione dell’economia, in questo approccio, dipendono strettamente dal calo del saggio di profitto delle attività economiche reali (cfr. ultimo paragrafo) e sono quindi una risposta a tale calo: se il volume dell’interscambio di prodotti reali è insufficiente ad assorbire tutto il denaro in circolo, questo verrà impiegato sul mercato finanziario, per investimenti finanziari che, nell’approccio di Marx, altro non sono che anticipazioni di un profitto futuro, oggi fittizio.  Ecco spiegata in termini marxisti un crisi finanziaria come quella attuale.

 
La teoria marxista della riproduzione capitalistica ed il declino tendenziale del tasso di profitto


Con la teoria marxista della riproduzione del capitale andiamo al nucleo stesso della descrizione marxista del funzionamento del capitalismo. L'analisi dell'economia come flusso circolare di risorse, da una fase produttiva ad una commerciale per poi tornare alla produzione, nasce nel diciottesimo secolo con il Tableau Economique di Quesnay, capo della scuola fisiocratica francese. La formazione scientifica di Quesnay, che era il medico di corte di Luigi XV, lo aiutò a concepire l'analogia tra sistema economico e flusso sanguigno. Marx riprese questa intuizione e la approfondì descrivendo l'analisi della circolazione e rotazione del capitale nel II volume del Capitale. Per portare a termine tale compito sviluppò uno strumento analitico eccezionalmente fecondo: gli schemi di riproduzione.
Marx distingue la riproduzione semplice, che è uno stato in cui il ciclo economico si ripete sempre uguale a se stesso, e la riproduzione allargata, che introduce l'aspetto dell'accumulazione e della crescita economica, cioè di una situazione in cui viene prodotta ricchezza aggiuntiva alla fine di ogni ciclo.
Per analizzare le caratteristiche di sviluppo del capitalismo, Marx divide l'economia in due settori. Il settore 1 produce i mezzi di produzione (macchinari, attrezzature produttive, impianti), il settore 2 produce le merci per il consumo. La produzione dei due settori (P1 e P2) è quindi data dalla somma del capitale (variabile, V e costante, C) che l’imprenditore anticipa all’inizio del ciclo produttivo, più il plusvalore (Pv) che si genera alla fine del ciclo produttivo.

(1)    P1 = C1 + V1 + Pv1
(2)    P2 = C2 + V2 + Pv2

Ci troviamo in condizioni di riproduzione semplice, perché il plusvalore prodotto viene interamente utilizzato per ammortizzare il capitale anticipato: se il capitale anticipato in uno dei due predetti settori è pari a 12.000 euro, ed il plusvalore annuale è di 2.400 euro, nel giro di cinque anni avremo che 2.400 x 5 = 12.000 euro, e quindi il capitale originariamente anticipato viene interamente riprodotto nel giro di cinque anni (o di cinque cicli produttivi semplici).
Ora, perché la riproduzione di questo sistema avvenga con regolarità vi sono due condizioni di equilibrio. La prima è che il valore della produzione del settore 1 corrisponda ai mezzi di produzione impiegati dall'economia, proprio perché il settore 1 ha il compiuto di produrre tutti i mezzi di produzione dell’intera economia. La seconda è che il valore della produzione del settore 2 corrisponda alla domanda complessiva del sistema, cioè che il valore del settore delle merci di consumo deve corrispondere alla domanda complessiva di tali merci, senza creare eccessi di offerta o di domanda insoddisfatte. La domanda complessiva può essere misurata con la quantità di beni di consumo richiesti dagli operai per la loro sussistenza (e quindi dall’ammontare totale di capitale variabile, che è esattamente dato dalla massa di mezzi di sussistenza consumati dagli operai) e con la quantità di beni che i capitalisti possono procacciarsi con il loro reddito (cioè con il valore estorto al lavoro degli operai, cioè con il plusvalore). In formule le due condizioni sono:

(3)    P1 = C1 + C2

(4)    P2 = V1 + V2 + Pv1 + Pv2

Sostituendo la (1) nella (3) e la (2) nella (4), ovvero scrivendo per esteso il valore della produzione dei due settori, osserviamo che le due condizioni si riducono a una:

(A)   V1 + Pv1 = C2

Questa è la condizione di equilibrio che, se raggiunta, è necessaria e sufficiente al regolare funzionamento del sistema. Essa esprime il fatto che, in equilibrio, il ciclo di riproduzione capitalistico (semplice) deve garantire che la domanda totale degli operai e dei capitalisti del settore 1 sia uguale almeno alla quantità di mezzi di produzione utilizzati nel settore 2 per produrre i beni di consumo necessari a soddisfarla. Altrimenti il settore produttore dei mezzi di produzione si ferma, e ciò produce la paralisi anche del settore di produzione dei beni di consumo, che si avvale dei mezzi di produzione prodotti dall’altro settore.
Da un punto di vista analitico, occorre analizzare che cosa succede quando il capitalismo non si trova in questa condizione. Poniamo ad esempio di osservare che: V1+Pv1>C2. Ciò significa che vi è domanda solvibile non corrisposta dalla capacità produttiva del settore dei beni di consumo. In una situazione del genere, le merci tenderanno a vendersi ad un prezzo superiore al loro costo di produzione. Questo aumenterà i profitti e dunque ci sarà un incentivo per accrescere gli investimenti per ampliare la scala della produzione (ricordiamo dal primo paragrafo, infatti, che i profitti sono in relazione alla dimensione del capitale investito: se crescono i profitti, crescerà anche il capitale, tramite gli investimenti, per mantenere la proporzione). I mezzi di produzione tenderanno perciò a crescere, grazie ai maggiori investimenti in capitale costante, riequilibrando la domanda potenziale. Nulla garantisce però che ciò accada nel tempo e nella dimensione adatti a equilibrare il sistema. Al contrario, i produttori espanderanno tutti insieme la produzione, guidati dalla crescita del saggio di profitto, e questo avrà come effetto di aumentare la capacità dei mezzi di produzione oltre la domanda solvibile (C2>V1+Pv1), provocando una riduzione dei prezzi e dunque una riduzione dei profitti, degli investimenti e così via.
Le oscillazioni attorno all'equilibrio potranno essere più o meno violente a seconda della situazione dell'economia mondiale, del sistema creditizio, della politica economica e così via. Ma in linea di massima le forze che riequilibrano il sistema non garantiscono il raggiungimento di una situazione armonica. In questa semplice illustrazione, la teoria marxista ci fornisce una spiegazione della continua oscillazione del ciclo economico capitalistico, fra fasi di crescita e fasi di stagnazione o recessione, senza mai raggiungere un punto di equilibrio stabile di lungo periodo.
La riproduzione allargata del capitale si differenzia da quella semplice per il fatto di generare un surplus produttivo aggiuntivo rispetto a quello meramente necessario per ricostituire il capitale anticipato ad inizio ciclo. Ipotizziamo ora che i capitalisti mettano a riserva una parte del plusvalore, con cui non si limitano a ripagare il capitale già anticipato, ma con cui acquistano nuovo capitale costante e nuovo capitale variabile. Il plusvalore si dividerà dunque in diverse quote, in diversi utilizzi:
S = AC + AV + B, dove: AC rappresenta l'accumulazione di nuovo capitale costante, AV l'accumulazione di nuovo capitale variabile e B la quota di plusvalore che il capitalista usa per i suoi consumi personali, che corrisponde alla quota di plusvalore usata per ripagare il capitale iniziale che l’imprenditore stesso ha anticipato. A questo punto riscriviamo la (1) e la (2):

(1a) P1 = C1 + V1 + AC1 + AV1 + B1

(2a) P2 = C2 + V2 + AC2 + AV2 + B2

Come si vede, la riproduzione allargata si basa sempre sulla riproduzione semplice. Infatti:
                riproduzione semplice                 riproduzione allargata
P1=        C1 + V1 + B1                     +             AC1 + AV1
               
P2=        C2 + V2 + B2                     +             AC2 + AV2

Allo stesso modo, con semplici passaggi algebrici, la condizione di equilibrio diventa:

V1 + B1 + AV1 = C2 + AC2

Ed ha lo stesso significato del caso di riproduzione semplice: la domanda nel settore dei beni di produzione, sia da parte degli operai che dei capitalisti, ivi compresa la sua parte incrementale, deve essere uguale perlomeno alla capacità produttiva potenziale del settore dei beni di consumo, ivi compresa la sua parte incrementale. Nella pratica, la diseguaglianza fra i membri di queste due equazioni genera le fluttuazioni cicliche del capitalismo, e la sua impossibilità di raggiungere un equilibrio di stato stazionario.
Il funzionamento degli schemi di riproduzione serve quindi per tratteggiare la teoria marxiana delle crisi economiche capitalistiche. Come dice Marx, “il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato”. Ma tale riproduzione può avvenire, ed anzi normalmente avviene, generando sproporzioni nella condizione di equilibrio, per cui si generano eccessi di offerta, oppure carenze di domanda. Infatti, Marx afferma che “La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società.” Tali sproporzioni possono derivare da qualsiasi motivo: da un eccessivo ingorgo di merci nella fase distributiva, che spinge i commercianti ad una guerra di prezzi, con relativi fallimenti di imprese ed aumento della disoccupazione e calo dei salari ,e quindi della domanda, da una bolla finanziaria o speculativa che esplode e rovina migliaia di risparmiatori/consumatori, da politiche economiche di austerità che deprimono i consumi, da politiche monetarie e del credito restrittive, o da combinazioni di tali elementi, ecc.
Il capitalista risponde generalmente a tali crisi con vari sistemi:
a)      Nella teoria della Rosa Luxemburg, egli cercherà nuovi sbocchi di domanda, aprendo nuovi mercati, che quando saranno esauriti nei Paesi capitalistici, saranno cercati in quelli precapitalistici, attraverso la loro conquista coloniale, oppure, come diremmo in termini più moderni, attraverso l’imperialismo, anche di tipo puramente economico: lo sfruttamento di manodopera e materie prime a costo particolarmente basso, ad esempio. Una strada fondamentale è rappresentata dalla guerra: con una guerra, si fornisce un utilizzo al capitale produttivo sovrabbondante rispetto alla domanda, e quindi ozioso, ed in qualche modo si apre un nuovo mercato (quello bellico) per ripristinare un flusso di profitti;
b)      Scaricando la crisi a valle, sulla piccola borghesia produttiva. Nell’immediato, ciò comporterà una crescita del livello di concentrazione oligopolistica della produzione, con effetti di sostegno al profitto (la cartellizzazione permetterà di far cessare le guerre di prezzo – infatti, come nota l’economista neomarxista Sweezy, la curva di domanda in un mercato oligopolistico è ad angolo, non permettendo al prezzo di superare, in alto o in basso, il suo livello di equilibrio – e consentirà di accumulare una rendita da oligopolista, anche grazie alla distruzione del capitale dei piccoli imprenditori falliti, che riduce l’eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda). Ciò però, nel medio periodo, comporterà la proletarizzazione crescente di fasce intere di piccola borghesia, aggravando il gap di domanda;
c)       Introducendo innovazioni tecnologiche che aumentino la produttività (ovvero, come detto, l’estrazione di plusvalore relativo) e di sistemi normativi che colleghino il salario alla produttività o alla redditività dell’azienda, consentendone un incremento tale da far ripartire la domanda, senza pesare però sul saggio di profitto (poiché il salario si muove solo in relazione alla possibilità di crescita del saggio di profitto). Tali modifiche normative possono essere ottenute anche tramite meccanismi di compartecipazione dei lavoratori agli utili aziendali. Sganciando però i salari dai prezzi, tali modifiche gettano le basi per una successiva perdita di potere di acquisto reale dei salari, quando arriverà la ripresa, e con essa la tendenza ad un aumento dei prezzi;
Con questi rimedi “tipici”, il capitalismo riuscirà a far ripartire la domanda, ridare utilizzo al capitale ozioso, distruggendone anche una parte, e quindi ad uscire dalla crisi, riavviando un periodo di crescita.

Il declino tendenziale del saggio di profitto


Tuttavia, il riavvio di un periodo di crescita non consentirà al capitalismo di sanare le sue contraddizioni strutturali interne, preparando le condizioni per una nuova crisi futura, ed al contempo aggravando, di crisi in crisi, le contraddizioni interne del capitalismo, portandolo, ogni volta, sempre più vicino alla sua fine.
Tutte le normali strade di fuoriuscita da una crisi sopra illustrate, infatti, non fanno altro che aumentare la composizione organica del capitale, ovvero, come si ricorderà, il rapporto fra valore del capitale costante e del capitale variabile. L’innovazione tecnologica (che può essere spinta anche da una fase bellica) aumenta il valore del capitale costante; le ristrutturazioni sociali e di mercato messe in campo per uscire dalla crisi tendono a deprimere il capitale variabile. L’aumento della composizione organica del capitale, come effetto peculiare di fuoriuscita di breve periodo dalle crisi capitalistiche, genera un effetto di lungo periodo, ovvero la riduzione del saggio di profitto tendenziale. Nei termini più semplificati possibili, Marx afferma che l'incremento della composizione organica del capitale, produce una tendenza alla caduta del tasso di profitto, anche quando ciò accresce il saggio del plusvalore. L'effetto depressivo derivante dall'incremento del capitale costante, infatti, più che compensa l'aumento del plusvalore. Formalmente:
-        sia q la composizione organica del capitale, ovvero q = C/V, dove C, come sempre, è il capitale costante, ovvero il valore-lavoro incorporato nella massa di macchinari e strumenti per la produzione, e V è il capitale variabile, ovvero il valore-lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro (approssimabile con il monte-salari);
-        sia s il saggio del plusvalore, ovvero s = Pv/V, dove Pv è il plusvalore estratto dal capitalista;
-        sia r il saggio di profitto, ovvero r = Pv/(C + V).
Se dividiamo numeratore e denominatore del saggio di profitto per V, otteniamo:

r = s/(q + 1)

Pertanto, un incremento della composizione organica del capitale q, derivante da un investimento in nuovi macchinari di produzione, se superiore al conseguente incremento del saggio di plusvalore s, associato alla maggiore produttività dovuta al migliore equipaggiamento tecnico di produzione, comporta evidentemente una riduzione del valore del saggio di profitto r.
Tuttavia lo stesso Marx circonda di notevole circospezione tale legge, onde evitare irrealistici meccanicismi. Nel libro III del Capitale, infatti, viene detto che tale legge rappresenta una tendenza generale, cioè di lungo periodo, mentre nel breve operano “fattori contrastanti”, ed in particolare Marx ne cita sei (un più intenso sfruttamento del lavoro, che fa crescere oltremodo s, la riduzione dei salari al di sotto del valore di riproduzione della forza-lavoro, la riduzione del valore di elementi di capitale costante, una crescita dell'esercito industriale di riserva, il commercio estero, che può ridurre il costo degli input produttivi, l'aumento della condivisione del capitale, che ne trasferisce il costo su altri soggetti).
Tale legge è una delle più controverse dell’economia marxista, poiché di fatto dimostra una tendenza spontanea, seppur di lunghissimo periodo, all’esaurimento della stessa capacità del capitalismo di autosostenersi, pur se dimostra la capacità di uscire dalle crisi periodiche che lo affliggono. Non solo economisti keynesiani, ma anche economisti neomarxisti come Paul Sweezy, infatti, hanno contestato la validità di tale legge, soprattutto in relazione alla crescita del surplus realizzata tramite la progressiva concentrazione oligopolistica del sistema produttivo. Tuttavia, come sottolineano gli stessi critici, tale surplus viene speso soprattutto in modo improduttivo (investimenti in immagine, marketing, lobbysmo politico, ecc.) mentre il capitalismo non risolve affatto il passaggio dalla fase produttiva a quella del realizzo: la crescente efficienza produttiva che viene mostrata dalla curva di crescita della produttività non ha un corrispondente nella crescita della domanda e dei redditi, come dimostrato, ad esempio per l’Italia, in questo grafico, tratto dall’articolo di Riccardo Achilli “Il Declino Tendenziale del Saggio di Profitto”, su http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2012/11/il-declino-tendenziale-del-saggio-di.html

Andamento dei salari reali e della produttività reale del lavoro in Italia

Ciò fa sì che le analisi empiriche più moderne, e condotte su serie storiche sufficientemente lunghe, dimostrino che, in effetti, si verifica una tendenza, sia pur molto lenta e graduale, verso il declino del saggio di profitto. Ancora una volta, in questo grafico tratto dal medesimo articolo di Riccardo Achilli, si vede che il saggio di profitto dell’economia italiana tende a decrescere.

Andamento del saggio di profitto lordo italiano fra 1970 e 2009


 
Bibliografia/sitografia: per saperne di più


Karl Marx, Per La Critica dell’Economia Politica, su http://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1859/criticaep/index.htm


Paul Baran, Paul M. Sweezy. Monopoly Capital. An Essay on the American Economic and Social Order, Monthly Review Press, 1966. Traduzione italiana: Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana, Einaudi, 1968.

Xepel, Su Alcuni Aspetti di Teoria Della Crisi, in http://www.homolaicus.com/economia/pagineconomia/teoria_crisi.htm

Riccardo Achilli, Il Declino Tendenziale Del Saggio di Profitto, in http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2012/11/il-declino-tendenziale-del-saggio-di.html

 

Dispensa nr. 3 – La Teoria Marxista della Rivoluzione


La dottrina politica marxista è ovviamente rivoluzionaria. L’obiettivo è quello di far terminare, con una presa di potere violenta, il modo di produzione capitalistico, per instaurare il socialismo, che dovrà quindi condurre al comunismo. La comprensione idonea della teoria rivoluzionaria marxiana non può che passare per il tramite di una analisi della teoria marxiana delle classi sociali nel modo di produzione capitalistico, poiché è dalla dinamica di classe che emerge la dinamica rivoluzionaria.

Le classi sociali nel capitalismo

Come già espresso nella dispensa nr. 1, il criterio materialistico marxista identifica le classi sociali in base al loro posizionamento rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione. Per maggior precisione, la definizione marxiana di classe prevede la concorrenza di più fattori, anche se ovviamente quello economico/produttivo, ovvero il posizionamento rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione, è quello essenziale. “Nella misura in cui milioni di famiglie vivono in condizioni economiche tali che distinguono il loro modo di vita, i loro interessi, e la loro cultura da quella di altre classi e li contrappongono ad essi in modo ostile essi formano una classe” (Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte). Tuttavia questo non basta ancora. Infatti, come accade tra i contadini piccoli proprietari, “se esistono soltanto legami locali, e l'identità dei loro interessi non crea tra di loro una comunità, una unione politica su scala nazionale e una organizzazione politica, essi non costituiscono una classe. Sono quindi incapaci di far valere i loro interessi nel loro proprio nome, sia attraverso un Parlamento, sia attraverso una Convenzione”. Posizione economica, interesse di classe, organizzazione politica sono dunque i tre elementi costitutivi della classe.
Di conseguenza, Marx identifica quattro classi sociali fondamentali nel capitalismo, più una serie di mezze classi, ovvero di gruppi sociali che, non avendo tutti e tre i requisiti sopra indicati, non raggiungono il livello di maturazione tipico di una classe sociale: i “rentiers”, che non investono soldi, e che vivono della rendita dei propri beni immobiliari, e che ai tempi di Marx rappresentano i resti della vecchia nobiltà pre-capitalistica, la grande borghesia, che possiede la proprietà dei mezzi di produzione e che li fa funzionare “noleggiando” la forza-lavoro necessaria attraverso il pagamento del salario, e remunerandosi con il plusvalore generato da tale forza-lavoro, la piccola borghesia, “che oscilla tra il proletariato e la borghesia e si viene sempre ricostituendo come parte integrante della società borghese” (Il Manifesto) una classe intermedia in cui si smussano le differenze fra grande borghesia e proletariato, e che in generale si reputa superiore alle loro lotte, che da un punto di vista culturale ed economico ambisce costantemente ad entrare nella grande borghesia, non di rado imitandone anche comportamenti, codici sociali, scelte politiche, ma poi spesso, nelle crisi economiche, finisce per essere proletarizzato.  Il perimetro di questa classe intermedia è incerto, dipendendo da condizioni storiche e nazionali specifiche, però può farsi coincidere con i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti e lavoratori autonomi. Infine, il proletariato viene definito come quella classe privata della proprietà dei mezzi di produzione, la cui unica proprietà è la forza-lavoro individuale, che viene ceduta alla borghesia in cambio di un salario. In questo senso, quindi, il proletariato non coincide soltanto con gli operai, ma più in generale con tutto il mondo del lavoro dipendente di tipo esecutivo (quindi fino al livello impiegatizio) e parasubordinato (quindi quella parte dell’occupazione formalmente non dipendente che però svolge, sia pur con una parvenza di autonomia, un lavoro dipendente a tutti gli effetti, co.co.pro., co.co.co., ma anche una quota di partite-Iva che in realtà operano come dipendenti).
Tale classificazione è evidentemente schematica, Marx stesso ne è consapevole, per cui egli per primo introduce una serie di aggiunte e sfumature. Vi sono intanto numerose mezze classi, come per l’appunto quella dei piccoli proprietari agricoli, che non arrivano ad identificarsi come classe sociale completa, però ne rivestono alcune caratteristiche; poi al di sotto, e per alcuni versi all’esterno, della sopra illustrata categorizzazione delle classi sociali dotate di una loro dinamica all’interno del funzionamento del capitalismo, convive un gruppo sociale, spesso numericamente molto ampio, denominato “sottoproletariato”, che ha perso la sua connotazione di classe, composto in primo luogo da coloro che a causa dell'eccedenza di mano d'opera sono disoccupati cronici o occupati irregolarmente, e si caratterizza come una massa di persone che vivono costantemente al di sotto delle condizioni medie della classe operaia, escluse dal processo produttivo e perciò stesso ai margini dei consueti rapporti sociali a ciò relativi. La perdita di coscienza di classe derivante dall’esclusione dai rapporti produttivi conduce Marx a un certo disprezzo circa la possibilità che tale categoria sociale (non definibile come classe) possa giocare un ruolo rivoluzionario: “in tutte le grandi città [formano] una massa nettamente distinta dal proletariato industriale, nella quale si reclutano ladri e delinquenti di ogni genere, che vivono dei rifiuti della società - gente senza un mestiere definito, vagabondi, gens sans feu et sans aveu, diversi secondo il grado di civiltà della nazione cui appartengono, ma che non perdono mai il carattere di lazzaroni” (Marx, Le lotte di classe in Francia). Tale gruppo sociale serve, per Marx, a fornire al capitalismo quell’esercito industriale di riserva in grado di comprimere verso il basso il salario dell’operaio, facendogli concorrenza. E’ quindi visto come una massa di manovra passiva, utilizzata dal capitalismo per i suoi interessi di classe.
Naturalmente è oggi impossibile parlare del sottoproletariato nei termini dispregiativi con cui ne parla Marx, non foss’altro che per il fatto che l’enorme ampliamento dell’area del lavoro “sistematicamente precario” richiede una comprensione maggiore della natura di classe del precariato, e della sua possibile inclusione in una lotta unitaria per i diritti del lavoro. Certamente rimane però attuale la facilità con cui tale gruppo sociale eterogeneo, privato della possibilità di costruire coscienza di classe tramite il rapporto diretto e continuativo con il ciclo produttivo capitalistico, può cadere vittima di suggestioni e fascinazioni demagogiche da parte della destra.
Infine, Marx affronta anche, in parte, la questione spinosa del collocamento sociale di una categoria, come quella degli amministratori, dei dirigenti e quadri di fabbrica, che non possono classificarsi fra la borghesia in senso stretto, non avendone le caratteristiche (essendo salariati, e non remunerati con il plusvalore) ma che al tempo stesso operano in maniera distinta, e antagonista, rispetto ai proletari, curando l’interesse padronale. Egli allora, nei Grundrisse,  elabora il concetto di “lavoratore collettivo cooperativo associato alle potenze mentali della produzione capitalistica”, soggetto alternativo all’ipotizzato ritirarsi della borghesia proprietaria dei mezzi di produzione in una posizione di classe di semi-percettori di rendita avulsi dalla produzione di ricchezza, e che dovrebbe quindi derivare dalla fusione di interessi fra tali tecnici e quadri superiori e lavoratori. Tale lavoratore collettivo cooperativo associato, però, nella dinamica del capitalismo, non è emerso, con la conseguenza che  amministratori, dirigenti e quadri di fabbrica (o di impresa, come direbbe Gianfranco La Grassa) hanno finito per rappresentare una mezza classe alleata, ed in tutto e per tutto identificata culturalmente e politicamente, con la grande borghesia.


La dinamica rivoluzionaria: la base teorica fondamentale

La dinamica della rivoluzione marxiana viene descritta nel Manifesto Del Partito Comunista (1848). Poiché il criterio del materialismo storico vede l’evoluzione della storia come il risultato di una dialettica fra classi sociali opposte ed antagoniste, lo sviluppo delle forze sociali determinato dall’evoluzione del capitalismo mette l’umanità di fronte ad un dilemma insuperabile: o socialismo o barbarie. O il proletariato sarà in grado, con una rivoluzione violenta, di distruggere il modo di produzione capitalista, instaurando un nuovo sistema, ovvero il socialismo, oppure il conflitto di classe porterà alla reciproca distruzione delle classi in lotta, e quindi alla distruzione dell’umanità. Questo perché il capitalismo, se non verrà superato, affonderà nelle sue stesse contraddizioni interne, trascinandosi dietro l’intera umanità. Tale modo di produzione è infatti incapace di evitare il progressivo impoverimento e la progressiva alienazione lavorativa di fasce crescenti di popolazione, come conseguenza della sua intrinseca tendenza ad accrescere lo sfruttamento per massimizzare l’estrazione di plusvalore, ad abbassare il salario sui livelli di sussistenza ed a proletarizzare fasce crescenti di piccola borghesia. Ma al contempo, non può evitare che crisi cicliche, nel breve e medio periodo, comportino sistematiche distruzioni di capitale (e di relativi capitalisti rovinati) e che nel lungo periodo il saggio di profitto tenda inevitabilmente a decrescere, creando così le condizioni per la distruzione della sua classe dominante (cfr. dispensa nr. 2).
Se il proletariato non prenderà su di sé l’onere storico di abbattere il capitalismo, quindi, l’avvitamento di questo modo di produzione sulle sue contraddizioni interne provocherà una distruzione globale. E tutto ciò senza considerare le problematiche ecologiche, appena accennate da Marx, nel Capitale, quando indica che un certo modo di produzione si svolge all’interno di predeterminate condizioni di produzione, fra le quali rientra anche lo stato dell’ambiente. Un successivo ramo dell’analisi teorica marxista, denominato “ecomarxismo”, il cui esponente più noto è James O’Connor, si incaricherà poi di sviluppare questa intuizione di Marx, descrivendo in termini marxisti la distruzione ambientale totale generata dallo sviluppo del capitalismo, come nuova, e potenzialmente esiziale, contraddizione interna di tale sistema.
La prima fase della Rivoluzione socialista passa tramite la cattura dello Stato borghese, e delle sue istituzioni, da parte del proletariato. In coerenza con la base teorica marxista, lo Stato borghese e le sue istituzioni è visto come una componente sovrastrutturale, un comitato che ne amministra (e facilita) gli affari comuni. Anche nella forma tradizionale della democrazia liberale, lo Stato borghese è visto come strumento sovrastrutturale di perpetuazione del dominio di classe. Le illusioni democratiche borghesi sono ben illustrate da Lenin in “Democrazia e Dittatura” (1919) ed in “Stato e Rivoluzione” (1917). Il punto di attacco di base è che, se i rapporti economici e produttivi continuano ad essere dominati da una classe a danno dell’altra, allora anche i rapporti elettorali e politici saranno necessariamente influenzati e diretti dall’interesse di tale classe, per cui le tipiche libertà formali della democrazia borghese (diritto di espressione, di voto, di associazione, ecc.) vengono svuotate del loro significato sostanziale. Ecco alcuni passaggi, scritti nell’incisivo e limpido stile di Lenin: “prendiamo, ad esempio, la libertà di riunione e la libertà di stampa (…) è una menzogna, perché i capitalisti, gli sfruttatori, i grandi proprietari fondiari e gli speculatori detengono di fatto i nove decimi delle migliori sale di riunione, i nove decimi delle provviste di carta, delle tipografie, ecc. L’operaio nelle città, il salariato agricolo e il giornaliero nelle campagne sono di fatto estraniati dalla democrazia sia mediante il “sacrosanto diritto di proprietà” (…) sia mediante l’apparato borghese del potere statale, cioè mediante i funzionari borghesi, i giudici borghesi, ecc. “[1]
Primo compito del proletariato sarà quindi quello di appropriarsi con la forza dello Stato, eliminando l’illusione della democrazia borghese, e trasformandolo in Stato operaio, al fine di espropriare la borghesia ed i rentiers dei mezzi di produzione, e collettivizzarli. Poiché sarà necessario distruggere le fortissime resistenze che la borghesia metterà in atto, tale Stato non potrà che essere, in una prima fase, uno Stato dittatoriale, una dittatura del proletariato. In questa fase, si instaurerà il socialismo, e sarà una fase transitoria, necessaria per creare le premesse affinché la proprietà privata sia abolita, i mezzi di produzione collettivizzati a favore dell’intera società, in modo tale che a quel punto la distinzione in classi sociali (dipendente dalle differenze nel posizionamento proprietario rispetto ai mezzi di produzione) sia superata, eliminando quindi le classi sociali, ed al tempo stesso lo stesso concetto di Stato, che, come si è visto, serve soltanto per preservare una determinata composizione di classe della società. Si arriverà quindi allo stadio finale della storia dell’umanità, una società di liberi produttori, senza classi e senza Stato, ovvero il comunismo.
Il passaggio al comunismo attraverso il socialismo, nei suoi aspetti distributivi (anche se si specifica che l’aspetto distributivo non è la questione essenziale del socialismo, poiché la ripartizione dei mezzi di consumo è solo conseguenza della ripartizione dei mezzi di produzione) viene spiegato meglio, da Marx ed Engels, nella “Critica del Programma di Gotha” (1875). Tale documento, tra l’altro, specifica che, nella pienezza della realizzazione del comunismo, i lavoratori non saranno retribuiti in base a ciò che producono, come avviene nel capitalismo, ma in base ai loro bisogni, donde la famosa frase “ognuno (apporti) secondo le sue capacità, a ciascuno (sia dato) secondo i suoi bisogni”. Naturalmente, ciò rappresenta la realizzazione finale del processo. In una fase preliminare di tipo ancora socialista, il singolo produttore riceverà ciò che ha dato in termini di apporto lavorativo, al netto di una detrazione di valore dovuta all’alimentazione di fondi comuni sociali (spese di amministrazione generale, spese per la soddisfazione di bisogni sociali come scuole ed ospedali, fondo per gli inabili al lavoro).
Gli elementi programmatici fondamentali di una società socialista, sotto la dittatura del proletariato, sono evidenziati sia nel programma di base individuato nel Manifesto, sia nella “Guerra Civile in Francia”, opera in cui Marx analizza l’esperienza della Comune di Parigi del 1871. Dalla congiunzione di queste due opere, possiamo ricavare il seguente elenco minimo:
-          Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato;
-          Imposizione fortemente progressiva;
-          Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli;
-          Accentramento del credito nelle mani dello Stato tramite una banca nazionale pubblica con monopolio esclusivo;
-          Accentramento del sistema dei trasporti in mano allo Stato;
-          Piano collettivo per l’industria e l’agricoltura;
-          Eguale obbligo di lavoro per tutti;
-          Unificazione dell’esercizio di agricoltura ed industria, e progressiva eliminazione della distinzione fra città e campagna;
-          Istruzione pubblica, gratuita ed universale e combinazione dell’istruzione con le esigenze produttive;
-          Eliminazione del lavoro minorile;
-          Abolizione dell’esercito permanente e creazione di una milizia operaia;
-          Soppressione del parlamentarismo e istituzione di forme di democrazia diretta nei luoghi di lavoro e nell’amministrazione pubblica;
-          Soppressione del privilegio burocratico e di tutte le funzioni repressive e parassitarie dello Stato.

Condizioni oggettive e soggettive di una rivoluzione: ruolo del partito e partecipazione ai meccanismi politici borghesi

Se quella sopra delineata è la dinamica generale di una rivoluzione, sia nei capitalismi maturi che in quelli arretrati, è ingenuo e antimarxista pensare che la sola lotta di classe possa, meccanicisticamente, condurre ad uno sbocco rivoluzionario, né che questo possa derivare dall’autonoma maturazione delle contraddizioni interne del capitalismo, adottando un approccio grettamente economicistico. In realtà, come ci dice Lenin, la sola lotta di classe, di per sé, sbocca nel mero trade unionismo, cioè nella rivendicazione salariale e lavorativa riformista dei sindacati in ambito capitalistico.
Lenin stesso, nella sua fondamentale opera “Che Fare?” (1902), delinea in modo organico la teoria dell’organizzazione e la strategia di un partito comunista rivoluzionario. Tale libro fornisce la risposta fondamentale dell’innesco di una situazione rivoluzionaria, già posta da Marx nel problema del passaggio della classe “in sé” alla classe “per sé”. La classe proletaria in sé è la classe nelle sue condizioni oggettive, materiali, che la definiscono agli occhi di un osservatore esterno, e rispetto al resto della società, mentre diventa “per sé” nel momento in cui acquisisce coscienza di sé stessa, della comune posizione e dei comuni interessi dei suoi membri. Ebbene, per Lenin questo passaggio non è automatico, non può ottenersi con la mera lotta di classe, né con la lotta economica contro le politiche economiche che danneggiano o impoveriscono il proletariato, ma può essere portata soltanto dall’esterno della classe e della sua lotta, da un élite rivoluzionaria molto ben preparata, in grado di avere una capacità di analisi dell’intera società, e di saper parlare all’intera società, in modo da costruire alleanze fra proletariato ed altri settori sociali (piccola borghesia urbana e rurale, intellettuali che decidono di allearsi alla causa delle masse). Tale élite rappresenta il vertice del partito comunista, che è quindi il partito delle avanguardie culturali, intellettuali e politiche, che conferiscono al proletariato coscienza di sé stesso, dei suoi interessi e della più efficace linea di lotta, che non può essere meramente tradeunionistica o riformista, ma rivoluzionaria. Il partito di avanguardia diviene quindi il mediatore fra la classe in sé e la classe per sé.
Ma la presenza del partito di avanguardia, ancora, non basta per scatenare una rivoluzione. Secondo Lenin, una situazione rivoluzionaria matura soltanto dopo un lungo periodo di accumulazione delle forze e di “costante assedio alla fortezza nemica”, una fase fatta di lotte continue a tutti i livelli: economico, sindacale, ma anche sovrastrutturale (culturale, politico, parlamentare). In questa fase, per Lenin è anche utile stipulare temporanee alleanze politiche con parti avverse, purché strumentali a far avanzare la causa rivoluzionaria, ed anche partecipare attivamente alla vita parlamentare della democrazia borghese, se utile per accrescere la visibilità del partito rivoluzionario e la sua credibilità verso il proletariato, sostenendone anche le rivendicazioni più spicciole e quotidiane per le vie democratiche ed istituzionali normali. In questo, Lenin entra in aperto contrasto con la cosiddetta “sinistra comunista”, rappresentata in Italia da Amadeo Bordiga e dalla sua corrente, che nega ogni possibile partecipazione dei comunisti al compromesso democratico e politico borghese, polemizzando con i “sinistri” nella famosa opera “L’Estremismo, Malattia Infantile del Comunismo” (1920).
Con questa lunga preparazione di lotta e di creazione di coscienza di classe, la situazione può diventare rivoluzionaria soltanto se maturano condizioni oggettive e soggettive. Le prime sono riferite, sempre secondo Lenin, ad una situazione in cui la classe dominante si è indebolita a tal punto, per effetto delle lotte di classe e delle sue lotte intestine, da non essere più in grado di governare come prima, quando cioè il suo apparato repressivo è entrato in decomposizione, il suo sistema partitico e istituzionale ha perso ogni credibilità agli occhi del popolo, ed al tempo stesso il proletariato ha raggiunto un tale livello di impoverimento e sfruttamento oggettivo da essere pronto ad affrontare anche la morte, pur di cambiare le cose, orientandosi in questo modo verso una azione rivoluzionaria, non più riformista. Queste sono le condizioni oggettive entro cui può svilupparsi una situazione rivoluzionaria. Occorre poi che vi siano le condizioni soggettive, ovvero la presenza di un partito di avanguardie che sappia conferire coscienza di classe, costruire le alleanze con altri settori sociali, dirigere la lotta rivoluzionaria scegliendo i tempi giusti per scatenare la rivoluzione, e le parole d’ordine giuste per mobilitare le masse.
Se tali condizioni oggettive e soggettive non sono presenti contemporaneamente e nella giusta intensità, la situazione rivoluzionaria deperisce, ed il compito del partito rivoluzionario ridiventa quello di accumulare nuovamente le forze per una occasione futura.

Programma transitorio e rivoluzione permanente in Trotsky

Lev Trotsky è uno dei principali dirigenti bolscevichi che fanno la Rivoluzione Russa ed organizzano la nascita dell’Unione Sovietica, fino a quando il contrasto con Stalin lo costringerà all’esilio, ed alla morte, nel 1940, per mano di un sicario staliniano. Egli riprende le prime intuizioni di Marx ed Engels sulla rivoluzione permanente, ovvero sulle dinamiche rivoluzionarie nei Paesi a basso sviluppo capitalistico (come per l’appunto la Russia prerivoluzionaria). Secondo tale schema, nei Paesi arretrati (in termini di sviluppo capitalistico) la rivoluzione democratico-borghese non può essere svolta dalla borghesia, troppo gracile e troppo poco autonoma dalle aristocrazie nobiliari e terriere per poter svolgere il ruolo storico di abbattimento definitivo del precedente sistema feudale e di affermazione totalitaria del modo di produzione capitalistico. Sulla base della legge dello sviluppo diseguale e combinata, elaborata dallo stesso Trotzky, lo sviluppo capitalistico non avviene in modo omogeneo e lineare in tutti i Paesi e le regioni, ma in modo più o meno rapido fra centro e periferia, ed inoltre, nei Paesi e nelle regioni più arretrate, sottoposte a controllo coloniale, combinando elementi di arretratezza precapitalistica a elementi più moderni. Nei Paesi colonizzati, infatti, il padrone imperialista fornisce immediatamente alcuni elementi molto avanzati di capitalismo, come la concentrazione e centralizzazione del capitale in grandi imprese che provengono dalla metropoli, la creazione di reti di trasporto moderne dai punti dove vengono prodotte le materie prime agricole e minerarie, ma al tempo stesso si mantengono assetti sociali feudali e rurali, la borghesia nazionale è poco sviluppata, compradora e incapace di fornire elementi di innesco di una rivoluzione industriale autoctona.
In queste situazioni, il proletariato deve sobbarcarsi l’onere di compiere la rivoluzione democratico-borghese, seppellendo gli elementi feudali ancora dominanti, in luogo della borghesia, e poi di compiere la successiva rivoluzione socialista, esautorando la debole borghesia nazionale. In questo senso, la rivoluzione sarebbe stata permanente, o ininterrotta.
Inoltre, Trotsky riprende il concetto di internazionalismo proletario già espresso da Marx ed Engels nel Manifesto, sviluppandolo ulteriormente. Nel Manifesto, infatti, i due padri del marxismo specificano come il proletariato non abbia patria: una delle prime condizioni di emancipazione del proletariato è l’azione unita, al di là delle frontiere nazionali, abolendo lo sfruttamento di una nazione sull’altra, cioè l’imperialismo, nella misura in cui la lotta del proletariato è contro lo sfruttamento di una classe sull’altra, e tale lotta non ha frontiere. D’altra parte, è la stessa natura sempre più transnazionale e globalizzata del capitalismo, già perfettamente compresa da Marx ed Engels, ad imporre un’unità di azione transnazionale anche al proletariato.
In questo quadro, Trotsky ritiene che un nuovo Stato socialista non sia in grado di resistere, da solo, contro la pressione del mondo capitalista. Da ciò discende che la rivoluzione socialista debba essere esportata immediatamente anche negli altri Paesi, utilizzando a tal fine anche strutture di coordinamento politico transnazionale dei partiti comunisti nazionali, come le Internazionali.
Nel 1938, elabora il Programma di Transizione che deve consentire la preparazione alla presa del potere da parte delle masse. Considerando una fase di preparazione pre-rivoluzionaria, fatta di agitazioni, di propaganda e di organizzazione, egli si pone il problema di aiutare le masse a trovare un ponte fra le loro rivendicazioni pratiche, quotidiane, ed il programma di una più ampia rivoluzione socialista. Tale ponte va costruito attraverso un sistema di rivendicazioni transitorie che siano congegnate in modo da rispondere ad alcune esigenze immediate dei lavoratori, fidelizzandoli ad una causa che in ultima analisi è rivoluzionaria e non meramente riformista, ed al contempo in modo da avviare un cambiamento strutturale dei meccanismi capitalistici. Si prevedono le seguenti misure:
-          Scala mobile dei salari, indicizzati ai prezzi, e delle ore di lavoro, indicizzate al tasso di disoccupazione, in modo da ripartire il lavoro disponibile fra lavoratori e disoccupati, recuperando questi ultimi dal sottoproletariato, e ampliando così i confini del proletariato;
-          Partecipazione dei comunisti ai grandi sindacati di massa, per orientarli in direzione rivoluzionaria e sconfiggerne le burocrazie interne riformiste, ed al contempo creazione di comitati di sciopero e di fabbrica per coprire la quota meno qualificata e meno sindacalizzata della forza-lavoro, coordinandoli con la creazione di soviet;
-          Favorire gli scioperi con occupazione della fabbrica;
-          Mettere gli operai in condizioni di conoscere i segreti contabili, commerciali, tecnologici della propria impresa e del proprio settore, anche tramite i comitati di fabbrica;
-          Elaborazione di un piano economico, anche in materia di investimenti in opere pubbliche, che privilegi la riattivazione delle imprese private chiuse in seguito a crisi;
-          Espropriazione di gruppi industriali in settori nevralgici (industria bellica, ferrovie, miniere, ecc.) senza indennizzo, e mettendoli sotto il controllo dei lavoratori stessi;
-          Espropriazione delle banche ed unificazione delle stesse sotto  un unico istituto nazionale, e statalizzazione del credito;
-          Creazione di una milizia operaia che difenda i lavoratori negli scioperi ed agitazioni;
-          Alleanza fra operi e contadini, ed elaborazione, su base nazionale, di rivendicazioni transitorie a favore dei contadini e della piccola borghesia cittadina, per legarla agli interessi proletari; nazionalizzazione dell’agricoltura e sua collettivizzazione, preservando la piccola proprietà privata contadina; preservazione della piccola proprietà artigiana e commerciale;
-          Contrasto alla guerra borghese ed all’imperialismo;
-          Sostituzione dell’esercito permanente con una milizia operaia;
-          Allo stesso modo, sostegno ai Paesi colonizzati nella loro lotta di emancipazione nazionale;
-          Creazione di un Governo operaio e contadino.

Bibliografia/sitografia: per saperne di più

Karl Marx, Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, su http://www.liberliber.it/mediateca/libri/e/engels/il_manifesto_del_partito_comunista/pdf/il_man_p.pdf
Karl Marx, Friedrich Engels, Critica Del Programma di Gotha, su www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/index.htm
Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, su www.marxists.org/italiano/marx-engels/1852/brumaio/index.htm
Karl Marx, La Guerra Civile in Francia, su www.marxists.org/italiano/marx-engels/1871/gcf/index.htm
Vladimir Lenin, Stato e Rivoluzione, su www.marxists.org/italiano/lenin/1917/stat-riv/index.htm
Vladimir Lenin, La Rivoluzione Proletaria Ed Il Rinnegato Kautsky, su www.marxists.org/italiano/lenin/1918/10-kautsky/kau1.htm
Vladimir Lenin, Democrazia e Dittatura, su www.marxists.org/italiano/lenin/1918/12/23.htm
Vladimir Lenin, L’Estremismo Malattia Infantile Del Comunismo, su www.marxismo.net/estremismo/introduzione.html
Lev Trotsky, L’Agonia Del Capitalismo E I Compiti della IV Internazionale, su www.marxists.org/italiano/trotsky/1938/6/transiz.htm
Lev Trotsky, Le Prospettive Dell’Evoluzione Mondiale, su www.marxists.org/italiano/trotsky/1924/evoluzione.htm
Lev Trotsky, La Curva Dello Sviluppo Capitalistico, su www.marxists.org/italiano/trotsky/1923/curva-sviluppo.htm


 
Dispensa nr. 4 – Marxismo ed imperialismo





In termini molto generici, l’imperialismo può essere definito come un processo in cui un Paese, generalmente a sviluppo capitalistico più avanzato, impone una egemonia economica, politica e culturale su un altro Paese, generalmente a sviluppo capitalistico più arretrato, per sfruttarne le risorse naturali o economiche (determinate materie prime minerarie o agricole, ma anche bacini di manodopera ad alto rapporto fra produttività e costo, oppure una posizione geostrategica conveniente). L’imperialismo non necessariamente adotta la forma più diretta e più brutale dell’invasione militare e del soggiogamento politico formale, trasformando il Paese soggiogato, a seconda dell’intensità del controllo politico, in un protettorato o in una vera e propria colonia, ma può essere condotto con forme di controllo politico ed economico indiretto, preservando una parvenza formale di indipendenza del Paese soggiogato, tipicamente facendo leva sulla propensione a farsi corrompere della sua borghesia nazionale compradora, incapace, in ragione dell’insufficiente sviluppo capitalistico del Paese dominato, di assumere la funzione emancipatrice e rivoluzionaria tipica delle borghesie nazionali europee e nordamericane.
Nei Paesi sottoposti a tale controllo neoimperialistico, infatti, per usare le parole di Frantz Fanon, “all’interno di questa borghesia nazionale non troviamo né industriali né finanzieri. La borghesia nazionale dei Paesi sottosviluppati non è orientata alla produzione, l’invenzione, la costruzione, il lavoro. E’ interamente canalizzata verso attività di intermediazione. Stare dentro il circuito, dentro la “combine”, questa sembra essere la sua vocazione profonda (…) I quadri universitari e commerciali (oltre che funzionariali, ndt) che rappresentano la fazione più illuminata del nuovo Stato si caratterizzano per il loro piccolo numero, la loro concentrazione nella città capitale, il tipo di attività svolte: piccolo commercio, anche agricolo, libera professione (…) Nella prospettiva culturale limitata della borghesia nazionale, un’economia nazionale viene identificata con un’economia basata sui cosiddetti prodotti locali. Grandi discorsi saranno pronunciati a favore dell’artigianato (…) Questo culto dei prodotti locali, questa impossibilità di inventare nuove direzioni si manifesteranno anche nel vincolarsi, da parte di questa borghesia nazionale, alla produzione agricola tipica del periodo coloniale (…) si tratta sempre della raccolta di arachidi, di cacao, di olive. Nessuna modifica viene introdotta nel trattamento di questi prodotti di base. Nessuna industria viene installata nel Paese. Si continua a fare i piccoli contadini dell’Europa, gli specialisti dei prodotti grezzi (…) Poiché questa borghesia nazionale non ha né i mezzi tecnici né quelli intellettuali necessari (ingegneri, tecnici) essa limiterà le sue pretese alla ripresa degli uffici di intermediazione e delle case di commercio occupati, in precedenza, dai colonizzatori. La borghesia nazionale prende così il posto dei vecchi coloni europei: medici, avvocati, commercianti, rappresentanti, agenti generali, spedizionieri….La borghesia nazionale si assegna la missione storica di servire da intermediario…a servire da corridoio di trasmissione di un capitalismo che appare oggi con la maschera neo-colonialista.”[2]
L’imperialismo non è quindi soltanto una questione di rapporti economici di dominazione, ma implica anche aspetti di tipo sovrastrutturale, politico, sociale e culturale[3]. In tal senso, quindi, un eroe della lotta antimperialistica come Thomas Sankara può affermare che “per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Il tema dell’imperialismo è presente sin dalla genesi del pensiero marxista. Marx ed Engels affermano infatti che un Paese che domina un altro Paese non è un Paese libero. Il primo abbozzo di analisi economica dell’imperialismo si rintraccia nelle Teorie del Plusvalore, laddove Marx afferma che non appena si instaura il commercio mondiale, la legge del valore è sottoposta a modifiche essenziali, perché il tempo di lavoro necessario alla produzione delle merci scambiate sta in un rapporto proporzionale con le diverse produttività dei diversi Paesi, talché “il Paese più ricco (a più alta produttività) sfrutta il più povero (a più bassa produttività)”. In pratica, più lavoro compra meno lavoro, generando lo sfruttamento imperialistico. La lotta contro l’imperialismo diviene quindi uno dei temi centrali di Marx ed Engels, molto meno invece negli scritti di Engels dopo la morte di Marx. Ad esempio, Marx scriverà esplicitamente in favore della lotta di liberazione nazionale irlandese contro il dominio inglese, vedendo correttamente nel successo di tale lotta di liberazione un passaggio essenziale per introdurre il socialismo in Gran Bretagna, attraverso il conseguente indebolimento della borghesia inglese, in caso di successo irlandese. Il nesso fra lotta di liberazione nazionale ed indebolimento degli assetti economici e sociali capitalistici, ben presente in Marx, diverrà invece più ambiguo in Engels, ad esempio nella sua presa di posizione a favore dell’introduzione di sistemi di proprietà piccolo-contadina a favore dei coloni italiani a seguito della conquista coloniale della Somalia.
Spetterà quindi a due giganti della teoria marxista, Rosa Luxemburg e Vladimir Lenin, ristabilire il nesso fra marxismo ed imperialismo.

La teoria dell’imperialismo della Rosa Luxemburg

La teoria imperialistica della Luxemburg è contenuta nella sua opera principale, L’Accumulazione Del Capitale (1913). La Luxemburg parte dalla critica degli schemi di riproduzione allargata contenuti nel Libro II del Capitale (cfr. dispensa nr. 2). Partendo dalla negazione dell’ipotesi iniziale di “economia chiusa”,  posta da Marx per fini di mera semplificazione dell’esposizione di come in astratto un sistema capitalistico generi accumulazione, la Luxemburg attribuisce agli schemi di riproduzione allargata presenti nel Capitale la colpa di perdere di vista il fatto che il plusvalore non possa generarsi all’interno dei meccanismi di accumulazione stessi (essenzialmente perché i salari riproducono il capitale variabile, mentre il reddito del capitalista, ovvero il plusvalore, non può realizzarsi se le merci che rappresentano tale plusvalore non sono vendute sul mercato). La contraddizione degli schemi di riproduzione allargata, per la Luxemburg, risiede nel fatto che “il plusvalore, indipendentemente dalla forma materiale che assume, non può essere direttamente trasferito alla produzione per l’accumulazione (ovvero reinserito in un nuovo ciclo di riproduzione del capitale); deve venire prima realizzato (sul mercato)”. L’analisi critica della Luxemburg, in questo modo, inserisce il problema della domanda solvibile dentro gli schemi di riproduzione allargata di Marx, che originariamente sono finalizzati alla spiegazione del meccanismo produttivo, e quindi del sottostante rapporto sociale di produzione fra classi, attraverso il quale il capitale si autoriproduce e si valorizza.
 Per la Luxemburg, di conseguenza, il plusvalore può generarsi solo all’esterno dei meccanismi di riproduzione capitalisti, attraverso lo scambio con settori sociali ed aree che si trovano all’esterno del capitalismo stesso. Essa infatti afferma che “la cosa più importante è che il valore non può essere realizzato dai lavoratori, né dai capitalisti, ma soltanto da strati sociali che non producono capitalisticamente”.
Questa idea di base sembra prendere spunto da ciò che lo stesso Marx afferma, quando dice che “non appena comincia ad avere la sensazione e la consapevolezza di essere esso stesso un ostacolo allo sviluppo, subito il capitale cerca scampo verso forme le quali, mentre danno l’illusione di perfezionare il dominio del capitale imbrigliando la libera concorrenza, annunciano nello stesso tempo la dissoluzione sua e del modo di produzione che su di esso si fonda”.
Secondo la Luxemburg, dunque, l’economia capitalista ha la necessità di cercare al di fuori di essa gli sbocchi della sua produzione, prima all’interno degli stessi Paesi capitalisti, attraverso lo scambio con la piccola produzione artigiana e contadina che rimane esterna ai meccanismi di accumulazione, e poi, quando tali mercati si saturano, in una fase più matura, il capitalismo è costretto a ricorrere alla conquista coloniale di nuovi Stati, per crearvi sbocchi commerciali, anche attraverso l’insediamento di coloni provenienti dalla metropoli, che accumulano un piccolo reddito tale da fornire la domanda solvibile necessaria a far funzionare i meccanismi di accumulazione della madrepatria, ed attraverso la possibilità di realizzare investimenti infrastrutturali e produttivi nella colonia, che generano redditi aggiuntivi.
L’imperialismo diviene dunque la fase matura del capitalismo, un “metodo specifico di accumulazione”, e comporta conseguenze quali la creazione di un sistema di prestiti internazionali, la concentrazione del sistema bancario e finanziario, ma anche di quello industriale, in grandi trust multinazionali che forniscono i capitali per le imprese coloniali, e gli investimenti ed il know how tecnico ed industriale per sfruttare le risorse delle nuove colonie, finendo per influenzare sempre più pesantemente la politica dei singoli Stati, l’aumento del grado di conflittualità fra i singoli Stati imperialistici per la conquista ed il mantenimento delle reciproche sfere di influenza coloniale, dapprima sotto forma economica (ad es. il protezionismo, ma anche il sabotaggio delle rote commerciali fra metropoli e colonia) e poi sotto forma sempre più politica e militare. D’altro canto, lo stesso militarismo crescente, innescato dalla concorrenza fra Stati imperialisti, diviene un mezzo fondamentale per realizzare plusvalore, attraverso l’espansione dell’industria bellica.
La fase imperialistica del capitalismo genera dunque, secondo la Luxemburg, specifiche nuove contraddizioni interne, poiché la realizzazione del plusvalore richiede costantemente l’immissione nel circuito capitalista/imperialista di Paesi, strati sociali e ed economie precapitalistiche, fino al punto in cui non sarà più possibile trovare nuove aree, economie e fasce sociali precapitalistiche da sfruttare, ed il meccanismo di accumulazione si paralizzerà.
Gli eventi degli anni in cui la Luxemburg scrive sembrano darle ragione: l’accelerazione delle conquiste coloniali delle ultime aree rimaste fuori dal controllo imperialistico, grazie soprattutto al disfacimento dell’impero ottomano (provocato artatamente proprio dalle potenze imperialistiche, cfr. la guerra di Crimea sostenuta dalla Gran Bretagna contro i turchi, oppure il sostegno all’indipendentismo dei popoli balcanici sotto controllo ottomano, o ancora la spedizione coloniale italiana in Libia, allora sotto controllo ottomano), ed il precipitare dell’Europa verso il primo conflitto mondiale, generato proprio dalle crescenti tensioni, in seno imperialistico, derivanti dall’assenza di nuovi territori coloniali da conquistare, e dall’occupazione integrale del mondo.
Tuttavia, la teoria imperialistica della Luxemburg ha ricevuto molte critiche, anche in ambito marxista. Di fatto, lo sviluppo capitalistico si incaricherà di evidenziare come non vi sia affatto bisogno di inglobare costantemente settori precapitalistici per risolvere i problemi di realizzo del plusvalore. La guerra (il secondo conflitto mondiale), un più efficace inquadramento e disciplinamento della forza-lavoro, associato ad un’economia autarchica che sfrutta al massimo ogni spazio di domanda dentro l’economia nazionale (il fascismo), una espansione welfaristica e socialdemocratica, favorita dal debito pubblico (nel secondo dopoguerra) sono altrettanti metodi per ripristinare sbocchi di domanda solvibile per l’accumulazione capitalistica, senza bisogno di nuove conquiste coloniali. Il neoimperialismo, ovvero il controllo dall’esterno delle risorse economiche, della cultura e della politica di Paesi solo formalmente decolonizzati e formalmente indipendenti, fornisce poi una metodologia molto meno costosa, più flessibile e più efficace, rispetto al vecchio colonialismo, per reperire nuove fonti di plusvalore. La stessa autonomia economica che alcuni dei Paesi decolonizzati riescono a conquistare, trovando spazi per un proprio sviluppo capitalistico autonomo (India, Brasile, Vietnam, Corea del Sud, per alcuni versi, e molto parzialmente, il Sudafrica, ecc.) diventano occasioni per creare nuovi mercati interni di consumo ad alta crescita, per fornire sbocco alle esportazioni dei paesi capitalisti maturi.

La teoria leninista dell’imperialismo

Per certi versi contrapposta alla teoria della Luxemburg viene collocata la teoria dell’imperialismo formulata da Lenin, che in effetti, a differenza della teorica tedesca, non crede assolutamente ad ipotesi di autoesaurimento dell’imperialismo per motivi inerenti le sue contraddizioni interne, ma “l’orrore senza fine dell’imperialismo” potrà soltanto essere abbattuto da una rivoluzione. Lenin si contrappose più volte con la Luxemburg, in un rapporto che, seppur di rispetto reciproco, fu vivacemente critico e polemico. Con riferimento alle questioni dell’imperialismo, oltre a contestare l’economicistica visione della Luxemburg circa la contraddizione interna del capitalismo imperialistico, nel suo testo “A Proposito Dell’Opuscolo di Junius” del 1916, egli critica le posizioni della Luxemburg (celata dietro lo pseudonimo Junius) sulla “difesa della Patria”, assimilandole a quelle dell’ex marxista Kautsky, passato al socialismo. In primo luogo, confuta l’affermazione generale della Luxemburg secondo cui le guerre nazionali, nella fase imperialistica del capitalismo, non possono più esistere, in quanto anche guerre inizialmente nazionali, andando inevitabilmente a toccare un interesse imperialistico, diverrebbero imperialistiche automaticamente. Tuttavia, ciò smentisce, a detta di Lenin, i principi della dialettica marxista, per cui in ogni momento ogni cosa può trasformarsi nel suo opposto, ed è ben possibile, in circostanze determinate, che una guerra imperialistica (come il primo conflitto mondiale) possa trasformarsi in una guerra di liberazione nazionale da parte dei popoli risultati sconfitti ed occupati da potenze esterne. D’altra parte, egli mette il dito sulla piaga dell’errore teorico della Luxemburg: negando la possibilità di guerre nazionali, ella nega la possibilità di guerre di liberazione nelle colonie, che infatti di lì a pochi anni si sarebbero regolarmente presentate.
Da tale critica alle posizioni errate della Luxemburg discende la critica alle posizioni di certi ambienti marxisti sul disarmo e sul disprezzo delle lotte di indipendenza nazionale, che a giudizio di Lenin finiscono per essere reazionarie, poiché negano il ruolo potenzialmente progressista che tali lotte possono rivestire. Da ciò deriva anche che la posizione favorevole in generale ed in qualsiasi condizione alla difesa della Patria di fronte ad aggressioni militari esterne, come elemento centrale del pensiero di Junius, e dello stesso Kautsky, è erroneo, dal momento che l’interesse del proletariato non è la difesa della Patria borghese da aggressioni esterne, ma la lotta di classe contro il padrone borghese.
Più in generale, la teoria leninista sull’imperialismo, contenuta soprattutto in “Imperialismo, Fase Suprema Del Capitalismo”, focalizza l’attenzione sugli aspetti economici dell’imperialismo, più che su quelli politici. La definizione economica dell’imperialismo verte sui seguenti aspetti:
-          La concentrazione dei mezzi di produzione in un ristretto numero di mani, con la progressiva riduzione della concorrenza a favore della formazione di grandi blocchi monopolistici. Tale elemento deriva direttamente dalle considerazioni svolte da Marx sul Capitale (cfr. dispensa nr. 2) in materia di concentrazione oligopolistica generata proprio dalla concorrenza capitalistica. Ciò ha anche come riflesso la crescente concentrazione dimensionale delle banche, e la fusione di capitali bancari ed industriali, resi necessari dalla necessità concorrenziale, da parte dei gruppi industriali, di assicurarsi la provvista di capitale per gli investimenti sempre più ingenti richiesti dalla loro progressiva crescita dimensionale ed oligopolistica. La fornitura di capitali della banca, e più in generale l’ampliamento della conoscenza da parte della banca sugli affari della società industriale con cui stringe relazioni, conducono ad un vero e proprio dominio della banca, diventato ente ad attività universale, sull’industria;
-          Ciò, in un’economia sempre più globalizzata, dove i processi di accumulazione si svolgono su livello transnazionale e non più nazionale, porta alla creazione di grandi gruppi multinazionali retti da oligarchie finanziarie ristrette, che fanno dell’esportazione di capitali la loro attività principale, trascendendo la tradizionale attività creditizia di tipo retail delle banche, al fine di dare un utilizzo al crescente surplus oligopolistico generato dall’allontanamento progressivo da un mercato libero concorrenziale. Di fatto, il commercio internazionale dei capitali diviene più importante di quello delle merci, che caratterizzava la prima fase del capitalismo, e conduce ad una progressiva finanziarizzazione del capitalismo (con una quota di profitto fittizio ed anticipato sempre più importante rispetto al profitto reale) di cui Lenin fornisce numerosi esempi (guadagni sull’attività di intermediazione nell’emissione di obbligazioni private, commissioni ed interessi sui prestiti internazionali erogati, guadagni dal rilevamento e dalla ristrutturazione e rimessa in redditività di imprese industriali in crisi,  speculazioni fondiarie, ecc.). tutto ciò fa prevalere il capitale finanziario su quello industriale, e crea la posizione predominante del rentier e dell’oligarchia finanziaria, nella conduzione politica;
-          D’altra parte, la legge dello sviluppo diseguale, che fa sì che alcuni Paesi abbiano uno sviluppo capitalistico più rapido di altri, che rimangono invece in condizioni largamente precapitalistiche, crea le premesse affinché tali grandi gruppi monopolistici multinazionali cerchino di assumere il controllo delle aree meno sviluppate del mondo, spartendoselo in aree di influenza continuamente cangianti a causa della concorrenza fra tali multinazionali, fra gli Stati, ed al mutamento delle relazioni commerciali globali. Il capitale finanziario, in ciò, stringe al cappio interi Stati: esportando capitali per essenziali investimenti infrastrutturali nei Paesi di recente indipendenza più arretrati, di fatto, tramite gli interessi sul debito estero e la clausola di acquisto di beni del Paese prestatore, lo sviluppo di questi Paesi emergenti viene strangolato sul nascere, rendendoli economicamente dipendenti dai Paesi imperialisti. Più in generale, tali grandi trust tendono a concludere accordi di cartello per spartirsi il mercato mondiale in aree di influenza esclusiva, godendo così di profitti monopolistici ai danni dei consumatori e dei cittadini;
-          In questo senso, la tesi “consolatoria” sostenuta dalla teoria dell’iperimperialismo di Kautsky, secondo la quale i grandi cartelli, una volta spartitosi il mondo, possono condurre ad una epoca di stabilizzazione e pacificazione delle relazioni internazionali, è totalmente falsa. La base dell’imperialismo è data dalla competizione senza quartiere fra leghe imprenditoriali monopolistiche e gli Stati imperialisti che esse controllano, finalizzata a rielaborare continuamente la suddivisione delle aree di influenza, al fine di indebolire gli avversari, non appena le differenze di sviluppo fra i diversi attori dell’economia mondiale, generate proprio dalla preesistente divisione del mondo in aree di influenza (e quindi dalla già citata legge dello sviluppo diseguale), si ampliano al punto tale da generare una modifica dei rapporti di forza, che richiede quindi un riequilibrio nell’unico modo possibile per il capitalismo, ovvero con la forza stessa. Tale lotta è tutt’altro che pacifica e stabilizzatrice; genera, al contrario, guerre civili, rovesciamenti di governi, guerre convenzionali, ecc.
-          Da tale accaparramento del mondo, si determina la situazione dei primi del ’900, in cui cioè si è verificata la compiuta ripartizione geografica delle aree di influenza, e non esistono più territori liberi dall’influenza imperialistica di qualche Stato, la cui estensione relativa è determinata dalla forza relativa del capitale nazionale.
Tali caratteristiche determinano quindi la conformazione generale dell’imperialismo, visto da Lenin, in accordo con la Luxemburg, come il suo stadio supremo, e come “lo stadio monopolistico del capitalismo”. Nei Paesi imperialistici, lo sfruttamento e la difesa delle colonie genera una alleanza fra poteri politici, economici e militari, che genera la fusione del capitale finanziario ed industriale con l’apparato politico ed istituzionale dello Stato, che ne diventa dipendente e subordinato.
Tale caratteristica monopolistica della fase imperialista del capitalismo genera però putrefazione e parassitismo. La rendita monopolistica scoraggia lo sforzo per il progresso tecnico e per ogni altro tipo di progresso; ed anzi, i cartelli monopolistici, per evitare ciò che, in anni successivi un economista non marxista come Schumpeter avrebbe definito come i cicli di distruzione e creazione del capitalismo, operano per scoraggiare l’introduzione di innovazioni tecnologiche sui loro mercati, che potrebbero scalzarli dalle loro posizioni dominanti, basate su una tecnologia meno efficiente. Inoltre, nel Paese imperialistico, l’aumento dei rentiers reso possibile dall’estensione del monopolio crea un ceto di persone oziose, non propense al lavoro ed al rischio imprenditoriale. Il mondo si divide fra un piccolo numero di Stati usurai e un gran numero di Stati debitori, il che pone le basi per il moderno neo imperialismo, che tramite il debito estero strozza lo sviluppo autoctono dei Paesi de Terzo Mondo, ed impone le pesanti manovre di “stabilizzazione” del FMI, che altro non sono che forme per garantire il guadagno finanziario ai prestatori imperialistici, e per indebolire l’economia nazionale, rendendola  più facilmente preda delle multinazionali estere, che vi possono operare più convenientemente anche grazie alla deflazione di costi e salari indotta dalle ricette neoliberiste del FMI.
Tutto ciò comporta anche un imborghesimento dello strato superiore del proletariato nei Paesi imperialisti, ovvero dello strato che riveste funzioni dirigenziali nei sindacati, nelle cooperative, nelle associazioni operaie di vario genere, oppure che svolge mansioni di particolare livello di qualificazione, ed ha stipendi più alti. La crescita della rendita monopolistica associata allo sfruttamento imperialista consente infatti alla borghesia di corrompere tale componente aristocratica del proletariato del Paese imperialista,  che in questo modo, con la sua influenza, riesce a ricondurre verso l’obbedienza alla borghesia anche fasce del proletariato inferiore, assolutamente non favorito, materialmente, dalla fase imperialistica (e sul quale, anzi, si scaricano i costi economici e sociali del colonialismo – le guerre coloniali, i debiti contratti per tali guerre, la concorrenza degli immigrati dequalificati dai Paesi colonizzati, disponibili a lavorare a basso salario, il costo sociale delle speculazioni finanziarie condotte dall’oligarchia finanziaria imperialistica, ecc.). questo capitalismo è però definito da Lenin come capitalismo in transizione, verso un sistema sempre più organizzato ed intrecciato, in cui il livello di socializzazione della produzione aumenti, anche se rimane la caratteristica di appropriazione privata dei suoi frutti, per cui lo sbocco finale della fase imperialistica del capitalismo andrebbero verso il monopolio di Stato.
La soluzione di tale stato di cose non può che passare tramite la lotta di classe, ed in particolare tramite la rivoluzione proletaria negli Stati imperialisti,  mossa dalle contraddizioni sociali che lo strato inferiore del proletariato dei Paesi dominanti subisce proprio in ragione dell’imperialismo, alleata con le lotte di liberazione nazionale nei Paesi coloniali, cui Lenin attribuisce grande importanza progressista. Da notare che lo stesso Trotsky raggiunge le stesse conclusioni, appoggiando le lotte di liberazione nazionali. Dirà infatti Trotsky, nel suo programma transitorio del 1938, che il disarmo non è una priorità del proletariato, così come non lo è la “difesa della Patria” in termini piccolo borghesi, mentre occorre lottare contro la guerra come strumento di potere della borghesia, da sostituire con una lotta contro la propria borghesia nazionale, con la parola d’ordine “la disfatta dl nostro governo imperialista è il male minore, il nemico principale si trova dentro il nostro Paese”. Rispetto ai Paesi colonizzati, “è dovere del proletariato internazionale aiutare i Paesi oppressi nella loro guerra contro gli oppressori (…) assicura un aiuto all’alleato non imperialista con i suoi metodi peculiari, cioè i metodi della lotta di classe internazionale (agitazione a favore dello Stato operaio o del Paese coloniale, non solo contro i suoi nemici, ma anche contro i suoi perfidi alleati; boicottaggio e scioperi in certi casi, rinuncia al boicottaggio ed agli scioperi in altri casi)”.

La teoria imperialistica di Trotsky

D’altra parte, la legge trotskiana dello sviluppo diseguale e combinato (cfr. dispensa nr. 3) sempre secondo Trotsky “determina la politica del proletariato nei Paesi arretrati: è costretto a combinare la lotta per i più elementari obiettivi di indipendenza nazionale e di democrazia borghese con la lotta socialista contro l’imperialismo mondiale. Le rivendicazioni democratiche, le rivendicazioni transitorie e le rivendicazioni della rivoluzione socialista non sono divide nella lotta da epoche storiche, ma discendono direttamente le une dalle altre (concetto di rivoluzione permanente, cfr. dispensa nr. 3)(…)I problemi centrali dei Paesi coloniali e semicoloniali sono la rivoluzione agraria, cioè la liquidazione dell’eredità feudale, e l’indipendenza, cioè il rovesciamento del giogo dell’imperialismo. Questi due obiettivi sono strettamente connessi”.
Per raggiungere tali obiettivi, secondo Trotsky, il proletariato dei Paesi coloniali dovrà lottare per una assemblea costituente, per l’emancipazione nazionale e la riforma agraria. Per fare ciò, occorre armare gli operai, per usarli in funzione di stimolo dei contadini. E far nascere i Soviet, con la funzione di ribaltare la democrazia liberale. Ma la sequenza esatta della lotta e dei suoi obiettivi immediati dipende dalle particolarità storiche di ciascun Paese.

La teoria leninista dell’autodeterminazione dei popoli ed i suoi avversari stalinisti e bordighisti

In questo ambito, si è discusso spesso e lungamente della teoria di Lenin circa il diritto all’autodeterminazione dei popoli, atteso, soprattutto, che l’Urss era un coacervo di nazionalità molto diverse fra loro. L’interpretazione più esatta del pensiero leninista su questo aspetto è fornita da Roberto Massari[4]. Lenin si pronuncia per la prima volta su tale questione nel 1903, e si esprime per un diritto all’autodeterminazione, purché subordinato a determinate condizioni politiche. Quando vi ritorna, nel 1913, nelle sue Tesi Sulla Questione Nazionale, assume una posizione diversa. Si pronuncia:
-          A favore dell’autodeterminazione politica dei popoli, cioè a favore della libera decisione di costituire uno Stato indipendente e separato, oppure di scegliere liberamente lo Stato del quale desiderano fare parte;
-          Tuttavia, i socialdemocratici (cioè i comunisti, diremmo oggi) si riservano il diritto, ed addirittura il dovere, di una valutazione autonoma dell’opportunità della separazione statale di questa o quella nazione, caso per caso.
Secondo l’interpretazione di Massari, ciò significa che il riconoscimento al diritto assoluto ed incondizionato all’autodeterminazione è accompagnato da una valutazione di una prospettiva politica specifica per esercitare tale diritto. Ciò può significare, ad esempio, un ragionamento di opportunità sull’autonomia, ma non sulla separazione, o viceversa. Comunque per Lenin il diritto all’autodeterminazione, fino alla separazione nazionale, è incontestabile ed assoluto (non vale invece la stessa liberalità nei confronti delle “culture nazionali”, spesso viste come reazionarie, se non accompagnate da elementi di comunismo delle origini) e lo ribadisce anche nel 1916 ed in piena rivoluzione russa, nel 1917, affermando peraltro che quanto più uno Stato riconosce tale diritto assoluto, tanto meno sarà probabile che esso sia esercitato dalle minoranze etniche e nazionali, essendo i vantaggi dei grandi Stati incontestabilmente superiori a quelli dei piccoli Stati. In pratica, Lenin afferma che, pur essendo nell’interesse del socialismo il mantenimento di un grande Stato, ed anzi la fusione degli Stati fra loro fino ad averne uno solo, di tipo socialista, tale obiettivo, per realizzarsi, deve necessariamente passare per la concessione del totale diritto alla separazione nazionale, anche quando questa conducesse a creare Stati non socialisti, in uscita dallo Stato socialista.
Lenin sostenne coerentemente questa sua posizione dopo la rivoluzione bolscevica, e fu così che la neonata Unione Sovietica accetta l’indipendenza, il distacco ed il ritorno al capitalismo, della Finlandia, degli Stati baltici, della Polonia e della Georgia (che solo nel 1921, a seguito di una rivoluzione probolscevica, entrerà a far parte dell’Urss, ma soltanto in qualità di Repubblica Sovietica indipendente, al pari dell’Ucraina, della Bielorussia, dell’Azerbaidjan, dell’Armenia, e delle Repubbliche di estremo oriente di Khiva e Buchara).
Tale politica sarà invece completamente distorta dallo stalinismo, che, a differenza del pensiero di Lenin, non accetta il principio di autodeterminazione nazionale, quando questa corrisponda ad un ritorno al capitalismo. Ed è così che Stalin, in qualità di Commissario alle nazionalità, a partire dal 1922, sfruttando la malattia grave di Lenin, l’isolamento e la semi-reclusione cui lo costringe, inizia a riprendersi con la forza le Repubbliche sovietiche indipendenti, cancellando la loro autonomia con lo strumento coercitivo dei “trattati” (ed esistono i documentati biglietti che Lenin, dalla sua semi-reclusione, mandava a Stalin ed a altri dirigenti del partito, per difendere, invano, la causa dell’autodeterminazione delle Repubbliche indipendentiste). Non contento, Stalin tenterà poi di riprendersi la Finlandia con una guerra persa, dovendosi accontentare della sola regione della Carelia, ed in base agli accordi Molotov-Von Ribbentropp, si riprenderà quasi la metà della Polonia nonché le Repubbliche baltiche.
Paradossalmente, l’indicazione strategica leninista in direzione dell’autodeterminazione dei popoli è diversa, oltre che dallo stalinismo, anche dal bordighismo e dalla sinistra del Pcus incarnata da Zinoviev, che invece parla di appoggio ai movimenti di liberazione nazionale nelle colonie solo se i comunisti vi svolgono un ruolo determinante, il che è ovviamente in contraddizione sia con le posizioni di Lenin che con quelle di Trotzky.

Per saperne di più: bibliografia/sitografia

Rosa Luxemburg, L’Accumulazione del Capitale, Minuziano, 1946
Vladimir Lenin, A Proposito Dell’opuscolo Di Junius, su www.nuovopci/classic/lenin/junius.htm
Vladimir Lenin, L’imperialismo Fase Suprema Del Capitalismo, su www.marxists.org/italiano/lenin/1916/imperialismo/index.htm
Lev Trotsky, L’agonia Del Capitalismo Ed I Compiti Della IV Internazionale, su www.marxists.org/italiano/trotsky/1938/6/transiz.htm
Utopia Rossa, L’autodeterminazione dei Popoli, L’ultima Battaglia di Lenin Ed Il Tibet, di Roberto Massari, su http://utopiarossa.blogspot.it/2010/05/lautodeterminazione-dei-popoli-lultima.htm


 
Dispensa nr. 5 – il partito marxista



I lineamenti generali del partito comunista secondo i padri fondatori del marxismo

I lineamenti generali e le caratteristiche di massima del partito comunista sono ovviamente delineati nel “Manifesto” di Marx ed Engels. Il Manifesto venne pubblicato come piattaforma programmatica della "Lega dei comunisti", associazione di lavoratori dapprima esclusivamente tedesca, poi internazionale, e - date le condizioni politiche del Continente prima del 1848 - società inevitabilmente segreta. Nel corso di un congresso della Lega tenutosi a Londra nel novembre 1847, Marx ed Engels vennero incaricati di preparare per la pubblicazione un completo programma teorico e pratico di partito.
Come dice il Manifesto, dunque, “i comunisti si distinguono dai restanti partiti proletari solo perché, d'un lato, nelle diverse lotte nazionali dei proletari essi pongono in evidenza e affermano gli interessi comuni di tutto il proletariato, indipendentemente dalla nazionalità; dall'altro, perché essi esprimono sempre l'interesse complessivo del movimento nelle diverse fasi in cui si sviluppa la lotta fra proletariato e borghesia. I comunisti sono pertanto nella pratica la parte più decisa e più avanzata dei partiti operai di ogni paese, e dal punto di vista teorico essi sono anticipatamente consapevoli delle condizioni, del corso e dei risultati complessivi del movimento proletario”.
Il partito comunista è dunque l’élite della classe proletaria, il suo elemento culturalmente e politicamente più avanzato, ed ha innanzitutto il compito di aiutare la classe a costituirsi in classe “per sé” (cfr. dispensa nr. 3), portandole dunque coscienza dei suoi problemi ed obiettivi, e poi di guidarla verso la rivoluzione comunista, l’espropriazione della borghesia e la cancellazione della proprietà privata. Marx ed Engels, dunque, espongono anche un programma di massima da attuare nella fase di dittatura dl proletariato, ad opera del partito. Queste misure saranno naturalmente differenti da paese a paese, ma per i Paesi a capitalismo sviluppato, esse sono, indicativamente, le seguenti:
1) Espropriazione della proprietà fondiaria e impiego della proprietà fondiaria per le spese dello Stato.
2) Forte imposta progressiva.
3) Abolizione del diritto di successione.
4) Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.
5) Centralizzazione del credito nelle mani dello Stato attraverso una banca nazionale dotata di capitale di Stato e monopolio assoluto.
6) Centralizzazione di ogni mezzo di trasporto nelle mani dello Stato.
7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.
8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura.
9) Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e dell'industria, misure volte ad abolire gradualmente la contrapposizione di città e campagna.
10) Educazione pubblica e gratuita di tutti i bambini. Abolizione del lavoro dei bambini nelle fabbriche nella sua forma attuale. Fusione di educazione e produzione materiale, ecc., ecc.
Viene anche evidenziato il rapporto che il partito comunista deve intrattenere nei confronti degli altri partiti di opposizione, quindi un abbozzo di tattica politica. In linea generale, Marx ed Engels propongono che “i comunisti sostengano dovunque ogni movimento rivoluzionario diretto contro le condizioni sociali e politiche esistenti. In tutti questi movimenti i comunisti mettono in rilievo la questione della proprietà - qualsiasi forma, più o meno sviluppata, essa abbia preso - come questione centrale del movimento. Infine, i comunisti lavorano dovunque al collegamento e al rafforzamento dei partiti democratici di tutti i paesi”. Da ciò, nella parte finale del Manifesto, derivano diverse prescrizioni rispetto ai diversi Paesi. Così, in Francia si dovrebbero unire con i socialisti democratici, in Svizzera con i radicali, senza però trascurare la presenza di elementi borghesi in tale partito, ed in Germania i comunisti dovrebbero lottare, ovviamente solo in un primo momento, assieme alla borghesia, per facilitare la rivoluzione democratico-borghese contro i residui di feudalesimo.
Ne emerge quindi una immagine di tattica politica non settaria, che privilegia le alleanze, pur nel mantenimento di una assoluta fedeltà agli interessi del proletariato ed al dogma della rivoluzione socialista ed anticapitalista. Questa tattica, che rifugge da ogni isolazionismo settario e purista, che adottai n modo flessibile ed intelligente anche prospettive di alleanza del tutto momentanea, e puramente strumentale all’avanzamento della rivoluzione proletaria, con i settori più avanzati della borghesia, è la vera tattica di un partito comunista. Differisce completamente dalla visione della sinistra comunista e bordighista, che rifugge da qualsiasi partecipazione alla tattica politica democratico-borghese, ed alla partecipazione alle sue istituzioni. Come già espresso nella dispensa nr. 3, Lenin, traendo spunto dall’originaria visione di Marx ed Engels, nel suo opuscolo “L’Estremismo Malattia Infantile del Comunismo”, non soltanto predica la necessità, per i partiti comunisti, di farsi rappresentare nei Parlamenti borghesi, come forma di maggiore diffusione della loro immagine e del loro programma presso il proletariato (ovviamente non celando mai lo scopo rivoluzionario che tali partiti portano avanti) ma anche possibili alleanze temporanee con partiti borghesi, purché strettamente strumentali all’avanzamento delle possibilità di rivoluzione proletaria. Egli dice infatti che “negare “per principio” i compromessi, negare in generale ogni ammissibilità di compromessi, di qualunque genere essi siano, è una puerilità, che è perfino difficile prendere sul serio. Un uomo politico, che desideri essere utile al proletariato rivoluzionario, deve saper distinguere i casi concreti appunto di quei compromessi che sono inammissibili, nei quali si esprimono opportunismo e tradimento, e indirizzare tutta la forza della critica, tutta l’acutezza di uno spietato smascheramento e di una guerra implacabile contro questi compromessi concreti, e non permettere agli espertissimi socialisti “affaristi” e ai gesuiti parlamentari di evitare e sfuggire la responsabilità con disquisizioni sui “compromessi in generale”.
In questo modo, egli confuta le tesi della sinistra comunista, sia riguardo la  contrapposizione aprioristica fra i “capi” e le “masse” che viene fatta dai “sinistri”, differenziando il caso delle aristocrazie operaie traditrici, da condannare, da quello di un normale organizzazione gerarchica di partito, da difendere come condizione stessa di una lotta efficace del proletariato, sia riguardo alla partecipazione ai sindacati “reazionari”, negata dalla sinistra comunista, ma affermata da Lenin come necessità, purché supportata da una lotta senza quartiere contro i dirigenti sindacali menscevichi, e da altre forme di contatto con le masse, ovvero le conferenze di operai e contadini ed i Soviet, sia ancora riguardo alla tesi della “non partecipazione ai Parlamenti borghesi”, rispetto alla quale Lenin dirà che “la partecipazione alle elezioni parlamentari e alla lotta dalla tribuna parlamentare è obbligatoria per il partito del proletariato rivoluzionario, precisamente al fine di educare gli stati arretrati della propria classe, precisamente al fine di risvegliare e di illuminare le masse rurali, non evolute, oppresse, ignoranti. Finché voi non siete in grado di sciogliere il Parlamento borghese e le istituzioni reazionarie di ogni tipo, voi avete l’obbligo di lavorare nel seno di tali istituzioni appunto perché là vi sono ancora degli operai ingannati dai preti e dall’ambiente dei piccoli centri sperduti; altrimenti rischiate di essere soltanto dei chiacchieroni”. Egli si oppone anche alla tesi secondo cui un partito comunista non dovrebbe fare alcun compromesso. Occorre intanto, per Lenin, distinguere fra compromesso buono e cattivo. Il primo “non pregiudica affatto, negli operai che lo concludono, la devozione rivoluzionaria e la volontà di continuare la lotta.” Il secondo è invece quello caratterizzato dal tradimento degli obiettivi rivoluzionari di classe, in cambio di piccole concessioni riformiste mirate ad estinguere la lotta di classe stessa. Compito di un partito di avanguardia, che raccoglie gli elementi migliori della classe, è proprio quello di saper distinguere, di volta in volta e senza regole generali, i buoni compromessi da quelli cattivi.
Lo stesso vale anche per i compromessi possibili con partiti non comunisti. Dice infatti Lenin “Condurre la guerra per il rovesciamento della borghesia internazionale, guerra cento volte più difficile, più lunga e più complicata della più accanita delle guerre abituali tra gli Stati, e rinunciare in anticipo e destreggiarsi, a sfruttare gli antagonismi di interessi (sia pure temporanei) tra i propri nemici, rinunciare agli accordi e ai compromessi con dei possibili alleati (sia pure temporanei, poco sicuri, esitanti, condizionati), non è cosa infinitamente ridicola?” ad esempio, dice Lenin, “i socialdemocratici rivoluzionari russi, fino alla caduta dello zarismo, hanno ripetutamente utilizzato i servizi dei liberali borghesi, cioè hanno concluso con i liberali un gran numero di compromessi pratici: e nel 1901-1902, ancor prima del sorgere del bolscevismo, la vecchia direzione dell’ Iskra (della quale facevano parte Plekhanov, Axselrod, Zassulic, Martov, Potressov ed io) concluse (non per molto tempo, è vero) una formale alleanza politica con Struve, capo politico del liberalismo borghese, pur sapendo condurre in pari tempo, senza interruzione, la lotta ideologica e politica più spietata contro il liberalismo borghese e contro le minime manifestazioni della sua influenza in seno al movimento operaio. I bolscevichi hanno sempre continuato quella politica. Dal 1905 in poi hanno propugnato sistematicamente l’alleanza della classe operaia con i contadini, contro la borghesia liberale e lo zarismo, senza mai rinunciare tuttavia ad appoggiare la borghesia contro lo zarismo (per esempio nelle elezioni di secondo grado e nei ballottaggi) e senza cessare la lotta ideologica e politica più intransigente contro il partito contadino rivoluzionario borghese, i “socialisti/rivoluzionari”, smascherandoli come democratici piccolo/borghesi che si annoveravano falsamente tra i socialisti” (pur avendo costituito, per motivi di convenienze, un temporaneo blocco elettorale proprio con i socialisti/rivoluzionari).
“Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato ,della sua capacità di lottare e di vincere”, ci dice ancora Lenin. E questo principio costituisce il principio fondamentale che i partiti comunisti devono adottare quando si chiedono se fare compromessi con partiti piccolo-borghesi o riformisti: ciò servirà per elevare la coscienza di classe e rivoluzionaria del proletariato, o la abbasserà? Non esistono soluzioni valide erga omnes, ci dice Lenin. Tutto dipende dalla fase, dal momento e dalle condizioni storiche, e dalla valutazione volta per volta fatta dai dirigenti del partito.

La concezione organizzativa del partito secondo Lenin ed il centralismo democratico

Lenin è evidentemente la principale fonte informativa circa l’organizzazione di un partito comunista. Il partito, formato dalle componenti più avanzate del proletariato, in termini di coscienza politica e di classe, è l’avanguardia del proletariato stesso, che gli deve fornire coscienza di classe, portandolo allo stadio di “classe per sé”, e che deve guidarlo verso la rivoluzione, con le giuste parole d’ordine e le giuste tattiche (comprensive, come si è visto, di un utilizzo intelligente dei compromessi e degli strumenti politico/sindacali offerti dalla democrazia borghese). Infatti, come già abbiamo avuto modo di vedere (cfr. dispensa nr. 3) per Lenin la classe operaia, spontaneamente, sarebbe arrivata solo ad una coscienza tradunionista, cioè ad una lotta mirata soltanto su aspetti come i salari, gli orari di lavoro, la sicurezza del lavoro, tutti aspetti importanti, ma confinati entro l’ambito del capitalismo, e non in grado, quindi, di superare il sistema di sfruttamento capitalistico nella sua essenza. Solo un partito rivoluzionario avrebbe potuto farle assumere un connotato rivoluzionario, portandola alla consapevolezza di come ogni compromesso puramente riformista non avrebbe, alla lunga, risposto alle sue esigenze, ed offrendole lo strumento operativo per avviare la lotta politica verso la rivoluzione: secondo Lenin la coscienza politica di classe può essere portata solo "dall'esterno" delle relazioni tradeunionistiche fra lavoratori e datori di lavoro, da un partito di avanguardie. Infatti, la comprensione della politica, secondo Lenin, dipende da una più ampia comprensione della società nel suo insieme, una questione molto più ampia delle ristrette rivendicazioni salariali e lavorative di tipo tradeunionistico, una questione che deve abbracciare l’analisi delle interrelazioni fra tutte le classi sociali. L’ampiezza necessaria che tale analisi deve avere supera quindi il singolo lavoratore e le sue specifiche rivendicazioni, e deve essere quindi supportata dall’esterno da una organizzazione più ampia e dotata di sufficiente “professionalità politica”, ovvero il partito.
Un simile partito deve essere dunque costituito da militanti di elevato livello politico, alcuni dei quali, ed in particolare i suoi dirigenti, dediti alla politica a tempo pieno ("rivoluzionari di professione") e quindi deve includere anche intellettuali provenienti dalle classi dominanti della borghesia (come del resto erano anche Marx ed Engels).
Ma deve anche essere caratterizzato da una elevatissima disciplina interna, perché la durezza della lotta contro la borghesia non consente di avere un partito diviso in frazioni interne costantemente in lotta fra loro, o in cui alcune componenti della sua base non obbediscono con la giusta prontezza e fedeltà alle direttive dei vertici. Esattamente come un esercito in guerra non può permettersi di esitare in eccessive discussioni, anche un partito che guida una guerra contro la borghesia deve dotarsi di strumenti che contemperino il dialogo con la necessaria disciplina in sede esecutiva.
Lo strumento che consente di dare soluzione al problema è, per Lenin, quello del “centralismo democratico”. Tale metodo consiste nella libertà dei membri del partito di discutere e dibattere su politica e direzione, ma una volta che la decisione del partito è scelta dal voto della maggioranza, tutti i membri si impegnano a sostenere quella decisione. Quest'ultimo aspetto rappresenta il centralismo. Come lo descriveva Lenin, il centralismo democratico consiste in "libertà di discussione, unità d'azione". Gli statuti delle organizzazioni leniniste avevano definito i seguenti principi-base del centralismo democratico:
1)  Carattere elettivo e revocabile di tutti gli organi di partito dalla base al vertice.
2) Tutte le strutture devono rendere conto regolarmente del loro operato a chi li ha eletti e agli organi superiori.
3)  Una rigida e responsabile disciplina nel partito, subordinazione della minoranza alla maggioranza nella fase di attuazione delle decisioni assunte democraticamente a maggioranza durante il congresso del partito, ed incontestabilità dei pieni poteri assunti dal vertice del partito nel periodo fra un congresso e l’altro. Ciò, peraltro, implica la repressione di ogni frazionismo, ovvero della formazione di gruppi permanenti in dissenso dalla linea del vertice decisa nel Congresso, poiché sono soltanto i congressi i momenti in cui il dissenso può manifestarsi, e risolversi tramite il voto;
5)  Le decisioni degli organi superiori sono vincolanti per gli organi inferiori.
 6) Cooperazione collettiva di tutti gli organi al lavoro e alla direzione, e contemporaneamente responsabilità individuale di ogni membro del partito sul proprio operato.
L’opera fondamentale in cui Lenin espone la sua concezione organizzativa del partito, nei termini sopra descritti, è “Che Fare?” (1902).  Va segnalato che Lars Lih critica questa interpretazione classica del pensiero di Lenin, segnalando, a suo avviso, che tale cattiva interpretazione sarebbe stata indotta da una non precisa traduzione di alcuni termini-chiave di “Che Fare?”. In sostanza, ritraducendo il libro di Lenin, Lih cerca di dimostrare che:
1)      Il “Che Fare?” è stato un testo scritto in circostanze contingenti, e non fu ritenuto, dal suo autore stesso, un documento programmatico generale da cui si possa estrarre una conclusione generale sul pensiero di Lenin;
2)      Sempre secondo Lih, Lenin in realtà predicava l’applicazione, alla realtà russa, dell’organizzazione del partito socialdemocratico tedesco (Spd), e di questo partito, in particolare, apprezzava la capacità di aprirsi ai movimenti dei lavoratori dal basso, e di promuovere una fusione fra il partito ed il movimento dei lavoratori. In questi termini, secondo Lih, Lenin non aveva in mente un partito di avanguardie autoritario, anche nei confronti dei lavoratori, quanto piuttosto un partito aperto verso il basso, che si collegasse al movimento operaio, ed era un entusiasta sostenitore del programma di Erfurt, che, dal 1891, rappresentò la base del programma politico dell’Spd e della proposta politica di Karl Kautsky: un programma che abbracciava il marxismo e l’idea della caduta inevitabile del capitalismo, ma al tempo stesso avocava, nell’immediato, politiche di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori di tipo chiaramente riformista, ottenute tramite strade parlamentari pacifiche,  stante, nel medio periodo, l’inevitabilità della caduta del capitalismo e della trasformazione socialista della società;
3)      Tra l’altro, Lenin era particolarmente entusiasta circa le lotte spontanee della classe lavoratrice russa, e la sua paura era che gli intellettuali avrebbero abbandonato i lavoratori in queste lotte. Pertanto, la teoria secondo cui Lenin avrebbe avuto disprezzo circa lo spontaneismo delle lotte operaie, e la loro inevitabile tendenza al tradeunionismo, per cui sarebbe stato necessario l’apporto delle avanguardie è, secondo la rilettura di Lih, parzialmente erronea;
4)      Inoltre, Lenin aveva in mente una prima fase di rivoluzione di tipo democratico, al fine di conquistare le libertà politiche tipiche della democrazia borghese, collocando la vera e propria rivoluzione proletaria in un secondo momento.  Per Lenin, dunque, la preliminare conquista delle libertà democratiche borghesi era, a giudizio di Lih, un prerequisito per far avanzare successivamente la rivoluzione proletaria vera e propria.
Ad avviso di chi scrive questa dispensa, però, la revisione di Lih della teoria leninista del partito e della rivoluzione non è del tutto corretta, intanto perché trascura il fatto che vi fu un primo Lenin, certamente ammiratore dell’erfurtismo e di Kautsky, ed un secondo Lenin che polemizzò duramente con Kautsky e con i socialdemocratici tedeschi, bollandoli di social-traditori. Inoltre perché la concezione del partito di Lenin traspare anche, in modo piuttosto trasparente, dalla lunga polemica fra lui e Rosa Luxemburg, proprio sul tema del rapporto fra partito e classe, e della democrazia interna. Nel suo scritto “Riforma sociale o rivoluzione?” la Luxemburg punta l’attenzione sulla creatività spontanea delle masse, che i dirigenti del partito non devono soffocare in nessun modo, temendo che ciò si traduca in una “camicia di forza burocratica”.
Il partito, quindi, a differenza di Lenin , per la Luxemburg deve indicare la via in termini generali, ma senza sostituire all’azione delle masse gli ordini e la disciplina del vertice, anche a costo di fare errori, che per Rosa sono comunque tappe attraverso le quali le masse apprendono qualcosa in più. Nella “Rivoluzione Russa” del 1918, la Luxemburg criticherà poi direttamente le scelte fatte dal partito bolscevico nei primi mesi della rivoluzione, vedendo nella cancellazione delle libertà democratiche, del pluralismo, nello scioglimento dell’Assemblea costituente, nel terrore instaurato  a seguito della guerra civile, i primi segni di una involuzione autoritaria e burocratica del processo rivoluzionario, sia pur riconoscendo che tali fenomeni sono da attribuire alle difficoltà oggettive in cui si trovano i bolscevichi, alle prese con una guerra civile interna, un Paese economicamente arretratissimo, e circondati da Paesi capitalisti nemici.
Tutte queste oggettive giustificazioni non tolgono niente al fatto che, secondo la Luxemburg, l’abolizione delle libertà politiche tipiche della democrazia liberale rappresentano un ostacolo all’auto-educazione rivoluzionaria delle masse, consentono ad una burocrazia autoreferenziale di prendere in mano le leve del potere, e quindi sono passi indietro sulla strada del socialismo, e ciò porterà anche ad una progressiva sparizione del ruolo rivoluzionario dei Soviet quali organismi di rappresentanza ed auto organizzazione delle masse.
Tutto ciò porta la Luxembug a criticare direttamente la concezione leninista di partito, arrivando a dire che, se la dittatura del proletariato è un concetto senz’altro corretto, ma “questa dittatura deve essere opera della classe, e non di una piccola minoranza di dirigenti in nome della classe”, in ciò confermando come la lettura “classica” dell’organizzazione e del ruolo del partito secondo Lenin sia più corretta rispetto alla rilettura di Lih, che tutt’al più si fonda sui primi anni del pensiero politico e teorico del grande leader russo.

La concezione organizzativa del partito del bordighismo: il centralismo organico

Ad ogni modo, certamente la concezione di centralismo democratico, come principio ordinatore del partito, avanzata da Lenin, non è la sola che abbia trovato cittadinanza nel pensiero politico marxista. La sinistra comunista italiana, ed in particolare Amadeo Bordiga, formula infatti il principio di “centralismo organico”, come principio organizzativo contrapposto al centralismo democratico. In base all’approccio bordighista, che peraltro più che essere una elaborazione teorica complessa come quella leninista, è una risposta pratica a problemi che affronta il partito comunista italiano nel periodo della lotta clandestina, particolarmente difficile, contro il fascismo, e parte dal problema di adattare anche l’organizzazione interna del partito alle concezioni programmatiche che esso predica verso l’esterno. Ma anche di adattarne l’organizzazione alla sua tattica politica. Scrive infatti Bordiga, nel 1924, che “l’azione che il partito svolge e la tattica che adotta, hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione interna di esso”. L’organizzazione interna del partito, dunque, secondo Bordiga, si forgia anche nella sua stessa azione nei confronti della classe, e nella sua lotta politica esterna.
Da questo punto di vista, sfatando anche certe critiche ingenerose fatte alle concezioni bordighiste, nel centralismo organico e nel partito concettualizzato da Bordiga tutti, capi e militanti di base, hanno la stessa funzione, ovvero quella di mantenere il partito sulla strada rivoluzionaria, anche se con ovvie e notevoli differenze di ruolo dentro il partito stesso. Infatti, sempre secondo Bordiga, il partito deve in qualche modo anticipare, nella sua organizzazione, quella che sarà l’organizzazione della futura società comunista. Così come nel comunismo l’individualismo sarà cancellato, in nome di una appropriazione collettiva dei mezzi di produzione ed una distribuzione collettiva ed egualitaria dei prodotti realizzati, così nel partito occorre replicare forme di comunismo, e dunque l’individuo va messo in relazione con il tutto, l’Io scompare e si fonde con il partito stesso nel suo insieme (fino ad esempio ad incoraggiare pratiche quali la scrittura collettiva di documenti di analisi politica senza firmarli, prescrizione valida anche per i massimi vertici del partito, in modo da evitare ogni appropriazione individualistica dell’analisi teorica e della proposta tattica e strategica del partito).
Di fatto, quindi, proprio per anticipare quel “cervello sociale”  e l’uomo sociale che, secondo Marx, è caratteristico della fase comunista della società, le conoscenze “sono mediate dal partito, le azioni anche. Il militante non ha bisogno di cercare la verità; essa gli è data dal partito.
Inoltre, sempre per avvicinarsi maggiormente ad una anticipazione della futura società comunista, il partito deve evitare vizi borghesi, come “l’abuso di formalismi organizzativi senza una ragione vitale”, per cui nell’approccio bordighista di partito si cerca di evitare la formazione di una pesante burocrazia intermedia autoreferenziale, e si facilita il più possibile la circolazione diretta di informazioni fra centro e periferia in senso bidirezionale. Si nega anche validità allo strumento formale dello statuto del partito, che viene visto come un formalismo che spesso non si realizza nella pratica, sostituendolo con le direttive che il centro (il vertice) emana verso la base.
Le questioni gerarchiche interne al partito bordighista, ovvero il rapporto fra il vertice (il centro) e la base (il movimento) sono regolate secondo un principio generale: “mentre per la direzione ideologica e pratica del movimento e della lotta rivoluzionaria del proletariato è necessaria la maggior concentrazione possibile, per l’informazione sul movimento al partito e per la responsabilità dinanzi al partito è necessaria la maggiore decentralizzazione possibile. Il movimento deve essere diretto dal minor numero possibile di gruppi quanto più possibile omogenei di rivoluzionari di professione, resi esperti. Al movimento deve invece partecipare il maggior numero possibile di gruppi quanto più possibile multiformi ed eterogenei, comprendenti i vari strati del proletariato. E il centro del partito deve sempre avere dinanzi a sé i dati precisi sull’attività di ognuno di essi, e sulla loro composizione. Dobbiamo centralizzare la direzione del movimento ed anche decentralizzare la responsabilità di ciascun membro dinanzi al partito, nonché del lavoro di informazione che deve far conoscere al centro tutti gli ingranaggi, grandi e piccoli, della macchina del partito”.
Tutto ciò serve, per Bordiga, a realizzare una efficace divisione del lavoro: un ristretto nucleo centrale di dirigenza elabora la linea ideologica, strategica e le direttive tattiche, mentre la base, gli organi locali del partito ed i singoli militanti si specializzano in un lavoro attuativo specifico, rispondendone direttamente al vertice. In questo modo, quindi, “il partito (ovvero il suo ristretto vertice in maniera esclusiva, e sostanzialmente senza una particolare consultazione con la base, e senza neanche passare tramite un voto congressuale, come invece previsto nel centralismo democratico, NdA) scolpisce i lineamenti della sua dottrina e della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo (prescindendo quindi anche dalle pretese individualistiche del singolo che di volta in volta vi si trova dentro, ancora una volta quindi forgiando una idea di partito collettivo, che travalica le singole individualità che in un dato momento storico lo compongono, NdA)”. Tale metodo non soltanto reprime la formazione di frazioni minoritarie interne al partito, come avviene nel centralismo democratico, ma addirittura le previene, evitando ogni forma di dibattito interno fra centro e base. Ed è così che l’abbandono del partito diviene l’unica forma di espressione del dissenso rispetto alle delineazioni ideologiche e politiche imposte dal Centro, per cui, dice Bordiga, “tutti coloro che dinanzi a tali delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le fila del partito”.
A differenza del centralismo democratico, gli organi del partito (e come si è visto, nemmeno le delineazioni strategiche e tattiche effettuate da tali vertici) non vengono scelti tramite il meccanismo democratico, rigettato da Bordiga tanto nel rifiuto di partecipare ai meccanismi parlamentari borghesi (cfr. dispensa nr. 3, la polemica di Lenin contro i sinistri) quanto nella designazione degli organi, che, a differenza del centralismo democratico, non è elettiva, ma avviene per auto-designazione dei vertici dirigenti del centro, e per nomina e cooptazione degli organi di secondo livello e periferici. Tutto ciò deriva dalla stessa matrice comune, che nega validità realmente democratica ai meccanismi elettivi e di conta. D’altra parte, la concezione bordighista di partito vieta ogni opportunismo, ogni carrierismo.
Da tutto ciò, deriva il senso della locuzione “organico” che Bordiga utilizza per definire l’organizzazione del partito secondo la sua corrente: “organico”, intanto perché si contrappone, sostituendola, alla locuzione “democratico”, che per Bordiga è un residuo dell’organizzazione borghese della società. Organico, poi, anche perché il partito rappresenta l’organo attraverso il quale la classe esprime la sua lotta e la sua coscienza. Organico, infine, perché al suo interno opera come un organismo, in cui i singoli organi di specializzano in una funzione, e si collegano fra loro tramite una rete, fatta anche di scambi di informazioni, e la rete degli organi specializzati viene comandata e coordinata da un centro pensante, che per sua stessa natura, e non in base a meccanismi democratici o elettorali di riconoscimento di un ruolo, è preposto a dirigere in forma esclusiva l’attività dell’intero organismo.

La concezione del partito in Gramsci

Una originale concezione di partito è quella espressa da Antonio Gramsci, uno dei padri del marxismo italiano. Il ragionamento gramsciano, per molti versi, ruota attorno alle componenti sovrastrutturali del sistema, ed attorno al perno centrale dell’egemonia politico/culturale che la classe deve imporre alla società, come condizione di tipo rivoluzionario (cfr. dispensa nr. 1).
L’egemonia avviene, in primis, nelle strutture produttive reali del capitalismo. Da questo punto di vista, Gramsci sarà uno dei padri del comunismo dei Consigli. Nell’esperienza pratica, e purtroppo fallimentare, dei Consigli di Fabbrica istituiti a Torino, nei principali stabilimenti metalmeccanici, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale (esperienza chiusasi poi nel 1920) Gramsci vede una prefigurazione della futura società socialista. Egli dice infatti che “il Consiglio di Fabbrica è il modello dello Stato proletario”. Tale esperimento è per Gramsci un esperimento di egemonia, nella misura in cui “il Consiglio è il più idoneo organo di educazione reciproca e di sviluppo del nuovo spirito sociale che il proletariato sia riuscito ad esprimere…l’esistenza del Consiglio…crea la psicologia del produttore, del creatore di storia”. Inoltre il Consiglio “producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la su sovranità (la sua egemonia, NdA)”.
Ma la struttura consiliare della società è, per Gramsci, anche la base della visione del partito. Egli infatti propugnerà la trasformazione del partito dalla sua struttura territoriale a quella cellulare, basando cioè la struttura elementare, il mattone primo del partito, sul Consiglio di Fabbrica. Tale considerazione però non deve trarre in inganno: per Gramsci, in linea con Lenin, un partito comunista deve anche avere una forte struttura centrale, ed una rigida disciplina interna.
L’egemonia, poi, per Gramsci, si situa anche al livello culturale ed intellettuale La coscienza di classe, in linea con la teorizzazione di Lenin, non viene autoprodotta dentro il proletariato. Per Gramsci, il proletariato “non ha una chiara coscienza teorica di questo suo operare…la sua coscienza teorica può anzi essere in contrasto con il suo operare”. Ed ancora, “il partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intime liberazione per cui l’operaio da esecutore diviene iniziatore, da braccio diviene cervello e volontà”.
In questo senso, dunque, emerge il ruolo centrale dell’intellettuale, che deve essere intellettuale organico alla classe, cioè che abbia sposato gli obiettivi e le esigenze della classe. Rieccheggiando il fondo del pensiero di Lenin, dunque, per Gramsci “l’innovazione non può diventare di massa, nei suoi primi stadi, se non per il tramite di una élite”. Il partito è dunque la forma avanzata degli intellettuali organici. Il partito operaio in Gramsci, come dice Diego Fusaro, è visto come intellettuale collettivo: “tutti i membri del partito politico debbono essere considerati come intellettuali (…) importa la funzione che è direttiva ed organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale”. Ancora una volta, il ruolo centrale dell’intellettuale organico nel pensiero di Gramsci non deve trarre in inganno: non vi è alcun elitismo, poiché per Gramsci tutti gli uomini, in una certa misura, sono intellettuali, “non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens”. Lo stesso intellettuale deve appropriarsi del lavoro manuale e tecnico, e d’altra parte il suo ruolo deve servire in forma strumentale, poiché
 Il partito viene da Gramsci paragonato alla versione moderna del Principe di Machiavelli. Il Principe è da Gramsci visto non come una persona fisica, ma come un organismo politico/partitico :”la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva”. Perché il partito esista, per Gramsci devono confluire tre elementi:
1.       “un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo (…) essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente” (la base del partito);
2.       “l’elemento coesivo principale (…) dotato di forza altamente coesiva,  centralizzatrice e disciplinatrice e anche, e anzi forse per questo, inventiva (…) da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che il primo elemento considerato. Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani” (il vertice dirigente del partitoi);
3.       “un elemento medio, che articoli il primo col secondo elemento, che li metta in contatto, non solo fisico, ma anche morale ed intellettuale” (ecco che riaffiora il ruolo centrale dell’intellettuale organico dentro il partito, come elemento di mediazione fra base e vertice).

Bibliografia/sitografia: per saperne di più

Karl Marx, Friedrich Engels, “Il Manifesto Del Partito Comunista”, su www.marxists.org/italiano/marx-engels/1848/manifesto/index.htm
Lars Lih, “Lenin Rediscovered: What Is To Be Done?”, Brill, 2005
Rosa Luxemburg, “La Rivoluzione Russa”, Opere Nuove, 1959
Rosa Luxemburg, “Replica a Lenin a proposito di centralismo e democrazia. Questioni di organizzazione della socialdemocrazia russa”, Ed. Movimento Operaio, 1957
Amadeo Bordiga, “Citazioni Sul Centralismo Organico”, in www.quinterna.org/lavori/centralismo_organico.htm
Antonio Gramsci, “Il Partito Comunista”, su www.marxists.org/italiano/gramsci/20/partitocomunista.htm
Antonio Gramsci, “La Costruzione Del Partito Comunista. 1923-1926”, Einaudi, 1971
Antonio Gramsci, “Lettere Dal Carcere”, Einaudi, 1947
Antonio Gramsci, “Note Sul Machiavelli Sulla Politica E Sullo Stato Moderno”, su www.liberliber.it/mediateca/libri/g/gramsci/note_sul_machiavelli/pdf/note_s_p.pdf
Onorato Damen, “Egemonia E Democrazia”, su www.leftcom.org/it/articles/1975-01-01/egemonia-e-democrazia





[1] E’ peraltro interessante notare come la stessa scienza borghese ha elaborato una analisi della non rappresentatività o manipolabilità dei sistemi elettorali, tramite il “paradosso di Condorcet” oppure il “teorema dell’impossibilità” di Arrow. Cfr. R. Achilli, “La democrazia secondo Marx ed Engels”, su http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2011/04/la-democrazia-secondo-marx-ed-engels.html
[2] Frantz Fanon, “Les Damnés De La Terre”, reperibile (in francese) su http://classiques.uqac.ca/classiques/fanon_franz/damnes_de_la_terre/damnes_de_la_terre.htm

[3]In questo senso, dunque, uno studioso dell’imperialismo come Hosea Jaffe sostiene che la questione dei rapporti di proprietà dei mezzi di produzione non sia quella essenziale, nella misura in cui l’imperialismo, sempre secondo Jaffe, fa astrazione dal rapporto di classe, per costruire una nuova relazione di produzione, ovvero quella fra multinazionale e Paese colonizzato, fra nazioni, per cui nei Paesi sottoposti a controllo imperialistico, i rapporti di classe interni sono subordinati ad un rapporti di classe indiretto, fra le classi dominanti (ivi compresa l’aristocrazia operaia) dei Paesi imperialistici e le classi proletarie dei Paesi soggiogati.

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