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mercoledì 16 gennaio 2013

APPUNTI SU SABATTINI - 1) Autonomia indipendenza e cinghia di trasmissione


di Lorenzo Mortara

Rsu Fiom Rete28Aprile





Lo confesso, conosco poco la figura di Claudio Sabattini e mi riprometto per il 2013 di colmare questa mia lacuna, a cominciare dal libro che le edizioni Ediesse, la volenterosa casa editrice della Cgil, gli hanno dedicato: Operai e sindacato a Bologna – l’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1974). Nel frattempo, però, chi come me volesse saperne di più su di lui può leggersi alcuni suoi testi recentemente pubblicati dalla Fondazione che porta il suo nome, e ripresi dal sito della Fiom Nazionale in vista di una serie di iniziative che cominceranno a Roma il 25 Gennaio per celebrare i dieci anni dalla sua scomparsa.
Sono quattro i testi presentati, uno del 1996 incentrato sull’autonomia del sindacato, uno del 1998 sull’esperienza dei consigli di fabbrica, uno del 2000 sull’impatto che hanno avuto ed hanno le tecnologie sui lavoratori, infine l’ultimo, del 2003, è dedicato agli accordi separati che proprio allora ricominciavano ad affacciarsi nel comparto dei metalmeccanici, preannunciando l’accelerazione che avrebbero avuto oggi, col ripresentarsi, e per giunta aggravata, della stessa identica situazione.
Nelle prossime righe proveremo a rileggere criticamente questi testi, cercando di trarre il massimo insegnamento che la lezione di Sabattini può ancora offrire ai sindacalisti di oggi. E non solo ai sindacalisti...
Poiché i quattro testi sono indipendenti l’uno dall’altro e la critica abbastanza lunga, abbiamo diviso gli Appunti su Sabattini in cinque parti, una per discorso più una dedicata alle conclusioni, che vedranno la pubblicazione a distanza abbastanza ravvicinata l’una dall’altra. Qui sotto segnaliamo a mo’ di indice le cinque parti (man mano che le pubblicheremo inseriremo il link alla pagina corrispondente), di cui oggi pubblichiamo la prima:


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APPUNTI SU SABATTINI: PRIMA PARTE

AUTONOMIA INDIPENDENZA E CINGHIA DI TRASMISSIONE

Il primo testo è forse il meno interessante, il più confuso e pasticciato. Nella relazione introduttiva al XXI Congresso Nazionale della Fiom, tenuto a Rimini dal 17 al 20 Giugno del 1996, dopo aver ricordato che nei contratti non è importante portare a casa qualcosa, perché bisogna sempre vedere se sia qualcosa in più o in meno, lezione che potremmo ripresentare paro paro ai burocrati di oggi che ci accusano di non firmare contratti, senza mai chiedersi se quelli che firmano loro siano buoni o cattivi, facendo della firma un valore in sé, cioè una cosa idiota, Sabattini si sofferma sulla proposta fatta dalla sua Fiom di andare oltre l’autonomia sindacale passando al concetto di indipendenza. È qui che, leggendo questi testi, chi scrive ha avuto la sua unica vera e propria delusione, pensando per un momento di trovarsi in mezzo al solito scritto burocratico ad uso e consumo dell’apparato per le sue beghe interne del tutto avulse dai problemi concreti dei lavoratori. Siccome però negli altri testi ho trovato solo ottimi spunti, a tratti addirittura illuminanti, alla fine mi sono riletto questi primi passi per vedere se non esprimessero davvero onestamente gli effettivi limiti di un sindacalista, anziché l’equilibrismo, al limite del linguaggio cifrato, di un burocrate come un altro. In effetti, se si pensa che autonomia e indipendenza sono quasi sinonimi, non si capisce molto bene questa presa di posizione per il passaggio dall’una all’altra. Se però si incastra il discorso nel contesto storico in cui venne fatto, la cosa apparirà forse in maniera più chiara.
L’autonomia dei sindacati dai partiti è un tema ricorrente nella storia del sindacato dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi. Alla cinghia di trasmissione che legava la Cgil al PCI, a sua volta legato al progetto di democrazia progressiva, via italiana per un socialismo che gli operai non avrebbero visto mai, corrispose via via un apparato sempre più burocratico, castrato com’era in partenza dalla contraddizione tra una teoria che non poteva che parlare rosso comunista, e una prassi di contenimento delle spinte più conseguenti alla lotta di classe, per garantire la sopravvivenza al sistema capitalistico che Togliatti e successori non si sognarono mai di oltrepassare. Dopo un primo colpo dato dai fatti d’Ungheria, che portarono Di Vittorio, nell’indimenticabile 1956, a rompere la cinghia di trasmissione ma non la tessera del PCI, cioè a una finta rottura della subordinazione al partito del sindacato, la reazione operaia a tutto questo opportunismo non poteva che portare negli anni della contestazione sessantottina alla richiesta della soppressione delle doppie cariche, di partito e di sindacato, che altro non era che la richiesta della base operaia di un movimento operaio indipendente dai padroni dai piedi alla testa. Senza la compromissione istituita e costituzionalizzata coi padroni dei vertici del PCI e quindi del sindacato, la base non avrebbe chiesto di troncare le doppie cariche. Perché in realtà quello che chiedeva la base è che finisse il doppio gioco, la carica tra i rappresentanti dei lavoratori unita alla carica tra i rappresentanti indiretti dei padroni, cioè il disinnesco della carica operaia con la nomina nel Partito Comunista (o Socialista) a gendarme aggiunto del sistema capitalista. La burocrazia, sotto la pressione enorme della rivolta studentesca combinata con quella operaia, fu costretta a malincuore a cedere su questo punto, ma si consolò ben presto, capendo subito che l’eliminazione delle doppie cariche non avrebbe eliminato affatto la dipendenza della Cgil dal PCI, dipendenza che infatti continuò indisturbata arrivando fino ai nostri giorni anche coi nuovi vestiti, taglia PDS-DS-PD, indossati nel frattempo dagli eredi del vecchio Partito Comunista Italiano. Il movimento operaio, alla base, nei dieci anni che scossero il dominio padronale fino alla svolta dell’EUR del 1978, non fu in grado di intravedere, al di sotto della scorza di quella sua richiesta superficiale, il vero nocciolo del problema: il legame col sistema capitalistico dei suoi vertici, sia sindacali che politici. Legame che sarebbe restato anche qualora i dirigenti della Cgil avessero davvero soppresso la cinghia di trasmissione che li legava al PCI. L’unica differenza, in questo caso, è che al posto di due teste marce, sindacato e partito interclassisti, la base si sarebbe trovata con una testa marcia sola, ma il corpo sarebbe rimasto ugualmente infettato dal suo interclassismo in nome del falso interesse generale del Paese, della tutela dell’orrenda Costituzione borghese favorevole all’iniziativa privata, della pietosa esaltazione della democrazia parlamentare e di tutti gli altri orpelli minori che hanno fatto il corredo completo dello stalinismo italiano fino alla sua scomparsa, almeno ufficiale.
Il discorso di Sabattini, arriva appunto alla fine dello stalinismo italiano. Siamo nel 1996, a pochissima distanza dal crollo del Muro di Berlino e dal disfacimento dell’URSS. La burocrazia sindacale fino a questo momento ha risolto la sua subordinazione al partito con dichiarazioni pompose e regolarmente puntali di “autonomia”. La collaborazione è lo stesso evidente per non dire smaccata, ma qualora non la si neghi, si cerca almeno di camuffarla cianciando di una elaborazione autonoma. Ma l’ex Partito Comunista, legato indubbiamente alla classe operaia, per la militanza di massa, per il legame con l’URSS che l’ha reso inviso ai padroni, sta avviando il suo completo trasbordo sulla sponda avversa. Gli operai stanno per non avere più il partito, nemmeno doppiogiochista. È per questo che Sabattini propone l’indipendenza. Se non abbiamo più il partito, pensa, non possiamo più nemmeno collaborare in maniera autonoma. Sabattini prosegue l’equivoco della contestazione sessantottina. Vede il problema della cinghia di trasmissione nel legame tra sindacato e partito, e non, come in effetti è, nella contraddizione tra le istanze classiste della base, e la loro subordinazione a quelle interclassiste dei vertici. Che sia un equivoco, lo si capisce dal fatto che Sabattini resta prigioniero dello stesso linguaggio acritico della burocrazia e dei suoi storici apologetici, che parlano di «superamento delle componenti socialista e comunista» senza dare uno straccio di prova dell’effettivo miglioramento che avrebbe portato il loro scioglimento. E perché, invece, non rappresenta affatto un avanzamento? Perché a decidere del superamento o dell’arretramento non dovrebbe essere il giudizio dei sindacalisti e nemmeno dei loro agiografi camuffati da storici, quanto la condizione effettiva dei lavoratori in seguito a quella determinata scelta. Come può essere un superamento, lo scioglimento delle componenti socialista e comunista, se coincide con lo smantellamento della scala mobile nel 1993, la Legge Treu nel 1997 eccetera, eccetera. Dallo scioglimento delle componenti interne, in soli 20 anni, il movimento operaio ha subito un arretramento senza precedenti, pressoché avallato in blocco dai vertici burocratici. Al momento in cui scriveva, Sabattini, aveva visto solo l’inizio di questo pauroso regresso, ma bastava e avanzava per salutare lo scioglimento delle componenti partitiche per quello che erano, una delle tante capitolazioni indecorose delle burocrazie sindacali a Sua Maestà il CapitaleNon un avanzamento ma il suo esatto opposto. Infatti, come la svolta dell’Eur era l’adeguamento sindacale allo storico compromesso politico del PCI con la Democrazia Cristiana, alla stessa maniera lo scioglimento delle correnti socialista e comunista nella Cgil non rappresenta affatto un passo avanti per l’indipendenza, al contrario esprime l’assoluta continuità sindacale con lo scioglimento parallelo del PCI e sua trasformazione in PDS. E difatti, anche per le correnti si trattava di un semi-scioglimento come per la fine delle doppie cariche. Così come prima i sindacalisti restavano in forza ai partiti con ruoli più o meno analoghi anche se non ufficiali, così ora i sindacalisti continuavano a dividersi per correnti interne ma sempre in orbita PDS-DS, saltando dal sindacato al partito, proprio come fece lo stesso fautore dello scioglimento delle correnti, Bruno Trentin un attimo dopo aver rassegnato le dimissioni dalla Fiom, non prima però di aver firmato laccordo insanguinato sullo smantellamento della scala mobile. Dunque, a un legame ufficiale, pubblico, veniva sostituito un legame sottobanco, più nascosto e più ipocrita. Sabattini con la sua proposta di indipendenza, pretende appunto che lo scioglimento delle componenti sia vero, che quindi l’indipendenza non sia una semplice autonomia di facciata. Ma anche l’avesse ottenuta, le cose non sarebbero migliorate più di tanto. Infatti, recidendo completamente il legame coi partiti, il sindacato si sarebbe precluso una lotta diretta all’interno della politica. Avrebbe potuto sì polemizzare con le politiche inadeguate dei partiti, ma indirettamente, perché non avrebbe più potuto pretendere niente. Di fatto avrebbe ristretto il suo campo d’azione e di conseguenza ristretti sarebbero stati anche i suoi risultati. Chiuso in sé stesso, il sindacato avrebbe dovuto avere una sua idea di società, una sua strategia elaborata «con le sue sole forze... senza prendere a prestito nulla da nessuno che non siano coloro che vivono nel sindacato». Perciò, se il sindacato ha davvero un’idea originale di società e di strategia, ne segue che i partiti, tutti i partiti, compresi quelli più a sinistra, devono necessariamente avere un’idea di società diversa dal sindacato. Ma se questa idea di società, il sindacato la elabora in funzione degli «interessi che rappresenta», quindi in difesa dei lavoratori, perché un partito che ne elabori una sua anche lui in difesa dei lavoratori, degli stessi interessi che rappresenta, dovrebbe elaborarne una diversa? Evidentemente perché Sabattini, purtroppo, non esce da un’analisi sovrastrutturale del problema. Vede nel sindacato e nel partito due enti separati, due soggetti indipendenti perché li guarda dall’alto. Li avesse visti dal basso della struttura avrebbe visto che il soggetto è uno, la classe operaia, e il sindacato e il partito sono solo i due principali strumenti rappresentativi, uno prettamente economico l’altro squisitamente politico, che ha disposizione contro l’altro soggetto in campo: la classe padronale. Quando sindacato e partito vogliono essere indipendenti nella definizione di sé, come avrebbe voluto Sabattini, diventano schizofrenici come una persona che soffra dello sdoppiamento della personalità. Una specie di Dottor Jekyll e Mister Hide. La definizione di sé è parziale, tronca, cioè sbagliata, perché il soggetto anche se sdoppiato è e resta uno. La subordinazione del sindacato al partito è come la subordinazione di un giocatore al suo allenatore. Se il rapporto è corretto, il giocatore viene messo al posto giusto e non sente la tirannide. Se il rapporto si guasta, il calciatore che viene impiegato male, in un ruolo non suo, di norma chiede la testa dell’allenatore. Ma il cambio dell’allenatore, dimostra che allenatore e giocatore, come categorie, non possono fare l’uno a meno dell’altro, e che il problema è solo un problema di ruoli e di giusta collocazione in campo. La subordinazione al partito è la giusta collocazione del sindacato nel comune campo di battaglia dove si svolge lotta di classe tra padroni e operai. Se uno dei due, di norma il partito, smette di lottare per la vittoria, accontentandosi del pareggio, preparando così la sconfitta, la rottura prima o dopo è certa, non perché uno si senta schiavo e l’altro libero, ma perché uno si sente subordinato a un risultato, pareggio o sconfitta, che non vuole affatto, tanto meno se prestabilito dalla concertazione. Solo uniti fino alla vittoria sindacato e partito possono stare assieme. Divisi non potranno ottenere granché perché il partito, senza più alcun pungolo diretto, accelererà il suo passaggio al campo avverso, mentre il sindacato si avvierà a una concezione di sé che, nonostante le parole e le buone intenzioni, non potrà che essere unicamente economica. Infatti, una strategia e una definizione di sé diverse da quelle di tutti i partiti, sono la politica di un sindacato che non ha specchi in Parlamento, e di conseguenza di un sindacato che di fatto non fa politica, anche se si arrampica sui vetri per dimostrare il contrario. Perché l’unità dialettica tra questione economica e questione politica, è assolutamente necessaria al sindacato per avere una qualunque strategia e una definizione di sé. Senza è impossibile. È lo stesso Sabattini a confermarlo, lo vedremo più avanti, nel testo dedicato alla questione dell’innovazione tecnologica. Qui si tratta soltanto di capire perché Claudio sottovaluti l’importanza della cinghia di trasmissione, e la sottovaluta perché forse non è ben conscio dell’ideologia di fondo su cui poggia la sua analisi.
Tutta la storia dello stalinismo italiano dal 1945 in avanti, può essere ridotta al passaggio del movimento operaio dal classismo, sempre più attenuato, all’interclassismo, sempre più accentuato, in sintesi dal passaggio dal marxismo al liberalismo (passaggio che in verità è cominciato ben prima del 1945). Il ’68 e il decennio che ne seguì è il tentativo di fermare questo trapasso, da sinistra verso destra, riportando il movimento operaio sulla retta via della lotta di classe, da destra verso sinistra. Il tentativo è fallito non solo per l’opposizione burocratica ma anche perché di suo ha sempre cercato di fermarsi a metà, alla stazione più o meno multiforme dell’anarchismo. E la concezione dell’indipendenza sindacale di Sabattini si avvicina molto a quella anarchica, e sarebbe senz’altro un progresso rispetto all’attuale concezione burocratica, cioè il sindacato cinghia di trasmissione del Partito del Capitale, qualunque esso sia. Ma questo progresso però non è sufficiente per noi, perché per contrastare la cinghia di trasmissione con cui il Capitale, in fabbrica come in Parlamento come dappertutto, vuole legare a sé il movimento operaio, si può rispondere conseguentemente solo con la cinghia di trasmissione che lega indissolubilmente il sindacato al Partito del Lavoro. L’indipendenza da tutti i partiti potremo volerla solo quando anche il Capitale ci vorrà davvero autonomi. Ma il capitale non ci ha mai voluto davvero autonomi, né ieri né oggi né domani né mai. Col sindacato che non deve fare politica, con l’autonomia sindacale, il Capitale dice solo nel suo linguaggio che il sindacato deve essere subordinato in tutto e per tutto a lui, come un automa del profitto. Ecco perché è perdente una risposta di vera autonomia sindacale che venga dagli elementi migliori delle nostre file, a un discorso di indipendenza falso e bugiardo che viene sempre dalle peggiori schiere dei nostri nemici.
Lo stalinismo, la lebbra del movimento operaio, lo ha riportato talmente indietro da rimettere in discussione le risposte giuste che a suo tempo si era dato per risolvere il problema del rapporto tra sindacato e partito. Sotto il suo dominio, la cinghia di trasmissione è diventata una caricatura. Da rapporto strettissimo, vivo, tra due fratelli, sindacato e partito, è diventato qualcosa di burocratico e mortifero, la colpa non sta né nella cinghia né in Lenin ma nell’uso che se ne fa. La cinghia leniniana legava in un rapporto strettissimo due strumenti nell’interesse di una classe sola, quella staliniana nell’interesse di due, per questo alla fine, per la contraddizione tra la base e i vertici, si è sclerotizzata e burocratizzata, trasformandosi in un non-rapporto tra due corpi morti. Ecco perché l’uno, il sindacato, ha voluto tagliare i ponti con l’altro, il partito, nella speranza e nell’illusione di sentirsi vivo. Morto però il partito, quanti in questi anni anziché vederlo riprendere vigore, hanno sentito le campane suonare a morte anche per un sindacato senza più l’anima? Eppure, gli eventi di Grecia e degli altri paesi che ruzzolano nel burrone della crisi, ci mostrano che il sindacato non è irrimediabilmente perduto, come ripetono gli estremisti in tutti i tempi e naturalmente anche in quelli odierni, ma è solo assopito, e sta aspettando, magari anche attraverso la rielaborazione critica dell’esperienza di Sabattini, di ritrovare il marxismo-leninismo, la sua giusta strategia, la sua unica, possibile, concezione di sé stesso, ovvero quella subalterna al suo partito per l’unica indipendenza di cui il sindacato non può fare a meno: l’indipendenza dalla classe padronale. Unaltra concezione indipendente di sé stesso, il sindacato, non potrà mai trovarla, per la semplice ragione che non c’è. Insista ancora a cercarla e il movimento operaio continuerà a dormire al suo fianco. 


Stazione dei Celti
Gennaio 2013


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