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venerdì 18 gennaio 2013

APPUNTI SU SABATTINI - 2) La FLM e i Consigli di Fabbrica



di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom Rete28Aprile


Pubblichiamo la seconda parte (delle cinque previste) degli Appunti su Sabattini. Qua per comodità del lettore, segnaliamo a mo' di indice le cinque parti con il relativo link di quelle già pubblicate: 





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APPUNTI SU SABATTINI: SECONDA PARTE


LA FLM E I CONSIGLI DI FABBRICA

È con il secondo scritto che la statura di Sabattini emerge in tutta la sua grandezza. Siamo nel 1998, due anni dopo il XXI Congresso Fiom, Claudio si trova a Brescia per un convegno sulla figura di Gastone Sclavi. È qui che ha modo di ricordare l’esperienza memorabile dei consigli di fabbrica, della FLM (Federazione Lavoratori metalmeccanici) che per oltre un decennio sostituì Fiom-Fim-Uilm, fondendole in un’unica sigla. Ed è nelle prime quattro righe che il lettore che sta ora scrivendo si è immediatamente riconciliato col sindacalista, fugando i dubbi sulla sua persona avuti durante la lettura del primo testo. Claudio infatti dice senza ambiguità che l’esperienza dei consigli di fabbrica non fu «esaurita, bensì stroncata alla fine di quel decennio con la vicenda dell’EUR e con le sue inevitabili conseguenze». Ancora oggi c’è chi prova ad arrampicarsi sui vetri cercando di trovare qualcosa da difendere in quella scelta indifendibile. L’abbiamo visto recentemente nella polemica intercorsa tra Eugenio Scalfari e Susanna Camusso. Il primo, a cui si deve la memorabile intervista con cui Luciano Lama annunciava la politica dei sacrifici decisa all’Eur, la riprendeva per bacchettare la Camusso rea di non allinearsi come il suo predecessore all’interesse generale. Quanti pezzi di apparato sono subito accorsi in aiuto di “capelli corti Generale Luciano Lama”, difendendo la sua intervista dalla strumentalizzazione di Scalfari, come se Scalfari non avesse in realtà strumentalizzato la Camusso, descrivendola come alternativa e addirittura opposta a Luciano Lama. Ma la verità è che non c’è soluzione di continuità tra il Lama di ieri e la Camusso di oggi, fanno entrambi parte della stessa storia, la storia che va dalla stroncatura dei consigli di fabbrica fino allo smantellamento del Contratto Nazionale passando attraverso tutte le capitolazioni senza colpo ferire che una burocrazia sorda e senz’anima e senza dignità ha offerto all’altare patrio dei padroni per il suo quieto vivere. Se la Camusso è parsa recalcitrare più di Lama nel sacrificio dei lavoratori, è perché a furia di svendere le loro conquiste, dal 1978 a oggi, si fa molto più fatica a fargli ingoiare i rospi, e soprattutto è sempre più difficile trovare qualche altro diritto ancora da svendere.



La stroncatura dei Consigli avvenne ad opera della burocrazia sindacale della Cgil, e quindi del Partito Comunista italiano, ovvero dell’accoppiata Lama-Berlinguer, due burocrati per un solo storico compromesso, dopo un intero decennio di tentativi di sabotaggi e contenimento. Qui la storiografia non aiuta, perché anche gli storici più preparati sacrificarono il loro talento per la causa dei burocrati di partito, addomesticando la loro documentazione con giudizi al limite del ridicolo. È quello che accade ad esempio a Paolo Spriano quando fa il parallelo fra i Consigli di Gramsci del 1919-20 e quelli del 1968-69, nel libro «L’ordine nuovo» e i consigli di fabbrica (Einaudi, 1971). Spriano straripa di ottimismo quando descrive le differenze tra i due bienni rossi. Secondo lui la differenza principale sta nel fatto che mentre nel primo biennio la burocrazia sindacale non accettò i Consigli, nel secondo furono le stesse direzioni sindacali a farsi «sostenitrici e promotrici del rinnovamento dell’organizzazione e della rappresentanza operaia in fabbrica attraverso il sistema dei Consigli». Claudio Sabattini, per fortuna, la vede all’opposto. Ricorda che la Cgil pur sancendoli già nel 1970 come struttura base del sindacato, non dette alcun vero potere ai Consigli che «non ebbero alcuna influenza rispetto alle strategie essenziali che […] elaborò successivamente». E non glielo dette perché «il sindacato nel suo complesso rimase quello che era, soprattutto nei suoi vertici confederali che non mutarono per nulla di fronte all’esplosione del ’68-’69». Se la burocrazia si fosse fatta davvero promotrice dei Consigli, non avremmo avuto dopo dieci anni della sua promozione, la bocciatura senza appello e definitiva venuta dagli stessi professori che in teoria avrebbero dovuto sostenerli. Spriano vede un progresso semplicemente perché crede basti chiamare la rappresentanza Consiglio di Fabbrica perché lo sia davvero. Di conseguenza non si accorge che i Consigli di fabbrica di Gramsci divergono dalla FLM come la rivoluzione diverge dalla riforma. La burocrazia sindacale non accettò tanto i Consigli, quanto la carica controrivoluzionaria con cui riuscì ad addomesticarli. Infatti, nati dall’esplosione spontanea del ‘68, i “nuovi” Consigli, videro subito ridotte le loro funzioni dall’intromissione nelle loro faccende delle burocrazie sindacali. L’apparato della Cgil manomise immediatamente il delegato di reparto, delimitando rigorosamente i suoi compiti. In pratica da un delegato di reparto che si occupa un po’ di tutto e rappresenta il potere operaio in fabbrica in alternativa a quello del capitalista, si passa a un delegato di reparto che si occupa grosso modo solo di cottimo e nocività, e rappresenta più che altro la regolazione del potere padronale che non mette in discussione più di tanto. In questo modo i Consigli persero il loro embrionale carattere politico, per rientrare pian piano in una dimensione puramente economica. Non solo, se all’inizio del ’68, i Consigli esplosero con tutta la loro carica rivoluzionaria solo in alcune fabbriche, anche se tra queste le più importanti, la Cgil decise di estenderli dappertutto solo a patto di impedirne il loro collegamento. I Consigli, grazie “all’accettazione” delle burocrazie sindacali, crebbero di pari passo con il loro isolamento gli uni dagli altri. In breve, si estese il loro carattere riformista importato dall’esterno, a scapito del lato radicale inculcato spontaneamente dall’interno. Perciò, a grandi linee, si può dire che quelli del 1919-’20 erano i Consigli di Gramsci, i soviet della rivoluzione italiana; quelli degli anni settanta, anche se presero in prestito la dizione dal primo biennio rosso, restarono pur sempre i Consigli dei nipotini di Buozzi, i consigli di una burocrazia che fa l’impossibile per dividerli e non sfruttare tutto il loro potenziale. Se a differenza del primo Buozzi, i suoi nipotini furono costretti ad accettare i Consigli, lo fecero perché capirono che solo così avrebbero potuto, dieci anni dopo, farli fallire più o meno come riuscì a fare subito il loro odioso zio del 1919-20.
Rispetto alle Commissioni Interne, i “nuovi” Consigli rappresentano un enorme passo avanti che contribuisce molto alle conquiste del decennio, ma rispetto ai “vecchi” Consigli e a quelli nati spontaneamente subito all’inizio del ’68, rappresentano un passo indietro. Se non interviene qualcosa che riporti in avanti tutto il processo, sono destinati al fallimento perché contengono già al loro interno il germe della sconfitta. Questo germe è il cappello della moderazione messo da una maggioranza burocratica sulla spontaneità di una minoranza radicale che ha dato il via all’intero rinnovamento. La minoranza deve diventare maggioranza se non vuole vedere il suo lavoro soffocato dalla istanze burocratiche della maggioranza. Purtroppo, nel decennio che va dal ’68 alla svolta dell’Eur del ’78, la minoranza resta tale, anche per il passaggio nei ranghi delle moderazione dei due principali esponenti, Trentin e Carniti, di quella che fino allora era l’ala sinistra di Cgil e Cisl. È soprattutto per questo che l’analisi di Sabattini resta valida, perché evidentemente lui è restato sempre all’interno di questa minoranza e non è mai passato dall’altra parte, perdendo di credibilità come gli altri due. È quello che ci fa capire lui stesso quando dice di essere «diventato segretario generale della Fiom per caso», in un momento di crisi particolare del sindacato, perché altrimenti in un altro momento, più normale, la maggioranza burocratica non l’avrebbe mai permesso.
Oltre alla capitolazione a Lama di Trentin, pesarono forse, nell’incapacità della minoranza di conquistare la testa del sindacato, i limiti dell’impostazione di Sabattini e dei compagni che come lui la formarono. Abbiamo visto i primi nella questione legata all’indipendenza sindacale. Ne vediamo altri nella conclusione della sua relazione sui consigli. Il decennio che va dal 1968 al ’78, deve le sue principali conquiste alla lotta unitaria dal basso per l’egualitarismo. Il contromovimento che comincia grosso modo con la svolta dell’Eur e dura ancora oggi, riesce al contrario per l’imposizione dall’alto della concertazione senza combattere. Sabattini, come un leone sfinito da anni di militanza e battaglie, sembra arrendersi a questo fatto. Non propone infatti una vera e propria strategia per il ripristino della FLM che riporti in vita i Consigli di Fabbrica, e li superi magari spingendo la FLM riformista fino ai consigli rivoluzionari di Gramsci, unica strada reale, perché in direzione ostinata e contraria, per battere la concertazione, ma si limita a enumerare le rivendicazioni necessarie alla sua alternativa. E tuttavia queste rivendicazioni differiscono da quelle degli anni settanta, quasi che queste fossero un errore o qualcosa di superato. È con l’egualitarismo spinto che gli operai del ’68 ottennero la riduzione d’orario per tutti. Per la riduzione odierna dell’orario, invece, Sabattini propone una riduzione «inversamente proporzionale alla struttura gerarchica dell’impresa». Insomma più lavori di “concetto”, meno fai fatica a sopportare il lavoro. Perciò più sgobbi fisicamente più è giusto che la tua fatica venga ridotta. Sabattini però non s’accorge che in questo modo la lotta per la riduzione dell’orario passa meno attraverso gli scioperi e più attraverso improbabili accordi a tavolino. Perché a meno persone si vuol fare avere la riduzione d’orario, e meno persone si avranno nella dura lotta per ottenerle. Ed è anche per questo, seppure non solo, che Sabattini la riduzione d’orario non la ottenne. Perché solo nell’egualitarismo gli operai ottengono qualcosa per tutti, quando lottano solo per qualcuno, invece, non ottengono niente per nessuno.

Stazione dei Celti
Gennaio 2013




Nota unica

Per vedere la polemica Camusso Scalfari sulla svolta dell’Eur e la “responsabilità” di Lama, si digiti sul motore di ricerca di google il loro nome e apparirà tutta la documentazione necessaria.

Capelli Corti Generale, è l’espressione con cui il grande Fabrizio De André, nella canzone Coda di lupo (riportata come sfondo musicale dell’articolo), con una felice metafora, definisce e sbugiarda il burocrate Luciano Lama al momento della sua cacciata a pedate dagli studenti dalla Sapienza di Roma nel 1977.

Lo scontro sui consigli tra il socialista riformista Bruno Buozzi e il rivoluzionario Antonio Gramsci, è documentato da Paolo Spriano, oltre che nel libro citato, anche nel suo libro complementare: L’occupazione delle fabbriche settembre 1920 (Einaudi, 1964).

Sull’intreccio ineludibile della Svolta dell’Eur con il compromesso storico di Enrico Berlinguer, la ricostruzione magistrale è a mio parere quella di Marco Ferrando, riportata sul blog del compianto compagno Bagarolo.

Sul tentativo sistematico di addomesticamento dei Consigli di Fabbrica da parte della burocrazia Cgil, si veda Consigli Sindacato e Stato, in Sinistra e potere di Antonio Moscato (Sapere 2000, 1983). Altro materiale si trova a bizzeffe sul suo sito qui.

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