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giovedì 16 ottobre 2014

CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE O DELLA DEMOCRAZIA LOCALE? di Giuliana Nerla e Norberto Fragiacomo






CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE O DELLA DEMOCRAZIA LOCALE? 
di Giuliana Nerla e Norberto Fragiacomo





Di seguito pubblichiamo un interessantissimo articolo divulgativo sul tema, alquanto scabroso, dell’annunciata soppressione delle Province. L’autrice è Giuliana Nerla, fondatrice (assieme al segretario locale del PRC) della lista Montegiorgio in Movimento e consigliera nell’omonimo Comune: con acume, e col senso pratico che le deriva dall’esperienza amministrativa (è stata assessore e vicesindaco), la compagna Nerla analizza le conseguenze di una riforma che non c’è, evidenziando – fra l’altro – il probabile aumento dei costi e le ferite inferte alla democrazia. A corredo della trattazione c’è un appunto del sottoscritto sul processo di riforma in Friuli Venezia Giulia, Regione a Statuto speciale con competenza primaria in materia di ordinamento degli enti locali.
Preciso di non essere un fan incondizionato di quella che potremmo definire “democrazia storica occidentale novecentesca”, per certi versi una caricatura dell’idea democratica. La democrazia, quella vera, implica, infatti, la partecipazione consapevole del Popolo alla vita comunitaria, cioè un livello medio elevato (e tendenzialmente uniforme) di istruzione, acculturamento e interesse per la cosa pubblica – obiettivo raggiungibile solo in una società egualitaria. Oggidì l’elettore vota spesso a caso, se non in stato d’ipnosi, complici i media di regime che, anziché informare, convincono, terrorizzano, dissuadono – in una parola, plagiano.
A livello locale, tuttavia, l’operazione plagio risulta più difficoltosa, perché le questioni da affrontare – al pari di candidati e programmi – sono ben conosciute dalla cittadinanza: questo permette, talvolta, inattese affermazioni di liste “eretiche” come Montegiorgio in Movimento, capace di raccogliere il 20% dei voti contrastando, inequivocabilmente da sinistra, il disegno neocentrista del PD allora bersaniano, oggi renziano.
Non tollerando più queste interferenze, “il partito unico delle due coalizioni (PD, Forza Italia e formazioni satellite)” prova a mandare al macero la democrazia locale, l’unica rimastaci, cancellando le elezioni provinciali e – perlomeno in Friuli Venezia Giulia – svuotando quelle comunali di significato politico.
Penso che, come Sinistra, dovremmo concentrare le forze nella difesa dei (minimi) spazi di democrazia ancora esistenti: per certi versi un Consiglio comunale (o provinciale) è più rappresentativo della volontà popolare di un Parlamento di nominati colonizzato dalle forze partitiche gradite al sistema neoliberista.



Gruppo Consiliare Montegiorgio in Movimento
sulla “riforma” delle Provincie
di
Giuliana Nerla (consigliera comunale)



Il nostro gruppo consiliare si è sempre adoperato per un’azione politica fuori dalle logiche dei grandi partiti, che hanno sfornato la tanto decantata “riforma” delle Provincie (L. Renzi/Delrio n. 56/14). I militanti del partito unico dalle due coalizioni (PD, Forza Italia e formazioni satellite) si sbracciano per dimostrarne la portata rivoluzionaria, ma riteniamo sia nostro dovere informare i cittadini sui reali contenuti.


In pratica cosa cambia dopo questa “riforma”?

Quando monta la rabbia popolare, la classe dirigente, che controlla tutti i mezzi di informazione, dirotta tale rabbia verso piste marginali o addirittura che le portano ancora più potere! E’ quanto è capitato per le elezioni delle Province: togliamo gli elettori, i manifesti, le liste dei candidati affisse pubblicamente… cosa resta? I partiti! Presidente e consiglieri provinciali non saranno più votati dal popolo ma da sindaci e consiglieri comunali, e oltre a loro possono essere eletti gli amministratori provinciali uscenti. In questo modo le segreterie del partito unico dalle due coalizioni riescono a far occupare tutte le poltrone a chi è a loro gradito, sulla base di accordi fra partiti o fra correnti dello stesso partito il cui contenuto sfugge ai cittadini! Se non riuscivano infatti a controllare interamente il voto del popolo, riescono a controllare con facilità il voto dei sindaci e consiglieri eletti nelle loro file, che per colpa della retorica del voto utile sono la quasi totalità! Figuriamoci ad esempio se un consigliere comunale del PD non voti secondo le indicazioni della segreteria PD!
Se votasse il popolo potrebbe essere eletto un candidato che non gode particolarmente dell’appoggio del suo partito, ma che controllerebbe la gestione della cosa pubblica divulgando ai cittadini ogni informazione, anche la più scomoda per la classe dirigente! Oppure un esponente di un partito piccolo non appartenente ad una delle due coalizioni, che racconterebbe ai cittadini una versione dei fatti diversa dalla loro!
Ma adesso le segreterie di partito non corrono più rischi e il loro potere cresce!
Tutto è stato fatto con l’approvazione della gente, la cui rabbia è stata dirottata contro i politici eletti dal popolo, che ha quindi accettato supinamente, quando il 25 maggio è stata chiamata a votare per le europee, di non votare anche per le Provincie. Complice anche la presa in giro dell’abolizione! Con quanta insistenza i mezzi di comunicazione hanno detto e ridetto: “province abolite”, con tanto di stime di risparmi alle casse statali! Ma se le Provincie fossero state davvero abolite (o almeno svuotate di funzioni) perché mai tra il 28 Settembre e il 12 Ottobre, si vota per i Presidenti, da rinnovare ogni 4 anni, e per i Consiglieri, da rinnovare ogni 2 anni, delle 64 Province italiane? E perché mai i tre organi delle Provincie, che sono, oltre al Presidente e al Consiglio, anche l’Assemblea dei Sindaci (in Provincia di Fermo il consiglio sarà di dieci membri e l’assemblea dei sindaci di quaranta) usufruiranno del pagamento di tutti gli oneri connessi al loro status di amministratori compresi ricchi rimborsi?
I cittadini che ancora credono all’abolizione potrebbero farsi una passeggiata intorno agli stabili che ospitano gli uffici provinciali, o visitare i relativi siti internet, per rendersi conto che l’unica cosa abolita è il loro voto.


Possibile che le Provincie non sono state svuotate delle loro funzioni? Ma non è che le funzioni sono invece aumentate?

Le “riforma” prevede esercitino “funzioni di area vasta” (pianificazione di trasporti, ambiente, rete e edilizia scolastica), “funzioni diverse” attribuite da Stato e Regioni, ed eventualmente “funzioni di stazione appaltante”!
Inizialmente tutti i mezzi di comunicazione, con tanto di stime di risparmi, sostenevano che sarebbero restate solo le “funzioni di area vasta”! Ma le “funzioni diverse”, dopo una miriade di incontri e documenti, ad oggi sono le stesse in passato già esercitate, quindi tutto resta così com’è! Nei prossimi mesi potrebbero vedersi dei cambiamenti? Forse! Ad esempio è presumibile che la competenza del Centro per l’impiego torni alle Regioni visto che a queste hanno fatto capo fino a circa quindici anni fa! Ma poco di più! In ogni caso vi faremo sapere, ma intanto sappiate che l’enorme possibilità per la Provincie di esercitare “funzioni di stazione appaltante” è stata di recente incentivata da modifiche al Codice dei contratti. E’ così che nella Provincia di Fermo (come in molti altri casi in Italia) i Comuni, eccetto il capoluogo, non espletano autonomamente nessuna gara, né per appaltare una grande opera né per comperare una sedia, ma tutto è demandato alla Provincia! Le funzioni, al momento, sono quindi aumentate e non diminuite!
Ci fa gridare allo scandalo il fatto che la gestione delle gare sia stata spostata da un ente controllato direttamente dai cittadini a un ente non che non lo è! Anche se l’unica funzione delle Provincie dovesse essere quella di gestire le gare dell’intero territorio rivendichiamo il diritto dei cittadini, e non delle sole segreterie di partito, di scegliere gli amministratori che controllino nella loro interezza i procedimenti di gara.


La “riforma” della pubblica amministrazione (D.L. Renzi/Madia n. 90/14) riguarda anche le Provincie?

Si, perché offre loro diverse possibilità, fra cui quella di assumere il 30% dei Dirigenti fuori dal ruolo, su incarico politico; e quella di costituire uffici di staff con retribuzioni sganciate dal titolo di studio (quindi un non laureato potrebbe essere pagato da dirigente), lo stesso su incarico politico! Queste nuove possibilità, che non ci troverebbero d’accordo neanche se fossero a costo zero, comporteranno spese di cui nessuno ha informato i cittadini, che non potranno più neanche controllare questi nuovi incarichi! Sono venute meno infatti quelle regole di trasparenza e di dialettica maggioranza/opposizione che garantivano il passaggio di informazioni da dentro a fuori il palazzo!
La verità è che in Italia è in atto un grande attacco alla democrazia e la “riforma” delle Provincie, così com’è, è parte di questo attacco!

Le risposte alle domande poste ci hanno portati a scegliere di appoggiare la formazione della lista “Fermo libera”, sganciata sia dal PD che da Forza Italia quindi svantaggiata rispetto alle altre. Almeno a giudicare dalle dichiarazioni dei suoi principali esponenti, infatti, si propone di eleggere consiglieri che non appoggeranno nessuno dei candidati presidenti e che quindi eserciteranno liberamente le funzioni di controllo!

*                    *                    *
 
Riforma degli EE.LL.: la situazione in una Regione a Statuto speciale, il Friuli Venezia Giulia
di
Norberto Fragiacomo


In materia di enti locali – sorprendentemente – i concreti e taciturni friulani si stanno dimostrando assai più fantasiosi della media dei connazionali.
Anche in Friuli Venezia, domenica 26 ottobre, si assisterà - il termine è appropriato, visto che i cittadini non saranno minimamente coinvolti - alle “elezioni” per il rinnovo di un consiglio provinciale, quello di Pordenone, ma sulla vicenda è calata un’opportuna cortina di silenzio[1]: la Giunta regionale, infatti, ha appena presentato un disegno di legge che si basa su una fictio, quella della soppressione delle Province. Da zelante neoconvertita, la presidentessa Serracchiani si ispira a Renzi in ogni suo atto: ecco allora spuntare un testo proteiforme, la cui versione “definitiva” – approvata dall’esecutivo il 10 di ottobre – risulta irreperibile in rete.
Dicevamo che l’ente provinciale c’è ma non si vede; altre aggregazioni, invece, vengono annunciate con grande clamore, mentre il buon vecchio Comune rischia di continuare ad esistere solo sulla carta.
Nella bozza settembrina (quella disponibile) si prevede la rapida approvazione, da parte della Giunta, di un Piano di riordino territoriale che condurrà alla suddivisione del territorio in Unioni comunali con popolazione non inferiore ai 40 mila abitanti (30 mila per le zone montane), create d’imperio sulla base di requisiti di legge. Non tutti i criteri appaiono chiarissimi: la «compatibilità con il territorio delle Aziende per l’assistenza sanitaria» potrebbe intendersi come “coincidenza territoriale” con le aziende, operative dal prossimo anno, oppure come “coerenza”. Se fosse fondata, come opiniamo, la seconda interpretazione, non sarebbero autorizzabili unioni fra Comuni serviti da aziende diverse; se, al contrario, prevalesse la prima, avremmo cinque nuove province (tante quante sono le A.A.S.) in luogo delle precedenti quattro.

Il problema vero è che le Unioni territoriali sono una singolare invenzione, imparentata alla lontana con le Unioni di Comuni disciplinate dall’art. 32 del Testo Unico e recentemente rivisitate dal legislatore nazionale: in primo luogo, gli organi “politici” scendono a due – Presidente ed Assemblea -, visto che l’«Ufficio di presidenza con funzioni esecutive» è facoltativamente istituibile nelle sole Unioni composte da almeno dieci Comuni; a ciò va aggiunto che l’Assemblea, cui vengono assegnate competenze consiliari, sarà composta esclusivamente dai Sindaci degli enti partecipanti – darà voce cioè alle sole maggioranze; da ultimo, scarsissimo sarà il peso nelle decisioni delle piccole comunità, visto che all’amministratore di un ente sotto i tre mila abitanti sarà attribuito un unico voto, al Sindaco di una cittadina fino a dieci mila abitanti due ecc., fino a giungere ai nove spettanti agli (ex?) capoluoghi provinciali. Sottolineiamo un particolare rilevante: gli organi dell’Unione non saranno eletti, bensì nominati da altri amministratori; le sole elezioni locali sopravvissute sono quelle comunali.

Il punctum dolens risiede nel fatto che – come ho già notato in altra sede – “le competenze dei Comuni sono (rectius: saranno) meramente residuali, visto che quelle più importanti passano all’Unione: i cittadini saranno insomma chiamati ad eleggere i propri rappresentanti al simulacro di un Comune (la previsione, ex art. 17, di una possibile articolazione territoriale degli uffici rafforza l’idea di Comuni retrocessi a municipi), e poi assisteranno inerti allo spettacolo inscenato dalle segreterie dei partiti di sistema (PD e Centrodestra). In questo modo la democrazia viene “demansionata” e ridotta a stanco rito: meglio sarebbe stato, in ipotesi, sancire la scomparsa dei Comuni (oltre che delle Province) e fare dell’Unione – anche formalmente – l’ente fondamentale, fissando il principio dell’elettività delle relative cariche. Un infortunio del legislatore? Non direi proprio: con la scusa della crisi (una benedizione per l’elite che l’ha provocata) il modello fabbrica viene oggi esteso alla società intera. Al Potere neoliberista la dialettica non piace affatto.”

Veniamo dunque a queste benedetti funzioni, ma ve lo preannuncio fin d’ora: qui la nebbia legislativa avvolge ogni cosa. Ad essere certa è la prossima cessione di competenze comunali all’Unione: alcune (organizzazione generale dell’amministrazione, organizzazione e gestione di servizi pubblici e sociali, edilizia scolastica, polizia locale, attività produttive, protezione civile e raccolta rifiuti) cambieranno semplicemente titolare, altre (opere pubbliche, espropriazioni, riscossioni tributi, energia, pianificazione territoriale e centrale unica di committenza) rimarranno formalmente in capo all’ente comunale, ma andranno ex lege esercitate dai neocostituiti uffici dell’Unione. Non basta: la nomina dei responsabili della prevenzione della corruzione, della trasparenza e dell’organo di valutazione e di controllo di gestione è di spettanza del Presidente dell’Unione (la scelta, lo confesso, è corretta, se non altro perché la normativa anticorruzione è inapplicabile in un piccolo ente). Sorvoliamo sulle “ulteriori funzioni (quali, di grazia?) volontariamente delegabili all’Unione”, soffermandoci piuttosto su un risvolto pratico: la macchina amministrativa comunale verrà ridotta all’osso, se non azzerata, visto che il suo personale sarà trasferito alle Unioni, «in relazione alle funzioni comunali da esse esercitate» (quelle elencate, cioè la quasi totalità).

Nello scenario testé delineato il Comune è destinato a perdere ogni rilievo (sarà una testolina senza corpo) e la carica di Sindaco assumerà i connotati di un titolo onorifico, tipo cavaliere o commendatore – eletto “dal Popolo”, però, a differenza dell’assai più influente Presidente dell’Unione. Qualcuno potrebbe obiettare che il legislatore ha inteso “risarcire” il Comune affidandogli, a partire da Capodanno 2016 – così prevede l’articolo 24, comma 4, della riforma –, tutta una serie di funzioni di competenza provinciale. Mera apparenza (inganno?), perché la stessa norma precisa che dette «funzioni (…) sono esercitate dalle Unioni con le modalità di cui all’articolo 20, comma 2», cioè come compiti propri. Ma come vengono ripartite le attribuzioni provinciali? Tra Amministrazione regionale e Unioni, par di capire, in base alla loro “importanza”… trattasi, tuttavia, di un ben singolare meccanismo successorio, dal momento che il de cuius – la Provincia – viene trattato come una sorta di “morente a tempo indeterminato”, che mantiene (non si sa fino a quando) la titolarità di un terzo insieme di funzioni. E dopo, a tumulazione avvenuta? Il legislatore regionale ama evidentemente la suspance, perché non ci fornisce risposta.

Riassumendo: in Friuli Venezia le Province vengono occultate, ma ci sono ancora; ogni cinque anni si andrà al voto per eleggere consigli comunali del tutto irrilevanti, dato che le decisioni – a colpi di maggioranza – verranno prese altrove; l’Unione succederà alla provincia, ma dopo aver convissuto con essa (andranno d’accordo?); il cittadino farà da spettatore pagante, se non altro in termini di servizi. Dimenticavo, infatti, un aspetto non secondario: la finalità vera della riforma è risparmiare… il premio per le Unioni virtuose sarà un contenimento dei tagli. E la democrazia? Quella costa, se ne può fare a meno… in fondo, è ormai ovunque ridotta a finzione (come la strombazzata abolizione delle Province, su cui ci siamo intrattenuti all’inizio): le forme non fanno che adeguarsi alla sostanza.





[1] Squarciato all’improvviso da una decisione del TAR, che ha messo in forse data e svolgimento!







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