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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 3 gennaio 2012

I rischi non calcolati dello scacchiere iraniano, di Riccardo Achilli



di Riccardo Achilli

E' tale la necessità di giustificare una guerra, utile solo a dare sfogo produttivo al capitale in eccesso per la crisi, che la disinformazione sull'Iran sta raggiungendo livelli analoghi a quelli sull'Irak del 2003, quando ci si inventò un arsenale di armi di distruzione di massa inesistente. Si spaccia per minaccia di blocco dello stretto di Hormuz un'esercitazione navale programmata da mesi, si spacciano per "nuovi missili a lungo raggio" che potrebbero colpire altri Paesi i missili Qader e Nour, sparati ieri....che altro non sono che missili antinave, che in nessun modo possono essere utilizzati per colpire obiettivi terrestri. E peraltro non sono neanche nuovi, poiché in dotazione da anni alla Marina iraniana. Si agita una minaccia nucleare, quando sappiamo che l'uranio in dotazione all'Iran ha una percentuale di arricchimento di appena il 20%. Tutti sanno che, per le applicazioni militari, l'uranio deve essere arricchito almeno all'85-90%, e che le tecnologie di arricchimento iraniane hanno ritmi molto lenti. Quand'anche si arrivasse ad avere una sufficiente quantità di uranio arricchito al 90%, e ci vorranno anni, sarebbero necessari altri anni di sperimentazioni e ricerche per costruire testate nucleari in grado di essere trasportate dai vettori missilistici in possesso dell'Iran. Ammesso e non concesso che l'Iran stia sviluppando l'arma nucleare, ci vorranno quindi almeno 5 anni, nell'ipotesi più ottimistica, perché diventi una reale minaccia in tal senso, e quand'anche lo diventasse, sarebbe soltanto un altro dei tanti Paesi, anche del Terzo Mondo, dotati di arma nucleare, quindi cosa cambierebbe in termini di minaccia alla sicurezza del genere umano? Però, nonostante tali considerazioni di senso comune, serve una guerra, e serve farla in tempi rapidi, e quindi il sistema dei media svolge la sua usuale funzione di grancassa degli interessi della borghesia globale. E serve anche una guerra seria, che comporti un notevole sforzo bellico all'industria militare, ed al suo enorme indotto, nei Paesi capitalisti in crisi. L'ampiezza della crisi economica, e dell'eccesso di offerta che ne deriva, impone infatti una guerra di dimensioni più significative rispetto a quella combattuta in Libia, o a quella che potrebbe essere combattuta in Siria.

Tuttavia, lo sforzo da condurre, in questo caso, potrebbe essere fin troppo significativo, forse insostenibile. Di invasione terrestre del Paese non se ne parla nemmeno, sarebbe quasi impossibile. L'Iran è un Paese molto vasto, con una superficie pari a più di cinque volte quella italiana; a nord, est ed ovest le sue frontiere sono protette da altissime catene montuose, talché l'unica strada possibile per una invasione sarebbe quella utilizzata da Alessandro Magno, e che avrebbe voluto utilizzare Saddam Hussein nel 1980, attraverso la pianura alluvionale dello Shatt El Arab, a sud ovest, per poi aggirare la catena montuosa dei Monti Zagros, e risalire nuovamente verso nord, attraverso l'arido altopiano centrale, in un viaggio lungo più di 2000 chilometri, praticamente la distanza fra Reggio Calabria e la città di Dortmund, nella Germania settentrionale.

In questo lunghissimo viaggio, l'invasore dovrebbe combattere contro un Esercito che può mettere in campo 1,2 milioni di militari regolari, dotati di oltre 2.200 pezzi di artiglieria, per alcune centinaia anche relativamente moderni, fra i quali 470 unità di artiglieria semovente, migliaia di razzi e missili balistici superficie-superficie, missili anticarro a guida laser, più di 1.600 carri armati ed altri 2.000 veicoli corazzati (anche se in questo caso si tratta di materiale obsoleto, ma la quantità è impressionante, ed ovviamente compensa in parte la scarsa qualità). Senza contare la minaccia più grave, ovvero la possibilità, per l'Iran, di mobilitare fino a 11 milioni di miliziani a basso livello di addestramento, ma ad altissimo livello di motivazione politico-religiosa, i famosi “basji”, spesso ragazzini, da lanciare contro il nemico, come carne da cannone, replicando la strategia delle “ondate umane” di martiri che, facendosi massacrare in attacchi suicidi, riuscirono ad estinguere l'impeto dell'offensiva irachena del 1980 (ed il cui massacro susciterebbe una reazione emotiva e morale, da parte delle opinioni pubbliche dei Paesi occidentali, difficile da contenere per i governi dei Paesi NATO).

Una simile operazione dovrebbe, peraltro, essere condotta partendo da retrovie instabili: occorrerebbe utilizzare come retrovia l'Irak meridionale, a maggioranza sciita, un'area piena di gruppi politico-religiosi vicini ai vertici iraniani, dotati anche di consistenti bracci armati, come ad esempio il Consiglio Supremo Islamico Iracheno, guidato dall'ayatollah al-Hakim, con il suo braccio armato, l'organizzazione Badr, che, nonostante la sua smilitarizzazione, è ancora attivo. Tali gruppi, ovviamente, non farebbero altro che organizzare una guerriglia di sabotaggio delle linee logistiche nella retrovia delle truppe della NATO, guerriglia che si rafforzerebbe con l'attiva partecipazione della popolazione civile iraniana, nelle zone occupate dai militari NATO. Chi dubita del nazionalismo e del coraggio dei civili iraniani dovrebbe chiedere agli iracheni che occuparono parte del loro Paese dal 1980 al 1981.

Decisamente, lo scenario militare più probabile sembra essere quello di un intervento aero-navale, mirato a neutralizzare la capacità iraniana di imporre blocchi nelle acque del Golfo di Hormuz, distruggendo la sua forza navale e la sua aviazione con bombardamenti aerei mirati, supportati dal lancio di missili superficie-superficie dalle unità navali. Tale intervento potrebbe essere rafforzato dalla previsione di distruggere, mediante la combinazione delle forze aero-navali, la capacità nucleare del Paese, bombardando centrali, siti di arricchimento dell'uranio, facilities di ricerca e sviluppo e centri decisionali. Il tutto senza alcun intervento di terra.

Ciò, in teoria, potrebbe anche favorire l'indebolimento politico del regime teocratico, ed aprirebbe la strada al tentativo di farlo cadere dall'interno, rafforzando l'attuale opposizione guidata da Moussavi e Karrubi, che sostanzialmente rappresenta la borghesia urbana, i giovani a più alto livello educativo di ogni classe sociale, ma anche quella parte della classe lavoratrice, specie quella a più alta istruzione e che fa un lavoro di tipo impiegatizio o di concetto, che si riconosce in una interpretazione più moderata della rivoluzione khomeinista, ed in una componente, minoritaria, dello stesso clero sciita (in particolare, gli ayatollah Karrubi e Rafsanjani). Il drammatico impoverimento che seguirebbe alla campagna di bombardamenti aero-navali ed al persistere di forti sanzioni economiche, associate all'introduzione di meccanismi di acquisto semi-gratuito del greggio iraniano simili all'”oil for food” sperimentato in Irak dopo la guerra del Golfo, potrebbe, secondo le idee dei leader occidentali favorevoli alla guerra, produrre un distacco dal Governo di Ahmadinejad dei ceti più poveri, che oggi gli forniscono la base di consenso, e che sarebbero i più colpiti dal rapido impoverimento economico susseguente alla guerra. Secondo tale disegno, il proletariato industriale ed il sottoproletariato urbano, che vive di sussidi pubblici e lavori in nero, così come i contadini più poveri delle aree rurali interne e montane, oggi fedeli alla coppia Ahmadinejad-Khamenei, vedrebbero ridursi significativamente gli aiuti economici ed alimentari di cui oggi sono destinatari, e quindi raggiungerebbero rapidamente livelli di miseria tali da rivoltarsi contro il governo in carica, associandosi all'opposizione “riformista”, benché la base di classe e le politiche moderatamente liberiste che questa opposizione propone non siano affatto a favore dei loro interessi, nel medio termine.

Ma purtroppo per Obama, per Sarkozy e per gli altri leader occidentali cui prudono le mani per scendere in guerra contro l'Iran (ivi compreso il nostro Monti) anche lo scenario basato sul solo intervento aero-navale, senza invasione terrestre, è molto complicato. L'Iran, in questi anni, ha infatti investito intelligentemente soprattutto sui suoi sistemi di difesa anti aerea. In particolare, dispone di sistemi molto moderni, di fabbricazione russa, di difesa a corto raggio, come 10 sistemi Pantsyr e 29 installazioni Tor. Tali sistemi possono considerarsi fra i più moderni, nel segmento della difesa anti aerea a corto raggio, quindi per il contrasto contro i bombardieri tattici. Se la difesa strategica a lungo raggio è sinora deficitaria, basandosi su 200 installazioni di obsoleti SAM 200 sovietici, gli iraniani si sono mossi molto rapidamente, acquistando, nel 2010, quattro modernissimi sistemi SAM 300, e avviando la produzione di massa del suo sistema domestico di difesa a medio raggio, il Mersad.

Completano il quadro della difesa aerea una cinquantina di intercettori ancora relativamente competitivi, come il Mig 29 e l'F-14 Tomcat, cui, secondo voci giornalistiche non confermate, potrebbero aggiungersi anche una dozzina di modernissimi Sukhoi 30 acquistati sottobanco nel 2010, in violazione dell'embargo, e che potrebbero rilanciare notevolmente le capacità di difesa aerea dell'Iran (anche se il modesto livello di preparazione dei piloti e l'inefficienza nel proteggere le basi aeree da attacchi nemici, che potrebbero scatenarsi non appena aperte le ostilità, distruggendo i velivoli a terra, sono fattori che tendono ad azzerare il contributo potenziale dell'Aeronautica alla difesa del Paese).

Sul versante della difesa navale e costiera, la Guardia Rivoluzionaria e la Marina possono contare su un grossa flottiglia di sommergibili, che possono garantire sia la difesa in acque profonde (mediante tre vecchi esemplari della classe Kilo sovietica, e due più recenti modelli di fabbricazione iraniana) che quella costiera e nelle acque meno profonde dello stretto di Hormuz, affidata a 14 sommergibili della classe Ghadir, anche loro molto recenti, essendo entrati in servizio fra il 2007 ed il 2011. Inoltre, le navi della NATO dovranno guardarsi da 24 corvette veloci lanciamissili, e da non meno di una ottantina di piccole imbarcazioni molto veloci, armate con missili antinave leggeri, e progettate per attaccare naviglio pesante nemico in operazioni suicide, avvicinandosi ad alta velocità alla nave nemica, per poi sparare il loro missile leggero. Infine, la Guardia Rivoluzionaria dispone di numerose installazioni costiere di missili antinave C 802, di fabbricazione cinese, considerati particolarmente letali per il loro efficace sistema di guida radar, e con un raggio di circa 120 chilometri.
Insomma, l'avventura aero-navale nel golfo Persico potrebbe rivelarsi piuttosto indigesta per la NATO, e per i leader politici, come Obama e Sarkozy, che affidano a tale missione anche la propria sopravvivenza politica, gravemente minacciata da una forte crisi di consenso. E' presumibile che vi saranno forti perdite di attrezzatura e vite umane, molto più ingenti di quelle registrate in interventi militari analoghi, come quelli nei Balcani o in Libia. Ed il tutto senza la certezza di provocare la caduta definitiva del regime teocratico, che, nonostante sia comunque destinato alla sconfitta militare, potrebbe infliggere alla coalizione perdite tali da vincere la battaglia mediatica, nei confronti di una opinione pubblica, come quella iraniana, molto sensibile ai temi nazionalistici. Potrebbe infatti rigirare la storia come una sorta di reinterpretazione della battaglia fra Davide e Golia.

E il regime potrebbe ottenere anche di più, qualcosa che potrebbe addirittura rafforzarlo, nonostante la sconfitta militare finale, ovvero la possibilità di far cadere su Paesi considerati ostili, come l'Arabia Saudita, il Kuwait o gli Emirati Arabi Uniti, oppure contro possibili nemici, come la Turchia, il Kazakhstan o il Pakistan (se dovessero decidere di schierarsi dalla parte della NATO e contro l'Iran) qualche missile Shahab o Ghadr (che lo possano fare contro Israele è molto più improbabile, atteso che i sistemi di difesa anti missile israeliani sono perfettamente in grado di distruggere i missili iraniani in volo; tuttavia, l'angoscia alimentata ad arte, nell'opinione pubblica israeliana, da parte del suo governo, circa i rischi terribili legati ai mostri iraniani, è un altro esempio di disinformazione legata all'esigenza di precipitare la situazione verso il conflitto). Nessuno sa quanti missili balistici abbia l'Iran, ma si stimano nell'ordine di qualche migliaio, ed è altamente improbabile che gli attacchi aerei della NATO possano neutralizzarli tutti, senza che gli iraniani riescano a spararne qualcuno. E se anche uno dei missili sparati riuscisse ad eludere le difese anti missile, e colpire un altro Paese, provocherebbe, da un lato, una vittoria propagandistica, a favore della coppia Ahmadinejad-Khamenei, di dimensioni tali da azzerare gli effetti negativi dei bombardamenti NATO, rafforzandola alla guida del Paese, e dall'altro, innescherebbe un allargamento del conflitto ad altri Paesi, le cui conseguenze potenziali, per un'area geostrategica delicatissima come quella mediorientale, sarebbero imprevedibili, e forse devastanti.

Infine, occorre considerare che nell'establishment iraniano è in atto, da anni, uno scontro di potere fra il clero e i vertici militari dei guardiani della rivoluzione (che peraltro, controllando direttamente molteplici attività industriali, non soltanto legate alla difesa, sono diventati la più potente e redditizia holding industriale del Paese), questi ultimi appoggiati esplicitamente da Ahmadinejad. In questa lotta di potere, i vertici militari stanno spingendo sula strategia della tensione, perché una guerra sarebbe ovviamente la migliore opportunità per assumere il pieno controllo del Paese, mentre i vertici religiosi tentano di frenare e negoziare con l'Occidente: giusto ieri, l'ayatollah Khamenei, guida suprema del Paese, ha sconfessato le gesta della Marina durante l'esercitazione militare nel golfo, lanciando un appello al negoziato con l'ONU per risolvere in forma pacifica i dossier aperti. Evidentemente, precipitare verso la guerra la situazione, da parte degli occidentali, non farebbe altro che spianare la strada verso il potere ai falchi dell'establishment economico/militare del corpo dei Guardiani della Rivoluzione, provocando una svolta radicale nella politica interna dell'Iran, ed allontanando ogni possibilità di un ammorbidimento o democratizzazione del regime.

Mai come oggi le dirigenze politiche guerrafondaie dell'Occidente, cui anche Obama appartiene a pieno titolo, nell'innalzare il livello di tensione con l'Iran, stanno giocando una partita dagli effetti potenziali disastrosi su scala globale, in cambio di benefici politici molto incerti e precari. Non si può quindi non pensare che i veri attori di questa partita siano economici, e non politici, e che le borghesie occidentali, alle prese con la più grave recessione strutturale dal crack del 1929, siano disposte, pur di recuperare il trend calante del saggio di profitto tramite la vecchia ricetta della guerra, a sottoporre i propri Paesi, ed il mondo, ad un azzardo estremamente rischioso. Mai come oggi la sinistra deve schierarsi compatta contro questo pericolosissimo gioco in cui il capitalismo ci sta avvitando, contrastando questa demenziale escalation verso la guerra.

2 commenti:

vincenzo zamboni ha detto...

in conseguenza delle minacce usa (incluse quelle deliranti odierne di rik santorum) la cina ha allertato la flotta nella zona. che io sappia, il patto di shangai vede alleati cina, russia, india e brasile; tutti dotati dell'atomica. nonostante i progetti enunciati da wesley clarck (impadronirsi di 7 paesi petroliferi in 5 anni), come possono sfidare una alleanza protettiva come quella descritta ?

Riccardo ha detto...

Infatti, caro Vincenzo, i rischi di escalation legati ad una ipotesi di conflitto con l'Iran sono praticamente illimitati, e per questo che occorre monitorare con grande attenzione ciò che potrebe succedere.

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