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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 27 gennaio 2012

Il pallone insanguinato della Guinea Equatoriale, di Riccardo Achilli




Come molti appassionati di calcio sapranno, in questi giorni è iniziata la coppa d'Africa, organizzata in Guinea Equatoriale ed in Gabon. Nel calcio professionistico, un torneo internazionale è ben di più di una semplice manifestazione sportiva, considerando l'enorme giro d'affari. Ci sono gli sponsor. Ci sono i diritti televisivi. C'è l'indotto semi-parassitario del giornalismo sportivo di tutto il mondo (qualcuno mi dovrebbe spiegare la funzione degli scribacchini dei giornali sportivi; persino gli addetti ai lavori li disprezzano). Persino gli indumenti degli atleti sono veicoli di marketing per multinazionali che non disdegnano di sfruttare il lavoro minorile negli stessi Paesi del terzo mondo dove contribuiscono generosamente a finanziare eventi sportivi (mi viene in mente il vecchio detto del poeta latino Giovenale, che di metodi per controllare il popolo era un esperto: “duas tantum res populi anxius optat: panem et circenses”; nel caso dei Paesi del terzo mondo che organizzano o partecipano a tornei come questo, spesso il panem non è garantito alla maggioranza della popolazione; tocca accontentarsi dei soli circenses).
Per il Paese organizzatore, poi, specie se in via di sviluppo, l'occasione è irripetibile: si tratta di dimostrare efficienza e capacità organizzativa di un evento molto complesso, quindi di mettere in vetrina il proprio Paese, a beneficio di investitori esteri, ovviamente anche di settori diversi da quello calcistico; si tratta anche di promuovere un Paese, magari poco conosciuto, presso i grandi tour operators, e quindi di attrarre turismo internazionale dopo la fine del torneo (e quindi valuta estera pregiata). Gli stessi tifosi stranieri al seguito della loro squadra, che permangono nel Paese per qualche settimana, diventano, al loro rientro in Patria, ottimi “promoters” dell'immagine turistica del Paese stesso. Non è un caso, infatti, se prima della partita, la televisione abbia fatto passare immagini della Guinea Equatoriale a fini turistici, in cui si vede un Paese di una bellezza malinconica, con le fatiscenti città di architettura coloniale sotto il cielo dell'Africa equatoriale, quel cielo così basso, così cupo di nuvole dense di foschi presagi, e che ti dà sempre l'impressione che si stia per lacerare in un cataclisma spaventoso. Quelle immagini mi ricordavano però la Port-au-Prince dei tempi del dittatore/bokor “Baby Doc” Duvalier e del suo esercito di zombie-Tonton Macoute (per chi non lo sapesse, nella religione voodoo il bokor è uno stregone malvagio, in contrasto con il sacerdote che opera a fin di bene, l'houngan).
Per i vertici politici del Paese organizzatore, specie se non democratici, l'occasione è ancor più ghiotta: solleticando l'istinto nazionalistico del loro popolo, possono guadagnare consenso, che spesso è eroso dalle loro politiche repressive ed economicamente recessive. Inoltre, se subiscono forme di isolamento internazionale per la loro natura repressiva, tramite il ritorno di immagine dato dall'organizzazione di un torneo calcistico, possono uscire da tale isolamento.
L'esempio è quello dei mondiali di Argentina del 1978, studiato dal Dipartimento di Stato Usa, nell'ambito del consolidamento del regime militare argentino sorto in base al piano Condor. L'Argentina fu letteralmente condotta alla vittoria del mondiale, prima con un arbitraggio scandaloso nella partita con il favoritissimo Brasile, nella quale si consentì ai difensori argentini (che per violenza sembravano compadritos della malavita portuale di Buenos Aires) di massacrare gli avversari fino a ridurli all'impotenza, e poi nella famosa partita decisiva contro il Perù. In quella partita, per passare il turno, la squadra argentina aveva bisogno di vincere con almeno tre gol di scarto e quattro reti segnate. Il portiere peruviano, un oriundo argentino di nome Ramòn Quiroga, era una saracinesca: aveva subito soltanto sei goal in cinque partite. Il giorno prima della partita, secondo numerose testimonianze, Henry Kissinger in persona, che assisté alla partita dalla tribuna, si recò presso il ritiro del Perù, in compagnia del dittatore militare argentino, Jorge Videla. Facile immagine cosa dissero ai peruviani. Alla fine, l'Argentina vinse per 6-0, proprio grazie alle ripetute “papere” di Quiroga. Morale della favola: la vittoria ai mondiali ricompattò il popolo argentino attorno alla Giunta militare, consentendole di sopravvivere per altri cinque anni, nel corso dei quali decine di migliaia di innocenti sparirono. Il Governo peruviano, anch'esso frutto del piano Condor, fu ricompensato, l'anno dopo, con la donazione di un'enorme partita di grano argentino. Il Perù non era certo di una squadra così scarsa da perdere per 6-0 contro l'Argentina: il prode Quiroga, qualche anno dopo, ricevette un ingaggio in una prestigiosa squadra spagnola, il Barcellona, come anche il compagno Velazquez; Cubillas è considerato uno dei più forti centrocampisti sudamericani di sempre; Oblitas e Rojas andarono a giocare in Belgio; il capitano, Chumpitaz, è considerato uno dei più forti difensori centrali di tutti i tempi (eppure, il Beckenbauer delle Ande lasciò passare gli attaccanti argentini per ben 6 volte).
Tornando a noi, proprio ieri, mi sono seduto davanti alla televisione per guardare la partita inaugurale della coppa d'Africa, in cui la squadra del Paese organizzatore, la Guinea Equatoriale, giocava contro la Libia (che per l'occasione ha dismesso la tradizionale casacca verde, per non ricordare i tempi di Gheddafi, per una tenuta completamente bianca, simbolo di candore e verginità; che poi molti componenti del CNT la verginità se la siano rifatta è un'altra storia). Dopo circa settanta minuti di calcio spettacolare (la sconsideratezza tattica delle squadre africane assicura un bello spettacolo) non ho potuto fare a meno di notare che la regia televisiva guineaequatoriense, ad ogni interruzione di gioco, dedicava una servile inquadratura per i dignitari politici locali, seduti in tribuna d'onore. Tutta gente vestita con gessati scuri e orologi-pataccati d'oro che nemmeno i capi della banda della Magliana, al matrimonio delle loro figlie, avrebbero avuto il coraggio di esibire, e con facce da bracconieri di elefanti redenti. Comportamento piuttosto sospetto, quello della televisione di Stato. Altro comportamento sospetto: secondo il telecronista, ai calciatori della nazionale ospitante il governo avrebbe promesso un milione di dollari se la partita inaugurale fosse stata vinta, più ulteriori 20.000 dollari per ogni goal segnato. Va bene l'orgoglio nazionale, ho pensato, ma qui gatta ci cova.
Allora ho spento la televisione (tanto l'arbitro aveva già fatto il servigio di prammatica alla squadra di casa, accreditandole un goal su evidente posizione di fuorigioco) e mi sono documentato sulla situazione politica e sociale della Guinea Equatoriale. Ecco il quadro. Il Paese è governato, sin dal 1979, da un dittatore, tale Teodoro Obiang Nguema, che prese il potere rovesciando, con un golpe militare, il precedente dittatore, Francisco Macias Nguema, che poi era lo zio, che governava questo piccolo Paese, di circa 600.000 abitanti, sin dall'indipendenza dalla Spagna, ottenuta nel 1968. Questo signore ha organizzato la più classica delle dittature africane: priva di base ideologica, basata su un'architettura di potere che si identifica con il clan etnico/familiare cui appartiene il leader, cleptocrate, amica dei Paesi occidentali, cui fa ponti d'oro per attrarne investimenti ed aiuti economici, risucchiati quasi interamente dal clan di potere e dai suoi addentellati inseriti in un'amministrazione pubblica totalmente dedita alla corruzione, e ferocemente repressiva nei confronti delle altre etnie/clan non appartenenti al gruppo di potere dominante.
Vorrei essere chiaro su un aspetto. Lungi da me l'idea, tipicamente imperialistica, che si possa “esportare la democrazia” liberale occidentale in Paesi i cui assetti sociali sono pre-capitalistici, e fondamentalmente basati su strutture tribali e claniche (l'etnia dominante del Paese, cui appartiene il suo dittatore, i Fang, è infatti organizzata in 67 clan familiari). Penso anzi che l'esportazione di democrazia occidentale non sia nient'altro che esportazione di imperialismo neo-coloniale, e tale slogan è servito per giustificare le più ingiustificabili guerre per il petrolio ed il business della ricostruzione, ad esempio in Irak ed in Libia. Questi Paesi devono trovare, in autonomia, una strada propria verso l'organizzazione delle proprie società, che tenga conto di assetti sociali tribali e clanici che possono anche rappresentare una ricchezza della loro cultura, più che un residuo da disprezzare dal razzismo degli occidentali. Tuttavia, un conto è cercare di stimolare forme di auto-organizzazione dal basso, come ha meritoriamente fatto il socialismo africano, dalle comunità rurali su base tribale di Julius Nyerere agli esperimenti di autogestione comunitaria messi in piedi dal grande Thomas Sankara (cfr. il mio articolo ). Altro conto è mettere in piedi una dittatura centralizzata, su base clanica, che massacra gli altri clan/etnie che gli si oppongono, nega ogni libertà, depreda letteralmente ogni ricchezza del Paese, e si colloca, in una logica compradora, al puro servizio degli interessi economici imperialistici occidentali.
Il regime guineaequatoriense, dietro ad una apparenza di democrazia (il presidente è eletto a suffragio universale, vengono tollerati, anche se poi ridotti in pratica al silenzio ed all'impossibilità di esercitare qualsiasi attività politica, un paio di partiti di opposizione) nasconde la faccia feroce della repressione. E' un Paese in cui non escono giornali quotidiani, ed in cui i periodici sono sottoposti ad una occhiuta censura. Per legge, esiste un solo canale radiotelevisivo pubblico, ed uno privato, diretto però da Teodorin, il figlio del despota. La polizia può arrestare e trattenere senza mandato, per reati d'opinione, e la tortura, nonostante un legge che la proibisca, emanata per tranquillizzare le coscienze sporche degli occidentali che fanno affari con il regime, è pratica comune. Nel solo 2010, secondo Amnesty International, sono state arrestate 31 persone per motivi politici, 20 delle quali minorenni. Nel 2011, i vertici di uno dei partiti di opposizione “tollerati” sono stati arrestati e torturati...per aver tentato di creare una stazione radiofonica indipendente, nonostante il fatto che avessero regolarmente denunciato le loro intenzioni al Ministero dell'Interno.
Il carcere di Black Beach è considerato fra i peggiori del mondo: in celle umide, vengono messe anche 100 persone insieme (uomini, donne e bambini indistintamente, con il risultato che le donne vengono regolarmente stuprate dagli altri carcerati). I carcerati devono dormire sul pavimento, a turni, perché non c'è spazio per tutti, e fino al 2011 erano le stesse famiglie dei carcerati a dover provvedere al cibo ed ai medicinali. Esiste la pena di morte per crimini politici: nel 2010, quattro uomini sono stati fucilati appena un'ora dopo il loro processo-farsa, per reati di opinione. Vi sono ripetute denunce di uccisioni perpetrate da squadroni della morte filogovernativi. Nel 1998, proprio nel carcere di Black Beach, morì di stenti il principale oppositore politico del Paese, Martin Puye, esponente dell'etnia minoritaria dei Bubi, emarginata dal potere nell'assetto clanico del regime.
Vi sono elementi per pensare che le folle oceaniche che partecipano ai comizi presidenziali siano indotte dalla paura di essere segnalati come potenziali oppositori. D'altra parte, se si considera che il tasso di astensionismo alle elezioni presidenziali, cui regolarmente Nguema si presenta in splendida solitudine, si aggira attorno all'80%, è chiaro che il suo popolo non è che lo ami particolarmente.
Nonostante queste aberrazioni, il regime guineaequatoriense è amico dei Paesi occidentali, soprattutto perché nel 1996 è stato scoperto un enorme giacimento di petrolio dall'americana Mobil. Di conseguenza, nel 2001 Bush ripristinò le relazioni diplomatiche che l'incauto Clinton aveva interrotto, appena un anno prima che si scoprisse il giacimento petrolifero del Paese. Di fatto, la ricchezza petrolifera del Paese è sfruttata esclusivamente da aziende estrattive statunitensi, come Exxon Mobil, Marathon Oil, Amerada Hess e Vanco Energy. L'amicizia con gli USA, cementata dal patrolio, è tale che la Condoleeza Rice, nel 2006, durante una visita di Nguema a Washington, gli disse in pubblico “lei è un nostro buon amico, e le diamo il benvenuto”.
Anche le relazioni con la ex metropoli spagnola sono ottime: non solo due multinazionali spagnole controllano la produzione nazionale di cacao, corrispondendo compensi assolutamente irrisori ai produttori locali, ma il Paese riceve regolari aiuti economici dalla Spagna. Persino il Ministro degli Esteri del Governo Zapatero, a luglio 2009, ha guidato una delegazione commerciale, per esplorare nuove opportunità di business nel Paese. Le relazioni privilegiate, soprattutto in campo petrolifero, con gli USA, sono costate l'unica seria minaccia al potere del dittatore Nguema: nel 2004, un gruppo di mercenari sudafricani, finanziato, per ammissione del loro comandante, dal figlio della Margaret Thatcher, Mark, tentò di rovesciare il regime nguemista, evidentemente per aprire spazi a favore dell'industria petrolifera britannica. Il colpo è fallito, e gli USA sono talmente arrabbiati per questo tentativo di disturbare i loro affari in Guinea Equatoriale, che nel 2005 il governo Bush ha dichiarato Mark Thatcher “persona non gradita” per via del suo coinvolgimento nel tentato golpe.
Vi è da dire che il buon Teodoro Nguema ci ha dato veramente dentro, come si dice, per fare ponti d'oro all'imperialismo occidentale, ribaltando completamente la politica isolazionista ed antioccidentale dello zio (che si faceva mandare gli aiuti dall'Urss e da Cuba). Ad iniziare da un atto di notevole valenza simbolica: non appena preso il potere, ripristinò i cognomi spagnoli delle persone e i toponimi spagnoli dei luoghi geografici, che lo zietto aveva “africanizzato” (a proposito...Nguema, non appena preso il potere, si affrettò a far fucilare l'adorato zietto, che in fondo lo aveva nominato tenente colonnello dell'Esercito, dopo un processo-farsa senza diritto di appello e senza avvocati difensori. Se il buongiorno si vede dal mattino...). E se qualcuno pensa che il ripristino dei nomi spagnoli sia in fondo una cosa secondaria e demagogica, ricorderò uno degli insegnamenti di Sankara: “il colonialismo culturale è molto più insidioso di quello militare. E' meno costoso, più flessibile, più efficace”. Ancora oggi, le lingue ufficiali del Paese sono quelle degli ex padroni coloniali: spagnolo, francese e portoghese. Non le lingue indigene. Persino nella politica monetaria si è dimostrato servile nei confronti dell'imperialismo. Pur non essendo il suo Paese una ex colonia francese, Nguema ha infatti avuto la brillante idea di aderire all'area del franco africano, costringendo quindi il suo Paese ad una politica di cambio fisso con il franco francese (e poi con l'euro) che secondo tutti gli analisti è fortemente penalizzante, in termini di competitività-prezzo, per i Paesi africani aderenti.
Naturalmente tale assetto di potere si riflette in una diffusa cleptocrazia, che si colloca ai vertici di un apparato amministrativo dove la corruzione è un fatto del tutto fisiologico. La potenziale ricchezza del Paese, garantita dal petrolio e della modesta entità demografica, sarebbe enorme: il Pil pro capite è cresciuto del 5.000% fra 1992 e 2006 (la più alta crescita economica del mondo, dopo quella dell'Azerbaidjan), e, attestandosi su un valore di 20.322 dollari, è il più alto di tutto il continente africano. Nonostante ciò, il 60% della popolazione vive con non più di un dollaro al giorno; l'indice di deprivazione “grave” è analogo al valore di Haiti; il dittatore, intervistato nel 2004, afferma però che il suo popolo “vive molto bene”, e che la povertà è dovuta a cittadini “pigri”, che dovrebbero “sudare un po' di più per lavorare”. La speranza di vita alla nascita è di 52 anni, il tasso di mortalità infantile, pari a 124 per mille, è su livelli tipici dei Paesi più poveri del mondo. Circa il 15% dei bambini muore prima d aver compiuto cinque anni di vita. Il 52% della popolazione non ha accesso ad acqua potabile pulita, l'elettricità è assente in vaste zone del Paese, ed è saltuaria nelle città, le condizioni del sistema sanitario sono disastrose, tanto che il sito “Viaggiare Sicuri” parla di carenza anche dei farmaci di base, e sconsiglia di ricoverarsi negli ospedali, suggerendo il rimpatrio immediato, in caso di necessità di ricovero. La malaria, il tifo, l'epatite virale e la meningite sono endemiche. Il tasso di criminalità è molto alto, tanto che si sconsiglia lo spostamento da soli, anche nelle zone urbane, e si sconsiglia di esibire oggetti costosi, o somme di denaro, anche modeste. Le infrastrutture sono in condizioni disastrose. Non esiste rete ferroviaria. La rete stradale è più o meno la stessa che costruirono gli spagnoli, e versa in condizioni di dissesto totale, mentre molte aree sono collegate da semplici piste sterrate che nella stagione delle piogge diventano impraticabili. L'uso di voli interni è considerato praticamente un suicidio, e si consiglia di fare testamento prima. Esiste un solo operatore di cellulare, ovviamente controllato dalla famiglia presidenziale, che ha copertura solo nelle due principali città del Paese. Il 13% della popolazione è analfabeta.
Questo Paese in condizioni disastrose è il quarto più importante produttore di petrolio dell'Africa subsahariana, e come si è visto potrebbe avere un tenore di vita analogo a quello della Spagna o dell'Italia, mentre in realtà è prossimo a quello del Ciad e della Repubblica Democratica del Congo. Dove vanno a finire i pingui proventi petroliferi, oltre che gli ingenti aiuti economici internazionali, se non vanno alla popolazione? Come è ovvio, finiscono nelle tasche dei contrabbandieri di avorio redenti di cui parlavo prima. Un rapporto di Amnesty International, infatti, evidenzia la natura cleptocratica del regime (“Well Oiled”, 2009). Nel 2004, Nguema ha speso quasi 4 milioni di dollari per acquistare due case di lusso a Washington DC, e nel 2008 ha rubato, con i suoi sodali, 26 milioni di dollari da un'impresa petrolifera di proprietà statale, per comprare auto, case e beni di lusso in Spagna. Suo figlio Teodorin ne ha spesi 43,5 per acquistare immobili ed auto di lusso in California ed in Sud Africa, fra 2004 e 2006. In pratica, per le sue spesucce, in soli tre anni Teodorin ha sborsato una somma superiore a quella che il suo Paese ha destinato alle politiche per l'educazione pubblica nel 2005. Milioni di dollari vengono inoltre versati direttamente dalle compagnie petrolifere nelle casse personali di Nguema, per l'affitto di immobili di lusso costruiti con l'esproprio forzoso e senza indennizzo di centinaia di famiglie povere, letteralmente gettate in mezzo ad una strada per fare spazio ai cantieri edili. Il sistema corruttivo, come un albero perverso, scende dal fogliame dei vertici del regime, giù giù per i rami di un'amministrazione pubblica composta essenzialmente da membri del clan di Nguema e dei clan suoi alleati (nel Paese, si viene assunti in base a meri accordi verbali, gestiti da agenzie di collocamento collegate al clan presidenziale, in un contesto in cui il tasso di disoccupazione, alimentato dagli esclusi da tale circuito nepotistico, supera il 30%). Si stima che decine di milioni di dollari siano stati bruciate per ungere le ruote dell'amministrazione pubblica da parte delle compagnie petrolifere statunitensi. D'altra parte, i funzionari pubblici tosano anche la popolazione civile: persino il rilascio di un certificato di residenza dà luogo ad un pagamento in nero. Mentre i contratti petroliferi stipulati con le compagnie estrattive USA sono penalizzanti (si stima che il Paese riceva fra il 15% ed il 40% dei proventi estrattivi, contro una media, per l'Africa sub sahariana, compresa fra il 45% ed il 90%) si ha contezza di milioni di dollari versati dalle compagnie ai vertici politici locali, per l'acquisto di terreni petroliferi di proprietà di dignitari dello Stato, se non dello stesso presidente, o per pagare la scuola privata ai figli, o ancora per l'acquisto di servizi di sicurezza privata direttamente da membri del Governo, o per la partecipazione a joint ventures con imprese locali, ovviamente controllate dal presidente e dal suo clan. Nguema, intervistato da un giornalista britannico nel 2004, viene descritto come un personaggio che parla con voce suadente e bassa, che quando gli si chiede che fine abbiano fatto i soldi del petrolio, risponde, con la più assoluta calma, “segreto di Stato”. A me, con questi modi soporiferi e con questa mano lesta nell'arraffare soldi, sembra un vero democristiano d'antan.
Obama, nonostante abbia criticato i regimi africani cleptocratici durante la sua visita nel Ghana del 2009, non ha risposto alla richiesta di un gruppo di cittadini di congelare i fondi che Nguema ed i suoi sodali detengono in banche statunitensi. Ed a questo regime corrotto e sanguinario, la CAF (ovvero la confederazione calcistica africana), scandalosamente, concede la possibilità di farsi pubblicità, e di sdoganarsi a livello internazionale, tramite l'organizzazione della coppa d'Africa. E' una vergogna, che dimostra una volta in più come il calcio sia strumento piegato a mere esigenze di potere e di affari. Rivolgo un appello: il modo migliore per rovinare questo circuito criminogeno che ruota attorno al calcio è di spegnere la televisione e non guardare le partite. Se non si guardano le partite, gli sponsor non guadagnano, le televisioni non guadagnano, i regimi politici corrotti e brutali non hanno la possibilità di ricomprarsi una immagine “pulita”.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Guidano in modo piuttosto spericolato e con poco rispetto degli stop, delle precedenze ecc, ma e sembra che nelle nostre città si guidi molto meglio? E ti sembra che le strade di alcune nostre periferie siano molto meglio? Hai davvero girato così poco? stanno organizzando programmi di controllo e prevenzione della malaria, vero problema da queste parti, e non è certo colpa del governo se la gente vive ancora permeata dalle credenze e dai riti che caratterizzano tutti i opoli africani, non è facile cambiare volto ad una nazione, migliorarla e snaturarla. Per noi molte di queste cose sembrano arcaiche, brutali, violente, ma qui siamo in Africa,e questo popolo ha diritto a vivere le sue tradizioni, anche se noi bianchi non le accettiamo. È ora che ci mettiamo da parte, e la smettiamo on l'istinto colonialista, perchè tanto di questo si tratta, finchè ci hanno fatto mangiare dal loro piatto i pezzi più succulenti, gli abbiamo fornito anche le armi ,e siamo stati a guardare le lotte fratricide, senza fare nulla o quasi , perchè ci rendevano più semplice l'intromissione. Ora che decidono di mangiarsi loro le parti migliori improvvisamente ci accorgiamo delle dittature. almeno qui un Presidente si mangia parte di ciò che contribuisce a creare, il nostro governo si è mangiato il futuro mio, di mio marito e dei miei figli, ecco perchè siamo scappati qui, cercando nuove possibilità. La nostra non sarà una dittatura costituzionalmente, ma a quando rovinare il proprio popolo non è seconda a nessuno. E lo sai perchè spagna e francia stanno disperatamente cercando il modo di mettere in cattiva luce tutta la famiglia presidenziale? Perchè non gli vengono concessi i diritti di sfruttamento sulle risorse petrolifere, perchè non possono ingrassare anche loro, perchè vorrebbero essere loro i partners commerciali del “ dittatore”, allora lo vedrebbero sicuramente sotto una luce più benevola. Quello che io vedo da qui, è che tanti parlano ma pochi conoscono, e i piu cattivi a parlare sono quelli che non sono stati ammessi al banchetto. Non voglio dire che non ci siano tanti problemi, ma dobbiamo dare il tempo di fare. Sai cosa c'era qui a bata fino a 10 anni fa? Nulla! Ora ci sono strade, hotel, supermercati, passeggiate sul lungomare. E tra 10 anni ci sarà ancora di più! Mai sentito parlare del progetto “orizzonte 2020”? diamo tempo a questa gente di trovare il loro equilibrio in un mondo in rapida evoluzione, loro non hanno i nostri stessi tempi, assimilano le novità molto più lentamente, e non è detto che necessariamente sbaglino. Comunque, questa è la mia opinione da persona che vive sul posto e ha visto e cercato di capire . Ci sarebbe tanto da parlare, ma non voglio esagerare nel rubare il tuo tempo. Non credere a tutto quello che leggi filtrato da altri, o almeno non credere solo alle cose brutte. Un saluto, e grazie per la tua attenzione.

Riccardo Achilli ha detto...

' un interessante commento, fatto da chi vive lì, e ceh quindi merita rispetto (a proposito, gradiremmo conoscere il nome di chi scrive, così per trasparenza) anche se i dati sulla diffusione della povertà estrema di un Paese ricchissimo potenziamente, perché con pochi abitanti e pieno di petrolio, e della corruzione della sua classe dirigente, sono lì a dimostrare che al potere c'è un governo che in nessun modo può essere difeso. Non credo che il criterio possa essere quello di lodare chi mangia perché perlomeno fa briciole. Non lo può essere per noi occidentali e nemmeno per un governo africano, stanti gli enormi problemi di giustizia distributiva che un governo africano deve affrontare (non solo in Guinea Equatoriale). E le campagne antimalariche (vedi bonifica della palude pontina) le strade, le piazze e gli hotel erano realizzazioni anche del governo di Benito Mussolini. Non basta questo per dare un giudizio positivo di un Governo. E francamente, anche se sono d'accordo che la nostra democrazia occidentale ha tantissime distorsioni, non me la sento di paragonarla con la situazione di un Paese dove i partiti politici di opposizione vengono sottoposti a una repressione continua, e dove il ricambio al potere avviene tramite colpi di stato. In un'altra realtà africana come il Ghana, sia pur fra molti problemi, vi è un sistema politico più liberale, quindi la storia secondo cui forme di governo più aperte non sono coerenti con le tradizioni e la cultura africana (che peraltro è ricchissima, molto diversificata ed articolata) sono a mio avviso da rigettare. Così come sono da rigettare le storie secondo cui non sia possibile, in Africa, costruire governi basati sulal redistribuzione dal basso ed una maggiore giustizia sociale: la storia di Thomas Sankara, fatta finire, questo sì, con un approccio neocoloniale, dal Governo francese, lo testimonia. E' vero che Francia e Spagna, ma anche Gran Bretagna, Paesi che potrebbero essere dietro il tentativo di golpe dei mercenari del 2004, vogliono mettere le mani sul petrolio del Paese. Da qui a dire però che l'immagine della famiglia presidenziale è rovinata dagli interesi economici occidentali, ce ne corre, poiché nel Paese operano compagnie petrolifere statunitensi, e quando Nguéma andò a fare visita a Bush, venne accolto dall'amministrazione USA e dalla Rice con tutti gli onori, come scrivo nel mio articolo. Quindi, che l'Occidente discrimini il povero Nguéma, dando del suo governo un'immagine distorta, quando poi è alleato con il più potente governo occidentale (e la stessa stampa statunitense dà ampio spazio ai fatti di corruzione suoi e di suo figlio), mi sembra una visione un pò bizzarra. Saluti.

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