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lunedì 7 ottobre 2013

IL FALLIMENTO SOCIALE DEL CAPITALISMO di Fausto Rinaldi






IL FALLIMENTO SOCIALE DEL CAPITALISMO 
di Fausto Rinaldi




La crisi del 2007 ha sancito – anche per i più disattenti -  un clamoroso fallimento del mercato; meno evidente, ma ugualmente bruciante (almeno per la pletora di economisti neoliberisti “organici”, corifei del consolidato ordine borghese) quello della proprietà e produzione privata.
Come ampiamente dimostrato in occasione di passate crisi sistemiche, il capitale, fiero osteggiatore dell’ intervento statale a tutela delle fasce più deboli della popolazione, torna a concepire un intervento dello Stato per soccorrere il sistema creditizio e industriale attraverso forme di finanziamento che possano “aggiustare” i danni prodotti dagli eccessi degli “spiriti animali” incarnati dagli imprenditori rampanti e, nel caso in questione, finiti con le chiappe a bagno. Quindi, ecco che si invocano interventi per ripianare i buchi di bilancio dell’ allegro sistema bancario, lanciatosi a capofitto nel vortice della finanza strutturata e riempitosi di titoli del tutto inesigibili; oppure, richiedere provvedimenti legislativi a sostegno della produzione, incentivi, sgravi, etc..: il più classico degli esempi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.
In ogni Paese capitalista, la funzione subordinata dello Stato nei confronti degli interessi del capitale è sistematicamente sottintesa; anche laddove l’ aiuto statale preveda l’ acquisizione di quote di maggioranza di una banca o di una società, la prassi è quella di un non coinvolgimento nella loro diretta gestione.
E’ evidente che, fino a quando non si porrà termine a questi squilibri, la speranza che la collettività possa prendere possesso delle sorti macro economiche dei Paesi resterà confinata nell’ ordine di una mera, improbabile possibilità.
Il tentativo di risolvere la crisi attraverso aiuti agli imprenditori privati (pronti, al momento opportuno, ad aumentare il metraggio degli scafi dei propri yacht con i denari pubblici) o dilapidando fortune di soldi pubblici nel pozzo senza fondo della smisurata insolvenza delle banche - che, comunque, continuano a tesaurizzare questi fondi senza immetterli nel circuito del credito – non può che condurre ad un ulteriore peggioramento dei conti statali, sulla base dei quali l’occhiuta UE determina politiche di sanguinolento rigore a carico delle popolazioni.
E’ di assoluta priorità la creazione di un sistema pubblico che sia in grado di competere convenientemente con quello privato, soprattutto nelle produzioni di merci e servizi di primaria importanza per il benessere della collettività (sistema bancario, sanità, energia, infrastrutture, servizi di pubblica utilità, etc.); sarà decisivo slegare il management dal controllo partitico – sistema ad alta corruzione aggiunta che ha caratterizzato il malaffare e la commistione con gli “interessi di corridoio” delle grandi imprese private - creando un’ etica che abbia come base fondativa quella del perseguimento, bilanci alla mano, degli interessi della popolazione; in funzione, cioè, di tutti quei principi dimenticati nella deificazione anarchica della ricerca del profitto ad ogni costo, come, ad esempio, la salvaguardia dell’ ambiente e della salute morale, psicologica e fisica delle comunità; inoltre, curando che le meccaniche di funzionamento del sistema siano scandite da rigorosi principi di rotazione da parte dei vertici aziendali, allo scopo di evitare quei fenomeni di sclerotizzazione partitica, di stampo para feudale, che hanno condotto a contaminare la gestione politica dell’ esistenza dei cittadini.
Inoltre, va affrontato con decisione il problema dello sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione: infatti, le scoperte tecnologiche degli ultimi anni hanno dischiuso enormi possibilità di liberare tempo vitale per gli individui, anziché declinarne gli effetti verso la creazione di drammi sociali, attraverso l’ esclusione dal mondo del lavoro e la crescita di una disoccupazione buona solo a ridurre il costo del lavoro, ad uso e consumo del capitale.
Laddove, quindi, non si vorranno cedere tutti i vantaggi ad esclusivo appannaggio all’ interesse privato, sarà possibile ridurre considerevolmente l’ orario di lavoro, per includere nei processi produttivi anche quella fascia di persone che ne sono escluse, ampliando, nel contempo, le possibilità esistenziali di lavoratori che potranno così usufruire di più tempo libero che, sgravato da obblighi forzosi, potrà permettere di ricreare un modello esistenziale più soddisfacente ed equilibrato, liberato dalle eterne catene della produzione coatta di plusvalore.
Esistono enormi possibilità di creazione di benessere pubblico; se solo fossimo capaci di liberarci delle gabbie ideologiche innalzate dal sistema di potere capitalistico e dai suoi prezzolati corifei, appartenenti all’ intellighenzia borghese, al mondo accademico e scientifico, al giornalismo di regime.
Si tratta, una volta per tutte, di strappare tutte le ricchezze prodotte dalla società dalle rapaci mani dell’interesse privato, rovesciato nell’ estorsione da quelle istituzioni che dovrebbero limitarne la vocazione predatoria.
In una parola, vanno scardinati quei principi di stampo neoliberista attraverso i quali le popolazioni sono state inchiodate al complesso di colpa originario del “debito pubblico”, e alle quali è stata avvelenata l’ esistenza perché inesorabilmente sottoposte alle perverse logiche vomitate dall’imperio capitalistico.
La via verso un socialismo non produttivista e solidale è, più che mai, reale.
Solo attraverso la capacità di prospettare un modello sociale ed economico diverso e innovativo si potrà dare una risposta alla crisi culturale e civile, prima ancora che economica, che attanaglia le società occidentali a capitalismo avanzato.

Si sarà capito, leggendo fin qui: aveva ragione Marx quando osservava che la borghesia tutto traduce in termini economici; che, nella modernità borghese, il denaro è, finalmente e in senso assoluto, la misura di ogni valore; che, nel mondo borghese, i rapporti sociali non sono altro che l’organica e coerente manifestazione del processo di accumulazione del capitale.
E aveva ragione GuyDebord quando descriveva la società contemporanea a capitalismo maturo come “teatro della merce”, dove lo spirito del valore monetario domina, ridefinendo tutti i valori a partire da sé.
Nella mente borghese alberga solamente la logica dell’utile, del conveniente, del profittevole; il mondo borghese è il mondo dei calcoli economici e del mercato; la borghesia esiste, pensa, lavora, si ingegna per l’ unico estremo fine dell’accrescimento del capitale, stella polare di una vita degna e operosa.
E’ in questo buio antro di prospettive esistenziali recise che l’uomo moderno deve riprodurre la propria vita, con le devastanti conseguenze di fronte ai nostri occhi.
I valori borghesi hanno invaso e pervaso la coscienza collettiva, asservendo alle proprie logiche le vittime stesse della società capitalistica. Attraverso la sublimazione dei consumi a scopo ultimo dell’esistenza, si sono corrotte menti e distrutte esistenze.
Viviamo nell’ era del “capitalismo molecolare”, ovverossia in quella forma di evoluzione capitalistica che ha dato luogo ad un sistema di organizzazione sociale , economica e culturale che ha sviluppato una sorta di scientifica capacità di penetrare ogni ganglio della vita sociale,  impossessandosi di tutte le possibili risorse dalle quali possa essere prevedibile trarre un profitto.
Difficile salvarsi: ogni parte dell’ esistenza dell’ individuo viene sacrificata alla celebrazione dell’ aurea volontà di profitto degli “spiriti animali”, dei “capitani coraggiosi”, vessilliferi dei valori di accumulazione di capitale e ricchezza, conculcati nella cultura degli individui dalla bieca ideologia borghese dell’ appropriazione materiale.


Non resta che qualche amara ma salvifica conclusione da trarre: il sistema capitalistico non ha mai superato il modello democratico perché, semplicemente, non lo ha mai raggiunto.
Di fatto, la democrazia è un ideale politico piuttosto che una reale forma di governo.
Sarebbe più ragionevole definire le sedicenti democrazie occidentali come “Stati capitalistici”. Punto.
Ove un'economia sia strutturata secondo i principi capitalistici, non è mai sorta un'organizzazione sociale e politica che possa, a buona ragione, essere detta democratica.
L'ovvia distinzione tra democrazia «formale» (quella che viene raccontata nei dettami costituzionali e rappresentata nello spirito delle leggi o propagata dalla retorica del potere attraverso i media) e democrazia «sostanziale» (quella che materializza ogni giorno nella vita sociale e politica di un Paese), trova, nella giustapposizione dei due concetti, la stridente inconsistenza di ogni possibile assimilazione.
Anche laddove si ritenga la democrazia «formale» come una condizione preliminare - necessaria ma non sufficiente - per il raggiungimento di una solida democrazia «sostanziale», il conclamarsi di squilibri economici e di profonde diseguaglianze giuridiche, all'interno di una società rigidamente suddivisa in classi «censuarie» - proprie di qualsiasi sistema capitalistico - , finirebbero per negare sostanza democratica ed egualitaria alla società.
Quindi, il capitalismo si può servire - in qualche sua deriva tattica - di una qualsiasi concezione formale di democrazia, ma entra gravemente in contrasto con le configurazioni democratiche declinate nella loro forma sostanziale, cioè di forme democratiche effettivamente applicate «sul campo».
Inevitabilmente, le “democrazie rappresentative” prevedono che la loro intima natura debba contemplare e, conseguentemente, favorire un certo grado di “apatia delle masse”.
Quanto di questa strumentale apatia, di questo disinteresse rispetto al funzionamento dei meccanismi democratici, viene conculcato da un sistema sociale che propone e propugna, attraverso lo spiegamento della formidabile potenza dei “media”, un “corpus” valoriale fondato inesorabilmente su un consumismo selvaggio, e che predispone all’acritica appropriazione materiale, a uno svuotamento della sostanza sulla quale dovrebbe fondarsi una società sana, cioè, la collaborazione, la partecipazione, la cooperazione tra uguali?
Il sistematico sovvertimento degli equilibri tra bisogni primari e voluttuari; la trasvalutazione dei consumi vistosi e competitivi; l’assoggettamento coatto a logiche volte a incrementare un consumismo distratto; la perenne costruzione di bisogni indotti e relati alle necessità dell’infinito consumo, richiesto da un sistema economico che poggia le proprie fondamenta su un produttivismo illimitato ed esiziale.
Scrive l’attivista americano David Bollier:
“Potrà una società che si è così gettata su una eccessiva commercializzazione funzionare ancora come una democrazia deliberativa? Potrà il pubblico ancora trovare e sviluppare la sua voce sovrana? O, viceversa, il suo carattere è stato così profondamente trasformato dai media commerciali da stroncarne per sempre l’abilità di partecipare alla vita pubblica?”
La partecipazione, per così dire, “attiva” deve essere circoscritta entro l’espletamento della funzione del voto: il giorno in cui sia stato determinato il “ricorso alle urne” - per naturali scadenze o per l’insorgere di crisi inter-partitiche o di coalizione - il bravo cittadino votante dovrà recarsi ad apporre una salvifica crocetta sul simbolo del partito sancito dal nostro come preferenziale.
Evidentemente, individui che non siano dotati di conoscenze sufficientemente solide e articolate, e di convinzioni culturalmente fondate, saranno più agevolmente manipolabili dal potere politico; saranno semplificate le procedure che potranno spingerlo ad acquisire tutti quei convincimenti necessari (e sufficienti) a fargli assumere certezze che - meglio - riterrà di aver maturato attraverso un qualche vaglio critico.
La “democrazia rappresentativa” può avere successo nella misura in cui sia in grado di assimilare la più grande porzione possibile di popolazione ai valori della “classe media”, i bassi “valori borghesi”. La capacità di far confluire desideri, atteggiamenti e modelli di consumo nell’unica figura del “cittadino democratico”, sancisce di per sé la vittoria di una vuota retorica nei confronti dell’essenza dei valori di convivenza civile, negati dalla declinazione consumistica e superficiale dell’esistenza.
Quindi, l’imperativo è allontanare con tutti i mezzi le masse dalla loro percezione di sé - rendendole incapaci di maturare una qualsiasi coscienza di classe - e spingerle lontano dal concetto di “democrazia partecipativa”, contaminando inesorabilmente la definizione concettuale di “socialità”, “ad usum Delphini” delle élites dominanti.
A questo scopo, il ruolo svolto da un sistema mediatico sfruttato professionalmente, permette di creare una “rappresentazione” della democrazia che si manifesta e si sostanzia attraverso la proclamazione di riti e celebrazioni volti a conferire una certa solidità a un impianto istituzionale svuotato, negli anni, di ogni attendibilità.
Dio, Patria, Nazione, Costituzione sono gli individuanti, i simboli, deputati a identificare una costruzione meramente teorica, un vuoto modello di democrazia, la cui inconsistenza non tarderebbe a manifestarsi, a fronte di un’indagine minimamente accurata.
Inesorabilmente, la retorica del potere - sottilmente affilata - mette in atto tutte le risorse che possono derivare dall’uso sapiente del potere ideologico, lasciando poco scampo alle vittime individuate nel collimatore.
Alla costruzione di una coscienza collettiva mediocre contribuiscono, in varia forma e misura, gli organi di informazione (tv e stampa, mondo internet); l’intellighenzia (élite intellettuale integrata e asservita alle logiche e agli interessi del potere); la classe tecnocratica (professionisti depositari del sapere scientificamente riconosciuto, cioè dotato di una qualche legittimazione accademica); i rappresentanti del potere economico (industriali, Money manager, AD di grido, etc. ); mondo ecclesiastico (CEI, Papa, gerarchie vaticane, etc.); mondo politico (eletti ed eleggibili, principalmente dediti a comparsate radiotelevisive: infatti, attualmente, la conformità rispetto alla carriera politica viene stabilita dalla capacità del soggetto di interagire e sfruttare il mezzo televisivo); il cosiddetto “mondo dello spettacolo”, costituito da attori, sportivi d’élite, personaggi televisivi e figure varie, incaricate dell’intrattenimento di masse bovine, assise davanti a un televisore.
In questo magma denso e maleodorante, si consumano gli ultimi afflati di coscienza collettiva e di rispetto del giudizio individuale di ognuno; un mirabolante florilegio di suoni, luci, colori, pianti, urla, tesi bizzarre e falsificazioni informative; un profluvio inarrestabile di stimoli sensoriali, capace di provocare assuefazione e desensibilizzazione e, peggio, sopore della coscienza.
Certo, le difficoltà del cittadino non si fermano al problematico rapporto con l’autorità delle forze di potere che lo sovrastano: altre e più forti entità hanno cominciato a gravare sull’ormai residua resistenza dell’individuo .
A oggi, sono evidenti i danni prodotti dal “fondamentalismo di mercato”, insufflato nelle nostre vite dalla monocultura neoliberista.
Le formule di “risanamento” delle economie europee, partorite dall’UE di concerto con la BCE – e su indicazione “filosofica” del FMI – , stanno gettando l’Europa in una tragica recessione. L’assurdità di una terapia che pratichi salassi a un anemico è sotto gli occhi di tutti; la deriva iatrogena originata dalle politiche di austerità promosse dai vertici dell’ Unione Europea è ormai qualcosa di più di un pericolo latente.
L'attuale situazione dei Paesi a capitalismo avanzato vede gli Stati nazionali - e, conseguentemente, le classi lavoratrici, che ne sono il cuore - sottoposti alle volontà di un' articolata catena di comando che, di fatto, trasforma nazioni sovrane in sorte di protettorati.
Il primo livello è rappresentato da quella specie di «Cupola» costituita dalla finanza internazionale che, muovendo a proprio agio quantità inestimabili di denaro, dispone di un consistente potere di pressione; il secondo livello è composto dai rappresentanti dell'oligarchia economica europea (BCE, Commissione Europea, UE, etc.) fortemente sensibile agli orientamenti imposti dalla Bundesbank; al terzo, e ultimo, livello troviamo i governi nazionali i quali, pesantemente influenzati nella loro composizione dalle spinte tecnocratico-bancarie di stampo “neoliberista-eurocratico” (quando non direttamente cooptati da veri e propri «putsch» istituzionali, come in Italia e Grecia), sono composti da accordi tra forze politiche ormai assolutamente slegate dal loro ruolo di rappresentanti della volontà della società reale.
Se a ciò sommiamo la presenza di mezzi d'informazione oramai fortemente ideologizzati - ed incapaci di assicurare un sufficiente circolazione di tesi competitive nei confronti del pensiero unico neoliberista - e di una categoria di intellettuali umanisti e di tecnici desolatamente asservita alle munifiche lusinghe del potere economico, ci potremo rendere conto con insolita sveltezza della gravità della situazione raggiunta dalle società capitalistiche.
Il tessuto sociale delle popolazioni sottoposte all'imperio dell'ultima mutazione del capitalismo moderno - il neoliberismo - viene sistematicamente eroso da misure economiche volte a preservare interessi di élites dominanti.
La società civile viene espropriata di risorse materiali e di garanzie sociali; ad essa vengono addebitati tutti i costi sociali ed ambientali che le misure regressive applicate dalla monocultura neoliberista provocano. I profitti vengono intascati dagli «spiriti animali» dei capitani coraggiosi dell'economia; debiti, inquinamento e distruzione di risorse naturali sulle spalle della collettività, con lo Stato borghese a stendere il tappeto rosso agli interessi del capitale.
Storicamente, le crisi strutturali delle società sono coincise con la fine di sistemi politici e sociali ormai anacronistici, ponendo le basi per fenomeni rivoluzionari. L’attuale, gravissima crisi che si sta vivendo, soprattutto a livello europeo, sembra incontrare un mancanza di reattività delle popolazioni, che assistono passivamente alla dissoluzione del proprio modello di vita.
Questa passività è da mettersi in relazione alla falsa cognizione che, dei meccanismi e delle origini di questa crisi, è stata diffusa. Anche in questo caso, la massiccia applicazione dei principi cardine delle metodiche di condizionamento ideologico delle masse ha prodotto consistenti risultati, funzionali alla propagazione di false interpretazioni da parte dell’opinione pubblica. Questo immobilismo sociale è la conseguenza perversa dell’ “individualismo metodologico” con il quale sono state foraggiate le masse, chiuse in un ambito dove è stata profondamente modificata l’antropologia sociale dei popoli occidentali, anche per mezzo della modificazione della “Gestalt” individuale. Il sistema economico si spinge a servirsi delle individualità per giungere a un divenire autopietico in grado di garantirne la perpetuazione: perché ciò possa essere fatto con la massima efficacia è necessario poter disporre di individui indifferenziati, fungibili, appunto “immobili”, onde poterli plasmare e integrare convenientemente nel ciclo produttivo e di consumo della società prona alle istanze del mercato globale.

A forza di brodini “riformisti”, la classe lavoratrice sta morendo affogata. Il problema di fondo è se esista ancora una “classe lavoratrice” o, meglio, una classe “rivoluzionaria”, capace, cioè, di produrre un pensiero realmente antagonista e non un sottoprodotto socio-culturale buono solo a generare “passeggiate” di protesta ed happening danzanti, suggeriti dai partiti o sindacati (ormai perfettamente inglobati nelle logiche della “governamentalità” borghese e, pertanto, parte integrante del sistema di potere), e prive di qualsiasi forma di salvifico spontaneismo, utili solamente a rimarcare la subordinazione politica delle masse.

L’individualismo proprietario viene fatto assurgere a fondamento della natura umana; attraverso l’individualismo si vuole pervenire a precludere il raggiungimento della coesione e della solidarietà sociale, motori di quei fenomeni in grado di creare un’opposizione forte e organizzata ai poteri presenti, contro la disgregazione sociale. L’essere sociale dell’ uomo viene connotato negativamente, lo sradicamento rispetto alle proprie naturali inclinazioni portato alle estreme conseguenze. L’individualismo viene posto alla base della sfrenata competizione liberista e della spietata selezione social-darwiniana a cui sono sottoposti i soggetti, costretti a una perenne competizione per non scivolare in posizioni sfavorevoli in quella che, oramai, è diventata una lotta per la sopravvivenza. Consumo, mantenimento e incremento del proprio “status” sociale, propulsione delle proprie ambizioni personali, perseguimento di obiettivi carrieristici, sostanziale banalizzazione dei valori sociali : questi i caposaldi “etici” esibiti dall’ individuo nella giungla sociale in cui consuma la propria esistenza. La drammaticità della condizione umana, sottoposta all’ imperio economico e sociale della predazione capitalistica, risulta in tutta evidenza in quegli ambiti in cui si manifesta quel profondo disagio esistenziale denunciato dall’ ossessiva partecipazione a riti o attività patologiche proprie della società moderna (il gioco del calcio con le sue mitologie identitarie; le file notturne in attesa del nuovo prodotto tecnologico; la creazione di “eroi” sportivi, televisivi o cinematografici; la squallida proliferazione del “gossip”, in cui le persone abdicano alla propria esistenza per frugare in quella altrui; etc.).
Dunque, una società immobile e disintegrata per mancanza di prospettive e per il progressivo depauperamento del patrimonio umano dell’individuo, scaraventato a viva forza entro i meccanismi schiaccianti di una società interamente votata alle logiche della produzione materiale.
Ecco, in tutto ciò prolifera il germe della decadenza europea (la cui dipendenza culturale, sociale ed economica dagli Stati Uniti d’America si conclama, vieppiù, con la propagazione della crisi provocata da “sortilegi” d’ oltreoceano) in cui, la generazione dei nostri padri, è stata forse l’ ultima in grado di testimoniare di una società con valori, concezioni e stili di vita estranei alle logiche della società di mercato.
Quello che bisogna assolutamente evitare è qualsiasi forma di condivisione valoriale con questo tipo di società, fondata su ipocrisia e diffusione a scopo retorico di un insieme di valori per la grande maggioranza doppi e falsi, e che affondano le loro radici in una sorta di appiccicoso perbenismo gregario in cui i rapporti di forza vengono sanciti e conclamati, negando ogni possibile forma di riscatto sociale alle classi subordinate.
E’ la decadenza che conduce alla rassegnazione, alla chiusura nella solitudine egoista, alla rincorsa di un individualismo antropologico in cui l’uomo, divenuto referente di sé stesso, limita le proprie prospettive esistenziali ad un rassegnato solipsismo valoriale. Decadenza significa rinuncia a dare un senso alla propria vita, significa estraniazione da sé stessi, significa sopore della coscienza: la decadenza dell’ Occidente si sostanzia nell’arretramento delle conquiste del mondo del lavoro e nella caduta della consistenza dei valori fondativi di una civiltà; nello sfruttamento sistematico degli individui da parte di altri individui, determinati a servirsi di loro per raggiungere più agevolmente i propri obiettivi; nella rarefazione della solidarietà umana e nella sostituzione di questa con volontà di appropriazione e di dominio.
Affascinati dalle oscene lusinghe del capitalismo, proni ai suoi dettami di consumo illimitato abbiamo sacrificato risorse naturali, materiali e morali ormai non più riproducibili e, quindi, inevitabilmente perdute.
Nella vittoriosa lotta di classe sostenuta dalle classi egemoni nei confronti di gruppi sociali subalterni – e che ha visto una riconquista completa delle posizioni perdute durante il periodo di concertazione fordista - si inscrivono le certificazioni di rapporti di forza che vedono i vincitori imporre i loro valori, la loro interpretazione della storia e della realtà, il loro potere dominante.
Solamente la ricostituzione individuale di valori esistenziali solidi e lontani dalla vocazione materialistica della “ratio” capitalistica, potrà ricongiungerci con equilibri vitali più vicini alla nostra “naturalità”, al nostro essere parte di un mondo che non può essere ridotto a mera brama di impossessamento materiale.
I valori celebrati e propugnati da una società cristallizzata sulla gestione della miriade dei rapporti di potere che le sciagurate logiche produttivistiche portano con sé,  trasformano l’ individuo in una entità pericolosamente chiusa, competitiva e tendente all’ esclusione, al disconoscimento dei diritti altrui.
Si tratterebbe di spingere solo un po’ più in là i limiti della nostra immaginazione
In ultimo, un pensiero a tutti gli algidi cantori delle democrazie occidentali, probabilmente facenti parte di un disegno o, peggio, complici della sistematica negazione di una reale concezione collettiva e fondata su “beni comuni” dell'organizzazione sociale . Asserviti o prezzolati, comunque, parte di una strategia di mistificazione dalla verità proiettata su una opinione pubblica permeabile (peraltro colpevole di non aver acquisito una preparazione sufficiente a sviluppare quegli «anticorpi» che si producono dall'assunzione di informazioni solide e slegate da fonti provenienti da chi abbia interessi specifici di potere).
Se è vero che l’esistenza ha bisogno di una realtà stabile e dotata di senso - e se è vero che la nostra dignità personale deve rifiutare che questa realtà e questo senso possano essere disposti a formare un «simulacro» in cui la verità si fonde con la propria defezione - , è anche vero che la costruzione dell'ordito a sostegno della struttura del reale non può essere passivamente consegnata nelle mani dei nostri carcerieri, di coloro i quali - in virtù di un potere esasperato fino a diventare «biologico» - si sono impossessati delle nostre vite.
Se non saremo in grado di riappropriarci della nostra dignità e autonomia di persone, la stabilità e significatività non saranno che illusioni prodotte dalla volontà di qualcun altro, determinato a usare le nostre esistenze per raggiungere efficacemente la soddisfazione delle proprie brame.
Sfuggire alla domesticazione sociale e battersi per raggiungere livelli di consapevolezza capaci di condurci all' autodeterminazione - nei confronti dei quali non sia più possibile esercitare pressioni ideologiche in grado di condizionare il pensiero individuale - diventano necessità fondamentali per mantenere, almeno, intatta la propria dignità di “uomini”.

Determinato e accettato tutto questo, non si può far altro che convenire che non esistano alternative: il superamento del sistema capitalistico, e la costruzione di una società più giusta e solidale, sono obiettivi che non possono mancare nel bagaglio morale e culturale di un uomo che voglia dirsi migliore, di un uomo che sia in grado di consegnare ai propri figli un mondo finalmente ricostruito su basi morali ed etiche completamente affrancate dall'avidità, dall'egoismo e dalla volontà di appropriazione.




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