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lunedì 28 ottobre 2013

RIFONDAZIONE COMUNISTA, FINE DI UNA STORIA di Marco Veruggio



RIFONDAZIONE COMUNISTA, FINE DI UNA STORIA
di Marco Veruggio

Comitato Politico Nazionale PRC

Portavoce nazionale dell’Associazione ControCorrente per una Sinistra dei Lavoratori




In vista dell’imminente congresso di Rifondazione i compagni dell’Associazione ControCorrente iscritti al PRC hanno deciso di non presentare un proprio documento né di sostenere documenti presentati da altri compagni. Una decisione che nasce da un giudizio di fondo: l’esperienza di Rifondazione Comunista si è chiusa, vittima delle proprie interne contraddizioni e delle decisioni di gruppi dirigenti che per anni hanno predicato bene la propria alterità rispetto al PD e ai partiti del centrosinistra, ma hanno razzolato male continuando ad allearvisi ovunque fosse possibile. In nome dell’unità a sinistra si è sacrificata l’unità coi settori sociali che un partito comunista dovrebbe rappresentare. In nome della presenza nelle istituzioni, pur presentata come un mezzo e non un fine, si è abbandonata la presenza nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei movimenti di lotta, dove certo spesso ci sono gli iscritti del Partito, ma non c’è il Partito, se non quando c’è da lucrarvi qualcosa sul piano elettorale.

Nella storia di un’organizzazione politica ci sono dei punti di non ritorno. Rifondazione Comunista non è un’araba fenice che può risorgere dalle proprie ceneri. Il logoramento politico, organizzativo, finanziario; l’apparire come parte integrante di un sistema politico travolto da una crisi di credibilità generalizzata; la sostituzione della discussione politica con uno scontro tra comitati elettorali e gruppi di interesse in cui la politica è al più un paravento dietro al quale nascondersi, tutto ciò fa sì che oggi l’unica discussione su cui misurarsi sia il superamento di questa esperienza in direzione di un progetto nuovo, costruito su una linea politica di indipendenza di classe e di autonomia politica e organizzativa dal centrosinistra e dallo Stato. Ma questa discussione non ha spazio nell’attuale gruppo dirigente né tra gli iscritti c’è la convinzione che essa sia possibile. Al più aspettano per vedere che cosa succederà.

 Dentro il PRC rimangono - è vero - ancora migliaia di militanti onesti, che possono ancora dare tanto alla lotta politica e sociale in un paese sempre più travolto dalla crisi del capitalismo. E con loro siamo interessati a discutere e lavorare sui tanti punti che condividiamo. Ma riteniamo che non sarebbe onesto nei loro confronti alimentare l’illusione che da questo congresso possa uscire altro che un patto all’interno del gruppo dirigente per utilizzare gli ultimi spiccioli di un’eredità ricevuta agli inizi degli anni ’90 e dilapidata nel corso di vent’anni, a esclusiva salvaguardia di quei dirigenti e senza peraltro alcuna possibilità di salvarli da un disastro che loro stessi hanno contribuito a realizzare.

Oggi non c’è un soggetto politico alternativo, né pensiamo che sia possibile crearlo a freddo, unificando organizzazioni ‘bollite’. Sinistra Arcobaleno, Federazione della Sinistra, Rivoluzione Civile hanno dimostrato cosa significa sommare baracconi con tanti personaggi in cerca di autore, ma privi di un’analisi e di una linea politica efficace. Ci sembra che altre esperienze simili oggi in campo non siano destinate a miglior sorte. Senza una reazione sociale adeguata al massacro sociale in corso, che al momento non c’è e che non possiamo decidere noi, ma a cui possiamo soltanto prepararci, non c’è la possibilità che nasca una ‘nuova sinistra’.  Ma questa non è una buona ragione per l’accanimento terapeutico nei confronti di una sinistra moribonda. Ci aspetta una traversata nel deserto, ma c’è un campo di lotte difensive, non generalizzate e pur tuttavia importanti da presidiare. Noi siamo lì.  Chiunque intenda fare altrettanto, magari per riconquistarsi sul campo la credibilità persa - ma non ci sembra sia  il caso di Ferrero/Grassi - è il benvenuto.

 La necessità di un bilancio

Poiché la maggior parte di noi ha vissuto l’esperienza di Rifondazione e alcuni hanno contribuito a fondarla credo che, proprio perché pensiamo che questa vada esaurendosi, sia ineludibile trarne un bilancio storico. Non una critica alla scelta contingente di questo o di quel gruppo dirigente – critiche già espresse, che ci sembrerebbe noioso e inutile ribadire – ma un giudizio sulle ragioni di fondo che hanno portato al fallimento di un progetto politico. Innanzitutto va detto che la radice del problema – come spesso capita – era presente già al momento della nascita del Movimento per la Rifondazione Comunista. Gli eventi drammatici verificatisi tra la fine degli anni ‘8o e i primi anni ’90, il fallimento del modello sovietico stravolto dalla burocratizzazione e dalla teoria staliniana del ‘socialismo in un solo paese’, l’espandersi del mercato capitalistico attraverso la ‘globalizzazione’, i mutamenti della costituzione materiale nella nostra società e l’arretramento del movimento operaio e studentesco, anche a seguito delle scelte fatte dalle sue direzioni politiche e sindacali, in quegli anni avrebbero richiesto il bilancio di una fase e una discussione strategica per affrontare il nuovo corso. In realtà, mentre questa discussione ci fu nel campo della borghesia e tra coloro che decisero, come Occhetto e i fondatori del PDS, di ricollocarsi integralmente nel campo del ‘libero mercato’, a sinistra non si aprì neanche. La scelta dei gruppi dirigenti della sinistra italiana, da una parte la corrente cossuttiana del vecchio PCI, dall’altra i resti della sinistra extraparlamentare confluiti in Democrazia Proletaria, fu invece quella di parlare alla pancia dei militanti e di fare appello alla nostalgia della bandiera rossa e delle feste dell’Unità. In questo senso il ricorso alla formula della ‘rifondazione’ appare oggi più come una concessione difensiva e d’immagine all’offensiva propagandistica anticomunista che come il risultato di una riflessione di fondo e di una volontà di adattare un approccio anticapitalista al nuovo quadro. Col risultato che all’interno del PRC le due ‘anime’ hanno sostanzialmente continuato a fare le stesse cose che facevano prima, riproponendo i medesimi errori e allo stesso tempo azzerando progressivamente i punti di forza che avevano ereditato dalle proprie organizzazioni, primo tra tutti l’insediamento sociale nel mondo del lavoro, nel sindacato, tra i giovani e nei quartieri popolari.

Un’opportunità mancata

Nei primi anni di vita tuttavia Rifondazione rappresentò per ampi settori operai e giovanili un punto di riferimento politico e organizzativo importante. Per far un solo esempio nel ’93 alle amministrative di Torino, capitale del nord industriale e città della FIAT, il PRC ottenne il 14,64% dei voti contro il 9,55% del PDS di Occhetto. Questa situazione evidenziò le enormi opportunità di sviluppare Rifondazione come forza antisistema radicata nei settori più avanzati del movimento operaio e studentesco. Tuttavia, di fronte alla necessità di una scelta di campo chiara, i gruppi dirigenti del Partito non ebbero mai il coraggio di abbandonare la vecchia strategia del PCI: esercitare la propria forza sociale come strumento di pressione nei confronti delle classi dominanti per ottenere concessioni a favore dei propri settori sociali di riferimento, senza mettere in discussione il ruolo del mercato e l’apparato dello Stato. Non considerarono però che nel frattempo era cambiato il contesto internazionale, lo spauracchio dell’URSS si era dissolto, il movimento degli anni ’60-’70 era ormai scemato e la forza organizzata della sinistra non era più la stessa, anzi proprio a seguito delle scelte di quei gruppi dirigenti era destinata a ridursi a lumicino. Pur utilizzando a piene mani la retorica del ‘partito di massa’, col suo stuolo di funzionari, federazioni, circoli e feste di Liberazione, il PRC era condannato a essere al più una pallida imitazione del PCI, un ‘partito di massa senza le masse’.

Questo atteggiamento si rifletté lungo tutto il corso della storia di Rifondazione, determinandone i maggiori punti di debolezza: da una parte il progressivo concentrarsi sull’intervento nelle istituzioni e sulle campagne elettorali, dall’altra la scelta di essere l’ala sinistra del nascente centrosinistra. Col risultato che si sguarnì il presidio occupato nelle trincee avanzate del conflitto di classe per mandare i compagni nei consigli comunali, nelle giunte, al governo e nei consigli d’amministrazione a gestire le politiche del centrosinistra contro i settori sociali che avremmo dovuto rappresentare: sacrifici, privatizzazioni, finanziarie lacrime e sangue. E come è naturale ciò ha prodotto, nel corso degli anni, una vera e propria mutazione del gruppo dirigente e, in qualche misura, anche di gran parte del quadro attivo del Partito. Come insegna Darwin l’ambiente naturale seleziona coloro che meglio vi si adattano e dunque se l’ambiente naturale di un partito diventa il Palazzo nulla di più scontato che quel partito diventi un ufficio di collocamento per aspiranti professionisti della politica, pronti a privatizzare e a tagliare i servizi, perché ‘sennò lo fa la destra, quindi tanto vale che lo facciamo noi, con giudizio’. La contraddizione latente tra le ragioni sociali ‘ufficiali’ del Partito e la sua realpolitik ha avuto tuttavia conseguenze esplosive. D’altro canto in un quadro politico sempre più liberista il ‘senso di responsabilità’ dei rappresentanti del PRC nelle istituzioni talvolta non bastava e lo esponeva agli attacchi da destra, rimettendone in discussione il ruolo di governo. Di qui le innumerevoli ‘svolte a sinistra’ nei momenti in cui il rapporto col PDS-DS-PD entrava in crisi, funzionali a cavalcare l’opposizione (controriforma delle pensioni del governo Dini, 35 ore, G8, articolo 18 ecc.) per riconquistare un rapporto contrattuale col centrosinistra  e dunque puntualmente seguite dalle relative svolte a destra, quando una rinnovata capacità contrattuale riapriva la possibilità di accedere al tavolo di trattativa. Col risultato però che a ogni svolta un pezzo del Partito decideva di andare diritto lungo la strada seguita fino alla settimana prima, dando luogo allo stillicidio di scissioni e scissioncine a destra e a sinistra (Comunisti Unitari, Confederazione Comunisti e Autorganizzati, Comunisti Italiani, PCL, Sinistra Critica e probabilmente qualcun’altra che mi dimentico). Da questo punto di vista è significativo il fatto che il rinnovamento dei gruppi dirigenti sia avvenuto secondo uno schema ricorrente: il nuovo leader si faceva eleggere accusando il vecchio di voler portare il PRC a destra e una volta eletto andava ancora più a destra di lui. Così fece Cossutta con Garavini, così fece Bertinotti dopo la rottura con Cossutta, così ha fatto Ferrero dopo il congresso di Chianciano.

Il sindacato

Le contraddizioni latenti sul piano politico generale hanno fatto sì che Rifondazione non abbia mai avuto una politica sindacale. L’inacapacità di tagliare il cordone ombelicale col PDS-DS-PD infatti ha avuto come inevitabile conseguenza un’evidente ambiguità nei confronti della burocrazia sindacale. Dunque da una parte si è progressivamente liquidata la presenza nei posti di lavoro: per citare un solo caso a Genova pochi anni fa il circolo aziendale della Fincantieri, schieratosi insieme alla FIOM contro la quotazione in Borsa del Gruppo, accettata invece da FIM UILM e da buona parte della stessa CGIL, si vide rifiutare le tessere dalla federazione di Genova e di fatto da allora smise di esistere. Dall’altro si è sempre evitata una discussione democratica tra i lavoratori iscritti al sindacato su come intervenirvi e a ogni scadenza congressuale ci si è trovati con dirigenti sindacali di Rifondazione distribuiti tra tutte le varie mozioni e pronti a scannarsi tra loro. Il PRC non ha mai sostenuto in modo chiaro la sinistra sindacale in CGIL, arrivando, sotto la segreteria Bertinotti, a rompere con Alternativa Sindacale (così all’epoca si chiamava) per questioni che di sindacale avevano poco e a lanciare l’Area dei Comunisti, cioè la ‘cinghia di trasmissione’ del PRC in CGIL, che peraltro naufragò miseramente nel giro di pochi mesi. Le svolte e controsvolte anche in campo sindacale si sono sprecate e Bertinotti ne fu il grande protagonista. Memorabile il titolo di Liberazione che presentava Cofferati, allora segretario generale della CGIL come ‘l’uomo della possibile riscossa’ e pochi giorni dopo la sprezzante definizione dello stesso da parte di Bertinotti come ‘un destro’ e ‘l’uomo della concertazione’. Così gli scioperi generali della CGIL sono stati via via catalogati come grandi episodi di lotta o ‘sciopericchi’ a seconda della contingente convenienza politica dei gruppi dirigenti del Partito.

Non essendo in grado di coordinarsi all’interno della CGIL figuriamoci se qualcuno si è mai posto il problema di coordinare l’intervento degli iscritti nelle diverse organizzazioni sindacali o almeno quelli attivi in CGIL e nei sindacati di base (perché in realtà iscritti il PRC ne ha avuto sparsi in tutte le organizzazioni sindacali, incluse CISL UIL e autonomi). E così come la partecipazione ai governi e alle amministrazioni anche l’adesione ai vari sindacati o alle varie componenti sindacali è sempre stato motivo di frizioni e spaccature.

Il bertinottismo

La storia di Rifondazione si identifica ancora per molti con la storia del ‘bertinottismo’ e certo Fausto Bertinotti è stato innegabilmente il leader più carismatico, autorevole e proprio per questo anche il più deleterio non solo per Rifondazione, ma per l’intera sinistra italiana. Ex dirigente sindacale proveniente dalla sinistra del PSI, tra i firmatari dell’accordo del 1980 a Mirafiori (all’epoca era segretario regionale della FIOM), che fu uno spartiacque simbolico e in qualche misura segnò la fine del ciclo di lotte degli anni ’60-’70, dopo la Bolognina Bertinotti aderì al PDS e girò tutt’Italia insieme a un personaggio del calibro di Bassolino, spendendo tutta la sua autorevolezza per convincere gli ex iscritti del PCI a non aderire a Rifondazione. Due anni dopo si iscrisse a Rifondazione per fare il segretario nazionale, a seguito di trattativa privata con Cossutta (così come qualche anno dopo ancora Alessandro Curzi si iscrisse al PRC come direttore di Liberazione). La gestione Bertinotti fu contraddistinta da una lunga teoria di svolte e controsvolte, di spericolate acrobazie tra radicalismo verbale e pragmatismo opportunistico, ma, giudicata col metro della storia fu assolutamente lineare. Da uomo di sinistra mai stato comunista Bertinotti può ascriversi il merito di avere disarmato un partito comunista potenzialmente pericoloso per il capitalismo italiano sia sul piano teorico (adozione della non violenza, rigetto della categoria di imperialismo) sia su quello organizzativo (il partito che si scioglie nei movimenti, l’autoriforma del partito), di averlo portato per ben due volte al governo della settima potenza capitalistica mondiale e di avere portato con grande caparbietà se stesso a occupare la terza carica dello Stato. Qui inizia il declino e il grande vecchio comincia a non azzeccarne più una: prima il fallimento della Sinistra Arcobaleno, poi l’endorsement a Nichi Vendola e la breve esperienza con SEL, fino a ritirarsi nel Pantheon (si fa per dire) della sinistra italiana facendo di tanto in tanto qualche comparsata senza troppo successo nei momenti di svolta (di recente una nuova ‘radicalizzazione’: rompere il ‘recinto’ del governo, sbiadito sequel del ‘rompere la gabbia del centrosinistra’ degli anni d’oro). E tuttavia a Bertinotti va riconosciuto il merito di aver ‘governato’ il PRC e di averlo portato al massimo dei consensi prima di dargli il colpo di grazia, mentre Ferrero, dopo di lui, si è limitato a ‘galleggiare’.

I nodi irrisolti della Rifondazione Comunista

Sindacato e insediamento sociale non sono gli unici punti deboli nella storia del PRC, ma soltanto l’espressione più visibile di una serie di nodi irrisolti di carattere politico generale che sono stati la vera causa del fallimento e che rappresentano soprattutto la radice delle disastrose scelte di posizionamento politico e sindacale perseguite negli anni. Il principale di questi nodi è stato considerare la contraddizione tra capitale e lavoro non come contraddizione centrale, ma come una delle tante presenti nella nostra società - produzione/ambiente, questione di genere e diritti civili, guerra/pace - allineate in ordine sparso senza una gerarchia e un nesso funzionale. Col risultato che la gerarchia veniva fissata di volta in volta a seconda del posizionamento contingente del PRC nel quadro istituzionale. Se una fabbrica inquina stai coi comitati che la vogliono chiudere oppure coi lavoratori che difendono il posto di lavoro a seconda di quando si vota e di quanti voti supponi che ti portino gli uni o gli altri oppure stai un po' con gli uni e un po' con gli altri, che non guasta mai. Se sei all'opposizione sostieni 'i movimenti', nel senso di tutto ciò che si muove. Se sei al governo cominci a distinguere tra movimenti 'responsabili', cioè quelli che ti fanno pressione ed 'estremisti', cioè quelli che invece ti contestano. Se a Roma hai un circolo di 200 tassinari bisogna costruire alleanze col ceto medio, se sei al Governo  con Bersani che liberalizza le licenze i tassisti sono notoriamente tutti fascisti, a Roma poi figuriamoci... Se sei in trattativa per la presidenza della Camera sei non violento, rompi con lo stalinismo e seppellisci l'imperialismo, se la trattativa va male ritorni 'disobbediente' e que viva Fidèl. E così via. Poiché dunque ogni posizionamento è sempre stato tattico e legato al quadro dei rapporti istituzionali non c'è mai stata una discussione strategica. Ma l'assenza di una discussione e di un approccio politico generale, che poi certo va articolato e applicato alla situazione concreta, è una delle altre cause della frammentazione, in un partito in cui di volta in volta tendevano a prevalere i comunisti ecologisti o quelli industrialisti, i comunisti della classe operaia o quelli delle moltitudini negriane, i comunisti con la Corea del Nord o quelli 'democratici'.

La conseguenza di questo policentrismo è che agli iscritti non è mai stato indicato un terreno di intervento prioritario (al di fuori delle campagne elettorali). A nessuno è mai stato chiesto di fare politica in primo luogo nella propria azienda o nella propria scuola. I circoli territoriali scelgono 'liberamente' di che cosa occuparsi: c'è chi dà il volantino al mercato, chi davanti alla fabbrica, chi rimane in sonno per 5 anni e si risveglia quando si vota e chi organizza cene per pagare mutui per circoli che non si capisce a cosa servano. I circoli aziendali sono rimasti sempre pochissimi e vivendo immersi in un vuoto di discussione politica sono rimasti quasi sempre un mondo separato, svolgendo più un ruolo parasindacale che politico in senso stretto. Il tentativo di introdurre i circoli tematici, peraltro mai decollato, ha istituzionalizzato questa pratica della militanza on demand e l'organizzazione dei Giovani Comunisti è diventata la succursale del PRC deputata a occuparsi di droghe leggere e diritti civili, in modo del tutto sganciato da un approccio di classe a questi temi, e il ramo specializzato in lavoro precario, non di rado  entrando in rotta di collisione coi compagni del sindacato o coi lavoratori 'garantiti', accusati di essere l'espressione antiquata di un modo di produzione ormai superato.

L'organizzazione e il finanziamento

Anche su questo terreno si è passati dalla riproposizione del modello del PCI – struttura federativa, una miriade di circoli territoriali spesso solo sulla carta, organismi pletorici collegati a commissioni e gruppi di lavoro su tutto lo scibile umano, tesseramento ‘a strascico’, con le tessere portate a casa a compagni così interessati alla politica da non riuscire a presentarsi al circolo neanche una volta l'anno per iscriversi – approdando in seguito una serie interminabile di modelli organizzativi pret-à-porter introdotti nei congressi e nelle conferenze d'organizzazione al ritmo di uno ogni 2-3 anni. Partito di massa, partito che nuota nei movimenti, partito sociale. Ferrero arrivò addirittura a evocare il partito del pomodoro, non è chiaro se riferendosi al simbolo del Partito Socialista Olandese o alla consuetudine di vendere il pane e la salsa a 1 euro il sabato mattina. Sta di fatto che il rapporto tra militanti del PRC e possessori di una tessera nei periodi migliori è rimasto presumibilmente sotto l'1 a 10, proiettando nel PRC decine di migliaia di iscritti che in media se ne sono andati dopo 2-3 anni (non di rado perché in quel lasso di tempo nessuno li aveva contattati per proporre loro di fare qualcosa) o che non sono comunque mai andati oltre un senso di simpatia nei confronti di una generica idea di comunismo, raramente hanno partecipato a una discussione, ma quasi sempre sono stati contattati prima delle elezioni e dei congressi per chiedere loro di votare questo o quel candidato o di schierarsi con questa o quella mozione (di solito quella di maggioranza). Una strana idea di democrazia interna, secondo cui nei momenti topici la linea del Partito viene decisa da una stragrande maggioranza di compagni che negli anni precedenti non hanno partecipato alla discussione interna, non hanno fatto attività politica, non hanno sostenuto materialmente il PRC se non versando un obolo di pochi euro, oltre che da una puntuale infornata di convertiti al comunismo nelle settimane immediatamente precedenti il congresso del loro circolo e di solito tornati a casa il giorno dopo per non più ripresentarsi.

Avendo questo tipo di funzionamento il PRC ha progressivamente smantellato anche la capacità di autofinanziamento ereditata dal PCI, ma anche da DP e dalla sua nascita è vissuto traendo almeno il 90% delle proprie risorse dallo Stato, sotto forma di rimborsi elettorali, finanziamenti all'editoria di partito ed emolumenti ai rappresentanti nelle istituzioni (quelli che è riuscito a recuperare dagli eletti sulla base dei regolamenti interni perlopiù largamente disattesi). La dipendenza materiale dallo Stato e dagli eletti nelle istituzioni è stata la principale causa dello svilupparsi di una burocrazia che è arrivata probabilmente a contare alcune migliaia di persone pagate direttamente (funzionari) o indirettamente (eletti, rappresentanti nei consigli d'amministrazione, impiegati dei gruppi consiliari, dipendenti di Liberazione) dal partito grazie ai finanziamenti pubblici e che di solito sono stati i più ardenti sostenitori delle alleanze col centrosinistra. E se negli anni la litania per cui il governo è ‘un mezzo e non un fine’ è stata ripetuta fino alla nausea, al momento debito veniva accompagnata dall'ammonizione che se non stiamo col centrosinistra rischiamo di non avere eletti e senza eletti non abbiamo visibilità né risorse per fare politica.

La vicenda di Liberazione da questo punto di vista è emblematica. Formalmente quotidiano di Rifondazione (ma in realtà espressione delle varie maggioranze congressuali), finanziato dalla sua nascita con decine di milioni di euro dallo Stato, l'organo di un partito che fino alla chiusura dell'edizione cartacea dichiarava decine di migliaia di iscritti è arrivato nei periodi migliori a venderne poche migliaia. Probabilmente perché è un quotidiano che non è mai riuscito a fare informazione, né approfondimento, né a 'stare sul pezzo'. A chi scrive capitò qualche anno fa di redigere una cronaca sulla lotta contro la chiusura di una fabbrica, che venne pubblicata quando ormai la fabbrica era chiusa. Non c'è dunque troppo da scandalizzarsi se gli iscritti lo hanno letto poco e diffuso ancora di meno. Nonostante ciò la redazione è arrivata ad avere un organico straripante, anche grazie alla tradizione di tenere in organico dipendenti diventati parlamentari, con tanto di pensione dopo due anni, magari trasmigrati in seguito ad altri partiti e licenziatisi soltanto dopo aver ricevuto una lauta buonuscita. Liberazione insomma, nonostante i sostanziosi finanziamenti pubblici, è stata costantemente una voragine che ha inghiottito milioni di euro presi dalle casse del PRC compromettendone la già precaria tenuta finanziaria dopo l'uscita dal Parlamento. Il fatto che un'organizzazione politica con decine di migliaia di iscritti dichiarati si indebiti e rischi il fallimento per tenere aperto un quotidiano che vende 4-5mila copie ci svela uno dei tanti aspetti di un declino irreversibile.

 L'annosa questione delle correnti

Una delle più gettonate spiegazioni della crisi del PRC, è stata che il Partito è debole per colpa delle correnti. Questa critica, probabilmente condivisa dalla maggioranza degli iscritti, è stata tuttavia usata regolarmente da capicorrente e segretari nazionali nominati in seguito a patti tra correnti, compreso Ferrero, che non ne ha mai organizzato realmente i ‘ferreriani’ semplicemente perché non ne è stato capace. In particolare poi la critica al correntismo è stata scagliata contro le minoranze di sinistra, ree di minare l'unità dal Partito, da parte di maggioranze che si dividevano al loro interno in 3-4 correnti in lotta tra di loro e che, nei 20 anni di storia del PRC, hanno dato vita alla sue più consistenti scissioni. Il sottoscritto, per citare un caso, è stato accusato dal primo momento di voler sfasciare il PRC rispettivamente da Cossutta, Diliberto, Rizzo, Bertinotti, Vendola, tutti successivamente migrati verso altri lidi, e purtuttavia a tutt’oggi mantiene (certo non senza un discreto travaglio interiore) la tessera di Rifondazione. La realtà è che le correnti politiche presenti all'interno del PRC, fino a che sono state tali, cioè aree organizzate su una base politica, hanno contribuito alla sua tenuta politico-organizzativa. Perché sulla politica è sempre possibile trovare delle mediazioni o almeno gestire in modo unitario le differenze. Quando invece le correnti si sono progressivamente trasformate (in parte già lo erano) in comitati elettorali e cordate basate sulla fedeltà a questo o quel dirigente e funzionali all'occupazione dei posti e alla scalata delle liste elettorali ciò ha avuto conseguenze esplosive. Perché se ci sono due posti in giunta e dieci pretendenti allora la ricerca di una mediazione diventa quasi impossibile e subentra la logica della giungla.

D’altro canto credo che un bilancio dell’esperienza delle correnti di sinistra, a cui anche noi abbiamo preso parte, sia ineludibile. E si tratta di un bilancio piuttosto negativo. Perché la loro azione, nel corso di vent’anni, si è concentrata quasi esclusivamente sul dibattito interno e non è quasi mai stata capace di produrre risultati sul piano dell’iniziativa sociale e di produrre un’alternativa che non fosse puramente propagandistica, col risultato che l’azzeramento dell’insediamento sociale del PRC ha progressivamente prosciugato l’acqua in cui anche quelle correnti nuotavano, lasciando loro soltanto la possibilità di alzare la propria bandiera dentro una discussione interna sempre più asfittica e dentro organismi di partito sempre meno rappresentativi del conflitto di classe e travolgendole a loro volta. E quando alcune di esse hanno reagito alla crisi uscendo dal PRC non hanno fatto altro che portare fuori la propria debolezza.

Conclusione

Il congresso che sta per iniziare è il congresso di un partito con queste contraddizioni, che negli anni, non essendo mai state affrontate, sono cresciute quantitativamente e qualitativamente, trascinando Rifondazione Comunista al collasso politico, organizzativo, finanziario. Ma la ragione più profonda del fallimento è che Rifondazione è diventata un partito socialmente inutile. E' una constatazione amara per chi ha vissuto anche con entusiasmo le potenzialità e i successi di alcuni dei periodi migliori, pur su un versante di opposizione interna. Ma le malattie non curate portano inevitabilmente al decesso, né - dal nostro punto di vista - l'accanimento terapeutico rappresenta una soluzione, ma semmai la fuga di chi, magari  per comprensibili ragioni sentimentali o per ragioni più prosaiche, non vuole riconoscere una realtà che è già stata largamente compresa da milioni di persone che un tempo guardavano al PRC, lo votavano, ne seguivano le vicende con interesse. E quando un gruppo dirigente o gli stessi militanti di un partito che dovrebbe rappresentare un'avanguardia, non riescono a farsi una ragione di ciò che la sua classe di riferimento ha capito da tempo è la definitiva conferma che una storia si è chiusa. Ferrero qualche settimana fa ha evocato la minaccia di un'infiltrazione dei servizi segreti per distruggere Rifondazione. La risposta più semplice è che non ce n’è bisogno: basta lui. Per parte nostra resta la volontà di dare un senso a questa fine ingloriosa cercando almeno, a differenza di Ferrero, di fare un bilancio serio di questa vicenda, invece di rifugiarsi nella farsa, affinché non tutti gli errori del passato si ripetano in futuro. Noi infatti continuiamo a ritenere che i lavoratori abbiano bisogno di un partito che sia un punto di riferimento politico e organizzativo e uno strumento a disposizione delle loro lotte. Ciò che Rifondazione è stata per alcuni anni, senza tuttavia scegliere di esserlo fino in fondo e sacrificando questo suo ruolo per diventare la sinistra del centrosinistra. Ma un partito che mantenga fede a questa sua vocazione di ‘partito dei lavoratori e di chi lotta contro il capitalismo’ prima o poi dovremo costruirlo, magari insieme a tanti compagni che all'esperienza della Rifondazione hanno preso parte e con cui intendiamo continuare a confrontarci, dentro o fuori dal PRC, certo non in un congresso in cui queste questioni ancora una volta non verranno affrontate. Come ho scritto all’inizio c’è un terreno di intervento sociale sempre più esteso davanti a noi che va presidiato, difeso, coltivato. Su questo terreno ControCorrente è un interlocutore attento e uno strumento a disposizione di tutti i compagni che intendono lavorare per costruire una sinistra dei lavoratori cercando di non ripetere gli errori del passato.

15 ottobre 2013


dal sito Controcorrente





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