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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 19 ottobre 2013

L'INEVITABILE VIA VERSO IL DEFAULT di Riccardo Achilli




L'INEVITABILE VIA VERSO IL DEFAULT

 di Riccardo Achilli




Non c’è alternativa per il default della nostra economia entro, nel migliore dei casi, i prossimi cinque o sei anni, forse anche entro un paio di anni. Non è una questione di voler fare i catastrofisti in nome di un atteggiamento di “tanto peggio tanto meglio” che altro non è che l’elevazione dell’imbecillità a categoria della politica. Non è nemmeno una questione di teorie economiche che possono confrontarsi ed arrivare a conclusioni diverse l’una dall’altra. E’ una mera questione di identità contabili, cioè di semplici equazioni meramente descrittive, e non interpretative, dei funzionamenti di fondo dell’economia, che quindi non hanno colore teorico o politico, e sono accettate da tutti.
La prima identità contabile: il debito pubblico verso un incremento infinito

La prima di queste identità contabili riguarda i fattori esplicativi dell’andamento del debito pubblico non sono una questione di teoria economica, ma di meri calcolo algebrici molto semplici. Si tratta di una semplice descrizione algebrica. Una equazione che, infatti, economisti neoclassici come Sargent e Hall definiscono “la meno controversa equazione della macroeconomia”. Questa equazione può essere scritta in questo modo:
Bt+1 = Dt + (1 + i /1 + g + π)Bt
Dove Bt è il rapporto debito pubblico/PIL al tempo t; Dt è il disavanzo primario (entrate – spese al netto della spesa per interessi sul debito) in rapporto al PIL, i è il tasso di interesse nominale sul debito, g il tasso di crescita reale del PIL, π il tasso di inflazione. Nel caso di avanzo primario, il valore di tale avanzo può o meno influenzare in riduzione il debito pubblico: se viene utilizzato per nuova spesa e/o riduzione di entrate, non influenza lo stock di debito; diversamente, può essere utilizzato per pagare una parte della quota capitale del debito, riducendolo.
Banalmente, tale equazione ci dice che l’incremento del rapporto debito/PIL fra i tempi t e t+1 dipende positivamente dal disavanzo di bilancio primario, dal tasso di interesse sul debito nominale e dipende inversamente dal tasso di crescita reale dell’economia e dal tasso di inflazione, che svaluta il valore nominale della quota capitale del debito stesso.
Se in questa equazione inseriamo le previsioni macroeconomiche formulate dallo stesso Governo Letta in sede di aggiornamento del DEF, con una stima ragionevole della crescita prevista per il 2013, otteniamo che, non avendo disavanzo primario, ma un avanzo, ed essendo:
B2012 = 127%;
i =4,3% (tasso di interesse implicito stimato sulla base del flusso di interessi sul debito pagati nel 2013);
g = -1,8% (stima FMI ad ottobre 2013) in luogo della previsione governativa, più ottimistica (-1,7%);
π = 1,6% (stima FMI ad ottobre 2013) in luogo dell’inflazione programmaticamente stabilita all’1,5%
allora D2013=132,7%, in aumento di 5,7 punti sul 2012 non molto diversamente dalla stima governativa pari al 132,9%) in cui la differenza dipende dalle diverse stime di crescita ed inflazione e da correzioni contabili1.
Da ciò, per il 2014, avremo:
B2013=132,7%;
i=4,2%;
g=+0,7% (in luogo del +1% stimato dal Governo);
π =1,3% (stima FMI, in luogo dell’1,5% programmatico).
allora D2014=135,6%.
Un valore altissimo, praticamente in due anni il rapporto debito /PIL sarebbe cresciuto di 8,6 punti, di cui 2,7 punti nel solo 2014. Un valore che non può essere riportato sull’obiettivo del 133,2% stimato dal Governo per il 2014 stesso, neanche destinando l’intero avanzo primario, stimato nel 2,3% del PIL (e quindi nell’1,8% circa del debito), al pagamento della quota capitale del debito, perché in quel caso avremmo un rapporto, per il 2014, pari al 133,8%, comunque superiore di 0,8 punti al target governativo.
Un andamento chiaramente esplosivo, che nel 2014 dipenderà dal fatto che gli effetti benefici del modestissimo calo del tasso d’interesse implicito del debito (-0,1 punti) e della debolissima crescita (+0,7%) saranno più che compensati dall’effetto “snowball”, cioè l’incremento del servizio del debito derivante dall’aumento dello stock in valore assoluto del debito stesso, accumulatosi nell’anno precedente, e che quindi sarà necessario fare ancor più debito per pagare i maggiori interessi (in valore assoluto). Senza dimenticare che il rallentamento dell’inflazione interna, di 0,3 punti fra 2013 e 2014, come effetto del processo deflattivo di domanda e costi (soprattutto del lavoro) che la modestissima ripresa non potrà contrastare, ridurrà il suo effetto benefico di svalutazione del valore nominale del debito stesso.
E’ quindi evidente dai numeri, e non è una teoria, che l’economia italiana stia andando dritta al default: né ulteriori incrementi dell’avanzo primario dipendenti da nuove misure di austerity, né la deflazione interna indicataci come strada maestra per il recupero di competitività da economisti tedeschi (interessati) come Sinn, possono evitare l’inarrestabile incremento del rapporto fra debito pubblico e PIL (anzi, la seconda tende ad accelerarlo). Per ridurre il rapporto debito/PIL nel 2014 di un solo, miserissimo, 0,1% rispetto al dato del 2013, sarebbe necessario destinare l’intero avanzo primario del 2013, pari a circa 39 miliardi di euro, a spesa pubblica per investimenti, generando, in base al moltiplicatore dell’1,34 calcolato di recente dal FMI, un effetto pari a 52 miliardi di maggiore PIL, portando quindi la crescita dal magro 0,7% all’1,5%, e inoltre contare su una riduzione di almeno 0,8 punti del tasso di interesse implicito sul debito, ben al di sopra del calo di 0,1 punti previsto, oppure, in alternativa, affiancare alla crescita dell’1,5% resa possibile dalla destinazione a investimenti dell’intero avanzo primario, un nuovo processo di inflazione da domanda, reso possibile da un incremento dei salari o da misure espansive sulla domanda per consumi, tali da portare il tasso di inflazione al 2%, dall’1,3% previsto.
In termini più semplici, occorrerebbe rompere con il fiscal compact, violare il principio costituzionale di pareggio di bilancio, ottenere in sede europea un meccanismo molto robusto di mutualizzazione del servizio del debito, per ridurre lo spread in forma molto rapida. E non una cosa O l’altra. Ma tutto insieme. E, peraltro, anche tutto questo non sarebbe sufficiente per ripristinare la fiducia dei mercati nei nostri confronti, e quindi per evitare un perdurante attacco contro le nostre aste di titoli del debito pubblico. Dovremmo infatti aggredire a fondo le cause strutturali che ci hanno portato ad essere un Paese caratterizzato da un mix letale di altissimo debito pubblico associato ad un modesto tasso di crescita potenziale: modesta crescita della produttività totale dei fattori dovuta a scarsa capacità innovativa, ad una scuola pubblica a pezzi ed a condizioni croniche di sottocapitalizzazione di un tessuto produttivo troppo piccolo e polverizzato, classi dirigenti politiche senza le adeguate competenze, una borghesia senza idee, senza capitali e con poco coraggio, abituata a vivacchiare di legami perversi con il credito e la politica, uno scarso senso civico generale, che si traduce in tassi patologici di evasione fiscale e corruzione economica. Evidentemente, tutto ciò non potrà essere cambiato nel medio periodo, e probabilmente questo Paese è semplicemente irriformabile, per cui la strada per il default è segnata. Niente e nessuno potrà evitarla. Avverrà forse nel 2015, più probabilmente in un anno fra il 2016 ed il 2020, quando l’effetto di rimbalzo congiunturale del ciclo che si manifesterà nel 2014 sarà esaurito, e torneremo in una condizione di stagnazione, se non di recessione. Ma avverrà.

La seconda identità contabile: verso il collasso dell’economia reale

Ecco cosa succederà all’economia reale. Prendiamo la seconda identità contabile ben nota, ovvero l’equazione fondamentale che lega reddito e domanda aggregata:
Y = C + I + G + X, ovvero:
Y – C = I + G + X
Dove Y è il PIL, C i consumi, I gli investimenti, G il saldo del bilancio pubblico, X il saldo della bilancia commerciale. (Y – C) è la quota di reddito nazionale che, non destinata a consumi privati, è destinata a risparmi privati, che possiamo denominare S. Quindi:
S = I + G + X, ovvero:
S – I = G + X
In altri termini, il sovrappiù di risparmio privato sugli investimenti, che serve per finanziare nuovi investimenti, e quindi per mantenere in funzionamento il ciclo di accumulazione dell’economia reale, dipende dal saldo di bilancio, cioè dal sovrappiù di spesa pubblica sulle entrate, che “mette soldi in tasca” ai cittadini e delle imprese, e dal saldo di bilancia commerciale, ovvero dal sovrappiù di esportazioni su importazioni, che crea un credito a favore dell’economia domestica, e quindi nuove risorse da destinare ad investimenti.
Possiamo dividere entrambi i membri dell’equazione per Y, cioè per il PIL, in modo da esprimere percentualmente le grandezze, e denominare (S – I) con la sigla DS.
Se, come previsto dal DEF, nel 2013 l’indebitamento netto del bilancio dello Stato sarà pari al 3,1% del PIL, e nel 2014 scenderà al 2,3% fino all’1,8% nel 2015, e nel frattempo, come si prevede, il saldo di bilancia delle partite correnti sarà pari allo 0,3% del PIL 2013 ed allo 0,4% del PIL nel 2014 e nel 2015, avremo:
DS/Y = +3,4% nel 2013;
DS/Y = + 2,7% nel 2014;
DS/Y = + 2,2% nel 2015;
Avremo cioè, nei tre anni, una continua decelerazione della crescita del sovrappiù di risparmio da destinare a nuovi investimenti. Il rallentamento della quantità di risorse di risparmio privato da destinare a nuovi investimenti sarà ulteriormente rallentato dal blocco del credito, da parte delle banche che devono disperatamente rimettere in sesto la loro situazione patrimoniale, resa critica dalle perdita sulle sofferenze e sui titoli tossici che ancora rimangono in portafoglio, e per poter rispondere ai requisiti di patrimonio di vigilanza imposti da Basilea 3.
in altri termini, avremo un sostanziale blocco del processo di accumulazione, quindi del tasso di crescita potenziale, cioè della capacità di crescita futura della nostra economia, perché avremo una decrescente crescita di risorse da destinare ad investimenti, aggravata da un blocco della loro erogazione concreta al sistema economico. Una crescita al tasso medio dell’1,7% annuo, come prevista dal DEF per gli anni 2015, 2016 e 2017, appare quindi una vera chimera. Storicamente, tali processi di crescita sono garantiti da un incremento di DS/Y pari a circa il 3,5% ogni anno per almeno un biennio precedente, in condizioni in cui il credito bancario funzionava regolarmente, senza blocchi, come invece nella fase attuale. Per tenere conto anche del credit crunch, e per avere tassi di crescita dell’1,7% all’anno, probabilmente avremmo bisogno di una crescita di DS/Y superiore ai quattro punti, anziché decelerante verso i due, come avverrà.
Quello che quindi avverrà a partire dal 2014 sarà, molto probabilmente, un assestamento del ciclo verso tassi di crescita vicini allo zero, ed in alcuni momenti anche lievemente negativi. Poiché, storicamente, la nostra economia ha bisogno di una crescita di almeno un punto e mezzo di PIL per creare una crescita di almeno un punto del tasso di occupazione, avremo, anche sul mercato del lavoro, un assestamento verso una condizione di stagnazione, in cui il tasso di occupazione si stabilizzerà per lungo tempo nell’intorno del valore attuale, cioè nell’intorno del 56%, in una condizione in cui, quindi, quasi la metà della popolazione in età di lavoro non lavorerà – perlomeno legalmente e con contratti di lavoro, perché è da attendersi che un buon 15% ulteriore lavorerà completamente ed esclusivamente in nero (e non come doppio lavoro per arrotondare quello legale), senza contributi previdenziali, senza garanzie, senza tutele, senza sicurezza sul lavoro.
Anche per quelli che lavorano, la deflazione salariale, e gli effetti di una austerity persistente, saranno tali che i consumi si stabilizzeranno sul livello modestissimo attuale, senza manifestare alcuna tendenza alla ripresa.
Poi arriverà il default, perché è ovvio che nessuna economia può resistere a lungo con un tasso di crescita potenziale nullo e un rapporto debito/PIL che continua a crescere a rapidamente ad avvicinarsi alla soglia del 140%. Quando arriverà, sarà una tragedia. La
Non c’è modo per evitare questa nemesi. Anche se usciamo oggi dall’euro, non faremo che accelerare lo scenario sopra descritto. E non ci sono le condizioni politiche per immaginare una fuoriuscita coordinata con altri Paesi euromediterranei, per fare un euro del Sud, oppure per costruire meccanismi comuni ed incrociati di garanzia per i debiti pubblici/privati, che forse sarebbe l’unica speranza. Tra l’altro, l’uscita dall’euro alimenterebbe nuovi nazionalismi e una reazione protezionistica nei Paesi del nord Europa, creando le premesse per una nuova tragedia bellica. I nostri sistemi produttivi sono troppo interrelati e globalizzati per poter pensare a soluzioni autarchiche. Semplicemente, non ci sarebbero i capitali e le risorse cognitive endogene. Sperare di invertire radicalmente la direzione delle politiche economiche dell’eurozona, ovvero, di fatto, demolire l’egemonia tedesca? E’ più facile che domattina mi spuntino le ali sotto le braccia e che mi metta a volare.
Lo scenario più probabile è quello di un default “pilotato” dalle attuali classi dirigenti, che in questo modo cercheranno di salvare sé stesse dal disastro, accreditandosi all'estero come gestori di un fallimento che avrebbe, ovviamente, conseguenze sistemiche catastrofiche per l'intera economia globale. Molto probabilmente, dopo il fallimento, l'economia italiana sarà tenuta in vita artificialmente tramite una soluzione “greca”, ovvero tramite prestiti strettamente sufficienti per evitare il collasso definitivo del sistema dei pagamenti, concessi dietro una pesante e penalizzante condizionalità, fatta di massicce contrazioni del sistema pubblico, privatizzazioni selvagge, deflazione salariale, ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro, riduzione dell'area della spesa pubblica sociale.
La gestione di questo sistema richiederà una modifica strutturale del sistema di governance, in direzione di un crescente accentramento decisionale in mano a ristrette élite, e che riduca gli spazi di agibilità democratica: leggi elettorali ad hoc, probabilmente una piccola revisione del Porcellum, impediranno l'esercizio democratico di scelta, da parte dei cittadini, dei propri rappresentanti, delegandoli ai partiti, mentre opportune soglie elettorali, combinate con l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che li consegna ai finanziamenti di lobby private potenti ed esclusive, escluderanno dall'agone politico ogni espressione politica di opposizione reale. Movimenti politici di gatekeepers, concepiti per distogliere la rabbia dell'opinione pubblica dai problemi reali del Paese, indirizzandola verso capri espiatori facilmente sacrificabili, opereranno una inefficace e velleitaria opposizione, utile però per imbrigliare nell'inutilità gran parte del dissenso sociale. Una crescente repressione poliziesca imbriglierà il dissenso di piazza, mentre la libertà di espressione del web sarà limitata da provvedimenti giustificati dall'esigenza di evitare abusi o attività criminali. Così come vi potrebbero essere, più genericamente, provvedimenti di limitazione della libertà di espressione tout court, mettendo fuori legge determinati argomenti. L'azione di contrasto dei sindacati sarà limitata a piccole rivendicazioni tramite diversi espedienti, e le stesse organizzazioni sindacali saranno cooptate nelle politiche generali di gestione pilotata del default. La partecipazione politica dal basso sarà imbrigliata dentro uno sterile chiacchiericcio sulle reti sociali o nei circoli di partito, da oligarchie politiche ben attente ad evitare che produca esiti o decisioni a loro avverse, e quindi pronte ad esercitare la censura. La restrizione dello spazio politico di partecipazione sarà compensata da un allargamento dei diritti sociali: la censura morale della Chiesa sarà limitata, categorie oggi discriminate, come le donne, gli immigrati, i gay, avranno una migliore condizione di eguaglianza formale, dentro però una società più povera, più insicura, più competitiva e meno libera nel suo complesso.
D'altra parte, non ci sono illusioni da farsi. L'alternativa a questo default “pilotato” sarebbe il default non pilotato. In questo secondo caso, la fuga di capitali e di lavoratori qualificati all’estero, l’uscita dall’euro con corrispondente micidiale miscuglio fra svalutazione massiccia del debito pubblico rinominato in una nuova valuta, che porterà al tracollo piccoli risparmiatori e il sistema bancario, e di incremento del costo del rimborso della quota estera, che continuerà ad essere denominata in euro rivalutato, nonché di totale crollo della fiducia degli investitori, produrranno il crollo finale. L’aumento dell’export in volume dovuto alla svalutazione galoppante sarà sterilizzato, in termini di possibili benefici per le imprese, dal degrado delle ragioni di scambio. Le imprese, private di credito bancario e del canale della spesa pubblica, rovinate dal blocco dei loro conti bancari ed impossibilitate a cercare all’estero occasioni di investimento, moriranno di asfissia finanziaria una dopo l’altra. Sarà probabilmente necessario inserire misure draconiane di controllo dei movimenti dei capitali, ivi compreso un sequestro dei depositi bancari, che finirà ciò che resterà del ceto medio.
In caso di default non pilotato, dovremo abituarci a scene argentine: immobili e ristoranti di lusso in vendita a qualche migliaio di euro agli stranieri, bidonville che circonderanno i centri urbani, famiglie intere sul marciapiede a mendicare, bambini che frugano nelle discariche per trovare materiale di recupero anziché andare a scuola.

Che fare? Oltre il fallimento c’è sempre l’alba (per chi ha il coraggio di cercarla)

Possiamo realisticamente fare una sola cosa. Tutto il resto sono sogni, illusioni. Quello che possiamo fare è adottare fino in fondo la famosa massima di Albert Camus, non a caso espressa nel 1946, subito dopo l'immane tragedia della guerra: “Abbiamo imparato che non possiamo accettare nessuna concezione ottimistica dell'esistenza, nessuna specie di lieto fine al dramma della storia. Tuttavia, se crediamo che essere ottimisti è una stoltezza, sappiamo anche che dichiararsi pessimisti quanto alla possibilità di agire in mezzo ai nostri simili per diminuire i mali che ci affliggono e procurare qualche bene, è una viltà”.
Da un lato, occorre sfruttare ogni spiraglio utile per ammortizzare le politiche europee di austerità, sapendo che non possiamo invertirle. Ma possiamo ammorbidirle, smussarle, rallentarle. E non è un esercizio di poca utilità: rallenta l’arrivo del giorno del giudizio, prolunga l’agonia, ci dà del tempo prezioso, rende la fine più progressiva, meno traumatica, rallenta il ritmo di impoverimento e destrutturazione della nostra economia. Ogni spiraglio è prezioso: l’arrivo dei socialdemocratici dentro la cancelleria della Merkel, l’eventuale, anche se non probabile, vittoria di Shulz come presidente della Commissione Europea, il sostegno a partiti che portano avanti linee di policy socialdemocratiche.
E nel frattempo, nel tempo residuo prima dell’ultimo atto, prepararci per tempo alla catastrofe, cercando di creare le reti, soprattutto sul territorio, che minimizzino il “male” che si creerà, incentivando il cooperativismo ed il mutualismo civico e dal basso, costruendo meccanismi di solidarietà, anche micro, anche di vicinato, difendendo con le unghie ed i denti ogni lembo di welfare pubblico residuo, preparando i lavoratori ad assumere in autogestione le imprese che chiuderanno, preparandoci a inserire in circuiti creditizi cooperativistici e autogestiti quel poco di risparmio che si salverà, educando le persone a vivere dell’essenziale, senza più il superfluo, con modelli sociali diversi da quello dell’uomo unidimensionale di Marcuse, diffondendo la cultura della programmazione, perché ci sarà bisogno di tanta programmazione per ricostruire, contrastando ogni forma di nazionalismo e populismo che, sfruttando la rabbia sociale, la indirizzi verso esiti aggressivi e violenti (non sono i tedeschi i nostri nemici; le classi dirigenti dei tedeschi sono nostre nemiche; non sono gli immigrati i nostri nemici. Sono poveri disgraziati come lo saremo noi a breve). Sapendo che i default economici non sono la fine. Sono delle immani tragedie sociali, ma, ovviamente soltanto nei Paesi sani, liberano energie. Dovremo fare una dolorosa ma necessaria autocritica degli errori e delle storture del nostro stare insieme come Paese, dovremo fare uno sforzo collettivo verso priorità molto delimitate, che ne escluderanno altre: puntare sulla scuola, sull'innovazione, sulla green economy, sui pochi settori produttivi endogeni ancora competitivi sui mercati internazionali, come l'industria del made in Italy, il turismo, la meccanica di precisione, e forse, se sopravviverà all'attuale fase di pesante ristrutturazione dei mercati, l'automotive. Dovremo fare uno sforzo di correponsabilizzazione di tutta la società, senza cercare scorciatoie di salvataggio individuale. Chiedere ai giovani ciò che in realtà non avremmo il diritto di chiedere, avendoli messi nelle condizioni in cui si trovano per nostra colpa: restare nel loro Paese a lottare, avere più creatività e coraggio imprenditoriale in una fase in cui i mercati non ci sono, vanno inventati ex novo.
Occorrerà un grosso sforzo di unità a sinistra, ma non indirizzato verso velleitari raggruppamenti politici di mera testimonianza, posizionati su proposte politiche radicali che saranno immediatamente imbrigliate ed emarginate dal sistema politico con tratti oligarchici che si va prefigurando, e che ho in precedenza descritto. Ma verso forze con la vocazione di governo, e quindi disposte a fare i necessari compromessi con gli assetti di potere che gestiranno il default. Sapendo che oggi, a differenza del passato, stare fuori dalle istituzioni vuol dire morire, e che gli spazi di una politica extraparlamentare semplicemente non esistono, oltre una mera testimonianza, oltretutto dannosa, perché evita di mettere il Paese di fronte alle necessarie responsabilità della faticosa e dolorosa ristrutturazione che lo attende, per superare i suoi stessi difetti intrinseci, che non dipendono dalla Merkel o da Obama. Tale forza di sinistra avrà il compito di garantire che i diritti della parte meno tutelata della società siano preservati, che sanità pubblica, scuola pubblica, politiche sociali e pensioni, ovviamente eliminando sprechi e inefficienze ingiustificabili, siano difese nel loro carattere universalistico e di bene comune, in quanto parte della soluzione, e non del problema, come invece sostiene la destra. Dovrà vigilare affinché i sacrifici siano equamente distribuiti, che ognuno faccia la sua parte, che le rendite di posizione ingiustificate siano eliminate, che i doveri civici, come pagare le tasse, siano rispettati. Che lo Stato mantenga una capacità di programmazione economica e una capacità di difesa delle imprese e dei settori di reale e strategico interesse nazionale. Che esista un sistema di ammortizzatori sociali allineato alle esigenze della modernità, ad iniziare da un reddito di cittadinanza, e che esista una politica dei redditi che inverta la strutturale tendenza a spostare quote di salario verso il profitto, ad iniziare da un reddito minimo garantito per legge e dal ripristino di meccanismi di indicizzazione dei salari all'inflazione efficaci (tanto con un'inflazione inferiore al 2%, di cosa dovrebbero preoccuparsi i monetaristi?) Che la politica fiscale incentivi i produttori e disincentivi i cespiti improduttivi, le rendite e i guadagni finanziari.
Dovremo rimboccarci le maniche e ricostruire dalle macerie. Dopo la peste conteremo i morti e ricostruiremo il futuro su basi diverse. Non resta nient’altro. Dopo la notte dovremo tornare a cercare l’alba. Se ne saremo moralmente, culturalmente e socialmente all’altezza, come popolo. Se non lo saremo, allora potremo soltanto prendercela con noi stessi.





[1]
                Va ricordato che tale equazione è una quasi-identità, nel senso che approssima fedelmente l’andamento del rapporto fra debito pubblico e PIL la netto di alcune poste rettificative e correttive dello stock di debito stesso.
 



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