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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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mercoledì 25 dicembre 2013

La presa di Pando: culmine e declino dei Tupamaros, di Riccardo Achilli

La piazza centrale della città di Pando

di Riccardo Achilli

La cosiddetta “presa di Pando” fu un episodio particolarmente importante nella storia della guerriglia del Movimiento de Liberación Nacional (MLN), meglio noto come Tupamaros. Fu, in qualche modo, l'azione più eclatante, più mediatica, che diede alla guerriglia tupamara una notorietà internazionale, ed una (illusoria) immagine di onnipotenza (di fatto, come meglio vedremo, sia pur per pochissime ore, riuscirono a “conquistare” un'intera cittadina) ma, di fatto, fu il picco da cui iniziò il rapidissimo declino militare ed organizzativo, che portò alla completa disfatta del MLN nel giro di 2-3 anni, ed un completo fiasco in termini politici, cioè di coinvolgimento delle masse nella causa dei Tupamaros.

Il contesto

Il MLN nacque in un contesto sociale e politico già gravemente deteriorato. L'Uruguay, un tempo noto per il suo benessere, il suo stato sociale e la sua democrazia estremamente avanzati, sin dalla metà degli anni Cinquanta era entrato dentro un tunnel di decadenza economica, in larga misura determinato dalla chiusura protezionistica dei mercati agricoli europei e statunitensi, che aveva prosciugato il canale esportativo principale del Paese. I nodi di un modello produttivo basato su una monocultura economica, e di un modello sociale basato sul compromesso battlista, garantito dal predominio politico dei colorados (stato sociale avanzato in cambio della pace sociale e della pressoché totale assenza di attività sindacale) iniziarono a venire tragicamente al pettine.
Il fronte borghese, tradizionalmente, teneva il Paese sotto controllo (la sinistra politica era quasi inesistente, ed il sistema politico era di fatto retto, con forme consociative molto avanzate, e garantite da una Costituzione che, ad esempio, prevedeva una presidenza della Repubblica di tipo collegiale, per consentire a tutti di governare, da due partiti borghesi: il partido nacional, o blancos, che rappresentava soprattutto la borghesia agraria dei latifondi, ed il partido colorado, che rappresentava la borghesia urbana delle professioni e del commercio). Tale fronte, retto da legami consociativi, iniziò a sgretolarsi rapidamente. Il chicotacismo, una corrente dei blancos retta da Benito Nardone, soprannominato “Chico Tazo”, impresse una accelerazione a tale sgretolamento, costruendo, con una politica ampiamente denotata da contenuti demagogici e richiami al fascismo sociale, un fronte di piccoli proprietari rurali, spesso in rovina economica, dichiaratamente ostile alla borghesia “illuminata” della città che aveva costituito la base di consenso del battlismo. Tale fronte ruralista si alleò con la componente più reazionaria e “compradora” della grande borghesia, rappresentata dalla corrente herrerista del partido nacional, propugnatrice delle politiche neoliberiste suggerite dal FMI, e dichiaratamente intenzionata a demolire il welfare battlista ed a privatizzare il largo comparto nazionalizzato dell'economia nazionale. Tale coalizione vinse le elezioni del 1958, interrompendo 93 anni di dominio incontrastato dei colorados, e ponendo fine al compromesso battlista, con l'avvio di politiche neoliberiste selvagge.


Benito Nardone "Chico Tazo" (primo da sin.) e Luis Alberto Herrera (alla sua sinistra)

Ciò provocò, sul versante sociale, l'impoverimento di ampie fasce di popolazione, ad iniziare dai lavoratori agricoli ridotti letteralmente alla fame e dai piccoli proprietari agricoli in rovina, spinti ad emigrare verso Montevideo, popolando le prime bidonville, e l'assottigliamento dei ceti medi urbani, che avevano garantito la base per la costruzione di un sistema socialdemocratico molto avanzato, sotto i colpi della crescente disoccupazione associata ad un tasso di inflazione altissimo, alimentato dalla caduta del tasso di cambio del peso e dalla monetizzazione del crescente debito pubblico. Il disastro economico era servito: la crescita del PIL diventa negativa dal 1962; il tasso di disoccupazione raggiunge l'8%, in un Paese tradizionalmente prossimo al pieno impiego; gli emigrati finiscono per rappresentare l'11% della popolazione, con una media di 1.000 persone che ogni giorno abbandonano il Paese, e sono spesso persone giovani a medio/alto livello di scolarizzazione; il tasso di inflazione passa dal 10% del 1961 al 135% del 1967.
Sul versante politico, la riposta fu un processo di organizzazione della sinistra politica e sindacale, sino a quel momento assente dalla scena. Nel 1961 nasce il FIDEL (frente izquierda de liberación), un fronte di sinistra radicale costruito attorno al partito comunista. Nel 1964 nasce la CNT, il primo sindacato unitario del Paese. Il tutto sullo sfondo di lotte sociali sempre più violente, che squassano il velo di tranquillità in cui aveva da sempre sonnecchiato il Paese. Particolarmente intense sono le iniziative dei lavoratori del settore dello zucchero del nord del Paese (i cañeros), da cui scaturisce la figura politica di Raúl Sendic, cioè del futuro leader dei Tupamaros, e del settore dei frigorificos (gli stabilimenti di refrigerazione della carne destinata all'esportazione) che arrivano a forme molto esplicite (sciopero della fame del 1956) o ad eventi di grande partecipazione (marcia a piedi da Fray Bentos a Montevideo nel medesimo anno), fino allo sciopero generale, il primo della storia di quel Paese, verificatosi nel 1965. Nei 15 mesi intercorrenti fra gennaio 1964 e marzo 1965 si verificano 657 manifestazioni, scioperi o occupazioni di fabbrica.
La marea montante della lotta sociale provoca una svolta reazionaria ed autoritaria da parte della borghesia nazionale, largamente al servizio dell'imperialismo nordamericano. Sul versante informale, e con la consulenza della CIA, sin dal 1961 vengono costituiti gruppi paramilitari di estrema destra, veri e propri squadroni della morte, responsabili di azioni di grande violenza, come si verificò nel 1961, in occasione della visita di Che Guevara all'Università di Montevideo, quando venne assassinato il docente Arbelio Ramirez. Sul piano formale, nel 1966 la vecchia Costituzione parlamentarista viene riformata, introducendo una Costituzione presidenzialista. Tra l'altro, e ciò fu foriero delle successive tragedie del Paese, il Presidente della Repubblica, oltre che essere titolare del potere esecutivo, deteneva anche i cosiddetti “poteri di sicurezza immediata” (in precedenza regolati dal Parlamento): in pratica il potere unilaterale di sciogliere con la forza, mediante un semplice decreto presidenziale, manifestazioni o scioperi, e di imporre forme di coprifuoco e di repressione poliziesca.

Repressione  politica durante gli anni Sessanta

Nel 1966, un partido colorado rapidamente ripulito dai suoi elementi socialdemocratici portò al potere un ex generale dell'Aeronautica, Oscar Gestido, che, deceduto pochi mesi dopo la proclamazione, lasciò lo spazio al suo vicepresidente, Jorge Pacheco Areco, un personaggio sinistro, autentico rappresentante del modello nepotistico della borghesia uruguayana: vero somaro che non riuscì nemmeno a laurearsi in giurisprudenza, fece però una brillante carriera nel mondo del giornalismo e della politica grazie alle sue parentele con le famiglie più importanti del Paese, crescendo dentro la corrente vierista del partido colorado, nota soprattutto per aver contribuito alla dittatura fascista di Gabriel Terra fra il 1933 ed il 1938.
Sin dall'inizio del suo mandato, Pacheco Areco promulgò leggi liberticide: vengono messi fuorilegge interi partiti politici, come il partito socialista; numerosi quotidiani vengono sistematicamente censurati (ad esempio Epoca, diretta dal grande scrittore Eduardo Galeano) interi settori della P.A. e delle imprese pubbliche vengono militarizzati, ivi compreso l'addestramento militare degli impiegati, e i poteri di sicurezza immediata vengono utilizzati in modo estensivo, mentre la televisione e la radio di Stato vengono utilizzate per diramare le violente minacce che il Presidente lancia quotidianamente contro i suoi avversari di sinistra (notissima, e largamente ripresa dagli umoristi, la frase minacciosa “l'ho fatto (cioè ho sciolto un corteo o una manifestazione, nda) e posso tornare a farlo”: su alcuni quotidiani di sinistra Pacheco Areco viene ritratto mentre pronuncia questa frase seduto su un gabinetto).

Jorge Pacheco Areco, il primo repressore

La nascita del MLN

In questo contesto già compromesso sul piano sociale e democratico, nel 1965 iniziano ad operare i Tupamaros, guidati da Raúl Sendic. Movimento con base marxista/leninista, influenzato però in modo molto forte dal pensiero di Che Guevara, sia dal punto di vista teorico che da quello dell'organizzazione militare, ha i suoi fondamenti teorici ed organizzativi principali nel cosiddetto “comunicato nr.1”, promulgato nel 1967:
- la lotta di liberazione nazionale assume connotati antimperialistici in connessione con le altre lotte sociali del continente latinoamericano;
- l'azione rivoluzionaria del MLN è armata e violenta, ritenendo impossibili miglioramenti reali delle condizioni del popolo per via parlamentare. La priorità dei tupamaros è quindi quella di costruire una organizzazione militare. Ciò consentirà (in questo richiamandosi a Che Guevara) di rompere l'equilibrio dittatura-oligarchia-pressione delle classi popolari, costringendo l'oligarchia a mostrare il suo vero volto repressivo, al di là delle ipocrisie democratiche;
- in un Paese caratterizzato da una popolazione urbana che rappresenta il 65% del totale, e con una orografia pianeggiante, la guerriglia va condotta in ambito urbano;
- la lotta sarà di lungo periodo e basata su una strategia di vietnamizzazione del Paese;
- il MLN crede (sbagliando tragicamente) che nel Paese esistano le condizioni oggettive per una rivoluzione ma debbano essere costruite le condizioni soggettive (mancando ancora una coscienza di classe, nonché la capacità di organizzazione e direzione di una lotta rivoluzionaria);
- il movimento si propone di unificare la sua lotta con quella del sindacato, portandola al di là della mera rivendicazione economica ed estremizzandola.
Da quel momento inizia la lotta armata, con episodi anche molto significativi e di grande violenza, con una crescita rapida del numero di aderenti e della forza militare del movimento, che però, in termini più generali, fallisce nel creare una movimentazione più ampia delle masse. La gran parte del proletariato, anche di quello urbano, rimane indisponibile a seguire il MLN ed a conferirgli l'attributo di élite rivoluzionaria in senso leninista. Non di rado le azioni di autofinanziamento del movimento vengono etichettate, anche a livello popolare, come banali furti, mentre la piccola borghesia urbana, ancora molto forte anche se impoverita, è decisamente ostile, e fornisce una base di consenso al pachequismo.
A gennaio 1969, lo stesso MLN è costretto a prendere atto della sua alienante disconnessione dalle masse. Con il comunicato nr. 4, infatti, ci si lancia in una sottolineatura del grado di conoscenza crescente che il movimento sta acquisendo presso le masse, per poi ammettere, più realisticamente, che le masse rimangono perlopiù apatiche e passive, scontente per la situazione attuale, ma incapaci di comprendere la necessità storica di fornire appoggio alla lotta armata.
In quel momento, il MLN si trova, di fatto, davanti ad un vero e proprio bivio della sua storia: o si organizza in forma politica, per radicarsi dentro le contraddizioni del sistema e dentro le esigenze del popolo, o continua in una alienante lotta armata, che sarà, infine, isolata e quindi schiacciata. C'è una confusa coscienza di ciò, nel momento in cui il citato documento afferma che “Si no contamos con el pueblo deberemos enfrentar los aparatos represivos solos, mano a mano, como ellos. Ese pleito lo perdemos”. C'è l'idea confusa di redigere un manifesto politico, che costituisca la base per la politicizzazione del movimento, nonché di condurre una maggiore azione di propaganda politica, ma tale iniziale presa di coscienza viene poi sommersa dall'ala militarista del MLN, che evidentemente in quel momento controlla i Tupamaros, per cui, alla fine, si ritiene di poter conquistare l'adesione del popolo tramite azioni militari, meno grandi e mediatiche, ma più sistematiche e continuative, tramite l'organizzazione di gruppi di autodifesa nei quartieri, ecc. Il prevalere della visione militarista è la base che prepara la sconfitta imminente.
Alla radice vi è una tragica incapacità di analisi delle condizioni reali del Paese. Si ritiene che le condizioni oggettive di una rivoluzione siano presenti, quando non è vero. Si reputa, ad esempio, che la capacità delle classi dominanti di controllare la situazione si stia sgretolando, quando invece sta avvenendo esattamente il contrario: nella realtà la componente illuminata della borghesia è fuori dai giochi, e non sta affatto collaborando con le componenti reazionarie (tant'è vero che leader riformisti del partido colorado, come Michelini, pagheranno con la vita o con lunghi anni di detenzione o di esilio la loro opposizione alla svolta dittatoriale del Paese) mentre la grande e la piccola borghesia, urbana ed agraria, sono compattamente attorno al Governo Pacheco, sostenuto senza esitazioni dall'imperialismo esterno. Si sottovaluta l'insufficiente grado di movimentazione delle masse, ritenendo che tendenzialmente esso sarà in crescita nel prossimo futuro, ignorando bellamente il fatto che un Paese con un proletariato operaio sottilissimo, e con un sottoproletariato di disoccupati e sottoccupati amplissimo, non possiede una base sociale per una movimento di massa con coscienza politica sufficiente ad innescare una rivoluzione. Si ritiene che l'apatia delle masse sia dovuta all'effetto “narcotizzante” dei 90 anni di tranquillità sociale garantiti dal precedente compromesso battlista, e dalla continua suggestione di rimedi riformisti, che allontanano il popolo dalla strada della lotta armata.
Da qui l'errore più grave, che sarà pagato non solo dal MLN, ma dall'intero Paese, nei quindici anni a venire: se i riformisti sono considerati amici del giaguaro, logicamente si ritengono esauriti e non più utili i loro rimedi, buoni soltanto per irrobustire la struttura repressiva delle classi dominanti e per allontanare le masse da una presunta necessità rivoluzionaria. Di conseguenza, la lotta armata è l'unica soluzione possibile. La politicizzazione del movimento è un fatto, quindi, secondario, e va anteposta una intensificazione dell'azione militare. Si rinuncia a capire che la svolta dittatoriale e fascista del Paese, che porterà da lì a quattro anni al colpo di Stato militare, è giustificata agli occhi del Paese, e supportata da ampi settori di una classe media impoverita ma ancora abbondante, proprio dalla presenza di un movimento clandestino di lotta armata, che rinuncia a misurarsi sull'arena politica! La dichiarazione del Presidente golpista Bordaberry, che succede a Pacheco Areco e che nel 1973 inviterà i militari a prendere il potere, avviando un regime fascista, liberticida e sanguinario che durerà fino al 1984, afferma che “la nostra è una vocazione profondamente democratica (sic)”. Bordaberry, facendo tale dichiarazione allucinante nel giorno stesso del golpe militare da lui promosso, non era ubriaco o sotto l'effetto di qualche droga, o con la canna di una pistola alla tempia. Rifletteva esattamente la visione che larga parte del popolo uruguayano si era fatta dei Tupamaros. Visione ovviamente da essi stessi prodotta.

Raul Sendic ai tempi dei fatti di Pando

La presa di Pando: i fatti


La pianificazione e l'inizio dell'attacco
In questo clima, a settembre 1969, cioè pochi mesi dopo il comunicato numero 4 già analizzato, il Comitato Esecutivo del MLN, controllato dall'ala militare, inizia a progettare un'azione spettacolare da compiersi il 9 ottobre, cioè in occasione del secondo anniversario della morte di Che Guevara. Inquel momento, che può considerarsi l'apice del MLN, esso conta su 1.200 membri circa, in un Paese di circa 2,6 milioni di abitanti, suddivisi in sette colonne, di cui una sola (comandata da Sendic e da Mansilla) ha competenza territoriale sull'area interna del Paese.
Tale azione deve essere spettacolare, in modo da accrescere la conoscenza ed il prestigio dei Tupamaros, che secondo la visione distorta dell'ala più militarista del movimento, di per sé, avrebbe permesso di creare quel legame con le masse ancora mancante, deve consentire di procurarsi denaro ed armi per autofinanziare il movimento, e deve cogliere di sorpresa gli apparati di sicurezza, che naturalmente si aspettano un'azione tupamara nel giorno della morte del Che, e che, in coerenza con la natura di “guerriglia urbana” che tipicamente caratterizza il MLN, è attesa dentro la capitale, Montevideo,l'unica area metropolitana del Paese.
Si sceglie, quindi, di eseguire tale azione fuori da Montevideo, troppo sorvegliata, ma neanche troppo lontano dalla capitale, perché le basi logistiche e i nascondigli si trovano nella capitale, e si sceglie di “occupare”, spettacolarmente, una cittadina dell'interno, svaligiandone, al contempo, le banche, al fine di procurarsi nuovi mezzi finanziari per comprare altre armi. Dopo aver scartato varie opzioni, o perché troppo piccole per avere banche da assaltare, o perché le vie di fuga erano inadeguate, la scelta cade su Pando, sonnacchiosa cittadina rurale a circa 30 chilometri da Montevideo, di circa 14.000 abitanti, con tre banche ed una stazione di polizia da assaltare, nonché una comoda via di fuga per ripiegare su Montevideo ad azione terminata.
L'operazione avrebbe coinvolto 50 militanti presi da tutte e sette le colonne del movimento, al fine di responsabilizzare l'intera organizzazione, coordinati da Hectór Amodio Perez, suddivisi come segue:
  • 6 uomini, comandati da Andrés Cultelli, avrebbero assaltato e svuotato il Banco Pan de Azucar;
  • 9 uomini, comandati da Eleuterio Fernández Huidobro (oggi leader politico di spicco, fino ad un paio di anni fa Ministro della Difesa dell'Uruguay) avrebbero depredato il Banco Caja Obrera Popular de Pando;
  • 14 uomini, sotto il comando di Raúl Sendic, avrebbero preso il Banco Republica, ed avrebbero fornito supporto alla presa del commissariato di polizia;
  • 7 uomini, sotto il comando di José Mujica (attuale Presidente della Repubblica dell'Uruguay) avrebbero preso il controllo della sede locale dell'UTE, la compagnia telefonica nazionale, ed avrebbero costituito il falso corteo funebre usato per entrare dentro la città (cfr. oltre);
  • 13 uomini, comandati da Alberto Cocco Perez, avrebbero attaccato il commissariato di polizia, e preso il controllo anche della caserma dei pompieri.
Inoltre, un altro centinaio di componenti del MLN, alcuni dei quali nemmeno organici, furono mobilitati per fornire servizi logistici, sanitari, di trasporto, di ascolto della radio della polizia, di riserva, ecc.
Ad ogni gruppo fu concessa solo una settimana per studiare in dettaglio i suoi obiettivi, e tale breve periodo di analisi della situazione sul campo sarà uno dei motivi del successivo disastro. Per l'occasione, fu anche creata la famosa bandiera dei Tupamaros (ovvero la bandiera artiguista con la stella e la “T” nel mezzo, senza nemmeno accorgersi che la stella con la T in mezzo è un simbolo capitalista, perché è il logo dell'azienda petrolifera Texaco), pensando di innalzarla sull'asta del commissariato di polizia, una volta conquistato (fatto che poi non si realizzerà). Uno dei leader, Fernandez Huidobro, insisté per un certo tempo nell'utilizzare una bandiera a colori gialloneri, perché era un tifoso della squadra di calcio del Peñarol, e questo la dice lunga sul clima quasi goliardico ed irresponsabile con cui venne pianificata un'azione così seria ed importante.


La bandiera dei Tupamaros, che si richiama a quella della Confederazione dei Popoli Liberi di Artigas, aggiungendovi la stella con la T nel centro. 

Mauricio Rosencoff ideò il sistema per fare entrare il gruppo dentro la città: un falso corteo funebre. Si inventò quindi un presunto defunto, certo Juan Pedro Antúnez Burgueño (il nome fu scelto dopo una ricognizione nel cimitero di Pando, per scegliere un cognome che fosse comune nella zona) che sarebbe stato cremato a Buenos Aires, la cui urna, su richiesta della famiglia, avrebbe dovuto essere portata nel cimitero di Soca, attraversando Pando. Il gruppo coordinato da Mujica si presentò quindi da Martinelli, nota azienda di Pompe Funebri di Montevideo, con un'urna piena di cenere di caminetto, con 21.000 pesos in contanti, fingendo di essere i parenti del morto. I funzionari di Martinelli si insospettirono quando gli fu consegnata l'urna (in genere, è la ditta a cremare i morti) ma i soldi in contanti fecero evaporare eventuali dubbi. Le donne si sforzavano di piangere come fontane. Si contrattarono, per il corteo, 5 auto (quattro Cadillac ed una Ford Mercury) ed un furgone Pontiac, ciascuno dei quali con un autista delle Pompe Funebri. Come in un film, quando il falso corteo funebre passò davanti ad una caserma dell'Esercito, i soldati, ignari, si misero sull'attenti e fecero il saluto militare.
Secondo l'accordo preso fra i finti parenti del finto morto e la ditta di Pompe Funebri, a metà strada si sarebbe aggiunta l'auto di altri “parenti” (si trattava di una Volkswagen Kombi rubata ad una azienda e ritinteggiata di azzurro da Mujica e dal suo gruppo). Poco dopo, i “parenti” tirarono fuori i mitra e fecero prigionieri gli autisti di Martinelli, legandoli e infilandoli, senza maltrattamenti,dentro il Kombi. E lì si verifica il primo problema grave di un'azione pianificata in modo dilettantistico: le auto dell'azienda di Pompe Funebri, essenziali per la fuga successiva, hanno il cambio automatico, e nessun tupamaro lo sa usare. Devono far uscire uno degli autisti dal Kombi e farsi spiegare sommariamente come funziona un cambio automatico, ma senza capirci molto. Infatti, uno dei veicoli, che avrebbe dovuto essere usato per la fuga del gruppo comandato da Andrés Cultelli, rompe il cambio automatico immediatamente, e viene abbandonato seduta stante sul ciglio della strada. Inoltre, il furgone di Martinelli si rivela troppo piccolo, ed incapace di accogliere tutto il gruppo di Cocco Perez, diversamente da quanto era stato stabilito con le Pompe Funebri. Ma oramai è troppo tardi per tornare indietro.
Nel frattempo, altri tupamaros entrano dentro Pando usando l'autobus di linea, spacciandosi per pescatori, riunendosi, alle 12.30, mezz'ora prima dell'attacco programmato, con quelli del corteo funebre, ed iniziano a cambiarsi: alcuni indossano uniformi della polizia, altri addirittura dell'Aeronautica militare. Tutti indossano una fascia bianca al braccio, come segno di riconoscimento.
Ed ecco emergere un altro intoppo: era previsto che il coordinatore di tutta l'azione, Amodio Perez, avesse un veicolo veloce ed agile, possibilmente una motocicletta, per girare nella cittadina e coordinare al volo i vari gruppi impegnati nei rispettivi obiettivi. Alle 9 di mattina del giorno stesso, i compagni di Montevideo incaricati di rubare una moto falliscono nell'obiettivo. Solo alle 12.25, 35 minuti prima dell'inizio dell'azione, riescono a grattare un vecchio Peugeot, lento ed inidoneo, e si dirigono da Montevideo a Pando suonando il clacson e con le luci accese, arrivando però a destinazione quando l'azione sarà largamente iniziata. Inoltre, mentre Amodio Perez gira per la cittadina con il Peugeot, per coordinare gli attacchi, si imbatte in un agente di polizia, Ramón Brito, che inizia a sparargli. Nel tentativo di evitarlo, Amodio Perez va a sbattere, spaccando il semiasse del veicolo, e rendendolo inutilizzabile per la successiva fuga.

L'attacco al Commissariato di polizia.
Alle 13.00 precise Alberto Cocco Perez, accompagnato da Olga Barrios, entra nel commissariato, spacciandosi per collaboratore di una associazione di volontariato, chiedendo di parlare con il Commissario. Poi entrano Jorge Salerno e Alberto Cia del Campo, simulando di essere vittime di un incidente stradale. Alla fine, entrano i tre ultimi tupamaros del gruppo, con i mitra spianati...e senza caricatore, che avevano dimenticato a casa!!! (altro incredibile elemento che dimostra il dilettantismo dell'organizzazione). Alcuni agenti di polizia vengono immediatamente fatti prigionieri senza spari, mentre la radio della stazione viene spaccata a mazzate. Ma il sergente Olivera inizia a sparare. Lo stesso Cocco Perez si salva per miracolo da un colpo diretto alla sua testa. Ne segue una breve sparatoria, che risulta decisiva perché i rumori di arma da fuoco rivelano alla cittadina intera che è in corso un attacco. Alla fine, Olivera, ferito, si arrende. Il Commissario capo viene sottoposto ad un duro interrogatorio, perché accusato, in passato, di aver maltrattato alcuni compagni arrestati. L'azione termina dopo un quarto d'ora, ed i Tupamaros, dopo aver sequestrato i fucili Mauser della polizia, abbandonano il Commissariato...dimenticando di issare la bandiera all'uopo disegnata,e dirigendosi verso il Cimitero di Pando, luogo stabilito per riunirsi con gli altri gruppi e fuggire insieme.

L'attacco alla caserma dei pompieri.
Alle 13.00, il gruppo deputato a tale obiettivo, riunitosi in un bar di fronte alla Caserma, entra nella stessa e, senza sparare un colpo, arresta i pompieri (corpo che allora era militarizzato).
Si verificano episodi da commedia. Un Tupamaro scopre un pompiere nel gabinetto, mentre urina, e gli urla “mani in alto”. Il militare, che ignora cosa stia succedendo, pensando che sia un suo collega, gli risponde “non dire stronzate!”. Un altro Tupamaro si mette a discutere per quasi quindici minuti con un Pompiere che, prima di essere legato, impassibile, vuole prendere il termos del suo mate nell'armadietto.

L'attacco del Banco Republica
Alle 13.00, Oscar Puig Iturralde entra nella banca, accompagnato da Raúl Sendic, entrambi vestiti in modo molto elegante, spacciandosi, il primo, per un uomo d'affari, il secondo per il suo segretario personale, con altri due Tupamaros che si spacciano per le loro guardie del corpo. Disarmano il poliziotto di guardia, spiegano ai clienti i motivi politici della loro azione e si fanno consegnare almeno 40 milioni di pesos. In quel momento, un colpo accidentale parte dalla pistola di Nybia Gonzalez, e ferisce gravemente, allo stomaco, il suo compagno, Fernan Pucurull Saénz de la Peña. Il ferimento del loro compagno rallenterà la successiva fuga di questo gruppo che, uscendo dalla banca in stato confusionale per l'incidente, abbandonerà incredibilmente uno dei propri compagni, Juan Carlos Rodriguez Ledesma, che, rimasto solo, verrà arrestato dalla polizia pochi minuti dopo.
L'attacco al Banco La Caja Obrera de Pando.
Alle 13.00, i Tupamaros entrano in gruppi di due, distribuendosi in posizioni prestabilite. Poi entrano, per ultimi, Zabalza e Cultelli, armi in pugno, facendosi consegnare 7 milioni di pesos, ed uscendo dalla banca dopo il consueto piccolo discorso politico ai clienti ivi presenti. Uscendo, però, si imbattono in un agente di polizia di pattuglia, Heber Roncio, che inizia a sparare, facendo retrocedere il gruppo di Tupamaros. Essi rispondono al fuoco, costringendo Roncio a buttarsi dietro il loro stesso veicolo, che avrebbero dovuto usare per fuggire. Credendo Roncio morto, i Tupamaros salgono a bordo dell'auto, ma costui, vivo e vegeto, spara alle gomme, colpendole. Camminando sui cerchioni, con l'auto crivellata dai proiettili, il gruppo si avvia lentamente verso il cimitero, luogo prestabilito di incontro con gli altri gruppi, quando si imbattono in un altro agente di polizia, Ramón Brito, lo stesso che aveva già sparato contro il Peugeot di Amodio Perez, causandone la rottura definitiva. Brito apre il fuoco, ed i Tupamaros rispondono.
Nel fitto scambio di proiettili, un innocente, padre di famiglia, tale Carlos Burgueño (per ironia della sorte con lo stesso cognome del finto defunto usato per entrare nella cittadina) viene colpito a morte da un proiettile vagante. Avrebbe dovuto prendere l'autobus per Montevideo delle 12.50, ma si era trattenuto in un bar con degli amici e, sentendo il rumore delle armi da fuoco, si era affacciato per capire cosa stesse succedendo. Inizialmente scambiato per un Tupamaro, benché ferito e sanguinante, venne trascinato dai poliziotti nel Commissariato liberato, e sottoposto ad un duro interrogatorio finché, esanime per il sangue perduto, perse conoscenza, e solo allora venne portato in ospedale, dove arrivò morto. La versione ufficiale fu che era stato colpito dai Tupamaros, ma i risultati della perizia tecnica, eseguita molto tempo dopo, accertò che fu colpito da una calibro 38 di ordinanza, di quelle in possesso della polizia.

L'attacco al Banco Pan de Azucar
Eseguito anch'esso alle 13.00, si traduce, senza colpo ferire, in un sequestro di circa 3 milioni di pesos, e della Citroen del Direttore della banca, che doveva rimpiazzare, per la fuga, l'auto di Martinelli abbandonata per strada con il cambio automatico rotto.

L'attacco alla UTE
Il gruppo guidato da Mujica entra negli uffici dell'UTE, spacciandosi per degli investigatori privati che dovevano indagare su un presunto allarme-bomba. Senza sparare un colpo, fanno prigionieri tutti gli impiegati e tagliano i fili della centrale telefonica. Secondo il racconto fatto da Mujica, erano talmente impreparati che furono costretti a chiedere agli stessi operai sequestrati dove si ubicassero i fili da tagliare per isolare telefonicamente la città.
Al che si realizzò un ulteriore, comico, inconveniente. Molti cittadini, ignari dell'attacco, non potendo più telefonare, uscirono dalle loro case e si ammassarono davanti alla sede dell'UTE per reclamare. Mujica ed i suoi furono costretti a farli entrare e imprigionarli dentro gli uffici dell'ente. Poi fuggirono verso il cimitero.

L'epilogo: la fuga e la cattura
Quando tutti si riunirono al cimitero, ad attacco avvenuto, constatarono la situazione, a dir poco tragica. Tre degli autoveicoli che dovevano servire per la fuga erano inutilizzabili. Il furgone di Martinelli era troppo piccolo. Un compagno era gravemente ferito allo stomaco a causa di fuoco amico, e doveva essere disteso dentro il veicolo, che non avrebbe potuto ovviamente correre, perché lo avrebbe ucciso, rallentando di conseguenza l'intero convoglio, quando la velocità di fuga sarebbe stata un fattore essenziale. Un altro Tupamaro, come detto, era stato dimenticato indietro, e non poteva più essere recuperato. Stipandosi all'inverosimile (con 15 persone che si infilarono in un furgone che ne poteva portare al massimo 9) iniziarono, lentamente, il cammino verso i nascondigli di Montevideo.
Ma fu commesso un errore determinante. Il più grave di tutti. Benché in sede di analisi della situazione sul campo, prima dell'attacco, si sapesse che una volante della polizia stradale, munita di radio, stazionasse permanentemente davanti ad un istituto di zooprofilassi situato in periferia di Pando, nessuno aveva pensato a neutralizzarla. Mujica aveva proposto, nel momento in cui fosse iniziato l'attacco, di mettersi di traverso con la sua macchina per bloccare la volante della polizia, ma tale suggerimento era caduto nel vuoto.
Fu un errore tragico. Un tizio che viveva vicino al Commissariato di polizia, sentendo gli spari, e non vedendo poliziotti fuori dal fabbricato, provò a telefonare, ma, accortosi che il telefono non funzionava, perché la linea era stata tagliata, prese tranquillamente un autobus urbano, scese davanti all'istituto di zooprofilassi e raccontò ai poliziotti di pattuglia che stava succedendo qualcosa di strano in città. Costoro allertarono il Comando centrale di polizia di Montevideo, che, non sapendo ancora niente di cosa stesse succedendo, ordinò ai reparti antisommossa di prendere delle volanti e recarsi a Pando, a vedere cosa stesse succedendo.
Nel frattempo, la pattuglia della stradale di sorveglianza davanti all'istituto di zooprofilassi entra dentro Pando, si reca al Commissariato e libera i poliziotti lasciati, legati ed imbavagliati, dai Tupamaros in fuga, confermando a Montevideo quanto fosse successo, e prendendo in carico il Tupamaro che era rimasto indietro. Parlando con la popolazione, capiscono anche quale sia la strada che i Tupamaros hanno preso per fuggire ma, come in un telefilm di Hazzard, inizialmente, una volante che li intercetta pensa che si tratti realmente di un corteo funebre, e li fa passare. Entrando dentro il Dipartimento di Montevideo, il gruppo si divide in due. Le armi vengono passate in altri veicoli “legali”, in attesa, coordinati da Rosencoff, ed alcuni Tupamaros si allontanano a piedi per prendere l'autobus,salvandosi dall'arresto successivo.
Tuttavia, proseguendo verso la capitale, i veicoli dei Tupamaros incontrano il primo blocco stradale, costituito da due semplici volanti della Stradale, che sbarrano la strada. Anziché affrontare le deboli forze della polizia, sfruttando il grande vantaggio numerico (erano, in quel momento, 23 contro 4, e se avessero rimosso il blocco della polizia, probabilmente si sarebbero salvati), i Tupamaros dimostrano lo scarso addestramento militare, ed una grave mancanza di combattività scendono dai veicoli e si danno alla fuga, a piedi, nelle boscaglie che affiancano la strada, nonostante i disperati ordini dati da Sendic di non disperdersi, mentre altri provano un debole fuoco di sbarramento, per poi tentare anch'essi la fuga.

La polizia inizia la battuta di ricerca contro i Tupamaros fuggiti

Nel frattempo, convergono sul posto di blocco 120 uomini dei reparti speciali della polizia, 15 volanti, 12 gruppi della polizia antisommossa, alcune unità della Guardia Repubblicana, un reparto di fanteria motorizzata dell'Esercito ed un elicottero dell'Aeronautica. Arapey Cabrera e Jorge Salerno, fuggendo a piedi, si imbattono in una volante. A questo punto, le versioni della polizia e quelle dei Tupamaros si differenziano, accusandosi a vicenda di aver sparato per primi. Sta di fatto che Arapey Cabrera scaglia una granata, che danneggia un negozio lì vicino, che viene ferito ad un braccio ed arrestato, e che Jorge Salerno viene crivellato di colpi e muore, a 24 anni.
Lì vicino viene ucciso dalla polizia anche Alfredo Cultelli, 18 anni. La polizia afferma che il ragazzo ha sparato per primo, ma la perizia medica accerta che Cultelli è stato abbattuto da colpi che sono penetrati sia nel petto, sia nella schiena, quando cioè volgeva le spalle agli agenti. Quindi, o è stato abbattuto mentre scappava, oppure quando era già ferito, dandogli il colpo di grazia. In ogni caso, è stato assassinato.
José Solsona Acosta e Ricardo Zabalza penetrano, fuggendo, in una casa rurale, e si ritrovano circondati dalla polizia. Inizia una sparatoria. Ricardo Zabalza muore a 20 anni, con la testa fracassata dal calcio di un fucile ed un proiettile nella nuca. Secondo il padre di Zabalza, un parlamentare del partido blanco, fu addirittura il colonnello Rivero, capo della polizia metropolitana, che coordinava le azioni, a dare l'ordine di assassinare il ragazzo, già preso prigioniero.

Il cadavere di Zabalza

Probabilmente, i tre omicidi perpetrati dalla polizia furono la vendetta per l'uccisione di uno di loro, il sergente Enrique Fernandez Diaz che, sceso dalla sua volante, viene raggiunto da alcuni colpi sparati dalla boscaglia nella quale si erano lanciati i Tupamaros in fuga, e muore, dopo undici giorni di agonia, nell'ospedale in cui viene immediatamente portato (a differenza di Burgueño che, come si è visto, scambiato per un Tupamaro, viene lasciato morire dissanguato nel Commissariato). Va infatti precisato che tutti questi avvenimenti si verificano in un raggio di soli 500 metri dal punto in cui il sergente di polizia viene ferito.


I tre tupamaros uccisi dalla polizia

Il bilancio di Pando

Come risultato finale del rastrellamento nelle boscaglie, 17 tupamaros vengono immediatamente arrestati (fra questi, cadono in trappola Eleuterio Fernandez Huidobro ed Oscar Puig, che, dopo una breve sparatoria prima dell'arresto, per miracolo si salvano dall'essere fucilati sul posto grazie all'intervento di un ufficiale), 3 vengono uccisi, altri 3 sono catturati il giorno dopo, nel tentativo di recuperare alcuni compagni nascosti in uno dei nascondigli del MLN. 40 dei 51 milioni di pesos rubati alle banche vengono recuperati. Infatti, per fuggire più facilmente, il gruppo diretto da Sendic nasconde i 40 milioni rubati al Banco Republica sotto una cunetta stradale, dove verranno recuperati da dei ragazzini. Vennero perse 10 pistole e 3 fucili, mentre 9 carabine rubate alla polizia vennero recuperate.

Uno dei tupamaros partecipanti all'azione di Pando catturato

Sendic, il leader, riesce a salvarsi fuggendo nei campi, e così anche Mujica ed il suo gruppo, che riescono a sfuggire alla morsa poliziesca prendendo una strada diversa rispetto a quella del resto del corteo, per poi passare il resto della serata in un bar di Montevideo, bevendo birra ed ascoltando le notizie dei loro compagni alla radio.
Le successive ritorsioni operate dalla polizia per rispondere ai fatti di Pando provocano inoltre, nelle settimane immediatamente successive, la perdita di 8 nascondigli, 1 laboratorio fotografico, 13 altre armi da fuoco, e 12 altri Tupamaros arrestati.
Il bilancio dell'azione di Pando si risolve quindi in una clamorosa sconfitta militare. Un'azione spettacolare ed ardita, per quanto progettata ed eseguita in modo molto dilettantistico, si risolve in pesanti perdite materiali e fornisce alle forze di sicurezza ed all'intelligence un'idea precisa della modesta capacità di pianificazione, dello scarso addestramento militare e del modesto spirito combattivo dei Tupamaros. Sebbene l'azione, grazie alla sua spettacolarità, induce, nell'immediato, un aumento delle richieste di adesione al MLN, ma adesioni di bassa qualità, motivate più da spirito di avventura che da fede politico/ideologica. Inoltre, come sottolinea Oscar Puig, “molti dei quadri intermedi che dovevano istruire i nuovi entranti erano caduti a Pando”.
A posteriori, molti ex Tupamaros che vi parteciparono, pensano che Pando non abbia comportato alcun vantaggio politico, a fronte delle pesanti perdite militari. Secondo Germán González, “non fu un successo politico perché non aumentò la coscienza del popolo. La gente non ci condannò per aver occupato Pando (…) però questo non significò un salto in termini di appoggio popolare all'MLN”. Aggiunge Elida Baldomir Coelho: “E' stata una sconfitta militare e politica in tutti i sensi. Perché per un giorno fummo delle stelle in televisione ed alla radio, e poi, che? Che abbiamo riscattato, politicamente, da Pando? Che per mezz'ora ci spararono addosso?” mentre per Fernandez Huidobro “tutte queste perdite umane e materiali furono un colpo molto duro per l'organizzazione, dal punto di vista dell'infrastruttura e della sua capacità organizzativa”.
Dopo Pando, l'organizzazione tupamara inizia il suo declino. Il documento numero 5, emanato il 1 gennaio 1971, che è in qualche modo il prodotto della riflessione interna condotta dopo gli avvenimenti descritti, cancella completamente ogni riferimento alla necessità di “politicizzare” il movimento, di radicarlo dentro le necessità sociali ed economiche del popolo, di inserirsi nel dibattito politico del Paese. Prevale una logica puramente basata sulla guerriglia armata come detonatore di una rivoluzione bolscevica imminente. Risuonano frasi come “la lotta armata e l'organizzazione che gli corrisponde rappresentano l'unica via d'uscita coerente”; “dobbiamo passare dalla fase attuale (propaganda armata) ad una superiore di guerra generalizzata, di insurrezione”; “politica di rappresaglie non limitata solo contro gli agenti diretti del potere, ma anche contro quelli che sostengono in un modo o nell'altro il regime: giudici, pubblici ministeri, giornalisti, padroni, funzionari statali, ecc.”. In breve, un delirio privo di analisi politica, tipico dell'alienazione e dell'isolamento sociale di un piccolo gruppo di terroristi fanatici. Non più un movimento politico.


Alcuni tupamaros che parteciparono a Pando: in alto a sinistra, Fernandez Huidobro, al centro in alto Pepe Muijica, in basso, al centro, Lucia Topolansky, ed alla sua destra Sendic negli ultimi anni (morirà nel 1989). 

Rappresenta, di fatto, la vittoria definitiva dell'ala militarista su quella politica. Sendic, Mujica, Mansilla, Cocco Perez, ovvero i capi più politici e con il maggiore spessore culturale e teorico, erano infatti stati catturati ed incarcerati nel corso del 1970, mentre Amodio Perez, altro referente dell'ala politica, era stato addirittura espulso dal MLN perché troppo innamorato del whisky di marca e degli abiti costosi. Il comando dell'organizzazione era stato preso dai duri, quelli che teorizzavano la via militare prima, ed al di sopra, del dialogo politico con le masse, e soprattutto dalle componenti politiche più massimaliste, di estrazione comunista, quindi più rigidamente legate al fallimentare dogma della rivoluzione leninista, per il quale, come si è visto, non c'erano nemmeno le condizioni oggettive, oltre che quelle soggettive (mentre ad esempio Sendic era un ex socialista, e Mujica era addirittura stato un blanco, prima di avvicinarsi anch'egli al partito socialista): Rosencof, Adolfo Wassen, Nelson Berreta, Henry Engler Golovchenko, Armando Blanco.

Da lì a circa un anno, il MLN sarebbe stato di fatto reso politicamente e militarmente inoffensivo.

Fonti:


   

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