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sabato 8 febbraio 2014

SUPPLY SIDE ECONOMICS di Fausto Rinaldi





SUPPLY SIDE ECONOMICS
di Fausto Rinaldi


Commissione Europea e istituzioni finanziarie europee, in ottemperanza ad uno dei dogmi più rispettati della “ratio” neoliberista, quello della “Supply Side Economics” -  cioè di iniziative governative intese unicamente a determinare uno  stimolo dell'economia dal lato dell’offerta - , stanno promuovendo unicamente iniziative che spingano ad un abbassamento dei fattori di costo della produzione.

Questa impostazione – tra l’altro, coerente con i principi del pareggio di bilancio – prevede che lo Stato intervenga agendo sui fattori che influenzano la competitività dell’offerta (ricerca e sviluppo, infrastrutture strategiche, istruzione e formazione, reti Ict ed energetico/ambientali) e relativi effetti sulla produttività,  
nell ipotesi che vi soggiace e, cioè, che lo shock di produttività comporti effetti di sostituzione (aumento delle quantità acquistate a seguito della diminuzione del prezzo del bene) e di reddito (i prodotti costano meno e, pertanto, aumenta il reddito relativo) capace di far crescere l’economia e, quindi, domanda e occupazione.
Il supporto scientifico all’approccio neoliberista dell’economia europea viene dato dai moderni schemi della teoria neoclassica,  forniti da Lucas e Sargent nella Nuova Macroeconomia Classica (una scuola macroeconomica, sorta negli anni ’70 del secolo scorso, che costruisce la propria analisi unicamente sulla base di modelli neoclassici, in opposizione alla teoria keynesiana), e perfettamente coerenti con le teorie del “Real Business Cycle” – emerse negli anni ’80 come applicazioni della NMC e della cosiddetta “critica di Lucas ai modelli macroeconomici utilizzati dalla programmazione economica keynesiana”. Questi modelli, oltre ad aver dato origine a una classe di metodi statistici di previsione (anche legati alla matematizzazione della disciplina economica), intendono affermare che le fluttuazioni del ciclo dipendono da shock esogeni, cioè, da perturbazioni esterne al ciclo economico (in base alle loro teorizzazioni, tendente all’equilibrio naturale), relative al lato dell’ offerta e che comportano, quindi, una risposta efficiente da parte di agenti considerati razionali e dotati di tutte le informazioni necessarie; quindi, sono attese decisioni produttive, di consumo, di investimento o di risparmio in grado di generare una fluttuazione del ciclo economico.

In sostanza, la fase recessiva attuale rappresenterebbe una risposta efficiente ad uno shock esterno al ciclo e che influenza negativamente la competitività
Ecco svelato il modello al quale Merkel, Barroso, Monti e accoliti (istituzioni economiche europee, FMI, mainstream mediatico) fanno riferimento: la recessione è un meccanismo di aggiustamento – una sorta di risposta immunitaria -  che il sistema economico mette in atto per rispondere a una perturbazione proveniente dall’ esterno. Questa perturbazione esogena è stata lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria statunitense legata ai mutui “sub-prime”, e ha generato ripercussioni sul credito e sulla struttura dei tassi di interesse. Questo ha prodotto, inteso come risposta razionale da parte degli agenti economici, una contrazione degli investimenti, che ha generato una riduzione dell’ attività produttiva, con effetti negativi sull’ occupazione e sulla domanda. Quindi, le teorie del “Real Business Cycle” non escludono interventi da parte dello Stato; la discriminante è che queste non intervengano a favorire la “domanda”, bensì, si dispieghino a migliorare le condizioni di effettivo esercizio della libera concorrenza, intervenendo su quei fattori che permettano di assorbire gli effetti negativi indotti dallo shock esogeno.
Una delle condizioni ritenute preliminari per riassorbire lo shock esogeno (e sul cui perseguimento paiono essere particolarmente agguerriti i vertici UE), è quella relativa al miglioramento del rapporto tra efficienza produttiva e costo del lavoro. Questo obiettivo richiede tutto quell’insieme di iniziative che hanno caratterizzato le manovre economiche dei Paesi del sud economico europeo: smantellamento dei diritti acquisiti dai lavoratori, precarizzazione dei posti di lavoro, predazione degli accantonamenti pensionistici, distruzione dei sistemi di "welfare", etc.. Sono evidenti i caratteri profondamente “classisti” di queste operazioni che, richieste sulla base del rientro dal debito onde far tornare appetibili i titoli di Stato da parte della speculazione internazionale, fondano le loro ragioni su menzogne tanto grandi quanto spregevoli. Queste logiche producono inenarrabili sofferenze al corpo sociale delle nazioni cui sono applicate.
Abbattimento del costo del lavoro e della sua capacità rivendicativa, aumento della ricattabilità dei lavoratori e della precarizzazione degli impieghi da un lato e, dall’altro, la volontà di riassorbire gli effetti dello shock sul sistema creditizio, sono le istanze fondamentali sulle quali verte l'architettura della pianificazione economica dell’ Unione Europea.
Le autorità economiche europee hanno, in più occasioni e con manovre inequivocabili, manifestato la volontà di procedere a un risanamento degli effetti della crisi per mezzo di interventi statali volti a sanare gli effetti dell’ esplosione della bolla dei “subprime”. Questa strategia ha permesso di assolvere ad una doppia funzione: da un lato, mettendo in atto una serie di garanzie e tutele nei confronti degli istituti di credito carichi di crediti inesigibili (“titoli spazzatura”), quali l’apertura di fondi di garanzia sui depositi, l’acquisto dei titoli tossici, la temporanea nazionalizzazione, a prezzi "politici", degli istituti falliti, etc., mentre, dall’altro, produrre un incremento grave dell’ entità dei debiti pubblici, elemento sul quale, in base ai trattati costitutivi della UE, far vertere la necessità di un risanamento che obbligasse i governi locali a mettere in atto le terapie neoliberiste suggerite dalla “troika” e pericolosamente simili ai famigerati piani di Aggiustamento Strutturale, strumento con il quale il Primo mondo si è incaricato di dare corpo, nel Dopoguerra, ad una sorta di ricolonizzazione a sfondo economico dei Paesi del sud del mondo. Con grande gioia delle élites finanziarie, adesso anche l’ Europa ha un proprio sud economico: è costituito da un insieme di Paesi (i PIIGS) che si candida a diventare una periferia manifatturiera, ma con caratteristiche particolarmente appetibili: una professionalità alta, capace di produrre merci ad alti livelli qualitativi; inoltre, una dislocazione geografica vicina alle necessità di un nuovo Primo mondo consumatore. Quindi non siamo lontani dalle logiche di competizione-predazione che gli Stati capitalisti, da sempre, improntano con base dei rapporti internazionali.
Le autorità economiche europee, come detto, preoccupate per la stabilità del sistema creditizio hanno varato manovre di “quantitative easing” (creazione di denaro “fiat” da immettere nel circuito bancario a tassi di favore), come quella del 2011 da parte della BCE, che non hanno prodotto effetti anticiclici nell’ economia reale (e così come non produrrà effetti l’ attuale, limitato acquisto di titoli a breve termine e sul mercato secondario da parte della BCE) perché le banche hanno preferito utilizzare questi capitali per lanciarsi in attività speculative nei confronti dei debiti sovrani di quelle nazioni, entrate nel collimatore degli strali neoliberisti della UE, il cui “spread” era salito a livelli siderali.
Queste manovre, prodotte a favore degli istituti di credito da autorità politiche per la grande maggioranza popolate da metaboliti di quello stesso mondo bancario (in una apoteosi conclamatoria della “teoria delle porte girevoli”), non hanno altra funzione se non quella di tenere in piedi un sistema creditizio, il cui equilibrio è stato gravemente compromesso da comportamenti assai colpevoli da parte delle istituzioni finanziarie. 
Come si diceva,  questi tentativi sono esclusivamente legati alla volontà di rianimare il sistema bancario e non di rilanciare la crescita: infatti, i mercati europei si ritrovano in una condizione simile alla “trappola della liquidità” (un insieme di sfiducia e aspettative negative che, nonostante denaro a buon mercato, conduce a meccaniche recessive), cioè, le iniezioni di liquidità nel sistema bancario non producono modificazioni nei comportamenti di concessione del credito da parte delle banche, troppo preoccupate per i propri assetti finanziari e patrimoniali e con l’ inestinguibile tendenza a utilizzare i capitali entranti per risollevare sorti e destini di AD e C.d.A.. Inoltre, lo stato di depressione economica prodotto dalle iniziative di austerità non induce le imprese a contrarre prestiti (comunque, gravati da uno “spread” “ad usum sistema bancario” che finisce per strangolare l’ economia nel suo insieme).
Si noti, in subordine, come ogni iniziativa economica passi attraverso il circuito privato delle banche, e accordata in relazione alle congiunture legate allo stato patrimoniale di queste entità private: questa è un’ altra conseguenza dell’ esautorazione degli Stati dalla determinazione delle politiche economiche nazionali.
Come visto, i modelli del “Real Business Cycle” proibiscono tassativamente il ricorso a metodi di incentivazione della “domanda”, cioè, ad incentivare i consumi: questo perché il riaggiustamento del ciclo dopo lo shock esogeno dipende dai meccanismi di prezzo e di salario sui quali una politica di sostegno ai redditi e ai consumi provocherebbe effetti perturbativi sulle aspettative degli operatori.
Stante che l’ attuale crisi del capitalismo planetario sia  una crisi “sovrapproduttiva” (indipendentemente dal fatto che questa origini dai primi anni ’70 oppure come conseguenza della grande bolla dei “sub-prime”) e che si vogliano riconoscere come validi e attendibili i meccanismi propri del capitalismo occidentale, una possibile soluzione potrebbe essere quella di far rientrare all’ interno del  ciclo della domanda aggregata – e quindi del consumo – tutta quella parte di popolazione che ne è stata espulsa nel corso degli ultimi anni; quindi, una risoluzione “keynesiana” ottenuta attraverso l’ incremento delle capacità di spesa della popolazione (e con le relative conseguenze sull’inflazione, il cui automatico aumento, secondo molti economisti, non sarebbe un male per l’economia).
Inutile dire che questa strada non verrà mai intrapresa da una Unione Europea guidata da nazioni come Germania, Francia e Paesi del Nord sempre più motivati a sfruttare convenientemente il loro ruolo egemonico intraeuropeo. La resa che le classi politiche europee hanno opposto ai modelli liberisti è stata pressoché totale; per cui, ci si deve aspettare che le politiche intraprese ( e rese estreme, a seguito dell’ approvazione del “Fiscal Compact”) verranno perseguite anche negli anni a venire, producendo una fatale “terzomondizzazione” delle economie deboli del sud europeo.
In ultimo, per quanto bisognerà attendere che gli equilibri e le ragioni proprie del sistema di accumulazione capitalistico siano superati da una concezione dell' economia non "produttivistica" (basata, cioè, sui "valori 
d'uso"); intelligentemente pianificata, allo scopo di ridurre gli esiziali danni ambientali prodotti dalla dannata "mano invisibile"; orientata al soddisfacimento di necessità reali, e non inoculate da pervasive campagne pubblicitarie e culturali?
A quando l' approdo ad una concezione dell' economia come di una scienza votata al raggiungimento di un benessere distribuito, e non come  gendarme al soldo di oligarchie planetarie?
Nel panorama attuale, stante l' incontrastato dominio dei dogmi neoliberisti, non si vede come si possa giungere ad invertire questa tendenza.
A queste derive le sinistre europee hanno risposto allineandosi alle interpretazioni consegnate alle moltitudini dalle élites economiche globali: un arretramento grave delle classi popolari, alle quali non resta che l’estrema risorsa della sollevazione per non vedere il proprio destino, e quello delle generazioni future, consumato ed estinto dalle volontà di potere assoluto manifestato dalle classi dominanti.


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