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martedì 10 novembre 2015

POLITO EDITORIALISTA DELLA DOMENICA di Lorenzo Mortara





POLITO EDITORIALISTA DELLA DOMENICA 
 di Lorenzo Mortara 

RSU FIOM Vercelli 



Pucciare l’editoriale di Polito nel caffellatte, è una delle prelibatezze più raffinate concesse dalla domenica mattina, quando il Corriere ci delizia con la sua pubblicazione. Il tema di ieri, al bar della Confindustria, sono le tasse. Lo svolgimento prevede una panoramica sui pregiudizi in materia della Sinistra, smontati uno a uno con precisione chirurgica dalla sua narrazione scientifica, realistica, quasi vendoliana e assolutamente oggettiva e veritiera. Proprio per questo, non chiedete qualche dato che comprovi le affermazioni a questo Dio delle chiacchiere. Non essendo ideologico, privo di interessi personali e classisti, disinteressato, super partes e liberale antidogmatico come è, bisogna credergli sulla parola perché lui è assiomatico.

Tassare i ricchi è vecchio come la sinistra. Il che spiega la sua storica vocazione minoritaria. Per Sinistra, Polito intende la sinistra odiosa, stalinoide, storicamente compromessa, tuttalpiù socialdemocratica, vagamente keynesiana, trasformista, opportunista, cerchiobottista, carrierista, burocratica, riformista, tsipriota, giammai rivoluzionaria e al dunque sempre capitolarda, schifosamente antimarxista, capitalista, sommamente asina e consociativista. Intende proprio questa chiavica di sinistra che, le poche volte che si è ritrovata al potere, ha sempre abbandonato un qualunque programma del proletariato, anche il meno ricco purché onesto, per la squallida miseria di un programma borghese, stufando le masse salariate fino al punto di trovarsi in men che non si dica all’opposizione (dopoguerra PCI), indi nella pattumiera della Storia negli anni ’90 (PSI) o subito dopo negli anni 2000 (PRC).


 Polito è giustamente preoccupato per questa Sinistra che gli assomiglia. È prodigo di consigli, anche se è incosciente di poterglieli dare solo sbagliati. Vorrebbe vederla vincere ogni tanto, perché teme che il suo eterno fallimento possa far emergere la Sinistra irreconciliabile, quella che non darà una mano né a lui né ai suoi padroni e gli porterà via anche le mutande. Quella a cui fan sorridere le spiegazioni sociologiche, psicologiche e quant’altro purché non materialiste per le vocazioni minoritarie dei presunti avversari. Quella sinistra che sa che in una società in cui il Capitale ha in mano tutto e il Lavoro niente, è molto raro e difficile essere maggioritari, e che proprio per questo si rifiuta di prendere troppo sul serio le elezioni borghesi. Quella sinistra sta spesso in penombra, minoritaria per forza, ma emerge ogni tanto nei periodi cruciali della Storia, perché se ne frega di avere il 51% dei consensi elettorali, in elezioni truccate da un sistema che ha tutte le carte per vincere sempre, e pure la pretesa che tutti i perdenti stiano al suo gioco zitti e in silenzio. Quella sinistra, minoritaria di norma, maggioritaria in via eccezionale, non ha mai vocazioni servili come vorrebbe Polito per poi rinfacciarle la sconfitta a servizio concluso. Quella sinistra, quando avrà gli operai dietro, e possiamo star sicuri che prima o poi li avrà, fossero pure tre gatti, spazzerà bolscevichi e menscevichi del Capitale, avessero pure tutti i consensi del mondo, fregandosene delle vocazioni minoritarie tanto care a Polito, che altro non sono che le sue personali invocazioni per una sinistra finalmente e definitivamente liberale.

 Tolta in teoria quella ereditata, purché lasciata in pratica, la ricchezza nasce dallo studio, dall’abnegazione, dal talento e dall’impegno. È il merito che ti fa ricco e il demerito che ti fa povero, anche se chi studia per diventare ricco ha il solo merito di essere una bestia e si merita solo di non leggere altro che il Corriere.

Con le tavole kantiane prestate al liberalismo in forma restaurata, Polito elimina in un colpo solo sfruttamento, colonialismo, schiavitù, guerre mondiali e imperialismo, dettagli insignificanti derubricati a danni collaterali come l’evasione fiscale e la corruzione. Perché mai una forza di sinistra dovrebbe essere contro il capitalismo, da lui chiamato prudentemente e vigliaccamente «successo economico»? Perché mai, prima di tutto, una forza favorevole al capitalismo deve essere definita di sinistra, suggeriamo noi altrettanto prudentemente ma con un coraggio che lui manco si sogna? Intellettualmente rattrappito, pavido come è, per la risposta fa venire in soccorso Olof Palme citandone il credo di combattente non della ricchezza, ma della povertà. Sovrastrutturale com’è, questa frase vuota, di per sé piace molto al giornalista, perché non tocca i forzieri insanguinati dei farabutti capitalisti suoi amici. Il seguito del combattimento contro la povertà, che Palme intendeva vincere tosando regolarmente il capitalismo come una pecora ma senza ammazzarlo, non viene citato proprio perché comincia a dare contenuto e spessore a una frase vuota. Palme voleva tosare il capitalismo senza ammazzarlo perché era comunque un pastore del sistema capitalista. Noi marxisti non facciamo parte della industria ovina e dei suoi sottoprodotti socialdemocratici. Ma in attesa di portare al mattatoio della rivoluzione socialista padroni, pastori e tutto il gregge belante della carta stampata che gli va dietro, se proprio dobbiamo citare qualcuno, cerchiamo di farlo in maniera completa, non arbitraria e tendenziosa. Se un Olof Palme qualunque tornasse per tosare Marchionne e compagnia anche solo di un capello, Polito strillerebbe come un ossesso. Finché non appare all’orizzonte, lo cita da vero intenditore, dovesse apparire comincerebbe a denigrarlo e a insultarlo.

Confutato il pregiudizio contro la ricchezza con giudizi a posteriori tanto profondamente pensati da lasciare esterrefatti, la sociologia liberale s’arrampica come una dilettante su quella marxista, illuminandola sulla complessità della vita. Un operaio, specialmente in Italia, è uno e trino senza arrivare mai a sintetizzarsi nel Dio Quattrino che lo sfrutta. Può essere – tu pensa! – lavoratore (se non è precario o disoccupato), risparmiatore e consumatore. È grazie a questa trinità che gli può riuscire il miracolo di avere un appartamento, magari in regalo dalla famigliola con l’aureola di ceto medio sulla testa. Subdolamente, Polito, lascia intendere che sia la sinistra indiavolata e cattiva, quella a vocazione minoritaria, che vuole spolpare ceto medio e lavoratore anche di quel poco che, sgobbando una vita, si sono faticosamente guadagnati. Non spiega, all’opposto, che è esattamente la sinistra maggioritaria, renziana, a farlo, perché tagliando le tasse a tutti, aumentano solo le spese dei poveri, ovvero i profitti privati dei padroni. Ed è per questo che, man man che il popolo scornato scopre sulla sua pelle la truffa, la maggioranza renziana s’assottiglia e s’appresta pian piano a diventare minoritaria e a non servire più a niente, tanto che la borghesia dovrà inventarsene un’altra che si spacci per sinistra. Ma alla domenica, a Polito, piace uscire vestito da paladino dei lavoratori e del ceto medio. Perché se tagliare le tasse non è di destra né di sinistra, ma giusto, allora anche lui non è né di destra né di sinistra, ma comunista. Per lo meno la domenica, che lui scambia regolarmente per quella di carnevale...

Poiché è giusto tagliare le tasse a ricchi e poveri, aumentando solo le spese a tutti i cani incatenati giorno e notte in fabbrica, ma non ai porci capitalisti liberi di spassarsela fuori, non mancheranno i soldi per sanità, scuola, trasporti e ammortizzatori, perché basterà evitare gli sprechi per rientrare delle tasse tagliate, laddove per sprechi si intende più o meno il 50% dei dipendenti pubblici ancora da tagliare, per sfruttare ancora di più l’altro 50% lasciando che i dirigenti ladri e farabutti continuino a intascare buone uscite plurimilionarie, quanto più è grande la porcata che hanno fatto, nel pubblico o nel privato o dovunque li abbiano messi a far danni.

Buttati in mezzo alla strada dipendenti pubblici e privati, Polito, dalle categorie kantiane e dalla sociologia marxista, passerà al dubbio cartesiano, assiduo e metodico. Interrogherà Bankitalia per sapere se pagare meno i salari aumenta l’occupazione. Bankitalia dubiterà a lungo con lui sul Ponte dei sospiri, che nel linguaggio degli affari sono i sospiri per il Ponte di Messina, ma nel dubbio tutti e due sapranno che sicuramente aumenta i profitti, e sempre nel dubbio ignoreranno che l’aumento dell’occupazione è l’aumento del monte salari, e che dell’occupazione che aumenta gratuitamente ne facciamo volentieri a meno o la lasciamo ancora più volentieri a loro. Perché noi non facciamo parte «dell’azienda Italia», come letteralmente scrive Polito nell’unico punto del suo editoriale in cui si lascia scappare senza ipocrisie e infingimenti di cosa veramente stia parlando e soprattutto per chi. Noi non ne facciamo parte né mai lo faremo perché come l’Italia non siamo un’azienda, né vogliamo trasformarla completamente in un mercato, perché valiamo troppo per essere venduti, più di tutte le sue aziende di merda messe assieme.

Grazie alla decrescita dell’occupazione, dei salari e dei diritti, però virtuosa, si innescherà la crescita viziosa della ricchezza della nazione borghese che, dopo tanta fatica per finire nelle solite tasche, si poserà non si sa come anche in quelle dei poveracci. Non è ideologia questa. È la scienza dei Polito, la scienza dello sgozzamento delle galline oggi, per le uova d’oro di domani, ieri e dopodomani dei padroni di sempre. Perché è un’utopia finora mai realizzata credere che si possa realizzare la giustizia sociale a colpi di tasse, togliendo ai ricchi per dare ai poveri. È molto più realistico il contrario, togliere ai poveri per dare ai ricchi, perché non basta lasciare che ognuno faccia il cazzo che vuole, rubando tutto quello che può rubare. Se la mano invisibile del mercato è ormai insufficiente per rapinare i poveri, ci vuole quella visibilissima dello Stato, lo stato dei ladri e dei parassiti privati, che li aiuti per completare l’opera che non sanno più fare da soli. E mentre Stato e mercato si danno la mano, sul Corriere, Polito, continuerà a scrivere coi piedi i suoi editoriali della domenica.


 Stazione dei Celti, 

19 Ottobre 2015


dal sito Sindacato è un'altra cosa - Piemonte - Opposizione CGIL


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