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mercoledì 11 novembre 2015

SINISTRA ITALIANA/SI: SPERANZA O PRESA IN GIRO? CE LO DIRA’ LA PRIMAVERA di Norberto Fragiacomo




SINISTRA ITALIANA/SI: SPERANZA O PRESA IN GIRO? CE LO DIRA’ LA PRIMAVERA
di
Norberto Fragiacomo




Sinistra Italiana/SI: sarà il solito sbiadito arcobaleno?
Dopo il flop dell’insulsa Rivoluzione Civile, soffocata in culla dai borbottii né carne né pesce di Ingroia, e il voltafaccia di Alexis Tsipras la riproposizione dell’ennesima sinistra di alternativa – composta, per di più, di ex piddini e parlamentari di SeL – difficilmente poteva scatenare entusiasmi. Chi scrive nutriva seri dubbi sulla serietà dell’operazione, e ne ha ancora, ma prende atto di alcune interessanti novità, per ora meramente cartacee. Scorrendo “La Sinistra si organizza. Ecco il documento” (1) e “Ora unire e allargare la Sinistra” (2) mi sono imbattuto in alcune affermazioni per me lapalissiane, ma tutt’altro che scontate: si prende atto che “la stagione del centro-sinistra è finita” e che il PD, “dominato dall’agenda liberista dell’Eurozona”, è un avversario come tutti gli altri, che “vive ormai con fastidio il modello disegnato dalla Costituzione repubblicana”; si seppellisce il falso mito degli “Stati Uniti d’Europa”, funzionale “solo a svuotare ulteriormente le democrazie nazionali, assoggettandole al controllo di organi tecnocratici” (e infatti, sabato scorso, il messaggio europeista di Santa Laura Boldrini è stato sonoramente fischiato); si osa auspicare una “sinistra patriottica per la sua capacità di rappresentare in chiave non regressiva i bisogni profondi della nostra comunità nazionale”, pensionando quel surrogato di sano internazionalismo che, per riflesso pavloviano, nascondeva agli occhi di tanti compagni la natura oppressiva ed antidemocratica dell’Unione Europea. Certo, ci sono anche gli strali lanciati contro il fantasma della “Cosa rossa”, che il buon Landini non ha alcuna intenzione (né il coraggio) di battezzare, ma questa è fuffa, un espediente comunicativo per allontanare da sé l’accusa sempre in canna di estremismo, immediatamente scagliata, comunque, dai pennivendoli “progressisti” agli ordini di Matteo Renzi.

Non so chi abbia scritto materialmente i documenti, ma ad ispirarli è stato senz’altro Stefano Fassina, il più lucido e preparato fra i fuoriusciti dal PD. Quasi tre anni fa gli dedicai un articolo al vetriolo, che non rinnego affatto (Stefano Fassina conservatore doc): allora recitava un ruolo ambiguo, ma a differenza di numerosi compagni il sottoscritto ritiene che gli uomini possano cambiare, in meglio o in peggio, per effetto di esperienze, letture, prese di coscienza e drammi personali. Pensate che sarebbe successo se Lenin, anziché riavvicinarsi a Trotsky, lo avesse crocifisso al suo passato di menscevico!

Fassina, dicevo: è stato l’anima e il protagonista indiscusso dell’assemblea di sabato a Roma, dettando la linea e lanciando messaggi a loro modo rivoluzionari, indigeribili per chi antepone l’etichetta al contenuto (solo parole, dirà qualcuno: ma è la capacità di articolarne a distinguerci dagli animali, ed anche Costituzioni, manifesti e leggi non sono, in fondo, che una sequenza di parole). Non c’è soltanto l’accenno al “patriottismo”, termine di cui conviene riappropriarsi dopo averlo ripulito dalle scorie nazionaliste: piacciono a chi scrive l’apertura a Diego Fusaro – che del messia ha solo qualche atteggiamento, ma come pensatore è stimolante (3) - l’accenno all’irrecuperabilità del PD e l’impegno assunto a non sostenerne “per consuetudine” i candidati in eventuali ballottaggi amministrativi. Quella che è stata bollata come un’apertura al M5S è nient’altro che il (prezioso) riconoscimento che il fatto di provenire da un’esperienza comunista, nel frattempo tradita, non dà diritto ad una delega in bianco: si valutino i programmi, non i pedigree!

Viste le premesse sono andato a sentirmi il compagno Fassina al Caffè S. Marco di Trieste, lunedì pomeriggio: era fra noi per presentare il libro “La Germania: il problema d’Europa?” del sempre acuto professor Pastrello. Si sarebbe discusso di Europa, ed io avevo in mente di intervenire, ponendo uno o due quesiti. Non l’ho fatto, la piega presa dalla conversazione li avrebbe resi inutili o “provocatori”, e alla fine me ne sono andato deluso e un po’ triste per aver appreso della scomparsa di Luciano Gallino, un uomo che – a 88 anni – aveva ancora moltissimo da dire. Perché deluso? Perché Fassina ha detto cose sacrosante sul PSE (“subalterno da trent’anni al paradigma liberista”) e, in particolare, sull’SPD (“è indistinguibile dai conservatori, liberista al 100%, indisponibile a prendere anche solo in considerazione l’ipotesi di investimenti pubblici”), ha spiegato che l’austerità e le “riforme strutturali” sono connaturate all’ideologia ordoliberista imperante anzitutto in Germania (che per lui è effettivamente il problema d’Europa), perché “i trattati, da Maastricht al Fiscal compact, funzionano attraverso la sistematica svalutazione del lavoro e perciò sono insostenibili, come ammettono anche gli economisti mainstream” – ma sull’euro e l’Unione Europea si è prodotto in una ritirata strategica che non prevedevo. Ricordando Gallino – il quale nel suo ultimo articolo, datato 22 settembre, sosteneva la convenienza per l’Italia di uscire dalla moneta unica – ha detto testualmente, se i miei appunti non mi ingannano (comunque la sostanza è questa): “io sul punto non sono d’accordo. Si potrebbe valutare un’uscita condivisa dall’euro senza uscire dalla UE e senza forzature”.

Era questo il Piano B cui aveva fatto riferimento in precedenza? Se sì è ben misera cosa, e non solo pel fatto – ricordato con efficacia da Pastrello – che i mercati ci guardano, e anticipano le nostre azioni: se mai si formasse, il fronte mediterraneo che Fassina auspica si troverebbe a trattare, “a legislazione vigente”, da una posizione di estrema, irrimediabile debolezza. La stessa lettura fassiniana della crisi, pur eccessivamente germanocentrica, esclude in radice la possibilità di una resipiscenza di Berlino e Bruxelles, che rifiuterebbero qualsiasi concessione proprio perché convinte che la loro politica “ordoliberista” sia l’unica meritevole di essere perseguita. Per ottenere qualcosa le “forzature”, finanche i ricatti sono indispensabili – e tuttavia non risolverebbero il problema, perché la UE, al pari del PD e del SPD, è assolutamente irrecuperabile, votata ad un progetto di dominio, privatizzazione e sfruttamento che non conosce alternative. Che senso ha dire no – anzi, ni - all’euro tenendosi libertà di stabilimento (=diritto di delocalizzazione) e libera circolazione dei servizi? L’errore assomiglia a quello di Paolo Ferrero, che dopo aver paragonato la UE al nazismo dice che comunque Tsipras ha fatto bene a negoziare fino alla fine, visto che non aveva altre possibilità. Ma allora tanto valeva accettare senza lamentarsi il proprio destino (la “gabbia d’acciaio” di Fusaro), come fa la vittima che, persuasa di non essere in grado di sopraffare il suo aguzzino né di potergli sfuggire, affida mesta l’anima a Dio, reputando più dignitoso rivolgere una preghiera ad un ipotetico Altissimo che sprecare il fiato con uno spietato delinquente.

Miopia da economista che pensa il futuro in termini di numeri e formule assai somiglianti a scongiuri o semplice diplomazia, desiderio di non spaventare troppo un uditorio comunque scosso, e che la replica di Gabriele Pastrello (“Io sono più pessimista di te… la proposta dei cinque saggi tedeschi di meccanismi di cacciata automatica per i Paesi con debiti pubblici troppo alti mi ha ricordato Carl Schmitt: lo sfondo delle politiche economiche tedesche è il Grande Spazio al cui interno c’è una potenza che ordina, gerarchizza”) non ha contribuito a rasserenare? Me lo chiedevo iersera e me lo chiedo anche adesso, mentre butto giù queste righe.

Gli interrogativi si accavallano, ansiogeni, ed uno mi viene suggerito da un commento della compagna Nerla (“se Fassina, il migliore fra quelli di SI, è stato deludente, figuriamoci sentire gli altri”): tutti i proclami e i proponimenti di questi giorni, da me apprezzati, non rischiano di restare cartacee buone intenzioni? Il furbo Michele Emiliano già briga per fare di SI un satellite del PD, spendibile nell’immediato e soprattutto in un ipotizzabile dopo-Renzi, ma – anche al di là di ciò – siamo davvero convinti che i cacicchi locali di SeL rinunceranno a cuor leggero a remunerative alleanze elettorali, cioè a posti e prebende? In Friuli Venezia Giulia, ad esempio, questo è da escludersi… non è assurdo pensare che l’idea di concedere inizialmente la ribalta al lucido e combattivo Fassina sia stata cinicamente concepita da gruppi di potere interessati ad “ammorbidire” il PdR con la minaccia di un sabotaggio elettorale.

Per quanto mi riguarda, sono dell’avviso che una sconfitta di Renzi alle elezioni amministrative (non importa da chi inferta) gioverebbe al Paese e alle classi subalterne – se perciò la linea indicata da Stefano Fassina diventasse quella ufficiale di SI ne prenderei atto con soddisfazione.
La matassa si dipanerà a primavera.



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NOTE


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