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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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domenica 19 ottobre 2014

NON CI PARLO CON I FASCISTI







NON CI PARLO CON I FASCISTI




Franco Turigliatto, ex senatore e ora dirigente di Sinistra Anticapitalista, è sotto processo perché, nella campagna elettorale del 2008, ha abbandonato lo studio di Porta a Porta per contestare la presenza di Roberto Fiore di Forza Nuova, partito che si richiama esplicitamente ai valori del Ventennio e che si inserisce nell'ondata reazionaria che investe l'Europa, dalla Francia alla Grecia, dall'Ungheria all'Ucraina.

Il leader della formazione di estrema destra non gradì le considerazioni politiche di Turigliatto e del suo partito e il loro richiamo alle norme della Costituzione che impediscono l'apologia del fascismo e la ricostituzione di partiti che si rifacciano a quelle pratiche politiche violente e xenofobe.

Sei anni dopo, con decreto penale richiesto dalla Procura di Roma, un Gip ha condannato la “diffamazione" di Turigliatto, senza nemmeno che Franco abbia saputo di essere stato denunciato, a una pena pecuniaria irricevibile sul piano politico.

Franco si è opposto alla condanna, così il 4 novembre, a Roma, inizierà finalmente il processo pubblico. Noi siamo solidali con Franco Turigliatto e con tutti coloro che, in Italia e in Europa, si battono contro l'aggressività delle formazioni di estrema destra.

L'antifascismo non si processa, è scritto nella Costituzione italiana!




Qui il video di Porta a Porta del 14 marzo 2008
https://www.youtube.com/watch?v=K6KuoCFroT4






SERATA DI SOLIDARIETA’ ANTIFASCISTA



Intervengono:

Saverio Ferrari dell’osservatorio sulle nuove destre

Aldo Giannuli docente università statale di Milano

Sarà presente

Franco Turigliatto Sinistra Anticapitalista




MERCOLEDI 22 OTTOBRE ALLE ORE 21 A MILANO

Sala Livio Maitan - via Varchi 3 

(atm 90/91/92/82 passante Bovisa)




giovedì 16 ottobre 2014

CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE O DELLA DEMOCRAZIA LOCALE? di Giuliana Nerla e Norberto Fragiacomo






CANCELLAZIONE DELLE PROVINCE O DELLA DEMOCRAZIA LOCALE? 
di Giuliana Nerla e Norberto Fragiacomo





Di seguito pubblichiamo un interessantissimo articolo divulgativo sul tema, alquanto scabroso, dell’annunciata soppressione delle Province. L’autrice è Giuliana Nerla, fondatrice (assieme al segretario locale del PRC) della lista Montegiorgio in Movimento e consigliera nell’omonimo Comune: con acume, e col senso pratico che le deriva dall’esperienza amministrativa (è stata assessore e vicesindaco), la compagna Nerla analizza le conseguenze di una riforma che non c’è, evidenziando – fra l’altro – il probabile aumento dei costi e le ferite inferte alla democrazia. A corredo della trattazione c’è un appunto del sottoscritto sul processo di riforma in Friuli Venezia Giulia, Regione a Statuto speciale con competenza primaria in materia di ordinamento degli enti locali.
Preciso di non essere un fan incondizionato di quella che potremmo definire “democrazia storica occidentale novecentesca”, per certi versi una caricatura dell’idea democratica. La democrazia, quella vera, implica, infatti, la partecipazione consapevole del Popolo alla vita comunitaria, cioè un livello medio elevato (e tendenzialmente uniforme) di istruzione, acculturamento e interesse per la cosa pubblica – obiettivo raggiungibile solo in una società egualitaria. Oggidì l’elettore vota spesso a caso, se non in stato d’ipnosi, complici i media di regime che, anziché informare, convincono, terrorizzano, dissuadono – in una parola, plagiano.
A livello locale, tuttavia, l’operazione plagio risulta più difficoltosa, perché le questioni da affrontare – al pari di candidati e programmi – sono ben conosciute dalla cittadinanza: questo permette, talvolta, inattese affermazioni di liste “eretiche” come Montegiorgio in Movimento, capace di raccogliere il 20% dei voti contrastando, inequivocabilmente da sinistra, il disegno neocentrista del PD allora bersaniano, oggi renziano.
Non tollerando più queste interferenze, “il partito unico delle due coalizioni (PD, Forza Italia e formazioni satellite)” prova a mandare al macero la democrazia locale, l’unica rimastaci, cancellando le elezioni provinciali e – perlomeno in Friuli Venezia Giulia – svuotando quelle comunali di significato politico.
Penso che, come Sinistra, dovremmo concentrare le forze nella difesa dei (minimi) spazi di democrazia ancora esistenti: per certi versi un Consiglio comunale (o provinciale) è più rappresentativo della volontà popolare di un Parlamento di nominati colonizzato dalle forze partitiche gradite al sistema neoliberista.

mercoledì 15 ottobre 2014

IL PD NUOVA CERNIERA MODERATA DELLA GOVERNABILITA' DEL SISTEMA - PAESE di Franco Bartolomei










IL PD NUOVA CERNIERA MODERATA DELLA GOVERNABILITA' DEL SISTEMA - PAESE 
di Franco Bartolomei



La Partita giocata da Renzi da tre anni nel PD  per la sua trasformazione da partito della sinistra di governo, centro di alleanze  di governo costruite in una logica bipolare, sostanzialmente legato nelle sue politiche, pur con grandi limiti e contraddizioni, alle socialdemocrazie  d'europa, a nuova cerniera, centrale e moderata, della  governabilità del sistema-paese  attorno a cui andrà a ruotare il nuovo sistema politico in via di ricomposizione, è ormai bella e chiusa .
La abolizione dell'art 18 è un punto di non ritorno su questa via della trasformazione strutturale del PD verso la piena  assunzione del ruolo di centro politico del sistema paese, deputato a mediare gli interessi in gioco sempre in termini di assoluta garanzia delle compatibilità di sistema, all'interno di un sistema politico che si punta a rendere sostanzialmente unipolare  .
Questo disegno di cui Renzi è solo la faccia esterna, che punta alla trasformazione del PD nello stabile asse di riferimento della governabilità del paese,secondo tutti i dettami  di Strasburgo, ed in nome rispetto rigoroso delle compatibilità  complessive del sistema bancario e  finanziario che regola l'attuale modello di sviluppo occidentale, si è compiuto addirittura prima del previsto, e purtroppo senza neanche  uno scontro interno palese ed esplicito in quel partito  con tutti quelli che, anche se in modo illusorio ed ipocrita, avevano concepito il PD come la possibile esaltazione di una sinistra di governo moderna in grado costruire una forte egemonia progressista sulla società civile .

La fase politica che abbiamo appena attraversato ha in realtà preparato adeguatamente questo esito, e ora diviene di ancor più facile lettura se analizziamo con attenzione il senso della assoluta assenza di una opposizione sostanziale, ormai garantita stabilmente dopo i primi tentennamenti, da parte di Forza Italia e del suo leader Berlusconi al governo Renzi .

E' evidente come Berlusconi , non solo in cambio dello scioglimento delle sue ambasce giudiziarie, si sia messo anch'esso, dopo i montiani, completamente a disposizione, di un disegno di consolidamento degli equilibri del nostro sistema -paese attorno ad un quadro politico che possa assicurare una gestione, senza tentennamenti, delle grandi scelte di compatibilità, che dovranno inevitabilmente essere adottate in linea con le necessità del nuovo sistema globale, integrato e vincolante, di relazioni finanziarie e geo-politiche che l'occidente sta ricostruendo come via d'uscita complessiva alla crisi finanziaria ed economica delle proprie economie sviluppate.

In attuazione di questo obiettivo il Cavaliere, per ciò che lo compete, sta sistematicamente lavorando ad una "eutanasia" progressiva di Forza Italia, con l'obiettivo, neanche particolarmente dissimulato , di favorire, direttamente o indirettamente, il consolidamento di un ulteriore forte consenso dell' elettorato moderato attorno a Renzi , che vada a consolidare la prima confluenza di consensi sul suo nuovo PD gia' realizzata alle europee dai Montiani, in modo da rendere il presidente del consiglio libero da qualsiasi possibile forte condizionamento da parte della componente interna del PD ancora legata ad una tradizione di sinistra, e metterlo, in prima battuta, nelle condizioni di essere pienamente in grado di agire del tutto liberamente nelle scelte di politica sociale, finanziaria , economica , fiscale, ed internazionale ,che dovranno necessariamente caratterizzare la propria azione di governo immediata .

Il disegno è però molto più ampio, ed il consenso di Forza Italia al progetto Renziano di riforma elettorale ed istituzionale ne rappresenta solo un aspetto particolare.

In prospettiva, ed in caso di necessità, l'obiettivo è lavorare in modo che Renzi al momento opportuno, in un eventuale possibile futuro confronto elettorale che dovesse scaturire da una crisi verticale dei rapporti interni del PD, divenga in condizione di poter costruire attorno alla sua nuova leadership una vittoria elettorale di un PD, in cui i conti interni siano definitivamente regolati anche attraverso una fuoriuscita di parte della sinistra , finalmente pienamente trasformato in una grande forza moderata di massa, che divenga nel lungo periodo l'asse politico di riferimento del processo di riorganizzazione del paese richiesto dai nuovi assetti di potere economico e politico sovranazionale a cui l'occidente ha ormai riaffidato, dopo lo sbandamento degli ultimi anni successivi al 2008, il ruolo di guida e definizione delle caratteristiche dei propri modelli sociali e politici.

Purtroppo l'insipienza di ciò che resta della Sinistra Italiana sembra renderlo un disegno perfetto, nonostante sia pieno di buchi , e soprattutto sia fondato su un'ipotesi di modello economico non più fondato su uno schema di crescita e di sviluppo reale, ma caratterizzato da un andamento tendenzialmente stagnante all'interno di un quadro di fortissimi vincoli di spesa pubblica, totalmente privo di politiche anticicliche e di interventi di riequilibrio sociale , e gestito attraverso un sistema di relazioni economiche che ,non andando a riequilibrare i processi di redistribuzione della ricchezza sociale esistenti , finirà, inevitabilmente, per collidere nelle sue implicazioni sociali con un assetto costituzionale pienamente democratico.
Un sistema globale integrato strozzato da gravi contraddizioni sociali, che già da ora ricomincia a mettere nel conto un possibile scontro frontale con le forti realtà politiche ed economiche esterne ad esso, a cominciare dai Bric, ed in particolare Russia e Cina, come strada pericolosissima di un tentativo estremo di possibile risoluzione delle proprie insolubili contraddizioni interne .

Da questo ragionamento scaturisce per corollario logico che I Socialisti che non sono d'accordo con Nencini sulla confluenza, esplicita o camuffata fa lo stesso, nel PD, debbono risolversi finalmente a lavorare ad un nuovo processo costituente a Sinistra con una loro nuova soggettività politica organizzata , aspettando i reduci sconfitti della sinistra diessina fuori dal PD, e con essi radunare tutto ciò che da sinistra è fuori dal progetto renziano , anche riassorbendo tutta l'esperienza della lista Tsipras, su un progetto di ricostruzione, in termini nuovi, della sinistra, fondato su un modello alternativo della crescita e dei rapporti sociali .



12 ottobre 2014

L'autore è membro della Segreteria Nazionale del PSI

La vignetta è del Maestro Mauro Biani



martedì 14 ottobre 2014

ROMA: LA BATTAGLIA DECISIVA DEI LAVORATORI LICENZIATI DA MULTISERVIZI



Roma, 23 settembre: i lavoratori licenziati da Multiservizi in attesa di entrare in Consiglio Comunale



ROMA: LA BATTAGLIA DECISIVA DEI LAVORATORI LICENZIATI DA MULTISERVIZI



Indubbiamente, la stampa locale si è occupata a più riprese della questione dei lavoratori licenziati da Roma Multiservizi SpA al principio di settembre. Ma se si vuole davvero inquadrare questa vicenda, è necessario in primo luogo precisare che Multiservizi appartiene per il 51% alla Municipalizzata Ama e per il 49% a Manutencoop Pscarl e, in secondo luogo, tornare un po’ indietro nel tempo. A quando, cioè, con Alemanno ancora Sindaco, è stata indetto un bando di gara relativo al servizio della manutenzione del verde nelle scuole statali, in cui non era inserita la clausola della salvaguardia dei livelli occupazionali. La relativa procedura di aggiudicazione si è conclusa nel marzo 2014, ed ha portato alla sostituzione di Multiservizi, affidataria del servizio fino al giugno 2013, con un nuovo soggetto: un Consorzio di imprese del settore florovivaistico. Multiservizi ne ha subito approfittato per liberarsi del personale considerato “di troppo”, per giunta ritoccando i numeri che aveva presentato nel bando di gara. Gli operai di cui disfarsi – o da far lavorare a condizioni peggiori – sono così passati dagli originari 32 a 52. Includendo nella lista, quindi, anche persone che non si sono mai occupate del servizio in questione e che lavoravano invece nei parchi o negli altri numerosi settori di competenza della SpA. Quel che potrebbe sorprendere, se non si vivesse in una fase particolarmente delicata e sfavorevole per i lavoratori, è che – prima di arrivare alle lettere di licenziamento, pervenute agli interessati il 2 settembre – la Società ha esternato la sua volontà ai dipendenti attraverso due sms. Il primo, arrivato il 21 luglio, convocava un appuntamento per il 23 ai fini di una parziale – e non negoziabile – ricollocazione: 15 ore settimanali per 8 mesi. Ci si chiederà: quali erano le condizioni precedenti? Invero, non esisteva un parametro valido per tutti, e si poteva lavorare per 20, 30, 40 settimanali, ma se si considera che a 30 ore corrispondeva un salario di 800 euro scarsi, si metterà meglio a fuoco il senso dell’”offerta” aziendale. Il secondo sms, arrivato alla fine del mese di agosto, convocava un nuovo appuntamento e ribadiva la linea, risultando ancor più perentorio nel definire un aut aut tra l’accettazione delle nuove condizioni e la cessazione del rapporto di lavoro. Solo due o tre dipendenti hanno accettato questi “inviti”, mentre il grosso dei lavoratori maturava la volontà di lottare per il ritorno di tutti alla situazione precedente, semmai con un miglioramento dei parametri per i più svantaggiati. Del resto, vi erano stati segnali istituzionali in qualche modo incoraggianti: una mozione approvata dall’Assemblea Capitolina nel suo ultimo giorno di lavoro prima della pausa estiva, nella notte tra il 6 e il 7 agosto, impegnava il Sindaco e la Giunta “ad avviare, nei confronti del personale di Roma Multiservizi SpA (…) la procedura prevista dalla legge n. 147/2013 (…) al fine di ricollocare i lavoratori in esubero, nell’ambito della medesima società ovvero presso altre società controllate da Roma Capitale”.

L’azienda, però, non ne ha tenuto conto e al principio di settembre ha appunto ufficializzato il licenziamento per i lavoratori. I quali, il 4 dello stesso mese, in occasione di una riunione della Commissione Politiche Ambientali di Roma dall’esito deludente (perché vi si è proposto il passaggio da 15 a 24 ore settimanali) hanno proceduto all’occupazione della Sala Riunioni delle Commissioni Consiliari, in Largo Loria. Questa iniziativa di lotta, durata alcuni giorni, ha visto i lavoratori muoversi assieme all’USI e col sostegno dell’USB. I sindacati confederali, dal canto loro, hanno invece sostanzialmente accettato le condizione “proposte” dalla controparte. Lo dimostra, tra l'altro, il verbale di Riunione fra queste organizzazioni e Multiservizi del 10 settembre, che i lavoratori hanno contestato perché non prevedeva il ritiro dei licenziamenti, bensì una riassunzione, sulle basi di cui s’è detto, a partire dal 1 ottobre. L’atteggiamento remissivo dei sindacati confederali, speculare all’arroganza aziendale, cozza inevitabilmente con alcuni dati reali. Multiservizi, altrove, continua a dedicarsi alla pratica controversa dei subappalti, assegnando a ditte private, cooperative ecc., l’esecuzione di lavori per i quali ha vinto il bando di gara. Il che, peraltro, può forse portare con sé problemi di ordine legale. I subappalti vengono autorizzati – secondo normativa - dal Comune, ma in realtà essi dovrebbero limitarsi a mansioni straordinarie, non inserite nei bandi (per esemplificare, in un settore come quello di cui stiamo parlando, potrebbero concernere, poniamo, la potatura di alberi di alto fusto ma non l’ordinario sfalcio dell’erba). Non solo, giustamente i lavoratori hanno sottolineato che AMA, in qualità di azionista di maggioranza di Multiservizi, dovrebbe farsi carico della situazione. Tanto più che – in alcuni suoi settori d’intervento – si registra un clamoroso deficit di personale. Si pensi ai cimiteri, dagli 8 minori, suburbani, ai due maggiori: Verano e Prima Porta. Alla cura di quest’ultimo – dall’estensione di ben 180 ettari – sono incredibilmente addetti solo 4 dipendenti. Ma AMA e Multiservizi, pur essendo in condizioni di farlo, non intendono venire incontro alle istanze dei lavoratori.

Non pochi, in questo atteggiamento, vedono una sorta di ripicca per essere stati battuti in una gara pubblica. Deve essere stato, del resto, un notevole smacco per chi è abituato a ottenere tutto e a muoversi – come rivela la faccenda dei subappalti – secondo un sistema di regole “fai da te”. Anche in considerazione di ciò, la vicenda dei lavoratori Multiservizi appare di grande rilievo. Perché apre una finestra su un mondo peculiare, dove – in genere – la mano destra non sa (o fa finta di non sapere) quello che fa la mano sinistra: il Comune ignora come si muovono le società che controlla, l’AMA fa capire che l’operato di Multiservizi non è un suo problema ecc. Ma a ben vedere le implicazioni sono anche maggiori. L’esito di questa battaglia avrà modo di riverberarsi su tutte le vicende simili che si verificheranno in città nei prossimi tempi. Intanto, c’è il problema che riguarda i bandi di gara, sempre più al ribasso. L’Osservatorio del Lavoro, incontrato di recente dai dipendenti Multiservizi licenziati, ha chiesto che la clausola di salvaguardia dell’occupazione sia inserita in tutti i futuri cambi d’appalto. Ma non tutti al Comune sono d’accordo: secondo Gaetano Altamura, Direttore del Dipartimento Ambiente, quella clausola sarebbe inapplicabile, perché pregiudizievole verso la “capacità ambientale”. Ora, se passasse questa linea iper-aziendalistica, la situazione, per i lavoratori, diventerebbe a dir poco infernale: a ogni appalto perduto, le diverse società coglierebbero l’occasione per sfoltire a proprio piacimento il personale. Ma non basta, la vicenda in questione ha molto a che fare pure con il complessivo processo di dismissione delle aziende Municipalizzate e Partecipate. Il Piano di Riequilibrio di Roma Capitale – concordato nel luglio scorso tra Consiglio dei Ministri e Giunta Capitolina in seguito all’emanazione del Decreto “Salva Roma” – prevede appunto che la partecipazione in Multiservizi sia totalmente dismessa, però garantendo i “livelli occupazionali”. I lavoratori si sono fatti scudo anche di questa garanzia formale, arrivando a richiedere un incontro col Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ne hanno ottenuto una presa di posizione del Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri che, il 23 settembre, ha inviato una comunicazione al Comune, chiedendogli un chiarimento sulla vicenda.

Se Multiservizi, nella sua protervia, dovesse comunque vincere, si spianerebbe la strada – nell’attuazione del suddetto Piano di Riequilibrio – ad una macelleria sociale senza precedenti, con la perdita di migliaia di posti di lavoro. Del resto, le regole formali definite dalla controparte non vengono mai applicate in automatico, e funzionano da garanzia per i lavoratori subordinati solo se questi mettono in campo un adeguato livello conflittuale. Per questo, l’attuale lotta dei lavoratori licenziati da Multiservizi va sostenuta da tutti. In queste settimane, è vero, non sono mancati gli attestati di solidarietà da parti di diversi consiglieri comunali. Ma, ispirati o in cerca di visibilità che siano, non è certo da questi ultimi che può arrivare il sostegno decisivo. In un comunicato redatto nei giorni dell’occupazione della Sala Riunioni delle Commissioni Consiliari si chiedeva giustamente la solidarietà non solo dei movimenti sociali, ma anche dei sindacati e dei lavoratori in lotta. Il che, tradotto in altri termini, può voler dire che è tempo di rilanciare una vertenza generale nei confronti di Roma Capitale, tale da riallacciarsi alla lotta che – nei mesi scorsi – ha portato migliaia di dipendenti del Comune, delle Municipalizzate e Partecipate a far sentire la propria voce in difesa del posto di lavoro.
Il Pane e le rose – Collettivo redazionale di Roma



25 settembre 2014











I DOLLARI CLONATI di Patrizio Paolinelli




I DOLLARI CLONATI 
di Patrizio Paolinelli

E’ possibile che sul pianeta circolino miliardi di dollari stampati clandestinamente in Corea del Nord con la complicità dei servizi segreti statunitensi? A leggere “Supernotes” (Mondadori, 389 pagg., 19,00 euro) parrebbe proprio di sì. Gli autori del libro sono l’Agente Kasper e Luigi Carletti. Quest’ultimo è conosciuto da molto tempo come giornalista e scrittore. Kasper invece è dagli anni ’90 una celebrità nei ristretti ambienti degli 007 ma ignoto al grande pubblico, almeno fino a ieri. Fino a quando, avvalendosi dell’eccellente penna di Carletti, non ha deciso di pubblicare il resoconto romanzato dei suoi 373 giorni di prigionia in Cambogia, dal 27 marzo 2008 al 4 aprile 2009. 
Ma andiamo con ordine. Da ragazzo Kasper vive la stagione degli anni di piombo e simpatizza per il Fronte della Gioventù. Per evitare che scivoli nell’eversione nera la madre lo fa entrare nell’arma dei Carabinieri dove assolve agli obblighi di leva. E’ la svolta: da lì passa nei servizi segreti italiani, prima il Sismi e poi il Ros. Per circa trent’anni svolge il ruolo di agente sotto copertura collaborando per molto tempo con Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia dal 1997 al 2005. Ufficialmente Kasper è un pilota dell’Alitalia. Mentre nell’oscuro mondo dell’intelligence è un eccezionale infiltrato capace di portare a termine missioni particolarmente audaci contro il narcotraffico. Una delle sue operazioni più brillanti, denominata “Pilota”, ha ispirato una fiction in due puntate andata in onda su RaiUno nel 2007.
A metà degli anni ’90 in Indocina stanno affluendo ingenti capitali mafiosi per essere ripuliti attraverso società di comodo. E così Kasper nel 1994 apre un locale a Phnom Penh, lo Sharky’s bar, in società con due americani. Uno dei quali, Clancy, è un agente della Cia con cui Kasper ha un rapporto di profonda stima e amicizia tanto da chiamarlo “zio Clancy”. Il locale è frequentato principalmente da diplomatici, funzionari delle ambasciate, spie e trafficanti vari. Insomma un buon punto di osservazione per partire a caccia dei soldi della mafia. Proprio durante questa caccia Kasper si imbatte nelle supernotes, ossia in dollari che sono dei veri e propri doppioni di quelli legalmente in circolazione. A un certo punto zio Clancy mette in contatto Kasper con un agente americano. Il quale gli chiede di indagare sull’uscita di grandi quantità di verdoni dall’ambasciata nordcoreana di Phnom Penh. Tramite un senatore cambogiano Kasper riesce a entrare in contatto con i nordcoreani. L’esca consiste nella vendita di tre aerei da trasporto passeggeri aggirando le sanzioni americane. L’affare sembra ormai concluso quando all’improvviso arriva una telefonata. E’ il senatore che esorta Kasper e Clancy a lasciare subito la Cambogia: “Leave town now”. I due fuggono precipitosamente, ma alla frontiera con la Thailandia vengono arrestati per reati fiscali. Un pretesto che dà il via al lungo calvario di Kasper.
Per oltre un anno un mito dell’intelligence italiana marcisce nelle fetide prigioni cambogiane dove viene ripetutamente picchiato e torturato. Sopravvive solo grazie alla sua eccezionale tempra psico-fisica e ai soldi che la famiglia gli invia dall’Italia e con cui riesce a tenere buoni i suoi aguzzini. In Italia nessuno si occupa di lui. Non i Carabinieri, non la magistratura, non la Farnesina. Insomma per le istituzioni il caso Kasper non esiste, neppure ufficiosamente. Esiste solo per la sua famiglia, che a Roma contatta un avvocato, Barbara Belli, nel disperato tentativo di far uscire Kasper dall’inferno in cui è precipitato. Ma come è possibile un tale disinteressamento? Kasper ha ficcato il naso in questioni troppo scottanti: le supernotes. E’ venuto a conoscenza che le zecche degli States sono tre: due si trovano negli USA e la terza in Corea del Nord, nei dintorni di Pyongsong, una città chiusa agli stranieri. La zecca orientale fa parte di una struttura della Divisione 39 appartenente ai servizi segreti della Repubblica popolare. Lì si producono dollari con carta, matrici e inchiostri che non sono una perfetta imitazione di quelli americani: sono gli originali. Ma perché gli Usa avrebbero dovuto impiantare una zecca in casa dei loro arcinemici?
La spiegazione dell’intrigo arriva alla fine del libro per bocca di un diplomatico francese, Louis Bastien, che con uno stratagemma riesce a far evadere Kasper dal famigerato Centro rieducativo di Prey Sar. Il budget dell’intelligence americana è di 85 miliardi di dollari. Ma ne occorrono molti di più per spiare tutto e tutti in ogni angolo del mondo e per sostenere finanziariamente infinite operazioni illegali. Dunque è qualcuno da oltreoceano che ha incastrato Kasper. Ricostruendo il puzzle il nostro agente comprende che è stato proprio zio Clancy a tessere la rete in cui è caduto. Perché questa trappola? Forse Kasper è rimasto vittima di uno scontro tra le diverse agenzie degli States. O forse, come sostiene Bastien si è trattato di un “test di tenuta” per mettere alla prova l’affidabilità dei nord-coreani e la loro impenetrabilità. E se qualcuno ci rimette la pelle fa parte del gioco. D’altra parte che una verifica vada fatta è nell’ordine delle cose perché, seppur senza alcun seguito, nel 2006 l’Interpol si era occupata delle supernotes. Successivamente, nel 2010, un giornalista tedesco, Klaus Bender, pubblicherà un lungo e dettagliato articolo sull’argomento.
Stranamente Kasper-cavia la pelle riesce a portarla a casa. Stranamente perché da queste situazioni non si esce vivi. Sta di fatto che addirittura pubblica insieme a Luigi Carletti un libro di successo sull’intera vicenda. Un libro già tradotto in Francia e con buone chance per arrivare sul grande schermo. Ma è un libro che ha anche un contenuto personale. Tradito da coloro che riteneva suoi fratelli, gli americani, abbandonato dai suoi compatrioti, gli italiani, il mondo è crollato addosso a Kasper. Tutto ciò in cui credeva, le istituzioni e i miti dannunziani, si sono sgretolati. E forse è anche per questo che Kasper si toglie alcuni sassolini dalle scarpe: conferma l’esistenza di Gladio (di cui faceva parte), ci informa di un piano dei servizi statunitensi per eliminare uomini di Nelson Mandela in Europa, denuncia la subalternità della nostra intelligence agli interessi d’oltreoceano. C’è da aggiungere che se le supernotes raggiungono davvero giganteschi volumi esse ci rivelano quanto le leggi dell’economia siano storicamente determinate e quanto sia diventata opaca la nostra democrazia.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 4 ottobre 2014.





lunedì 13 ottobre 2014

ROMA, 1 SETTEMBRE: ASSEMBLEA DEI LAVORATORI DELLA SCUOLA





ROMA, 1 SETTEMBRE: ASSEMBLEA DEI LAVORATORI DELLA SCUOLA  (30 Agosto 2014) 

Considerato che la riforma della scuola sarà presentata mercoledì 3 settembre, (A darne conferma il Primo Ministro Matteo Renzi che assicura essere pronta e che il rinvio è dovuto soltanto ad una questione comunicativa: Troppa carne sul fuoco oggi al Consiglio dei Ministri la riforma sarà presentata mercoledì. La notizia è stata data dall'agenzia ASkCA)

Riteniamo che:

UNITI POSSIAMO LOTTARE CONTRO I PIANI DEL GOVERNO  
DIVISI ABBIAMO GIÀ PERSO 

 Con questa convinzione ci riuniremo in assemblea lunedì 1 settembre, riproponendoci di imparare dagli errori passati. Negli ultimi anni gli elementi e i motivi di divisione ci hanno impedito di trovare momenti unificanti di lotta nonostante la gran parte della categoria disapprovava le misure di politica scolastica che i diversi governi hanno realizzato. La nostra categoria si è trovata così frammentata e divisa ed ogni singolo spezzone ha cercato di resistere ma in modo isolato e, a volte, con modalità che di fatto hanno contribuito a ulteriori divisioni.

Crediamo che dobbiamo imparare dai nostri errori ed evitare di ripeterli. L'invito all'unità non è perciò solo di ordine morale: solo una forte, duratura e consapevole opposizione può fermare i cambiamenti che il governo vuole imporre alla scuola e che avranno pesanti conseguenze sul personale, sugli studenti, sulle famiglie.

Alle proposte di divisione rispondiamo con le nostre proposte

1) aumenti per tutte/i di 200 euro contro ogni riproposizione di riconoscimenti economici “ai più bravi”

2) difesa del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro contro l'individualizzazione dei diritti

3) miglioramento delle condizioni di lavoro contro l'aumento dell'orario ed il peggioramento dell'offerta formativa

4) immissione in ruolo dei precari su tutti i posti disponibili contro il tentativo di espulsione di migliaia di lavoratori e lavoratrici

Per questo invitiamo tutte/i all'incontro che preparerà l'Assemblea cittadina da tenere entro la metà di settembre e le ulteriori forme di mobilitazione

 LUNEDÌ 1 SETTEMBRE PRESSO IL CIELO SOPRA L'ESQUILINO ALLE ORE 17 via Galilei 57 – fermata Manzoni metro A

Autoconvocati scuola - Precari Uniti contro i tagli

FONTE




La vignetta è del Maestro Mauro Biani




E LANDINI L'UNICA SPERANZA DELLA SINISTRA? di Maurizio Zaffarano





E LANDINI L'UNICA SPERANZA DELLA SINISTRA?
di Maurizio Zaffarano



Da anni il sogno ricorrente di parte rilevante di quel tanto o poco che resta del popolo della Sinistra è l'assunzione di un impegno politico ed elettorale diretto da parte di Maurizio Landini. Ed è interessante al riguardo leggere quanto scrive, anche in forma autocritica e con molto buon senso, Livio Pepino uno dei promotori di Cambiare Si Può. Sono ovviamente consapevole che Maurizio Landini ha sempre smentito l'intenzione di lasciare la militanza sindacale a favore di quella partitica anche se poi il suo protagonismo politico finisce ogni volta inevitabilmente per accreditarlo come potenziale leader della Sinistra (e del resto dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, come scrive Livio Pepino, che “il lavoro non lo si può più inventare, creare e difendere solo o soprattutto a livello sindacale”). 
A chi con commovente ingenuità coltiva questa speranza e a chi invece irride sdegnato questa deriva 'leaderistica' provo a proporre alcune mie considerazioni. 

 Il mio punto di partenza è che bisogna distinguere tra quella che è l'evoluzione del sentire collettivo e della domanda politica (i contenuti, il senso di marcia) delle masse popolari ed il soggetto politico che si propone di interpretarla e rappresentarla. 
La prima segue dinamiche sue proprie: in parte conseguenza degli accadimenti strutturali sociali ed economici, in parte indotta e distorta da elementi - i mezzi di comunicazione di massa, le sovrastrutture ideologiche, la corruzione, le mafie, il voto di scambio – che impediscono il libero formarsi della volontà popolare e la consapevole identificazione del bene comune. 
Per la seconda – il soggetto politico – mi sembra che la storia non ci consegni alcun esempio di organizzazione creatasi spontaneamente e per autogerminazione. La partecipazione dal basso è la condizione sociale e culturale indispensabile per far nascere un movimento politico ma non è poi concretamente utilizzabile nella sua progettazione concreta. E francamente non ho troppa simpatia per chi la evoca ad ogni piè sospinto per poi smentirla nei fatti: ed il pensiero non può non andare da un lato alla lista Tsipras (le cui candidature furono scelte da una ristretta cerchia di intellettuali) e dall'altro al Movimento 5 Stelle dove dietro la democrazia della rete e dell'uno vale uno si nasconde la direzione autocratica di Grillo e Casaleggio. 

domenica 12 ottobre 2014

IL PAESE SECONDO MATTEO di Renato Costanzo Gatti





IL PAESE SECONDO MATTEO

di Renato Costanzo Gatti




Gli scontri verbali e fisici sui job acts, le discussioni infinite sull’art. 18, le sceneggiate dei grillini, l’opportunismo di Forza Italia, l’impotenza conclamata dei sindacati, l’urlo di Landini, le dimissioni di Tocci, l’esultanza di chi dichiara che il XX secolo è finito, tutte questi movimenti, rumori, sentiments non fanno altro che denunciare il declino fatale del nostro paese che ogni giorno di più affonda nelle sabbie mobili di una recessione da cui sarà difficilissimo rientrare.


Ma tutti questi movimenti, a mio modo di vedere, fanno discutere sui diritti, che alcuni chiamano privilegi, del mondo del lavoro, prevalendo comunque nella visione collettiva un non detto che sovrasta ogni commento. Solo Poletti l’ha detto apertis verbis, bisogna togliere lacci e lacciuoli alle imprese, dare loro certezze nelle procedure e nei percorsi, abbassare l’asticella delle difficoltà e rendere il terreno libero per far scorrazzare gli animal spirits dell’intrapresa che rilancerà produzione, occupazione e redistribuzione. E’ lo stato burocratico, il sindacato conservatore, l’ideologia che considera l’impresa come il “padrone” che affossano la capacità di riassorbire l’occupazione, in specie quella giovanile.


Nella visione polettiana c’è la potenzialità dell’impresa che aspetta solo di essere messa in grado di liberare e mettere in atto le sue potenzialità, dall’altra parte ci sono tutte le resistenze culturali e di interesse che si oppongono alla creazione di un azienda Italia del III millennio.
Quante volte nella mia vita ho sentito questo discorso: togliamo questo ostacolo, che porta sicuramente dei sacrifici a chi ostacola, ma poi si libereranno le potenzialità con nuove opportunità per tutti. L’ho sentito quando si combatté la scala mobile (i due punti di contingenza), quando si predicava il “fatti imprenditore di te stesso”, quando si osanna la mobilità, tutti pezzetti di riforma unidirezionalmente rivolti a stabilire nuove regole che con i loro risultati mirabolanti avrebbero fatto ripartire alla grande il paese.
Tutte promesse deludenti che però hanno distolto il ragionamento dal problema che, a mio modo di vedere, è la causa prima della nostra crisi. 
E’ DA TRENTA ANNI CHE LA PRODUTTIVITA’ DEL NOSTRO PAESE E’ SE NON NEGATIVA VICINA ALLO ZERO.


Il modello di sviluppo italiano, smantellato il sistema che per brevità chiamiamo IRI, che aveva miliardi di difetti, anche abnormi, ma che dava un contributo allo sviluppo della produttività e innovazione italiana, è entrato in una fase afasica incapace di uscire da una contraddizione di base.
L’imprenditore italiano (con le debite ma rare eccezioni) non è l’imprenditore schumpeteriano che è oggi indispensabile per reggere il confronto della globalizzazione.
L’imprenditore italiano (con le debite e rare eccezioni) vivacchia nell’edilizia che non conosce concorrenza straniera, vive di commesse pubbliche, non innova, non investe in ricerca, cerca di creare competitività agendo sul costo del lavoro, privilegia il lavoro precario che costa meno. Insomma il padrone italiano (e voglio chiamarlo così come provocazione culturale) è familista, come Giano bifronte riunisce in sé il capitalista e l’imprenditore, non ama il rischio, non ama investire le proprie risorse ma ricorre sempre più al credito bancario fino a diventare banco dipendente. 
Altro che animal spirits, l’imprenditore italiano (con le debite e rare eccezioni) non ha retto alla sfida rivoluzionaria della globalizzazione e ha fallito la sua missione di conduttore e gestore della macchina economica, piuttosto che animal spirit si è dimostrato una zecca timorosa.


Ne è testimonianza l’articolo di Fubini sul lunedì della Repubblica, si legge tra le righe della Mariana Mazzuccato eppure, come rileva l’ultimo numero delle Scienze c’è stato un momento in cui potevamo ambire di essere tra i protagonisti dell’innovazione tecnologica. Molti citano Olivetti per gli esperimenti di lavoro partecipativo, io lo cito per il modello 101 il personal computer che sorprese il mondo all’esposizione mondiale negli USA.
Anche il mondo del lavoro si è adeguato a questo ambiente industriale dormiente, cerca di conviverci e ora di sopravviverci puntando sulla tutela dei diritti piuttosto che puntare, così come ha fatto CGIL, per le elezioni del 2013, su un piano del lavoro alla Di Vittorio. 


Il mondo sta esprimendo una domanda di lavoro con una specializzazione consona allo sviluppo del clima tecnologico in essere, in Italia il sonno imprenditoriale non valorizza queste specializzazioni, complice di un sistema di pubblica istruzione totalmente disgiunto dal mondo della produzione, e la disoccupazione giovanile raggiunge vette inaudite.
Da una parte abbiamo un gruppo di imprese schumpeteriane (quelle che definivo debite e rare eccezioni) che stanno al passo con le sfide della globalizzazione; dall’altra abbiamo la massa di giovani che Marx definirebbe general intellect portatori di scienza e desiderosi di innovare, studiare, ricercare (li abbiamo visti domenica mattina al Maker fair all’Auditorium di Roma); queste due realtà sono quelle su cui puntare per salvare il Paese dal suo destino di decadenza (una volta si sarebbe detto che sono il soggetto rivoluzionario).
Un’alleanza inedita tra imprenditori schumpeteriani e general intellect; ecco il blocco sociale alleato per contrastare l’ignavia del capitale che cerca solo rendimenti speculativi, per contrastare l’ozio sindacale che non osa affrontare il problema cogestivo, per contrastare le zecche timorose dell’imprenditoria imbelle.
Ecco una piattaforma di lotta costruttiva che il mondo del lavoro italiano dovrebbe portare avanti collegandosi con un grande progetto di rinnovamento con le forze socialiste europee.




La vignetta è del Maestro Mauro Biani







venerdì 10 ottobre 2014

COM'ERA OVVIO di Giandiego Marigo





COM'ERA OVVIO
di Giandiego Marigo



Ed era quasi ovvio che avvenisse in questo modo … teatrino, in questo (e forse solo in questo) il prode Principino Rottamatore ha ragione...una sceneggiata. 

Per non perdere posizioni, per fare sembrare che esista in parlamento persino un'opposizione- Per far credere alle ceneri d'una sinistra disperata d'essere ancora rappresentata in parlamento. Per l'opinione pubblica che non avrebbe accettato il silenzio e l'assenso. 
Ma può bastare? 
E qui mi rivolgo a Rifondazione e a SeL che, in modo ovviamente diversificato, con una mano protestano e con l'altra tengono in piedi moltissime realtà locali in stretta collaborazione con questo PD, che nella CGIL condividono sedi ed opzioni, così come in moltissimi altri ambiti, consorzi locali, realtà organizzate... ANPI, ARCI, sindacati, enti mutualistici, cooperative, banche … ma soprattutto regioni e parlamento. 
Ha senso tutto questo? Oppure è la copia, diversamente ma altrettanto comica, della commedia tragica dei Civati , dei Damiano, dei Cuperlo con le loro fiducie diversamente critiche? Ne hanno inventate di ogni colore … dalla fiducia sfiduciata a quella critica. 

L'essere sempre al fianco del mostro … perché di mostro si tratta, non fa apparire ridicoli e patetici i discorsi, occasionalmente e strumentalmente critici? Possibile che non si rendano conto di essere fastidiosi ed inutili? 
Io sono un disoccuprecario … un invalido, a me l'art.18 non serve a nulla, ma oggi piango un altro diritto perduto ... anni di lotta buttati al vento come vecchiume. 
Certo oggi, in un paese dove gli operai sono diventati una rarità, dove gli occupati in modo regolare sono mosche bianche è un diritto residuale, già svenduto e distrutto da Prodi e D'Alema. Sta di fatto però che un altro diritto è stato cassato e ad un governo , ancora una volta, è stata data carta bianca ed il diritto di infischiarsene del parlamento … e questo, invece, è un problema vero. 
Chissà se adesso, dopo che San Giorgio ha ucciso il drago, finalmente tutto ricomincerà a crescere ed improvvisamente il paese tornerà a nuova vita … perché il problema di questo modo globalizzato, lo sapete tutti, era l'art.18. 

Chissà, mi chiedo, cosa faranno assessori e consiglieri comunali di Rifondazione, di SeL o di movimenti vari, provinciali, regionali, comodamente assisi in poltrone d'alleanza e di governo ... chissà se con un moto d'orgoglio e di coerenza fermeranno la macchina ... permettetemi di dubitarne!




mercoledì 8 ottobre 2014

FERMIAMO LE PRIVATIZZAZIONI RILANCIAMO LA LOTTA IN DIFESA DEI BENI COMUNI di Nando Simeone






FERMIAMO LE PRIVATIZZAZIONI RILANCIAMO LA LOTTA IN DIFESA DEI BENI COMUNI 
di Nando Simeone  



Una nuova ondata di privatizzazioni sta per investire le migliaia di aziende pubbliche locali e alcuni degli ultimi “gioielli di Stato” quali ENI, Enel, Poste e Fincantieri. 
In questo articolo cercheremo di approfondire il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche locali e in particolare il piano del Commissario Cottarelli sulla spending review delle società partecipate dagli enti locali. Un piano “lacrime e sangue” di sfoltimento delle circa 8 mila aziende partecipate per passare poi a mille aziende. 
E’ facile immaginare come tutto ciò avverrà: privatizzazioni, dismissioni, accorpamenti che coinvolgeranno i circa 500 mila lavoratori impiegati e ovviamente milioni di cittadini che ancora una volta si vedranno peggiorare i propri servizi, magari con tariffe più alte, mentre le condizioni dei lavoratori subiranno ulteriori peggioramenti sul terreno dell’occupazione, del salario e dei diritti. Un po’ di ricostruzione storica serve a inquadrare il processo in un quadro più ampio. 

venerdì 3 ottobre 2014

IL FALSO MITO DELL'ELETTORE PIDDINO DI SINISTRA di Maurizio Zaffarano







IL FALSO MITO DELL'ELETTORE PIDDINO DI SINISTRA
di Maurizio Zaffarano





Da molto tempo, a dire il vero ormai da anni, di fronte ad ogni porcata del PD – solo per citarne alcune l'appoggio al governo della macelleria sociale di Monti, lo stare in maggioranza con Berlusconi, la rielezione di Napolitano invece di un galantuomo ed insigne giurista come Rodotà, la svolta thatcheriana di Renzi – tutti a chiedersi: ma perché gli iscritti e gli elettori piddini non reagiscono? ma perché la 'sinistra' interna (Bersani, D'Alema, Fassina, Cuperlo, Civati) non esce dal partito? ma come fanno a sopportare un arrivista liberista e simil-berlusconiano come Renzi?
Queste domande nascono dalla convinzione che il PD sia l'erede, sia pure bastardo, del PCI ed insieme della sinistra politica e sociale democristiana (quella di Moro, Zaccagnini, Mattei, Marcora per intenderci).
Ad essere sinceri anch'io ho coltivato in passato questa illusione aspettandomi che dallavittoria di Renzi alle primarie potesse derivare l'implosione del PD e che una rilevante parte dei suoi elettori/militanti considerasse inaccettabile scegliere ancora quel partito e dunque si muovesse verso altre opzioni politiche.
La realtà, quella che emerge dalla cruda osservazione dei fatti, è ben diversa. Nella progressiva trasformazione del PCI in PD – attraverso i passaggi del PDS e dei DS – il partito che fu di Gramsci, Togliatti e Berlinguer ha perso completamente la sua natura di partito di Sinistra (cioè di una forza politica che contesta il sistema capitalistico e ne richiede il rovesciamento o almeno una sua radicale trasformazione) ed il suo elettorato originario che – confuso, disorientato, deluso – si è disperso in variegate scelte elettorali: Rifondazione Comunista (in passato), l'astensione, la Lega, Grillo e il Movimento 5 Stelle.

Quello a cui non credo più cioè è di un elettorato che vota PD convinto di votare a Sinistra e che pertanto vada svegliato e reso consapevole dell'errore. A parte una marginale nicchia di ciechi nostalgici che sceglie PD come segno di fedeltà al vecchio PCI, io credo invece che i piddini forniscano consapevolmente il proprio consenso ad un partito che riconoscono come moderato, centrista, garante della continuità del sistema capitalistico e delle ingiustizie e delle ineguaglianze manifeste che esso comporta.
Che poi questo consenso venga conseguito ed estorto grazie a squallide pratiche clientelari, coltivando rapporti inconfessabili con i portatori di interessi privatistici e speculativi o illegali, attraverso truffaldine tecniche di marketing e ad un'informazione manipolata e a senso unico è un altro discorso.
Il grosso degli elettori piddini è costituito da chi è partecipe della sfera di influenza economica del PD a livello locale e nazionale e del proprio personale politico, da chi non ha subito troppo la crisi e crede che solo attraverso la stabilizzazione del sistema – anche pagandone qualche prezzo - possa salvarsi, da chi - prigioniero della disperazione della disoccupazione e del precariato - si affida (così come in passato con Berlusconi) al messaggio nuovista di Renzi, da chi – intriso di rancore antipopolare e di ideologie destrorse – plaude al decisionismo da uomo forte del parolaio di Firenze e va in orgasmo con i suoi discorsi sull'impresa, sul merito, sulle colpe del Sindacato (a cui si rimprovera non di non aver difeso i lavoratori ma semplicemente di esistere).
I personaggi famosi (sarebbe troppo definirli élites) della cultura, dello spettacolo, del giornalismo, della politica che un tempo si professavano di Sinistra (Benigni ne è l'esempio eclatante) si sono adattati prontamente e supinamente, per mere ragioni di interesse personale, al nuovo corso e con questo si spiegano molte delle difficoltà a far rinascere un grande soggetto politico progressista.
Si deve però riconoscere che l'involuzione centrista e moderata dei traditori del PCI (qualcosa che ricorda molto ciò che avvenne con il PSI di Craxi) non nasce con Renzi: essa ha origine con D'Alema e Veltroni e nell'Ulivo. E' con il sostegno del PD di Bersani, D'Alema e Fassina, insieme a Berlusconi, all'austerità antisociale di Monti e Napolitano, presentata come l'unica cosa da fare di fronte alla crisi italiana, con l'appoggio decisivo per l'approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione e delle riforme liberiste della Fornero su lavoro e articolo 18 e sulle pensioni (lasciando centinaia di migliaia di esodati senza reddito da lavoro e senza pensione), con la rielezione di Napolitano, il peggior Presidente della Repubblica della storia italiana che invoca lo stravolgimento della nostra Costituzione, che si è reciso in modo sguaiatamente manifesto, inequivocabile e senza possibilità di appello ogni legame con le radici della Sinistra.

Oggi la costruzione di un'Alternativa progressista e socialista, in grado di riguadagnare la fiducia e l'attenzione dei ceti popolari, non può prescindere dal considerare il Partito Democratico un nemico da combattere e da sconfiggere e con il quale non è possibile, nemmeno nel più piccolo dei comitati di quartiere, alcun accordo elettorale pena perdere in partenza ogni credibilità.


2 ottobre 2014





giovedì 2 ottobre 2014

VIKTOR ORBAN E' BIANCO O NERO? O E' GRIGIO? di Riccardo Achilli






VIKTOR ORBAN E' BIANCO O NERO? O E' GRIGIO?
di Riccardo Achilli

Introduzione ed un caveat



E’ di un certo interesse analizzare la situazione politica interna all’Ungheria del premier Orbán, perché rappresenta un possibile “caso di studio” di Paese che si colloca fuori dall’euro e dalle sue politiche. Un caso di studio che diverrebbe anche attuale, nell’ipotesi in cui le politiche economiche europee non cambiassero, costringendo, per motivi di sopravvivenza, i Paesi più sotto pressione ad uscirne, oppure ad iniziare una linea della disobbedienza sistematica nei confronti dell’Europa.
E’ anche utile dare una visione oggettiva di Orbán, che rifugga dalle due estremizzazioni: da un lato una sinistra radicale acefala, che è diventata sovranista, e che vede in lui l’Eroe della Lotta di Liberazione dei Liberi Popoli Contro L’Euro, d’altro lato, i media e gli analisti di sistema, che, siccome Orbán sfugge al loro ricettario tecnocratico, lo qualificano come un satrapo da Repubblica centroamericana. Orbán, come vedremo, non corrisponde a nessuna delle due estremizzazioni, collocandosi in un’area grigia, che è importante analizzare  in modo il più possibile obiettivo (per quanto evidentemente chi scrive non provi nessuna simpatia nei suoi confronti).

Un caveat: va ovviamente premesso che l’Ungheria ha una serie di specificità che nessun Paese dell’area euro possiede. 
Intanto è stata assoggettata ad un regime comunista, peraltro relativamente “atipico”, nel senso che il regime di Kádár, memore del 1956, è stato relativamente più tollerante rispetto ad altri Paesi della ex Cortina di Ferro, nei confronti del dissenso, e ciò può aver avuto un ruolo nel mantenimento di una opposizione di destra, che nell’Ungheria post comunista si è evoluta nel partito Fidesz, di cui Orbán è leader. 
D’altro canto, la lunga esperienza del comunismo ha segnato a fuoco, nelle menti delle classi più deboli della società, ed in particolare dei più anziani (anche se l’Ungheria ha una popolazione relativamente giovane, solo il 17,5% ha 65 anni o più), il ricordo di uno Stato in grado di provvedere ai bisogni di tutti, quindi una cultura statalista certamente molto più forte che da noi. Inoltre, l’Ungheria è caratterizzata, da un lato, dalla presenza di 2,1 milioni di ungheresi etnici residenti fuori dal Paese, soprattutto in Romania, Serbia e Slovacchia (rispetto ad una popolazione di 10 milioni di abitanti) e dall’altro, dalla importante presenza di minoranze etniche dentro il Paese (Rom, tedeschi, rumeni e slavi rappresentano circa il 7% della popolazione). Questa variabile etnica e demografica pone, ovviamente, sfide molto difficili alla sinistra, e prepara il campo a tematiche nazionaliste, revansciste e razziste, che la destra maneggia facilmente. Inoltre, l’Ungheria, sin da prima del comunismo, ha una lunga e tormentata storia di nazionalismi reazionari e paternalisti (vedi Horthy) e di rivendicazioni etnico-linguistiche e culturali, che rende il popolo magiaro molto sensibile al tema della Terra e del Sangue.

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