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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 4 settembre 2011

LE BUBBOLE VUOTE DI CERTI BORDIGHISTI di L. Mortara


di Lorenzo Mortara

Un buon articolo di Dante Lepore, Il Leviatano impazzito ma... attenzione alla bubbole vuote, scritto per l’associazione culturale PONSINMOR, viene sprecato nel finale con una critica gratuita e ingiusta al compagno Ferrando, l’attuale e più che stimabile leader del Partito Comunista dei Lavoratori.
In sintesi, l’articolo di Lepore, si inserisce bene in quel filone di letteratura marxista che smonta per filo e per segno le ingenuità liberali che vedono nella finanziarizzazione dell’economia la causa e non l’effetto della crisi. Tuttavia, una volta fatta in maniera egregia la diagnosi, il compagno Lepore, quando arriva alle proposte sul «come» uscire dalla crisi, più che dirci le sue, non fa altro che contestare quelle del compagno Ferrando, liberamente interpretate, però, dalla sua distorsione di bordighista.
Il compagno Ferrando è in piena forma, dall’inizio della rivoluzione libica ha sfornato almeno tre articoli che sono di grande insegnamento per tutti i marxisti desiderosi di imparare qualcosa. Dalla parte della rivoluzione libica; Bancarotta degli Stati o bancarotta del lavoratori?; La caduta di Gheddafi, rivoluzione e controrivoluzione in Libia: ecco tre articoli che ogni militante dovrebbe studiarsi prima di criticare. Se però, anche dopo averli letti e compresi bene, li si vuol criticare, bisognerebbe almeno criticarli per quello che dicono, non per quello che gli si fa dire.
Il compagno Lepore, oltretutto maldestro, se la prende col secondo articolo citato, di gran lunga il migliore degli ultimi di Ferrando. Lo scritto di Ferrando sul debito, pubblicato l’8 Agosto 2011, è talmente buono che potrebbe essere distribuito a parte sulle bancarelle, come vade-mecum sul problema delle banche. Per criticarlo, Lepore, ovviamente non cita direttamente l’articolo, lo riporta indirettamente dando a bere che Ferrando suggerisca semplicemente la «nazionalizzazione delle banche». In questa maniera, gli viene poi facilissimo farsi bello scrivendo che «la nazionalizzazione delle banche, e meglio ancora la loro soppressione accompagnata dalla creazione di un’unica banca centralizzata sotto la direzione dello Stato, non ha alcun senso se svincolata dal problema di quale classe esercita il potere statale. Se non si risolve questo problema, ossia quello di un partito di classe rivoluzionario autorevole che si assuma il potere per una dittatura del proletariato, la nazionalizzazione diventa una bubbola vuota. Ferrando lo afferma persino nel suo articolo, solo che rivolge il suo messaggio a tutta la vecchia sinistra ex prodiana, in cui resta impantanato».
In realtà, il compagno Ferrando, oltre a porsi il problema sollevato da Lepore, non ha degnato del benché minimo sguardo gli amici di Prodi, suoi nemici giurati. Ferrando si è rivolto esclusivamente ai lavoratori salariati e ai comunisti veri. Lasciamo, infatti, un attimo, la parola a Ferrando, togliendo dai suoi labiali la cattiva traduzione che gli ha messo in bocca Lepore: «L’abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione sono incompatibili con la struttura capitalistica della società, con la natura dei governi borghesi di ogni colore, con le loro istituzioni internazionali, con la stessa natura attuale dello Stato. Non possono essere realizzate per via di una semplice pressione di movimento sui partiti dominanti, tutti legati a doppio filo al mondo degli industriali e delle banche (e spesso presenti non a caso sui loro libri paga). Possono essere realizzate sino in fondo solo da un governo dei lavoratori, che ponga i lavoratori al posto di comando: da un governo che rovesci l’attuale dittatura degli industriali e dei banchieri per rivoltare da cima a fondo l’intero ordine della società capitalista, e costruire una società socialista».
È evidente che questo governo dei lavoratori, per Ferrando non può che essere guidato dal suo Partito Comunista dei Lavoratori. Altrimenti che senso avrebbe la sua fondazione? È il Partito Comunista dei Lavoratori la soluzione del problema della direzione della classe posto da Lepore. Problema che in realtà non esiste, nel senso che non c’è marxista che non sappia quanto sia necessario il Partito per portare a buon fine una rivoluzione. Non c’è bisogno che Lepore ce lo ricordi. Ma l’autorità, questo Partito, non ce l’avrà mai solo perché l’ha stabilita a tavolino, tra le coordinate teoriche delle sue scartoffie. Questa autorità, il Partito di Ferrando, come un qualunque altro Partito che ne voglia fare le veci, fosse pure quello bordighista sognato da Lepore, potrà conquistarsela e guadagnarsela solo sul campo, nel fuoco delle lotte. Perciò, anche quello che Lepore dice in seguito, è in fondo privo di senso. Quando, infatti, sostiene che «puntare alla “bancarotta” dello Stato, svincolando anche questa dal problema di chi dirige questo processo in termini di classe, è una scelta alla disperata, ma vuota anch’essa, come vuota è la scelta di chi, sempre in assenza di tale potere organizzato, lascia intendere che questo debba sorgere dal basso, magari in forma consiliare», Lepore non fa che mostrare tutti i consueti pregiudizi settari dei bordighisti. Innanzitutto, Ferrando, come abbiamo visto, non punta affatto alla bancarotta dello Stato, svicolando da chi dirige il processo in termini di classe, semplicemente da marxista-leninista, a differenza di Lepore, il quale lascia intendere che prima di ogni cosa debba nascere il Grande Partito Autorevole, sa che un processo rivoluzionario non si sviluppa né dal basso, né dall’alto, ma dall’interazione costante tra i due livelli. La forma consiliare, senza un Partito che ne tiri le fila, è pressoché impossibile che sfoci in una rivoluzione socialista. Questo però non significa, come crede Lepore, che esperienze come quella dell’autogestione della Zanon argentina ai tempi del recente crack siano senza importanza1. In realtà, senza questa scuola, gli operai non arriveranno mai alla laurea in socialismo. Analogamente, un’avanguardia, come ad esempio quella del Partito Comunista dei Lavoratori, pur con tutti i suoi difetti, non arriverà mai a dirigere la classe operaia senza appoggiare tutte le autogestioni, tutte le lotte e ogni forma di opposizione al Capitale che gli operai metteranno in campo. Naturalmente, un’avanguardia come quella capitanata da Ferrando, ha anche il dovere, pienamente assolto nell’articolo criticato da Lepore, di mettere in guardia i lavoratori dal fermarsi a queste esperienze. Senza generalizzarle e senza un ulteriore salto di qualità, esperienze significative come quelle della Zanon sono destinate a tramontare. Ma senza appoggiarle e sostenerle, anche criticamente, il Grande Partito non vedrà mai l’alba. Inoltre, anche se sono destinate a tramontare, non bisogna darle per spacciate prima del tempo. E soprattutto bisogna capire, una volta per tutte, che un capitalismo con 400 o anche solo un’ultima fabbrica autogestita dai lavoratori, è meno selvaggio e brutale di un capitalismo che ai lavoratori non lascia in mano niente. Per noi è un progresso, anche piccolo, ma pur sempre un progresso e bisognerà difenderlo coi denti e con le unghie dagli attacchi del sistema. Fino a che gli operai della Zanon resisteranno, i capitalisti dovranno passare sul nostro cadavere per riuscire a riprendere in mano le redini della fabbrica. Noi non gliela restituiremo solo perché senza il socialismo quest’esperienza è destinata a tramontare. Solo i compagni bordighisti riescono ad ammazzarla quando ha ancora grandi speranze di vita. Il compito dei comunisti è far avanzare questo processo, non riportarlo al punto di partenza solo perché il miglioramento sembra quasi impalpabile e non ha ancora portato al socialismo. È quello appunto che ha fatto e si appresta a fare Ferrando, quando nella conclusione, invita i militanti del PCL a costruire «in ogni lotta parziale il senso di questa prospettiva generale», il senso della prospettiva rivoluzionaria sotto il comando del suo Partito.
Il ritardo storico accumulato dall’avanguardia in 70 anni di stalinismo, fa sì purtroppo che anche appoggiando in maniera corretta gli sforzi dei lavoratori, nel processo di occupazione e autogestione delle fabbriche, un nuovo Partito non riesca a emergere in tempo prima che il Capitale riprenda il sopravvento e ponga fine a questi esperimenti. Questo è il motivo del ristagno della situazione in Argentina come in tante altre parti del mondo. Tuttavia, chi appoggia le autogestioni, ha comunque fatto il suo dovere per non accumulare altro ritardo; chi pone solo il problema ovvio del Partito Dirigente, evidentemente, ancora non ne ha basta di ritardare la correzione dei suoi errori. Spiegando come deve essere risolta la crisi, col suo articolo, Ferrando ha dato almeno una speranza su un milione al suo Partito di poter dirigere un eventuale processo rivoluzionario che dovesse aprirsi qui in Italia. Lepore, con la sua sterile critica, ha tolto anche quella che già non aveva il suo circolo di bordighisti!
Ancora molte Zanon dovranno passare prima che sbuchi fuori un Partito che sia in grado di farle uscire definitivamente dalla notte del capitalismo. I marxisti le dovranno appoggiare tutte, solo così nella notte senza fine i lavoratori potranno avere almeno il conforto di qualche stella rossa che illumini il percorso. In caso contrario, la notte per i lavoratori, oltre a non finire mai, sarà anche nera e buia come la pece, grazie soprattutto ai compagni come Lepore che faran precipitare prima del tempo tutte le stelle del firmamento proletario, solo perché incapaci di brillare anche solo per un momento nel panorama continuo e ininterrotto della lotta di classe.
Dunque, in ultima analisi, anche per questa volta, le bubbole vuote dei trotskisti, si sono dimostrate più piene di marxismo, di quelle strapiene di tutto, tranne che di marxismo ortodosso, dei bordighisti.

Stazione dei Celti
Domenica 4 Settembre 2011
Lorenzo Mortara
Delegato Fiom

1 A chi pensa una cosa del genere, suggerisco questo filmato pubblicato da Arcoiris, in cui gli stessi protagonisti di quella bella esperienza spiegano quanto bene gli abbia fatto, nonostante non li abbia portati ancora a rovesciare il capitalismo. Si ascoltino soprattutto le parole di sollievo dei lavoratori per non aver più tra le balle capi, capetti e padroni a fiatargli sul collo. Snobbare questa esperienza vuol dire non comprendere la differenza tra avere e non avere padroni. Per chi li vuole abbattere, se non è il colmo poco ci manca!

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