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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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venerdì 15 marzo 2013

Il Papa Francesco chiamato a restaurare la Chiesa



*Leonardo Boff

Nelle reti pubbliche io avevo pronosticato che il futuro papa si sarebbe chiamato Francesco. E non mi sono sbagliato. Perché Francesco? E' che San Francesco cominciò a convertirsi ascoltando il crocifisso della cappellina di San Damiano che diceva: "Francesco, va e restaurare la mia casa; guarda come è andata tutta in rovina". (San Bonaventura, Legenda Maior, II,1). Francesco prese alla lettera queste parole e ricostruì la chiesina della Porziuncola che esiste ancora in Assisi all'interno d'un'immensa cattedrale. In seguito capì che si trattava di qualcosa di spirituale: restaurare la "Chiesa che Cristo aveva riscattato col suo sangue" (op.cit). Fu allora che cominciò il suo movimento di rinnovamento della Chiesa che era presieduta dal Papa più potente della storia, Innocenzo III. Cominciò ad abitare insieme ai lebbrosi e a braccetto con uno di loro se ne andava predicando il Vangelo, usando la lingua volgare e non il latino. È bene che si sappia che Francesco non era prete, ma un semplice laico. Soltanto verso la fine della sua vita, quando i papi proibirono ai laici di predicare, accettò di essere diacono a condizione di non ricevere nessuna remunerazione per la sua carica.

domenica 10 marzo 2013

Il collasso della sua teologia: principale ragione delle dimissioni di Benedetto XVI?



di Leonardo Boff        


È sempre rischioso scegliere un teologo per fare il Papa. Lui potrebbe trasformare la sua teologia personale in teologia universale della chiesa e imporla a tutto il mondo. Sospetto che questo sia il caso di Benedetto XVI, prima come Cardinale, nominato Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (ex-l'inquisizione) e infine Papa. Un simile procedimento non è legittimo e si trasforma in fonte di condanne ingiuste. Effettivamente ha condannato più di 100 teologi   e  teologhe, perché non si inquadravano nella sua lettura teologica della Chiesa e del mondo. Tra le ragioni della sua rinunzia, il Papa allega «diminuzione di vigore del corpo e dello spirito» della “sua incapacità" di affrontare le questioni che rendevano difficile l'esercizio della Sua missione.

IL MAGGIOR PATRIMONIO DEL BRASILE: IL SUO POPOLO di Leonardo Boff




IL MAGGIOR PATRIMONIO DEL BRASILE: IL SUO POPOLO
di Leonardo Boff
Teologo /Filosofo

La nostra storia patria è marcata da un’eredità di esclusione che ha strutturato le nostre matrici sociali. Si è creato qui un software sociale caratterizzato dal più recente analista della nostra formazione storica, Luiz Gonzaga de Souza Lima, come uno Stato economico internazionalizzato, in una parola, la Grande Impresa Brasile, produttrice di beni per le grandi potenze coloniali e oggi globali, (La rifondazione del Brasile, 2011). Un simile fatto ha influito poderosamente sull’invenzione di una nazione sovrana. A guardar bene, siamo vittime di quattro invasioni successive che hanno reso non viabile, fino a poco tempo fa, un progetto nazionale autonomo, aperto alle dimensioni del mondo.

giovedì 28 febbraio 2013

LA CHIESA-ISTITUZIONE COME "CASTA MERETRIX" di Leonardo Boff






LA CHIESA-ISTITUZIONE COME "CASTA MERETRIX"
di Leonardo Boff                          
Chi ha seguito le notizie degli ultimi giorni sugli scandali dentro al Vaticano, portati a conoscenza dai giornali italiani “La Repubblica” e “La Stampa”, che parlano di una relazione di 300 pagine e elaborata da tre cardinali provetti sullo stato della curia vaticana, deve naturalmente, essere rimasto sbalordito. Immagino i nostri fratelli e sorelle devoti, frutto di un tipo di catechesi che celebra il Papa come “il dolce Cristo in Terra”, Devono star soffrendo molto, perché amano il giusto, il vero e il trasparente e mai vorrebbero legare la sua immagine a notorie malefatte di assistenti e cooperatori.

domenica 24 febbraio 2013

IL RISCATTO DELLA CATEGORIA "SPIRITO" di Leonardo Boff





Il riscatto della categoria "spirito"
Leonardo Boff, teologo-filosofo


Nella cultura attuale la parola "spirito" ha perso considerazione su due fronti: nella cultura dei letterati e nella cultura popolare. Nella cultura dominante fra letterati, "spirito" è ciò che si oppone a materia. La Materia sappiamo tutti più o meno quello che è, perché può essere misurata, pesata, manipolata e trasformata, mentre «spirito» si trova nel campo dell'intoccabile, dell'indefinito, e persino del nebuloso. La materia è la parola-fonte di valori assiali dell'esperienza umana degli ultimi secoli. La scienza moderna si costruisce sull'investigazione e sul dominio della materia. È penetrata fino alle sue ultime dimensioni, fino alle particelle elementari, fino al campo di Higgs, dentro al quale sarebbe avvenuta la prima condensa dell'energia originaria in materia: i tanto ricercati bosoni e hadrioni e la cosiddetta "particella di Dio". Einstein ha dimostrato che  materia e energia sono equipollenti. La materia non esiste. È energia altamente condensata e un campo ricchissimo di interazioni.

domenica 17 febbraio 2013

Quale tipo di papa? Tensioni interne della Chiesa attuale



di Leonardo Boff


Non mi propongo di presentare un bilancio del pontificato di Benedetto XVI cosa fatta da altri con competenza. Per i lettori è forse più interessante conoscere meglio una tensione sempre viva dentro la Chiesa e che segna il profilo di ciascun Papa. La questione centrale è questa: qual è la posizione e la missione della Chiesa nel mondo? Anticipo subito che una concezione equilibrata deve poggiare su due pilastri fondamentali: il Regno è il Mondo.



Il Regno è il messaggio centrale di Gesù, la sua utopia di una rivoluzione assoluta che riconcilia la creazione con se stessa e con Dio. 

domenica 10 febbraio 2013

LA NOSTRA CASA COMUNE di Leonardo Boff






LA NOSTRA  CASA COMUNE

di Leonardo Boff


Nutro la convinzione, condivisa da altri analisti, che la crisi sistemica attuale ci lascerà come eredità e sfida l'urgenza di ripensare la nostra relazione con la Terra, affinché attraverso i modi di produzione e consumo, reinventiamo una forma di governance globale e una convivenza che includa tutti nell'unica e identica Casa Comune. Per questo è obbligatorio rivedere i concetti-chiave, che come una bussola ci possano indicare il nuovo Nord. Buona parte della crisi attuale scaturisce da premesse false.
Il primo concetto da rivedere è quello di «sviluppo». In pratica esso viene identificato con la crescita materiale, che si esprime attraverso il PIL. La sua dinamica è di essere il più grande possibile, il che implica sfruttamento spietato della natura e generazione di grandi diseguaglianze nazionali e mondiali . Occorre abbandonare questa comprensione quantitativa e assumere quella qualitativa, questa sì come sviluppo, ben definito da Amartya Sen (premio Nobel) come «processo di espansione delle libertà sostanziali», vale a dire, l'ampliamento delle opportunità di modellare la propria vita e dargli un senso che valga la pena. La crescita è imprescindibile perché sta nella logica di qualsiasi essere vivente, ma questo vale a partire dalle interdipendenze delle reti della vita, che garantiscono la biodiversità. Invece di crescita/sviluppo dovremmo pensare a una ridistribuzione di quello che è già stato accumulato.

domenica 3 febbraio 2013

Riflessione teologica minima: in memoria dei morti di Santa Maria. di Leonardo Boff, teologo.




Già gli antichi dicevano: «vivere est navigare» cioè, «la vita è una navigazione», breve per alcuni, lunga per altri. Qualsiasi viaggio in mare comporta rischi, timori e speranze. Ma la nave è sempre attratta da un porto che l'aspetta là dall'altra parte. La nave è in mare. Familiari e amici dal molo accompagnano salutando. Alcuni lasciano cadere lacrime furtive, perché non si sa mai quello che può succedere. Va lentamente allontanandosi. All'inizio è ancora ben visibile. Ma a mano a mano che segue la sua rotta, pare, agli occhi, sempre più piccola. Alla fine è appena un punto. Ancora un pochino, un pochino ancora e sparisce all'orizzonte. Tutti dicono: ecco fatto. È partita. Non è stato risucchiata dal mare. Stanno là, anche se non si vedono più. È come una stella che continua a brillare, anche se una nuvola la mantiene coperta. La nave prosegue verso il suo destino. La nave non è fatta per rimanere ancorata e tranquilla nel porto. Ma per navigare, affrontare le onde, superarle e arrivare a destinazione.

lunedì 21 gennaio 2013

BISOGNI FONDAMENTALI di Leonardo Boff



BISOGNI FONDAMENTALI 
di Leonardo Boff 

 L'essere umano è, per sua natura un essere carente sotto molti aspetti. Ha bisogno di un grande impegno per soddisfarle e poter vivere, non una vita miserabile ma una vita di qualità. Dietro ogni bisogno, si nasconde un desiderio e un timore: desiderio di poter soddisfarlo nella forma più conveniente possibile e il timore di non riuscirci e quindi dover soffrire.
Chi possiede, teme di perdere: chi non ha, desidera avere. Questa è la dialettica dell'esistenza. Maestri delle più grandi tradizioni dell'umanità e delle scienze dell'umano, convengono più o meno sui seguenti bisogni fondamentali: abbiamo bisogni biologici: in una parola dobbiamo mangiare, bere, abitare, vestirci e avere sicurezza. Gran parte del tempo è impegnato nel soddisfare tali bisogni. Le grandi maggioranze dell'umanità li soddisfano in forma precaria o per mancanza di lavoro o perché la solidarietà e la compassione sono beni scarsi.

domenica 13 gennaio 2013

BILANCIO ANNUALE DEI SISTEMI MACROECONOMICI: STIAMO ANDANDO DI MALE IN PEGGIO



di Leonardo Boff
Teologo/Filosofo


La realtà mondiale è complessa. È impossibile fare un bilancio unitario. Proverò a farne uno che riguarda la macroeconomia del nostro tipo di civilizzazione, organizzata nella realtà e un altro che riguarda la microeconomia.

domenica 6 gennaio 2013

Il coraggio di rinnovarsi




di Leonardo Boff


Più di quindici anni fa pubblicai nel Jornal do Brasil, che oggi esiste solo in versione on line, un articolo con il titolo "Ringiovanire come aquile". Rileggendo quelle riflessioni mi sono reso conto di quanto sono attuali e adeguate ancora nei brutti tempi che viviamo e soffriamo oggi. Le riprendo ora per alimentare la nostra speranza indebolita per le minaccia che pesano sulla Terra e sull'Umanità. Se non teniamo ferma qualche speranza, perdiamo l'orizzonte del futuro e rischiamo di consegnarci all’impotenza paralizzatrice o a alla sterile rassegnazione. 
In questo contesto mi ricordai di un mito del' antica cultura mediterranea sopra il ringiovanimento delle aquile. 
Ogni tanto, dice il mito, l'aquila come la fenice egiziana, si rinnova totalmente. Vola ogni volta più in alto fino ad arrivare al sole. Allora le piume prendono fuoco e incomincia a bruciare. Quando arriva a questo punto, precipita dal cielo e si lancia nelle fredde acque del lago. E il fuoco si spegne. Attraverso questa esperienza di fuoco e acqua, la vecchia aquila ringiovanisce totalmente: ritorna ad avere grinfie affilate, occhi penetranti e il vigore della gioventù. 
Questo mito è sicuramente il substrato culturale del salmo 103 quando dice: “il Signore fa rinnovare la mia giovinezza come un aquila”. 
E qui dobbiamo rivisitare a C.G. Jung, che capiva molto di miti e del suo senso esistenziale. Secondo lui, fuoco e acqua sono opposti, ma, quando si uniscono, diventano potenti simboli di trasformazione. 

Il fuoco simboleggia il cielo, la coscienza e le dimensioni mascoline nell'uomo e nella donna. L'acqua, invece, la terra, l'inconscio e le dimensioni femminili dell'uomo e della donna. 

Passare per il fuoco e per l'acqua significa dunque integrare in sé gli opposti e crescere in identità personale. Nessuno che passa per il fuoco, rimane uguale. O si soccombe o si trasfigura, perché l'acqua pulisce e il fuoco purifica. 
L'acqua ci fa anche pensare alle grandi piene come quelle che abbiamo sofferto nell'anno 2010 nelle città delle montagne dello Stato di Rio. Con la loro forza portarono via tutto, specialmente ciò che non aveva consistenza e quello che non era solido. Sono gli infortuni della vita. 

E il fuoco ci fa immaginare il crogiolo o le fornaci che bruciano e purificano tutto ciò che è pula e non è essenziale. Sono le note crisi esistenziali. Nel fare questa traversia attraverso la notte buia e terribile, come dicono i maestri spirituali, lasciamo affiorare il nostro io profondo senza le illusioni dell'ego. Allora maturiamo grazie a quello che di autenticamente umano e vero c’è in noi. Chi riceve il battessimo del fuoco e dell'acqua ringiovanisce come l'aquila dell'antico mito. 


Ma lasciando da parte le metafore, che cosa significa ringiovanire come l’aquila? Significa lasciare alla morte tutto quello vecchio che esiste in noi, in modo che il nuovo possa irrompere e intraprendere la sua strada. Il vecchio in noi sono le abitudini e gli atteggiamenti che non ci rendono grandi: voler avere sempre ragione e cercare il vantaggio in tutto, la noncuranza con se stessi, col nostro linguaggio, la mancanza di rispetto per la natura e di solidarietà con i bisognosi, vicini e lontani. Tutto questo deve morire in modo che si possa inaugurare un modo di convivere con gli altri che abbia cura della nostra Casa Comune e sia generoso col destino delle persone. In una parola, significa morire e risorgere. Ringiovanire come un' aquila significa anche liberarsi di cose che erano buone e di idee che erano brillanti ma che lentamente, nel corso degli anni, sono state superate e non sono in grado di ispirare una via per il futuro. La attuale crisi persiste e si approfondisce perché coloro che controllano il potere hanno vecchi concetti e non sono in grado di dare nuove riposte. Ringiovanire come un’aquila significa avere il coraggio di ricominciare da capo e di essere sempre aperti ad ascoltare, imparare e rivedere. Non è questo quello che ci proponiamo ogni nuovo anno? Che quest’anno 2013 che inauguriamo sia l’opportunità di domandarci quanto di gallina che vuole soltanto camminare sulla terra è in noi, e quanto c'è ancora dell'aquila, pronta a ringiovanire per affrontare con coraggio le difficoltà e le crisi della vita, e per cercare un nuovo paradigma di convivenza. E non possiamo dimenticare quella Energia poderosa e amorosa che sempre ci accompagna e che muove tutto l’universo. Lei ci abita, ci anima e ci dà un senso permanente per lottare e per vivere. Che lo Spiritus Creator non ci manchi mai!


domenica 5 agosto 2012

L'impossibile patto tra lupo e agnello



di Leonardo Boff

Dopo la festa, possiamo dire: il documento finale della Rio +20 presenta un menù generoso di suggerimenti e di proposte, senza nessun obbligo, con una dose di buona volontà commovente ma con una ingenuità analitica spaventosa e, direi, persino deplorevole. Non è una bussola che segna il «futuro che vogliamo» ma la direzione di un abisso. Tale risultato tronfio è un tributo alla credenza quasi religiosa che la soluzione dell’attuale crisi sistemica si trova nel veleno che l’ha prodotta: nell’economia. Non si tratta di economia in un senso trascendentale, come quella istanza che, in un modo o nell’altro, garantisce le basi materiali della vita. Ma dell’economia di tutti i giorni, quella realmente esistente che, negli ultimi tempi ha colpito tutte le istanze rimanenti (la politica, la cultura, e quella ’etica) e si è istallata sovrana come unico motore che fa andare la società. È la «Grande Trasformazione che già nel 1944 l’economista nordamericano di origine ungherese, 

Karl Polanyi, denunciava vigorosamente. Questo tipo di economia copre tutti gli spazi della vita, si propone di accumulare ricchezza fino a non poterne più, strappando a tutti gli ecosistemi, fino al loro inserimento, tutto ciò che sia commerciabile e consumabile, mantenendosi in piedi attraverso la più feroce competizione. Davanti a questo caos, Ban Ki Moon, segretario generale dell’Onu, non si stanca di ripetere all’apertura delle conferenze: stiamo davanti all’ultima opportunità che abbiamo di salvarci. Enfaticamente nel 2011 a Davos, davanti ai «Signori del denaro e della guerra economica» dichiarò: “L’attuale modello economico mondiale è un patto di suicidio globale”. Albert Jacquard, noto genetista francese, ha intitolato così uno dei suoi ultimi libri: “Il conto alla rovescia è già cominciato?” (2009). Quelli che prendono le decisioni non danno la minima attenzione agli allarmi della comunità scientifica mondiale. Non si era mai visto uno scollamento tra scienza, politica e etica da una parte e economia dall’altra come ai nostri giorni. Questo mi riporta al commento cinico di Napoleone dopo la battaglia di Eylau al vedere migliaia di soldati morti sulla neve: “Una notte di Parigi compenserà tutto questo”. Loro continuano a recitare il credo: un po’ ancora di questa conomia, e presto usciamo dalla crisi. È possibile il patto tra l’agnello (l’ecologia) e il lupo (economia)? Tutto indica che è impossibile. Potete affibbiare tutti gli aggettivi che volete al tipo di economia in vigore, ‘sostenibile’, ‘verde’ e altri che però non ne muteranno la natura. Loro immaginano che limare i denti al lupo gli toglie la ferocia. Ma questa risiede non nei denti ma nella sua natura. La natura di quest’economia è volere crescere sempre, a dispetto della devastazione del sistema-natura e sistema-vita. Non crescere significa condannarsi a morire. Il fatto è che la Terra non ne può più di questi assalti sistematici a i suoi beni e servizi. A questo aggiungiamo l’ingiustizia sociale, altrettanto grave quanto l’ingiustizia ecologica. Un ricco ‘medio’ consuma 16 volte più che un povero ‘medio’.
Un africano ha 30 anni di aspettativa di vita meno di un europeo (Jaquard, 28). Davanti a tali crimini come non indignarsi e non esigere un cambiamento di direzione? 
La Carta della Terra ci offre una direzione sicura: “Come mai prima di adesso nella storia, il destino comune ci chiama a raccolta per trovare un nuovo inizio. 
Questo richiede un cambiamento nella mente e nel cuore; esige un nuovo senso di interdipendenza globale, di responsabilità universale… per raggiungere un modo sostenibile di vita ai livello locale, nazionale, regionale e globale” (finale). Mutare la mente implica un nuovo modo di guardare la Terra non come il “mondo-macchina” ma come un organismo vivo, la Terra-madre alla quale sono dovuti rispetto e cura. Mutare il cuore significa superare la dittatura della ragione tecnico-scientifica e riscattare la ragione sensibile dove risiede il sentimento profondo, la passione per il cambiamento dell’amore e il rispetto per tutto quello che esiste e vive. Al posto della concorrenza vivere nell’interdipendenza globale, altro nome per la cooperazione al posto dell’indifferenza, la responsabilità universale, cioè, decidere di affrontare insieme il rischio globale. Valgono le parole de del Nazareno: “Se non vi convertirete, perirete tutti” (Lc 13,5).

Leonardo Boff è autore di Proteggere la Terra-curare la vita. Come evitare la fine del mondo, Record 2011.

domenica 13 maggio 2012

SOSTENIBILITÀ E EDUCAZIONE di Leonardo Boff



SOSTENIBILITA' E EDUCAZIONE
di Leonardo Boff
Teologo e Filosofo

La sostenibilità, uno dei temi centrali del Rio+20 non nasce spontaneamente. È il risultato di un processo di educazione attraverso il quale l'essere umano ridefinisce l’insieme delle relazioni che intrattiene con l'universo, con la terra, con la natura, con la società e con se stesso dentro i criteri di equilibrio ecologico, di rispetto e amore alla terra e alla comunità di vita, di solidarietà verso le generazioni future e della costruzione di una democrazia socio ecologica senza fine. Sono convinto che soltanto un processo generalizzato di educazione può creare nuovi elementi e nuovi cuori, come chiedeva la Carta della Terra, capaci di fare la rivoluzione paradigmatica richiesta dal rischio globale sotto il quale viviamo.Come ripeteva spesso Paolo Freire: «L’educazione non muta il mondo, ma muta le persone che cambieranno il mondo». Adesso tutte le persone sono stimolate a cambiare. Non abbiamo altra alternativa: o cambiamo o conosceremo il buio.
Non è questo il luogo per abbordare l’educazione nei suoi molteplici aspetti, tanto bene formulati nel 1996 dalla UNESCO: imparare a conoscere, a fare, a essere e a vivere insieme; io aggiungerei imparare a ad aver cura della Madre Terra e di tutti i suoi esseri. Ma questo tipo di educazione è ancora insufficiente. La situazione mutata del mondo esige che tutto sia ecologizzato, cioè, ogni sapere deve prestare la sua collaborazione allo scopo di proteggere la Terra, salvare la vita umana e il nostro progetto planetario. Pertanto, il momento ecologico deve attraversare tutti i saperi.
Il 20 dicembre del 2002 l’ONU approvò una risoluzione proclamando gli anni 2005-2014 la decade dell’educazione per lo sviluppo sostenibile. In questo documento si definiscono 15 prospettive strategiche in vista di un’educazione per lo sviluppo sostenibile. Ne riferiremo alcune: prospettive socioculturali che includono: diritti umani, pace e sicurezza; uguaglianza tra i sessi; diversità culturale e comprensione interculturale; salute; AIDS; governance globale. Prospettive ambientali che comportano: risorse naturali (acqua, energia, agricoltura e biodiversità); mutamenti climatici; sviluppo rurale; urbanizzazione sostenibile; prevenzione e mitigazione delle catastrofi. Prospettive economiche che tendono alla riduzione della povertà e della miseria; la responsabilità e il rendiconto delle imprese. Come si può vedere, il momento ecologico è presente in tutte le discipline: caso contrario non si raggiunge una sostenibilità generalizzata.
Da quando ha fatto irruzione la cifra ecologica ci siamo resi coscienti del fatto che tutti siamo ecodipendenti. Partecipiamo di una comunità di interessi con gli altri esseri viventi che insieme a noi condividono la biosfera. L’interesse basico comune è mantenere le condizioni per la continuità della vita e della stessa Terra, cosiddetta Gaia. È il fine ultimo della sostenibilità. A partire da adesso l’educazione deve assolutamente includere le quattro grandi tendenze dell’ecologia: quella ambientale, quella sociale, quella integrale e quella mentale o profonda (quella che mette in discussione il nostro posto nella natura).
Questa prospettiva si impone sempre di più tra gli educatori: educare al ben vivere che è l’arte di vivere in armonia con la natura e proporsi di ripartire in modo equo con gli altri esseri umani le risorse della cultura e dello sviluppo sostenibile. Dobbiamo mantenerci coscienti che non si tratta soltanto di introdurre correttivi al sistema che ha creato l’attuale crisi ecologica ma di educare in vista della sua trasformazione. Questo implica il superamento della visione riduzionistica e meccanicistica ancora imperanti e assumere la cultura della complessità. Essa ci permette di vedere le interrelazioni del mondo vivo e delle ecodipendenze dell’essere umano. Tale verifica esige il trattamento di questioni ambientali di forma globale e integrata.
Da questo tipo di educazione deriva la dimensione etica della responsabilità e della cura per il futuro comune della Terra e dell’umanità. Fa scoprire l’essere umano come curatore della nostra Casa Comune e il guardiano di tutti gli esseri. Vogliamo che la democrazia senza fine (Boaventura de Souza Santos) assuma le caratteristiche socio ecologiche perché solo così sarà adeguata all’era ecozoica e risponderà alle richieste del nuovo paradigma. L’essere umano, la terra e la natura si appartengono mutuamente. Per questo è possibile forgiare un cammino di convivenza pacifica. È la sfida dell’educazione.



  

domenica 6 maggio 2012

CHI HA CURA DEL CURANTE?





di Leonardo Boff
teologo/filosofo

Le prime e più antiche curatrici sono le nostre madri e nonne che dall'inizio dell'umanità hanno avuto cura della prole. Caso contrario, non staremmo qui a scrivere sulla cura.
In questo contesto vogliamo menzionare due figure, veri archetipi della cura: il medico svizzero Albert Schweitzer (1875-1965) e l'infermiera inglese Florence Nightingale (1820-1910).

Albert Schweitzer era un esimio esegeta biblico e uno dei maggiori concertisti di Bach del suo tempo. A trent'anni, già famoso in tutta Europa, abbandona tutto e studia medicina per, nello spirito delle beatitudini di Gesù, aver cura dei più poveri dei poveri (i lebbrosi) a Lambarené nel Gabon. In una delle sue lettere confessa esplicitamente: "Quello di cui abbiamo bisogno non è di missionari che vogliono convertire gli africani, ma di persone disposte a fare ai poveri quello che deve essere fatto, se è che il sermone della montagna e le parole di Gesù possiedono qualche valore. La mia vita non consiste nell'arte o nella scienza ma nell’essere un semplice essere umano, che nello spirito di Gesù fa qualcosa per quanto insignificante sia". È stato uno dei primi a vincere il premio Nobel della pace.
Per quarant'anni ha vissuto e lavorato in un ospedale da lui costruito con i soldi delle serate dei concerti di Bach. Nelle poche ore libere, ha avuto il tempo di scrivere una vasta opera centrata sull'etica della cura e sul rispetto della vita. Ha formulato così il suo  motto: «L'etica è la responsabilità illimitata per tutto quello che esiste e vive». In un'altra opera afferma: «L'idea chiave del bene consiste nel conservare la vita, farla sviluppare ed elevarla al più alto valore; il male consiste nel distruggere la vita, danneggiarla e impedire che si sviluppi pienamente. Questo è il principio necessario, universale e assoluto dell'etica».

L'altro archetipo della cura fu l'infermiera inglese Florence Nightingale.
Umanista e profondamente religiosa, decise di migliorare gli standard dell'infermieristica nel suo paese. Nel 1854 con altre 28 compagne Florence si trasferì in un campo di guerra nella Crimea turca, dove si impiegavano bombe a frammentazione, che producevano molti feriti.
Applicando nell'ospedale militare, la pratica di cure rigorose, in sei mesi ridusse dal 42% al 2% il numero dei morti. Questo successo le consegnò una notorietà universale. Di ritorno al suo paese e in seguito negli Stati Uniti d'America, creò una rete ospedaliera che applicava la cura come barra orientatrice dell’infermieristica e come etica naturale. Florence Nightingale continua a essere un referente ispiratore.

L'operatore della sanità è per essenza un curatore. Si prende cura degli altri come missione e come opzione di vita. Ma chi avrà cura del curante?, titolo di un bel libro del medico dottor Eugenio Paes Campos, (Vozes, 2005). Siamo partiti dal fatto che l'essere umano è per sua essenza e natura un essere per la cura. Sente la predisposizione ad aver cura e la necessità di essere lui stesso curato. Curare e essere curati sono tratti esistenziali (strutture permanenti) non scindibili. È noto che aver cura è molto impegnativo e può portare il curante allo stress. Specialmente se la cura costituisce, come deve essere, non un atto sporadico, ma un atteggiamento permanente e cosciente.
Siamo limitati, soggetti a stanchezza e alla violenza di piccoli fallimenti e delusioni. Ci sentiamo soli. Abbiamo bisogno di essere curati, sennò la nostra volontà di curare si indebolisce. Che fare dunque? Logicamente ogni persona ha bisogno di affrontare con senso di risilienza, fronteggiare efficacemente e"riprendersi" da questa situazione dolorosa. Ma questo sforzo non sostituisce il desiderio di essere curato. È dunque a questo punto che la comunità della cura, tutti gli altri operatori della salute , medici in testa, devono entrare in azione.
Medici, Infermieri o Infermiere sentono la necessità di essere pure loro curati. Hanno bisogno di sentirsi accolti e rivitalizzati, esattamente come le mamme fanno con figli e figlie. Altre volte sentono la necessità di cura come supporto, sostegno e protezione, cosa che il padre dà ai figli e alle figlie. Si crea dunque a questo punto ciò che il pediatra D.W. Winnicot chiamava «Holding», cioè, quell’insieme di cure e di fattori di animazione che rinforzano lo stimolo per continuare nella cura con i pazienti.
Quando questo spirito di cura regna, sorgono relazioni orizzontali di fiducia e mutua cooperazione, si supera il malessere nato dalla necessità di essere curati. Felice l'ospedale e più felici ancora quei pazienti che possono contare su un gruppo di curatori. Non ci saranno più «prescrittori» di ricette e applicatori di formule ma «curatori» della vita di persone malate che cercano la salute. L’energia positiva che si irradia dalla cura rinforza la cura.


Tradotto da Romano Baraglia

venerdì 27 aprile 2012

CORRUZIONE: DELITTO CONTRO LA SOCIETA' di Leonardo Boff



CORRUZIONE: DELITTO CONTRO LA SOCIETA'
di Leonardo Boff 

Nella graduatoria della Trasparenza Internazionale, il Brasile compare come uno dei paesi più corrotti del mondo. Su 91 paesi analizzati, occupa il 69º posto. Qui da noi è storica, è stata naturalizzata, voglio dire, considerata come un dato naturale, viene attaccata soltanto in seconda istanza quando il fatto è già avvenuto e dopo aver raggiunto molti milioni di reais e gode di ampia impunità. I dati sono spaventosi: secondo la Fiesp (Federazione delle Industrie di San Paolo) e annualmente rappresenta 84,5 miliardi di reais.

Se questo ammontare fosse applicato nella sanità, aumenterebbe dell'89% il numero dei letti negli ospedali; se investiti nell'educazione, si potrebbero aprire 16 milioni di nuovi posti nelle scuole; se investiti nelle costruzioni civili, si potrebbero costruire 1 milione e mezzo di case. Bastano questi dati per denunciare la gravità del crimine contro la società che la corruzione rappresenta. Se vivessero in Cina, molti corrotti finirebbero alla forca per delitto contro l'economia popolare. Tutti i giorni, episodi su episodi sono denunciati come adesso il contravventore Carlinhos Cachoeira, che per garantire i suoi affari si è infiltrato corrompendo personaggi del mondo politico, della polizia e perfino governo. Ma non serve né ridere né piangere. Quello che importa è comprendere questo perverso processo criminoso.

Cominciamo con la parola «corruzione». Essa ha le sue radici nella teologia. Prima che si parlasse di peccato originale, espressione che non appare nella sacra scrittura, ma è stata creata da Sant'Agostino nell'anno 416, in uno scambio di lettere con San Girolamo, la tradizione cristiana diceva che l'essere umano vive in una situazione di corruzione. Sant'Agostino spiega l'etimologia: corruzione è avere il cuore (cor) rotto (ruptus) e pervertito. Cita la genesi: «La tendenza del cuore è deviante fin dalla più tenera età» (8,21). Il il filosofo Kant faceva la stessa constatazione nel dire: "Siamo un legno tutto contorto dal quale non si può ricavare tavole dritte". In altre parole: c'è una forza in noi che ci incita alla deviazione e alla corruzione. Essa non è fatale. Può essere controllata altrimenti continua il suo corso. Come si spiega la corruzione in Brasile? Si possono identificare tre ragioni fondamentali tra le altre: storica, politica e culturale.

Quella storica: siamo eredi di una eredità coloniale perversa e di tipo schiavista che ha segnato le nostre abitudini. La colonizzazione e la schiavitù sono istituzioni obiettivamente violente e ingiuste. Allora le persone per sopravvivere e conservare un minimo di libertà erano portate a corrompere. Cioè: subornare, ottenere favori attraverso scambi, peculato (favoreggiamento illecito con denaro pubblico) oppure nepotismo. Questa pratica ha dato origine al «jeitinho» brasiliano, una forma di navigazione dentro a una società diseguale e ingiusta e alla legge di Gerson che significa ricavare vantaggi personali da qualsiasi cosa.

Quella politica: la base della corruzione politica risiede nel patrimonialismo, nella carente democrazia e nel capitalismo senza regole. Nel patrimonialismo non si distingue la sfera politica da quella privata. Le élite hanno trattato la cosa pubblica come se appartenesse a oro e hanno organizzato lo Stato con strutture e leggi che servissero ai loro interessi senza pensare al bene comune.

C'è un patrimonialismo nella politica attuale che concede vantaggi (concessioni, mezzi di comunicazione) ai Baroni della politica. Dobbiamo dire che il capitalismo qui e nel mondo è nella sua stessa logica, corrotto, anche se accettato socialmente. Esso semplicemente impone il dominio del capitale sul lavoro creando la ricchezza con lo sfruttamento dei lavoratori e con lo sfruttamento della natura. Genera diseguaglianze sociali che, eticamente, sono ingiustizie, il che dà origini permanenti a conflitti di classe.
Per questo, il capitalismo è per natura sua antidemocratico, perché la democrazia suppone un'uguaglianza basica dei cittadini e diritti garantiti, qui violati dalla cultura capitalista. Se prendiamo tali valori come criterio, potremmo dire che la nostra democrazia è anemica, a un passo dalla farsa. Vorrebbe essere rappresentativa, in verità, rappresenta gli interessi delle élite dominanti e non quelli generali della nazione. Ciò significa che non abbiamo uno Stato di diritto consolidato e molto meno uno stato di benessere sociale. Questa situazione configura una corruzione già strutturata e fa sì che i fatti di corruzionei campeggino liberi e impuniti.

Quella culturale: la cultura detta regole socialmente riconosciute. Roberto Pompeo de Toledo ha scritto nel 1994 sulla rivista «Veja»: “Oggi sappiamo che la corruzione fa parte del nostro sistema di potere tanto quanto riso e fagioli nei nostri pasti”. I corrotti sono visti come esperti e non criminali come di fatto sono. Di solito possiamo dire: quanto più diseguale e ingiusto è uno Stato e per di più centralizzato e burocratizzato come il nostro, più crea il brodo culturale che permette e tollera la corruzione. Soprattutto nei portatori di potere si manifesta la tendenza alla corruzione. Ben diceva il cattolico Lord Acton (1846-1902): "il potere ha la tendenza a corrompersi e l'assoluto potere corrompe assolutamente". E aggiungeva: "il mio dogma è la generale cattiveria degli uomini portatori di autorità; sono quelli che si corrompono di più".

Perché questo? Hobbes nel suo Leviatano (1651) ci accenna all'irrequieto desiderio del potere è ancora più potere che cessa soltanto con la morte; la ragione di questo risiede nel fatto che non si può garantire il potere se non cercando ancora più potere".
Purtroppo è quello che è avvenuto con il PT. Ha innalzato la bandiera etica e delle trasformazioni sociali. Ma invece che appoggiarsi sul potere della società civile e dei movimenti e creare una nuova egemonia, ha preferito il cammino corto delle alleanze e degli accordi con i corrotti del potere dominante. Ha garantito la governabilità al prezzo di mercantilizzare le relazioni politiche e abbandonare la bandiera dell'etica.

Un sogno di generazioni è stato frustrato. Magari potesse ancora essere riscattato. Come combattere la corruzione? Attraverso la trasparenza totale, attraverso una democrazia attiva che controlla l'applicazione dei soldi pubblici con una giustizia libera e incorruttibile, con l'aumento degli uditori affidabili che attaccano anticipatamente la corruzione. Come informa il World Economic Forum, Danimarca e Islanda possiedono 100 uditori per 100.000 abitanti. Il Brasile ne ha appena 12800, mentre avremmo bisogno di almeno 160.000 unità. Soprattutto, lottare per un altro tipo di democrazia meno diseguale e ingiusta che persistere così com’è sarà sempre corrotta, corruttibile corruttrice.

*Teologo, filosofo e scrittore.

venerdì 3 febbraio 2012

Sviluppo sostenibile: critica al modello standard





di Leonardo Boff
Teologo/Filosofo


I documenti ufficiali dell’ONU e anche l’attuale bozza per Rio +20, hanno adottato il modello-standard di sviluppo sostenibile: dev’essere economicamente praticabile, socialmente giusto e ambientalmente corretto. È il famoso treppiede, detto Triple Bottom Line (Linea dei tre pilatri), creato nel 1990 dal britannico Elkington fondatore della ONG SustainAbility. Questo modello non resiste a una critica seria.
Sviluppo economicamentte praticabile: nel linguaggio politico dei governi e delle imprese,  sviluppo è uguale a Prodotto Interno Lordo, PIL. Guai all’impresa e al paese che non ostentino tassi positivi di crescita annuale! Entrano in crisi o in recessione, con conseguente diminuzione dei consumi e creazione di disoccupazione: nel mondo degli affari, l’affare è guadagnare, col più piccolo investimento possibile, con la capacità concorrenziale più forte posssibile, nel minor tempo possibile.

Quando qui parliamo di sviluppo, non si tratta di uno sviluppo qualsiasi, ma di quello che di fatto esiste, industrialista, capitalista, consumista. Questo è antropocentrico, contraddittorio e equivoco. Mi spiego.
È antropocentrico, perché è imperniato unicamente sull’essere umano, come se non esistesse la comunità di vita, (flora e fauna e altri organismi viventi), comunità che pure ha bisogno dell’atmosfera e richiede ugualmente sostenibilità.
È  contraddittorio, perché sviluppo e sostenibiltà ubbidiscono a logiche tra loro contrapposte. Lo sviluppo di fatto esistente sfrutta la natura e privilegia l’accumulazione privata. È economia politica di stampo capitalista. La categoria ‘sostenibilità’, al contrario, proviene dalle scienze della vita e dall’ecologia, la cui logica è circolare e includente. Rappresenta la tendenza degli ecosistemi all’equibro dinamico, all’interdipendenza e alla cooperazione di tutti con tutti. Come si si può capire: sono logiche che si auto-negano: una privilegia l’individuo, l’altra la collettività, una enfatizza la competizione, l’altra la cooperazione, una l’evoluzione del più idoneo, l’altra la co-evoluzione di tutti interconnessi.
È equivoco, perché sostiene che la povertà è causa del degrado ecologico. Pertanto: quanto minore la povertà, tanto maggiore lo sviluppo sostenibile, il che è un equivoco. Analizzando però criticamente le cause reali della povertà e del degrado della naura, si vede che derivano, non in modo esclusivo, ma principalmente, dal tipo di sviluppo praticato: è questo che produce il degrado, perché dilapida la natura, paga bassi salari e così genera povertà.
L’espressione ‘sviluppo sostenibile’ rappresenta uma trappola del sistema imperante: assume i termini dell’ecologia (sostenibilità) per svuotarli. Assume l’ideale dell’economia (crescita), mascherando la povertà che esso stesso produce.
Socialmente giusto: Se c’è una cosa che l’attuale sviluppo industrial/capitalista non può dire di se stesso è di essere socialmente giusto.
Se fosse davvero così, non ci sarebbe un miliardo e 400 milioni di affamati nel mondo, né la maggioranza delle nazioni sarebbe nella povertà. Fermiamoci soltanto al caso ‘Brasile. L’atlante sociale del Brasile (IPEA) ci dice che 5000 (cinquemila) famiglie controllano il 46% del PIB. Il governo inietta annualmente 125 miliardi di Reais nel sistema finanziario per pagare con interessi i prestiti fatti e spende appena 40 miliardi per i programmi sociali a beneficio delle grandi maggioranze dei poveri. Tutto questo denuncia la falsità della retorica di uno sviluppo socialmente giusto, impossibile all’interno dell’attuale paradigna economico.
Ambientalmente scorretto: l’attuale tipo di sviluppo si fa movendo una guerra sfrenata contro Gaia, strappandole  tutto quello che sembra utile e oggetto di lucro, specie per quelle minoranze che controllano il processo. In meno di 40 anni, secondo l’INDICE Pianeta Vivo dell’ONU (2010) la biodiversità globale ha sofferto una caduta del 30%. Soltanto dal 1998 al presente, c’è un balzo del 35% nelle emissioni di gas a effetto serra. Invece che chiacchierare sui limiti della crescita, faremmo meglio a parlare dei limiti dell’aggressione alla Terra.
In conclusione, il modello standard di sviluppo che si pretende sostenibile, è retorica. Qua e là si verificano progressi nella produzione, con basse emissioni di carbonio, nell’utilizzazione di energie alternative, nel rimboschimento delle regioni degradate e nella creazione di migliori discariche per i rifiuti. Ma, attenzione: tutto è realizzato, purché non si tocchino i profitti, purché non diminuisca la competizione. Qui, l’utilizzazione dell’espressione “sviluppo sostenibile” possiede un significato politico importante: rapppresenta una maniera abile di sviare l’attenzione per il necessario cambiamento di paradigma economico, se proprio ci teniamo ad una reale sostenibiltà. Dentro al modello attuale, la sostenibiltà o è isolata o non esiste affatto.

Tradotto da Romano Baraglia

venerdì 13 gennaio 2012

Solo un Dio potrà salvarci


Leonardo Boff

Teologo/Filosofo






Questa frase non viene da un qualche papa, ma è di Martin Heidegger (1889-1976), uno dei più profondi filosofi tedeschi del secolo XX in un'intervista concessa al settimanale Der Spiegel il giorno 23 settembre 1966, ma resa nota soltanto il giorno 31 maggio 1976, una settimana dopo la sua morte. Heidegger è sempre stato un acuto osservatore dei destini spaventosi della nostra civiltà tecnologica. Per lui, la tecnologia come intervento nella dinamica naturale del mondo a beneficio umano è entrata a tal punto nel nostro modo di essere, che si è trasformata in una seconda natura.

Oggigiorno non possiamo immaginare noi stessi senza il vasto apparato tecnicoscentifico sul quale poggia la nostra civiltà. Essa però è dominata da una pulsione opportunistica che si traduce nella formula: se possiamo fare, è anche permesso fare senza nessun'altra considerazione etica. Le armi di distruzione di massa sono nate da un simile atteggiamento. Se esistono, perché non usarle?

Per il filosofo, una tecnica così senza coscienza è la più legittima espressione del nostro paradigma e della nostra mentalità, sorti nei promordi della modernità nel secolo XVI, le cui radici tuttavia si trovano già nella classica metafisica greca. Detta mentalità si orienta attraverso lo sfruttamento, il calcolo, la meccanizzazione e la efficienza applicata a tutti gli ambiti, ma principalmente in relazione alla natura. Questo modo di comprendere è entrato in noi a tal punto che riteniamo la tecnologia come la panacea di tutti i nostri problemi. Inconsciamente ci definiamo contro la natura, che deve essere dominata e sfruttata. Noi stessi siamo diventati oggetto di scienza, destinati a essere manipolati compresi i nostri organi e perfino i nostri geni.

Si è creato un divorzio tra l'essere umano e la natura che appare nel crescente degrado ambientale e sociale. Il perdurare e l'accelerarsi di questo processo tecnologico secondo lui, può portarci a una eventuale distruzione. La macchina di morte è pronta da decenni.

Per uscire da questa situazione non sono sufficienti appelli etici e religiosi, molto meno la semplice buona volontà. Si tratta di un problema metafisico, cioè di un modo di vedere e pensare la realtà. Siamo montati su un treno che corre veloce sui binari e non sappiamo come fermarlo. Ed esso sta andando incontro a un abisso là davanti. Che fare? Ecco il problema.

Volendo, avremmo nella nostra tradizione culturale un'altra mentalità, nei presocratici come Eraclito, tra gli altri, che ancora vedevano la connessione organica tra l'essere umano e la natura, tra il divino e il terreno e alimentavano un senso di appartenenza a un Tutto piú grande. Il sapere non stava al servizio del potere ma della vita e della contemplazione del mistero dell'essere. Oppure in tutta la riflessione contemporanea sul nuovo paradigma cosmologico-ecologico che vede l'unità e la complessità dell'unico e grande processo dell'evoluzione del quale  tutti gli esseri sono soggetti emergenti e interdipendenti. Ma questo cammino ci è vietato a causa dell'eccesso di tecnoscienza, di razionalitá calcolatrice e per gli immensi interessi economici delle grandi corporazioni che vivono di questo status quo.

Dove andiamo? È in questo contesto di indagini che Heidegger ha pronunciato la famosa e profetica sentenza: “La filosofia non potrà realizzare direttamente nessun cambiamento dell'attuale situazione del mondo. Questo non vale solo per la filosofia, ma principalmente per tutta l'attività del pensiero umano. Solamente un Dio ci può salvare (Nur noch ein Gott kann uns retten). Per noi resta l'unica possibilità nel campo del pensiero e della poesia la quale significa preparare una disposizione per l'apparizione di Dio o per la sua assenza in un tempo di tramonto (Untergrund); dato che noi, di fronte a un Dio assente andiamo a sparire”.

Quello che Heidegger afferma viene pure gridato da notevoli pensatori, scienziati e ecologi. O cambiamo direzione oppure la nostra civiltà mette a rischio il suo futuro. Il nostro atteggiamento è di apertura a un avvento di Dio, quella energia poderosa e amorosa che sostiene ogni essere e l'intero universo. Lui ci potrá salvare. Questo atteggiamento è ben rappresentato dalla gratuità della poesia e del libero pensiero. Siccome Dio secondo le scritture è “il supremo amante della vita” (Sapienza, 11,24) speriamo che non permetta una fine tragica per l'essere umano. Esso esiste per brillare, convivere e essere felice.




Tradotto da Romano Baraglia



giovedì 5 gennaio 2012

Altro paradigma: ascoltar la natura



Leonardo Boff
Teologo/Filosofo




Ora che si avvicinano grandi piogge, inondazioni, temporali, uragani e slittamento di terreni ripidi, dobbiamo imparare di nuovo ad ascoltare la natura . Tutta la nostra cultura occidentale, dal lato greco, si basa sul vedere. Non è senza ragione che la categoria centrale – l´idea - (eidos, greco) significa visione. La tele-visione ne è la massima espressione. Abbiamo sviluppato perfino gli estremi limiti alla nostra visione. Penetriamo con telescopi di grande potenza nelle profonditá dell´universo, per osservare le galassie piú distanti. Siamo scesi tra le ultimissime particelle elementari e nell´intimo del mistero della vita. Per noi, il vedere è tutto. Dobbiamo tuttavia prendere coscienza che questo è il modo di essere dell´uomo occidentale, non di tutti.

Altre culture, come quelle a noi vicinissime (dei Quéchua, Aymarás e altre) si sono strutturate attorno all´ascoltare.
Anche loro vedono, è logico. Ma la loro singolaritá consiste nell´ascolto dei messaggi di ciò che vedono. Il contadino dell´altopiano della Bolivia dice: “Io ascolto la natura, io so quello che la montagna vuole dirmi”. Parlando con uno sciamano, lui testimonia: ”Io acolto la Pachamama e so quello che lei mi sta comunicando”. Tutto parla: le stelle, il sole, la luna, le montagne maestose, i laghi sereni, le valli profonde, le nuvole fuggenti, le foreste, gli uccelli, gli animali”. Le persone imparano ad ascoltare attentamente queste voci. I libri non sono importanti per loro, perché sono muti, mentre la natura è piena di voci. E loro si sono specializzati nell´ascolta fino al punto che sanno quello che sta succedendo alla natura nell´osservare le nuvole, nell´ascoltre il vento, nell´osservare i lama o le formiche, .

Questo mi ha riportato alla mente un´antica tradizione teologica elaborata da Sant´Agostino e sistematizzata da San Bonaventura nel Medioevo: la rivelazione divina primaria è la voce della natura, il libro parlante di Dio. Per il fatto che abbiamo perduto la capacitá di ascolto, Dio, per misericordia, ci ha dato un ulteriore libro che è la Bibbia, affinché, ascoltanddo i suoi contenuti potessimo nuovamente udire quello che la natura ci dice.

Quando Francisco Pizarro, nel 1532, in Cajamarca, con l´aiuto di un´imboscata traditrice imprigionò il capo Inca Atahualpa, ordinò al frate domenicano Vicente Valverde che col suo interprete  Filipillo leggesse loro la richiesta, (un testo in latino)  per cui dovevano lasciarsi battezzare e sottomettersi ai sovrani spagnoli, perché così aveva disposto il Papa. Caso contrario, sarebbero stati schiavizzati per disobbedienza. L´Inca chiese da dove venisse loro questa autorità. Valverde gli consegnò il libro della Bibbia. Atahualpa lo prese e se lo accostò all´orecchio. Non avendo ascoltato niente, scaraventò la Bibbia al suolo. Era il segnale perchè Pizarro massacrasse la guardia reale e imprigionasse il capo Inca. Come si vede l´ascoltare era tutto per il capo Inca. La Bibbia non diceva niente.

Per la cultura andina tutto si struttura nell`intimo di relazioni vive, cariche di senso e di messaggi. Percepiscono il filo che tutto penetra, unifica e dà significato. Noi occidentali vediamo gli alberi, ma non la foresta. Le cose stanno isolate le una dalle altre. Sono mute. Solo noi abbiamo la parola. Captiamo i messaggi Al di fuori dell`insieme di relazioni. Per questo il nostro parlare è formale e freddo. Su di essa abbiamo elaborato le nostre filosofie, dottrine, scienze e dogmi. Ma questo è il nostro modo di sentire il mondo. Non è di tutti i popoli. Gli abitanti delle Ande ci aiutano a relativizzare il notro preteso “universalismo”. Possiamo esprimere messaggi in altre forme relazionali e includenti e non in quelle oggettive e mute cui siamo avvezzi. Esse ci sfidano ad ascoltare messaggi che ci vengono da ogni parte.

Ai giorni nostri dobbiamo ascoltare le nubi nere, le foreste sui pendii della montagna. I fiumi che sfondano gli argini, le pareti ripide, le rocce distaccate sono preavvisi. Le scienze della natura ci aiutano all´ascolto, ma non è nostra abitudine captare gli avvisi di quel che vediamo. Per questo la nostra sordità ci fa vittime di disastri clamorosi. Noi dominiamo la natura, solo se Le ubbidiamo, cioè ascoltiamo quello che lei vuole insegnarci. La sordità ci dará amare lezioni.

Si veda il mio libro: “O Casamento do Céu com a Terra: mitos ecológicos indígenas”, São Paulo, Moderna, 2004.

Tradotto da Romano Baraglia





venerdì 23 dicembre 2011

Il Natale di una volta: vecchio e sempre nuovo






Leonardo Boff
Filosofo/teologo



Vengo dal passato remoto, dagli anni 40 del secolo passato, un'epoca in cui babbo Natale non era ancora arrivato con la slitta. Nelle nostre colonie, italiane, tedesche e polacche, domatrici della foresta nella regione di G. Concordia-SC, conosciuta per essere la sede della Sadia e della Seara con i loro eccellenti prodotti di carne, conoscevamo soltanto il bambino Gesù. Erano tempi di fede ingenua e profonda che dava forma a tutti i particolari della vita. Per noi bambini, il Natale era il punto forte dell'anno, preparato e aspettato con ansia. Finalmente veniva il bambino Gesù con il suo asinello (musseta, in veneto) a portarci i doni.

La regione era tutta una foresta di pini a perdita d'occhio e non era difficile trovare qualche alberello che veniva adornato con materiali rudimentali di quella regione ancora in via di orrganizzazione. Si adoperava carta colorata, cellophane e disegni che noi facevamo a scuola. La mamma faceva pane al miele e figure umane e di animaletti che venivano appesi ai rami dell'albero. Sulla cima c'era sempre una stella grande rivestita di carta rossa. In basso, e intorno all'albero, si montava il presepio, fatto con ritagli di carta, presi da una rivista che arrivava in abbonamento a mio padre, maestro di scuola. Lì stavano San Giuseppe, Maria, tutta raccolta, i re Magi, i pastori, le pecorelle, e pure l'asinello e alcuni cani, gli angeli cantori che noi appendevamo ai rami bassi dell'albero e, naturalmente, al centro, il bambino Gesù: vedendolo quasi nudo noi immaginavamo che stesse battendo i denti dal freddo e così eravamo tutti pieni di compassione. Vivevamo il tempo glorioso del mito.
Il mito traduce meglio la verità che la pura e semplice descrizione storica. Come parlare di un Dio che si fa bambino, del mistero dell'essere umano, della sua salvezza, del bene e del male se non contando storie, proiettando miti che rivelano il senso profondo degli eventi?
I racconti della nascita di Gesù contenuti nei Vangeli, contengono elementi storici, ma per enfatizzare il loro significato religioso, vengono rivestiti di linguaggi mitologici e simbolici. Per noi bambini tutto questo era una verità che accettavamo con entusiasmo. Ancor prima che fosse introdotto la 13ª, i professori ricevevano una piccola indennità. Mio padre spendeva tutto quel denaro per comprare regali agli 11 figlioli. Regali che venivano da lontano, e tutti istruttivi: carte con i nomi dei principali musicisti, pittori celebri, dai nomi difficili da pronunciare e ridevamo per le loro barbe o per i loro nasi o per qualche altro piccolo particolare. Un regalo ha fatto fortuna: una cassa con materiali per costruire una casa o un castello. Noi, i più vecchi, cominciavamo a partecipare della modernità: avevamo in dono una Jeep e o una macchinetta che si muovevano dando la corda o avevano una ruota che mentre girava faceva scintille o qualcosa di simile. Per non litigare, sotto ogni regalo stava il nome del figlio della figlia. Poi cominciarono le contrattazioni e gli scambi. La prova infallibile che il bambino Gesù di fatto era passato era la sparizione sparizione dei fasci di erba fresca.
Oggi viviamo nei tempi della ragione e della demistificazione. Ma tutto questo vale soltanto per noi adulti. I bambini, sia pure con Babbo Natale, e non più con Gesù, vivono nel mondo incantato dei sogni. Il buon vecchietto porta regali e dà buoni consigli.
Siccome ho la barba bianca, non c'è bambino che mi passi accanto e che non mi chiami Babbo Natale. Spiego loro che sono soltanto il fratello di Babbo Natale che viene per osservare se i bambini fanno tutto ammodino, poi io racconto a Babbo Natale per chi vuole avere dei bei regali. Anche così i bambini non sono del tutto convinti. Si avvicinano, toccano la barba e dicono: è proprio Babbo Natale. Sono una persona come qualsiasi altra ma il mito mi fa essere Babbo Natale davvero.
Se noi adulti figli della critica e della demitizzazione, non riusciamo più a rimanere incantati, permettiamo che i nostri figli e figlie restino incantati e gustino il regno magico della fantasia. La loro esistenza sarà piena di senso di allegria. Che vogliamo più di ogni altra cosa dal Natale se non questi doni preziosi che Gesù ha voluto portare in questo mondo?
Tradotto da Romano Baraglia

venerdì 9 dicembre 2011

E’ possibile alimentare 7 miliardi di persone?


Leonardo Boff
Teologo/Filosofo



Siamo ormai 7 miliardi di abitanti. Ci sarà cibo sufficiente per tutti? Disponiamo di varie risposte. Ne abbiamo scelto una del gruppo Agrimonde (veja Développement et civilisations, setembro 2011) di base francese, che ha studiato la situazione alimentare di sei regioni critiche del pianeta. Il gruppo di scienziati è ottimista, perfino per quando saremo 9 miliardi di abitanti nel 2050. Propone due soluzioni: l'approfondimento della nota rivoluzione verde degli anni 60 del secolo passato e quella della cosiddetta doppia rivoluzione verde.


La rivoluzione verde ha avuto il merito di confutare le tesi di Malthus, secondo cui dovrebbe avvenire uno sfasamento tra la crescita demografica, di proporzioni geometriche, e la crescita alimentare in proporzioni aritmetiche. È stata una riprova che con le nuove tecnologie e una migliore utilizzazione delle aree coltivabili e una massiccia applicazione di anticrittogamici, in precedenza destinati alla guerra e adesso all'agricoltura, era possibile produrre molto più di quello che la popolazione richiedeva.


Tale previsione si è dimostrata azzeccata, dato che c'è stato un balzo significativo nell'offerta di alimenti. Ma per causa della mancanza di equità del sistema neoliberale e capitalista, milioni e milioni sono ancora nella situazione di fame cronica e nella miseria. È opportuno osservare che questa crescita alimentare ha richiesto un costo ecologico estremamente alto: si sono avvelenati i suoli, si sono contaminate le acque, si è impoverita la biodiversità oltre a provocare erosioni e desertificazione in molte regioni del mondo, specialmente in Africa.

Tutte le cose sono andate peggiorando dal momento in cui gli alimenti sono diventati una merce come tutte le altre e non mezzi di vita, che per loro natura mai dovrebbero stare soggetti alla speculazione dei mercati. La tavola è imbandita e il cibo basterebbe per tutti, ma i poveri non hanno accesso alla mensa per mancanza di risorse monetarie. E dunque rimangono affamati e il loro numero cresce in continuazione.

Il sistema neoliberale imperante scommette ancora con questo modello, dato che non occorre cambiare la logica, cinicamente si tollera di convivere con milioni di affamati, considerati irrilevanti per l'accumulazione senza limiti.

Questa soluzione è miope, anzi falsa, oltre che crudele e spietata. Quelli che ancora la difendono non prendono sul serio il fatto che la Terra sta, innegabilmente, alla deriva e che il riscaldamento globale produce grande erosione dei suoli, distruzione di raccolti, e milioni di emigrati climatici. Per loro, la Terra non è che un mezzo di produzione e non la Casa Comune, Gaia, di cui dobbiamo prenderci cura.

A dire il vero, chi si intende di alimenti sono gli agricoltori. Essi producono il 70% di tutto quello che l'umanità consuma. Per questo, devono essere ascoltati e inseriti in qualsiasi soluzione che governanti, associazioni di categoria e la società stessa dovranno prendere, perché si tratta della sopravvivenza di tutti.

Data la sovrappopolazione umana ogni pezzo di terreno deve essere utilizzato ma secondo le possibilità e i limiti del suo ecosistema; si devono utilizzare o riciclare il più possibile tutti i gli scarti organici, economizzare al massimo l'energia sviluppando quelle alternative, favorire l'agricoltura familiare, le piccole medie cooperative. Infine tendere a una democrazia alimentare in cui produttori e consumatori prendono coscienza delle rispettive responsabilità, con conoscenze e informazioni intorno alla reale situazione di sostenibilità del pianeta, consumando in modo diverso, solidale frugale e senza  spreco.

Tenendo conto di questi dati, la Agrimonde propone una doppia rivoluzione verde in questo senso: accetta di prolungare la prima rivoluzione verde con le sue contraddizioni ecologiche ma contemporaneamente propone una seconda rivoluzione verde. Questo presuppone che i consumatori maturino comportamenti quotidiani differenti dagli attuali, ma coscienti dell'impatto ambientale e aperti alla solidarietà internazionale affinché l'alimento sia di fatto un diritto accessibile a tutti.

Essendo ottimisti, possiamo dire che l'ultima proposta è ragionevolmente sostenibile. E si sta organizzando, come una semina in tutte le parti del mondo, attraverso l'agricoltura organica familiare, di piccole e medie imprese, dall'agroecologia, dagli eco villaggi e da altre forme più rispettose della natura. Essa è possibile e forse è il cammino obbligatorio per l'umanità futura.


Tradotto da Romano Baraglia

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