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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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sabato 24 marzo 2012

Neofeudalesimo



di Gioacchino De Candia

Alla caduta dell’Impero romano d’occidente (intorno al 476 d.C.) seguì un periodo che gli storici hanno chiamato Medioevo, che durò quasi un millennio, fino all’avvento di un altro periodo, che gli stessi storici hanno identificato col nome di Umanesimo e Rinascimento.

Il Medioevo è stato caratterizzato dal feudalesimo (o età feduale) nel quale, in assenza di un potere centrale abbastanza forte da governare le varie forze centrifughe territoriali, il Re (o l’Imperatore, a seconda dei casi) per meglio reggere determinati territori li dava in gestione a questo o quel dignitario, che di volta in volta godeva della sua fiducia.

Questi territori, appunto chiamati feudi, venivano governati, inizialmente e secondo la loro importanza, da un Vassallo (direttamente investito dal Re) da un Valvassore o da un Valvassino (per i territori più piccoli).

Tra i primi monarchi a suddividere il proprio territorio tra i vassalli più fedeli e meritevoli, fu Carlo Magno, che all’indomani della conquista di buona parte dell’Italia centro-settentrionale e dopo aver cinto anche la corona ferrea, decise appunto per tale suddivisione, dato l’enorme territorio che aveva conquistato con le sue campagne.

Compito dei vari vassalli era quello di far rispettare le leggi del Re, di governare di conseguenza il territorio e di riscuotere i relativi tributi. In più, questa società era fortemente rigida, basata su di una ferrea strutturazione in classi, ordinata per sangue e nascita.

Successivamente, questi feudi ed i loro rispettivi occupanti e dignitari presero nomi diversi, tra cui Marca (da cui Marchese) Ducato (da cui Duca) Baronia (da cui Barone) e Contea (da cui Conte) nomi e titoli nobiliari che, quantomeno in Italia, sono rimasti inalterati nel loro contenuto e nel loro potere, fino alla fine della II Guerra Mondiale quando, con l’avvento della Repubblica, tali titoli sono divenuti puramente simbolici e decorativi.

Finora…

Nell’ultimo decennio il continuo verificarsi di crisi finanziarie, che hanno finito per minare l’economia fin nelle sue fondamenta, stanno portando a galla antichi e mai del tutto sopiti movimenti aristocratici.

Se un tempo il potere di questo o quel dignitario, a cui veniva concesso un feudo, derivava direttamente dal Sovrano, oggi queste investiture avvengono all’interno delle lobbies finanziarie, che suddividono tra loro il territorio in base a logiche monetarie e, in generale, finanziarie.

I nuovi Duchi, Conti e Baroni si chiamano Amministratori delegati, Presidenti e Direttori generali, che hanno quasi lo stesso potere di vita e di morte sui loro sottoposti che avevano gli antichi dignitari sui territori che amministravano.

In effetti, le società ed i relativi Governi stanno evolvendo in una struttura politico-amministrativa, che ricorda molto da vicino l’antico feudalesimo, con le attuali accezioni relative alla globalizzazione e, quindi, alla maggiore e più pervicace capacità di governo del sistema, che risulta sempre di più diviso in rigide classi e sempre di più basato sul sangue e sulla nascita.

Nel Medioevo, una popolazione che si vedeva vessata dal feudatario di turno poteva ricorrere all’arma della rivolta per liberarsi dall’opprimente vassallo, tant’è che spesso un feudo, dopo la periodica e perentoria ribellione, rimaneva senza un “signore” per diverso tempo, proprio per cercare di sedare gli animi locali.

Oggi, questa capacità di ribellione è sopita innanzitutto da una società decisamente più opulenta del passato, oltre che da una serie di valvole di sfogo massmediatiche, che ne riducono le possibilità di rivolta.

Quando, in quei rari casi, le rivolte esplodono, i coordinamenti tra i vari governi del sistema sono prontissimi ad inviare la forza (anche letale) necessaria a “pacificare” la situazione, o quantomeno a circoscriverla per evitare ulteriori e più pericolosi “contagi”.

Difficile dire, ad oggi, come evolverà la situazione, anche se è certo che “indietro non si torna!”.

giovedì 29 dicembre 2011

IL DECRETO SALVA ITALIA NON SALVA GLI ITALIANI



Pubblichiamo in un'unica parte questo articolo che l'autore aveva all'origine diviso in due parti, la prima delle quali risale al 5 Dicembre 2011 e la seconda al 23.

di Gioacchino De Candia


PRIMA PARTE

Una delle cose più aberranti che la “civiltà occidentale” ha saputo produrre, soprattutto negli ultimi tempi, è il florilegio di notiziole, falsità, amenità, quisquilie e pinzellacchere che, in una parola, vanno sotto il nome di “gossip” e che inficiano sistematicamente tutti i mezzi di informazione di massa: dalla carta stampata alle TV per finire al web.

All’interno di tutte queste voci “fuori controllo” è davvero difficile, anche per chi sa distinguere l’informazione buona da quella cattiva, riuscire a barcamenarsi in questi mare magnum di insulsaggini. Molti ci sguazzano, molti ci speculano, tantissimi s’incavolano (dovrei usare un’espressione più colorita, ma sono un signore e quindi evito).

Inevitabilmente, anche il recentissimo decreto Monti (ribattezzato frettolosamente salva-Italia) finisce per cadere nella rete del gossip mass-mediatico, fornendo ulteriore elemento di distorsione alla manovra dell’attuale Governo tecnico italico, che il buon prof. Monti dimostra comunque di saper ben condurre, con il tipico piglio di capitano di lungo corso, che ne ha viste di cotte e di crude e che riesce agevolmente ed anche abilmente a sfiorare e scansare scogli, morene ed iceberg di turno (nonostante sia alla guida della nave Italia, tutt’altro che inaffondabile).

Infatti, sul web già da un paio di giorni sono recuperabili sedicenti bozze del decreto, che Monti stesso ha illustrato a grandi linee or ora coronato dallo stuolo di Ministri tecnici di cui si circonda, che non solo sono in palese contrasto tra loro, ma che vengono anche sbugiardate proprio oggi dal sito di libero, che pubblica un nuovo testo con altri ritagli e relative frattaglie.

Rifacendomi, quindi, a quanto declamato col suo stile impeccabile dal buon Super Mario nella II di avvento, devo purtroppo rimarcare il titolo del presente articolo: il decreto Monti salva (forse) l’Italia, ma non gli italiani.

Tante, troppe, sono le cose della nuova manovra da 24-25 miliardi (anche in questo la stampa non si trova perfettamente d’accordo) che non convincono, perchè non solo non rispecchiano criteri di equità, ma fanno anche da base per un ulteriore inasprimento dell’attuale fase di stagnazione dell’economia italiana, che potrà tradursi in vera e propria recessione da qui al 2015 (se non oltre).

In questo contesto mi soffermo sulle ricadute più immediate per ciò che riguarda, in primis, l’operatore famiglie: ritorno dell’ICI (con un nuovo nome) e nodo pensioni.

Riguardo la nuova ICI (ribattezzata IMU) le famiglie italiane pagheranno nuovamente la vecchia imposta comunale sugli immobili, ma con un inasprimento delle rendite catastali e, quindi, pagheranno di più un’imposta che la stessa Corte Costituzionale (ormai quindici anni fa) dichiarò chiaramente incostituzionale e perciò illegittima. Soffermandomi alle sole abitazioni (cat. A) le rendite dovrebbero essere rivalutate del 60% per tutte queste tipologie di immobili, eccettuata la cat. A10 (ossia tra le abitazioni definite di lusso e per le quali è prevista una rivalutazione molto più bassa): un salasso non da poco per le già striminzite casse delle famiglie italiche. Inoltre, questa imposta in tale nuova veste dovrebbe essere “sperimentale” (?) fino al 2014 ed entrare a regime nel 2015; cosa ulteriormente strana, dato che Monti ed i suoi Ministri hanno già una scadenza massima, ossia tra la primavera e l’estate del 2013.

Passando all’articolo “pensioni”, come da copione chi avrà voglia di smettere di lavorare non potrà farlo prima dei 66 anni (in media) per il maschietti e prima dei 62 anni (in media) per le femminucce. Tutti vedranno la loro futura pensione (se la vedranno) calcolata esclusivamente con il metodo contributivo, ma viene anche spontaneo da chiedersi chi mai, tra operai ed impiegati, sarà in grado, da qui ai prossimi 30 anni, di riuscire a raggiungere una pensione che non sia “da fame” o quasi. Altro aspetto peculiare del nodo gordiano pensionistico: la possibilità di non procedere a rivalutazione “inflattiva” pensioni sopra i 936 Euro per i prossimi due anni. Francamente, si tratta di un doppio insulto: da una parte si restringe ulteriormente il potere di acquisto di chi si trova di poco al di spora di tale soglia (con ulteriore restrizione dei consumi e quindi declino delle attività commerciali) e dall’altro si dà un ulteriore potere a tutti i “superpensionati”, nonché titolari di assegni vitalizi a cinque zeri, il cui valore nominale non dovrebbe subire variazioni, contro un evidente aumento del reale potere di acquisto.

Cacio sui maccheroni, la lacrimuccia del Ministro del Welfare, che proprio non ce l’ha fatta a non sentirsi partecipe dell’enorme dolore che sente di condividere con l’esercito dei pensionati e relative famiglie, il cui urlo di disperazione si eleva da ogni parte dello stivale (tipico di un autentico dramma pirandelliano).

Dulcis in fundo, Mario Monti, che con un autentico colpo da maestro ha deciso di sospendersi lo stipendio da Primo Ministro (sforzo enorme, dato che non solo percepisce il vitalizio da senatore a vita, ma anche altri emolumenti di varia natura sotto forma di pensioni maturate e non meglio specificate nel corso della sua ultradecennale carriera di professionista di “altissimo livello”).

Tutte le misure previste nel decreto attendono, ora, di passare al vaglio delle due Camere per l’approvazione e la promulgazione definitiva, per cui è lecito aspettarsi emendamenti e relativi mugugni da parte delle varie forze politiche, la cui influenza sul decreto medesimo sarà tutta da verificare. Prima, però, dovrà passare al vaglio di Porta a Porta.

Concludendo (per ora) anche la Santa Sede si è espressa sul decreto Monti… e non l’ha fatto in maniera positiva.



SECONDA PARTE

Nella giornata del 22 dicembre si è consumato il secondo atto della manovra finanziaria che, sempre secondo le intenzioni del Governo, dovrebbe “salvare” l’Italia.

Prima dell’approvazione definitiva del testo da parte del Senato della Repubblica, che diventerà Legge dopo la firma automatica del Presidente della Repubblica, come già preannunciato nella parte prima le invettive, minacce, insulti e dileggi si sono sprecati.

Infatti, nelle ultime due settimane prima i sindacati, poi le varie forze politiche si sono lanciate in pericolose e pericolanti “dissertazioni” sull’argomento, finendo soltanto per aggiungere danno al danno e beffa alla beffa.

Andiamo per ordine: all’indomani della presentazione del decreto (alla vigilia di San Nicola) i sindacati si sono affrettati a subire l’onta della disfatta sia sul piano sociale, sia politico. La reazione è stata unanime: “il momento è grave”, “dobbiamo fare sacrifici”, “attendiamoci ulteriore incremento della disoccupazione nei prossimi anni” (con Angeletti che quasi se la rideva sopra e sotto i baffi).

Insomma, i sindacati si adeguavano al decreto ed alla visione tecnicistica della cosa pubblica di Super Mario.

Per contro, la politica di palazzo reagiva in maniera contrastante: la Lega si dichiarava totalmente contraria non solo al decreto, ma all’intera compagine governativa, che cercava di contrastare in tutti i modi sia all’interno dei due rami del Parlamento, sia mediaticamente; l’Idv di Di Pietro dava inizialmente la sua fiducia al Governo, ma tra mille mugugni e con un “occhio sempre attento” all’evolvere della situazione; Pd e Pdl si prostavano di fronte al Mario Monti, ammettendo di fatto il fallimento delle rispettive politiche (con il buon Enrico che arrivava persino a pregare il neoeletto Presidente del Consiglio affinchè diventasse il suo fido e zelante scudiero, con tanto di lettera autografa scritta frettolosamente e puntualmente ed impietosamente inquadrata dalle telecamere di turno).

Di lì a presso si consumava il consueto rito davanti alle telecamere del “terzo ramo del Parlamento”, dove il conduttore quasi vestiva i panni del “professore”, davanti allo “scolaro” Monti (che rispondeva speditamente e compiutamente e quasi senza tentennamenti).

Nei giorni seguenti la bozza del decreto veniva via via digerita e cominciavano i mal di pancia prima dei sindacati, poi delle varie forze politiche (con autentiche gastriti croniche da parte di taluni).

Il decreto “salva Italia” piaceva sempre meno, tanto che si è dovuto persino scomodare lo “zio di Bonanni” per dare più forza alle invettive sindacali nei confronti del Governo. Le lacrime del Ministro del Welfare sono state utilizzate con dileggio nei confronti della medesima (e solo da persone appartenenti allo stesso genere, è bene ricordarlo).

La Lega ha rincarato la dose di critiche e l’Idv ha cominciato a paventare il proprio voto contrario nel momento dell’approvazione del decreto; lo stesso Berlusconi ha fatto sentire la sua voce, ma senza particolare convinzione, mentre il Pd ribadiva la sua fiducia incondizionata e quasi religiosa a Monti ed ai suoi Ministri.

La replica del Presidente del Consiglio non tardava ad arrivare: “Se non foste in questa situazione non avreste avuto bisogno di chiamare Noi”, “queste azioni dovevano essere fatte prima, perché non le avete fatte?”.

Ancora una volta, la colpa è degli italiani e dei politici che li rappresentano (come dargli torto?).

Tuttavia, Monti deve cedere ad alcune critiche che provengono da più parti e ricalibrare il decreto, ma senza grossi ripensamenti.

Così, si è arrivati all’approvazione definitiva del testo che, come consuetudine costituzionale, ha prima incassato la fiducia della Camera (402 voti a favore e 75 voti contrari) e poi del Senato (257 voti a favore e 40 contrari). Una larga maggioranza comunque prevista in partenza.

Entriamo ora nel dettaglio del decreto, seguendo da presso il commento già iniziato nella parte prima sulle ricadute immediate verso l’operatore famiglie: ritorno dell’ICI (con un nuovo nome) e nodo pensioni.

Sostanzialmente, il decreto nella sua veste finale conferma l’IMU (Imposta Municipale Propria) e quindi si tornerà a pagare la vecchia ICI su tutti gli immobili di proprietà secondo i termini previsti già nella bozza primigenia: rivalutazione del 5 per cento ai sensi dell’articolo 3, comma 48, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, secondo i seguenti moltiplicatori: 160 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con esclusione della categoria catastale A/10; 140 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie catastali C/3, C/4 e C/5; 80 per i fabbricati classificati nella categoria catastale A/10; 60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D; 55 per i fabbricati classificati nella categoria catastale C/1.

Si aggiungono anche i terreni agricoli, tassati dopo una rivalutazione del 25% e con un moltiplicatore pari a 120. Vi è traccia anche di riduzioni dell’imposizione per i fabbricati rurali, ma si tratta di poca cosa e davvero circoscritta (l’aliquota è ridotta allo 0,2% per i fabbricati rurali ad uso esclusivamente strumentale).

Perciò, si conferma la potente volontà da parte del Governo di continuare a spremere “sangue dalle rape”, alleviando i rincari per le categorie catastali più elevate (e quindi i più ricchi); infatti, il moltiplicatore per la categoria A/10 è esattamente la metà della restante categoria A.

Passando all’articolo “pensioni”, il decreto conferma il definitivo abbandono del sistema “retributivo” e “misto” per tutte le categorie di lavoratori, a favore del sistema “contributivo” (ovviamente a partire dal 1° gennaio 2012, ribadendo la necessità di mantenere i vecchi “privilegi” pensionistici per chi appartiene ai vecchi sistemi), confermando la soglia di 66 anni per il recepimento della pensione, con l’incremento di 1 anno a decorrere dal 1° gennaio 2018. Ci si potrà ritirare dal lavoro prima di questa soglia di età, ma solo a patto di aver maturato contributi per 42 anni ed 1 mese per i maschietti e 41 e 1 mese per le signore.

Anche in questo caso ci sono talune eccezioni, ma sono al momento trascurabili, anche perché la maggior parte del lavoratori italiani sono oggi molto lontani dal percepimento della pensione (sempre più lontana ed insicura con gli attuali parametri) senza contare altre leggi e decreti vari che potranno modificare la materia in futuro.

Unica nota “positiva”, il tetto dell’indicizzazione delle pensioni, che passa a 1.400 €, per cui al di sotto di tale soglia i pensionati continueranno a vedere adeguati i loro assegni rivalutati in base all’indice ISTAT relativo sia per il 2012, sia per il 2013, mentre chi percepisce pensioni di importo superiore non usufruirà di questo adeguamento.

Così come per l’IMU, anche la “riforma” del sistema pensionistico porta con sé lacrime sudore e sangue, ma solo per i soliti noti.

Questo il quadro delle ricadute immediate per l’operatore famiglie, che non è certo solitario nel quadro del sistema economico nazionale.

Alla prossima puntata le conseguenze per l’operatore imprese. Continuate a seguirci e… Buon Natale?



mercoledì 30 novembre 2011

INCIVILTÀ TECNOLOGICA




di Gioacchino de Candia



Il 27 ottobre, in zona Ponte Milvio in quel di Roma, si è consumata una delle “tragedie” consumistiche della nostra epoca: l’apertura della nuova sede di Trony, catena commerciale nota per la vendita di prodotti tecnologici ed elettrodomestici in generale.

L’apertura di un nuovo centro commerciale non è certo una tragedia in sé: tutt’altro, ma ciò che ne è conseguito ha davvero lasciato allibiti non solo stampa e “addetti ai lavori”, ma anche lo stesso Comune, nella persona del Sindaco Gianni Alemanno.

I fatti sono questi: per il giorno 27 Trony aveva annunciato l’apertura della sua nuova sede in zona Ponte Milvio e per l’occasione (come spesso accade in circostanze simili) aveva proposto la vendita di una serie di prodotti a prezzo “stracciato”; tra i più noti: iPhone 4 a 399 Euro e TV lcd da 32 pollici a meno di 100 Euro.

La cosa ha ovviamente ingolosito tanti potenziali acquirenti, che il giorno stesso hanno letteralmente affollato l’ingresso del negozio provocando una fila a dir poco chilometrica e vari problemi di ingorgo al traffico veicolare nella zona. Le persone in coda sono state stimate in circa 8.000 unità, mentre sono scoppiati anche tafferugli tra gli astanti, con la conseguenza di alcuni feriti tra la folla.

Immediata la critica più che stizzita del Sindaco di Roma, che pur difendendo il diritto di Trony a lavorare sul territorio, ha comunque chiesto le scuse ufficiali ed anche il risarcimento degli eventuali relativi danni provocati all’Urbe da parte dell’azienda medesima.

La replica con annesse scuse da parte del direttore di Trony sono prontamente arrivate, ma di eventuali risarcimenti danni non se ne avverte ancora l’ “odore”.

Eppure la XX Circoscrizione, alla quale appartiene la zona di Ponte Milvio, si era prontamente attrezzata per disporre nuovi parcheggi, come richiesto da Trony stessa. Il punto, come ha sottolineato Alemanno, è che l’azienda non ha comunicato né al Campidoglio né alla XX Circoscrizione l’effettivo impatto della campagna promozionale straordinaria, che invece è puntualmente avvenuta il 27 ottobre, limitandosi alla distribuzione ed affissione dei soliti volantini e manifesti pubblicitari, che vengono preparati per occasioni simili.

In questo caso, sembra evidente che le “colpe” non vanno ricercate nella solita disorganizzazione pubblico-amministrativa. Allora, dove?

Per capire bene la questione dobbiamo fare un passo indietro di una buona decina di anni, quando in questo paese è stata promulgata un Legge, che disciplinava il nuovo assetto della distribuzione commerciale, secondo le varie metrature degli esercizi, dal “vicinato” fino alla “grande distribuzione, e secondo la dimensione abitativa dei comuni. La Legge in questione (Decreto Bersani 144/98) rimandava successivamente a Leggi e relativi Regolamenti regionali, che dovevano essere all’uopo attivati, per disciplinare regione per regione e comune per comune la materia, in base alle singole articolazioni e peculiarità territoriali (locali).

Il risultato, sul mercato, è stata la progressiva mortificazione dell’esercizio di vicinato (il negozio sotto casa della nonna) a vantaggio della grande distribuzione, soprattutto dei grandi centri commerciali, che proprio sul finire degli anni novanta del secolo scorso hanno cominciato a proliferare prima nelle grandi città, per poi “invadere” le varie province.

Il modello di tali strutture è quello tipico americano, in cui non solo si trovano i vari negozi con le relative offerte commerciali, ma anche bar, pizzerie, tavole calde, ristoranti e tutto ciò che serve per costruire un nuovo spazio di aggregazione e, soprattutto, di “incentivo all’acquisto”.

Una piccola città nella città dove l’acquirente, con la relativa famigliola, può sentirsi come a casa propria e trascorrere tranquillamente una giornata o quantomeno un pomeriggio.

Vari sociologi (o sedicenti tali) hanno definito questi spazi “non-luoghi”, ossia tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. In effetti, nei centri commerciali raramente si intrecciano relazioni personali, sicuramente non fanno parte della storia del luogo nel quale sono ubicati (almeno per il momento); riguardo l’identitarietà, forse non ve ne è per l’avventore-acquirente, ma per il negozio si.

I centri commerciali così costituiti non sono altro che una delle avanguardie del capitalismo rampante ed abbordante, che tenta tramite le lusinghe pubblicitarie e commerciali di modificare gusti, tendenze e relativi acquisti delle persone, che si trovano così travolti da una serie di eventi che, alla fine, non possono controllare, ma solo subire.

Ovviamente, si può scegliere di non frequentare questi luoghi (o di frequentarli solo lo stretto tempo necessario all’acquisto, di cui si ha effettivamente bisogno) ma tantissima gente si riversa in questi luoghi non-luoghi e se ne immerge totalmente. Non sarà la maggioranza della popolazione locale, ma certamente sono tanti e, quando si muovono in blocco possono provocare tanti piccoli e grandi disagi al territorio medesimo (il caso romano ne è un lampante esempio).

Un tempo, le guerre di conquista venivano combattute a suon di picche e bastoni, poi di archi, frecce e spade, per passare a proiettili e cannoni, fino ai missili “intelligenti”. Oggi le guerre di “conquista” si basano su una serie di “armi” decisamente più intelligenti e che non lasciano morti e feriti (perlomeno non a migliaia) sul campo, ma che lasciano inalterata la numerosità della popolazione, di cui hanno bisogno per lucrare dai relativi acquisti/vendite, ma che modificano anche profondamente il territorio, fino a quando lo stesso territorio finisce per essere un “non-luogo”.

L’andare delle cose e la fortissima americanizzazione che questo paese sta realizzando da diversi anni a questa parte è la diretta conseguenza della fenomenologia di guerriglia-shopping che si è manifestata, anche con violenza fisica oltre che verbale, a Ponte Milvio.

Si tratta di copioni già scritti e che puntualmente si verificano quando chi promuove tali vendite straordinarie (ed anche molto appetibili, per chi è interessato) guarda più all’incasso che all’effettiva conseguenza di tali azioni. Negli Stati Uniti, in occasione dell’avvicinarsi delle festività natalizie, sono moltissimi i centri commerciali che promuovono tali vendite, tant’è che spesso gli avventori, per accaparrarsi i prodotti in offerta e sempre limitati, passano la notte nel sacco a pelo ai bordi dell’ingresso; sovente, scoppiano tafferugli e si contano danni a persone, oltre che a cose: in alcuni casi le serrande dei negozi sono state letteralmente sfondate dalla folla allo scopo di essere i primi ad entrare per arraffare i prodotti in promozione.

Natale è nuovamente alle porte… Per inciso, l’incasso di Trony nella sola giornata del 27 ottobre è stato di circa 2,5 milioni di Euro.

sabato 19 novembre 2011

TUTTI GLI UOMINI DI MONTI di G. De Candia


di Gioacchino De Candia



Alcuni decenni fa due giornalisti del Washington Post (allora semisconosciuti) sollevarono un tale polverone su una serie di tentativi di spionaggio da parte di alcuni esponenti repubblicani verso omologhi democratici, oltre che di un giro di presunte mazzette ed elargizioni nelle più alte sfere della Casa Bianca, che finirono per decretare le dimissioni dell’allora Presidente USA: Richard Nixon.

Lo “scandalo” che ne seguì fu chiamato Watergate (chiunque abbia un briciolo di memoria sa bene il perché di questo nome) ma non provocò nessun particolare “scossone” politico in quanto, come prescrive la legge statunitense, si effettuò un semplice avvicendamento al vertice: Gerald Ford (allora vice-Presidente) prese il posto del dimissionario Nixon; i democratici restarono al potere; qualche “funzionarietto” perse la poltrona; Henry Kissinger c’era a capo della Segreteria di Stato e Kissinger rimase.

Come effetto secondario immediato i due giornalisti divennero incredibilmente ed internazionalmente famosi, tanto che poterono permettersi di chiedere nuovi stipendi da 100.000 $ l’anno (somma favolosa per i giornalisti americani dell’epoca) puntualmente pagati ed il cinema ne trasse subito spunto per un film che fu un vero e proprio blockbuster dell’epoca e che, ancora oggi, è considerato “cult”: “Tutti gli uomini del Presidente” per la regia di Alan J. Pakula.

Lungi da me paragonare il dimesso (ed anche un po’ scialbo) Nixon al prof. Monti e lungi da me dal paragonare quell’epoca storica degli Stati Uniti con l’attuale situazione italiota, ma un piccolo parallelismo mi sembra di coglierlo, ovverossia la carenza e l’inefficienza di una classe politica che dà sempre sfogo, prima o poi, ad uno “scandalo” che ne travolge i vertici, pur facendo rimanere sostanzialmente inalterati i dintorni.

In realtà, l’Italia di scandali ne ha vissuti a bizzeffe dall’avvento della Repubblica in avanti e la caduta del Governo Berlusconi è solo l’ulteriore conseguenza della totale abdicazione della politica di casa nostra, da troppo tempo distante dai bisogni della popolazione e dal governo del paese. In effetti, lo stessa “discesa in campo” di Berlusconi, a suo tempo, fu la conseguenza di decenni di stranogoverno DC, di spartizioni illecite PSI e parentele relative e chi più ne ha più ne metta.

Mario Monti, oggi, non è altro che la diretta conseguenza della fine (almeno per il momento) della politica berlusconiana e dell’ulteriore disfacimento di onorevoli e senatori, che non hanno neanche la più pallida idea del perché tutto questo sia avvenuto. Infatti, il Governo Monti (almeno per il momento n. 2) gode della fiducia incondizionata del PD e della fiducia mugugnata del PDL più l’appoggio di quell’accozzaglia che viene chiamato “terzo polo” (in fisica esistono solo due poli: positivo e negativo; in natura pure due: nord e sud; solo in politica esiste il terzo polo, ma dove siano i primi due nessuno lo sa).

E così, siamo arrivati alla lista di Ministri che Monti ha testè diramato stamane: 17 in tutto (in barba alla superstizione, per chi ci crede) 12 con portafoglio e 5 senza portafoglio. Il precedente Governo ne aveva ben 23 con 6 donne (ovvie le motivazioni, senza voler essere necessariamente maligni) mentre il Governo Monti di donne ne ha 3, ma in luoghi definiti “strategici”.

Mi soffermo solo sui Ministeri con portafoglio (contano assai gli altri…) così come sono apparsi sul Giornale (tanto per non fare torto al Cavalier Silvio).

SVILUPPO ECONOMICO, INFRASTRUTTURE E TRASPORTI - Corrado Passera
56enne, una laurea alla Bocconi come Monti e un master in Business Administration in America, il ministro dello sviluppo, infrastrutture e trasporti ha svolto diversi incarichi: in Cir, Mondadori, Gruppo Editoriale L'Espresso. Nel 1996 è stato nominato amministratore delegato e direttore generale del Banco Ambrosiano Veneto, per poi diventare amministratore delegato di Poste Italiane. Dal 2002 ricopre lo stesso ruolo per Banca Intesa e Intesa Sanpaolo.

INTERIM ECONOMIA - Mario Monti
Il ministero dell'Economia è affidato allo stesso Mario Monti, che occuperebbe questo ruolo affiancandolo a quello di presidente del Consiglio. Il bocconiano seguirà le vicende di via XX Settembre affiancato probabilmente da alcuni viceministri.

DIFESA - Giampaolo Di Paola
L'ammiraglio Di Paola è l'attuale presidente del Comitato Militare della NATO, organismo composto dai Capi di Stato dei 27 dell'alleanza. Dal 2004 al 2008, sotto governi di diverso colore politico, è stato Capo di stato maggiore della difesa, poi sostituito dal generale Vincenzo Camporini. Si trova attualmente a Kabul.

INTERNI - Anna Maria Cancellieri
In passato prefetto di Genova e Catania, la Cancellieri guidò Bologna nel difficile periodo del commissariamento, per poi essere chiamata a Parma, ancora come commissario.

GIUSTIZIA - Paola Severino
Presidente in pectore del Csm nel 2002, Paola Severino rinunciò poi all'incarico visto il disaccordo mosso sul suo nome dall'Udc. È un avvocato penalista di fama e vicerettore dell'Università Luiss Guido Carli. È stata vicepresidente del Consiglio della Magistratura militare.

ESTERI - Giulio Terzi di Sant'Agata
Il neoministro degli Esteri, 65enne, è ambasciatore a Washington. Esperto di diritto internazionale è stato Primo Segretario per gli affari politici all'Ambasciata italiana a Parigi. Ha ricoperto diversi ruoli nell'ambito della diplomazia, lavorando come console generale a Vancouver, consigliere politico presso la Rappresentanza d'Italia alla Nato, vicesegretario generale della Farnesina. Ha anche assistito il ministero degli Esteri sui temi della sicurezza internazionale, in particolare relativamente ad aree geografiche come i Balcani occidentali, il Medio Oriente, l'Afganistan, e a tematiche come nucleare, terrorismo e diritti umani. Anche ambasciatore in Israele e rappresentante alle Nazioni Unite.

LAVORO E POLITICHE SOCIALI - Elsa Fornero
Per il ministero è stata scelta Elsa Fornero, docente di economia all'Università di Torino. La Fornero è anche alla guida del Cerp (Center for research on pensions and welfare policies), tra i maggiori centri studio a dedicarsi alle tematiche dello stato sociale a livello europeo. È anche vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e componente del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro.

ISTRUZIONE, UNIVERSITA' E RICERCA - Francesco Profumo
58enne, Profumo ha retto il Policlinico torinese dal 2005 al 2001. Da pochi mesi è presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Ha iniziato la sua carriera all'Ansaldo genovese, per poi diventare preside della facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino.

BENI CULTURALI - Lorenzo Ornaghi
Lorenzo Ornaghi, laureato in Scienze politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, dal 1980 al 1987 svolge attività di ricerca nell'ateneo cattolico milanese. Diventa poi associato all'università di Teramo. Nel 1990 viene chiamato alla Cattolica di Milano dove diventa Rettore nel 2002.

POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI - Marco Catania
Mario Catania è l’attuale capo dipartimento delle Politiche agricole e internazionali del Mipaaf. Laureato in giurisprudenza, un percorso professionale votato alla pubblica amministrazione, con una lunga esperienza a Bruxelles come esperto di agricoltura nella Rappresentanza Permanente Italiana.

AMBIENTE - Corrado Clini
Clini è il negoziatore climatico per l'Italia in campo internazionale. Attualmente è alla guida della direzione generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia. È coordinatore della Commissione tecnica del Cipe che ha elaborato il piano nazionale per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra. Presidente in passato del comitato nazionale di gestione per le attività del protocollo di Kyoto, ha avuto un ruolo durante il G8 svoltosi in Italia nel 2009, nell’ambito del Forum sulle tecnologie a basso impatto di carbonio e del vertice dei ministri dell’Ambiente a Siracusa. Da agosto è presidente del Consorzio per l’area di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste.

SALUTE - Renato Balduzzi
Professore di diritto costituzionale nell'Università del Piemonte Orientale. Consigliere giuridico dei ministri della difesa e della sanità, Balduzzi ha lavorato anche come capo dell'ufficio legislativo del Ministero della sanità. Ha presieduto la Commissione ministeriale per la riforma sanitaria. Dal maggio 2006 è consigliere giuridico del Ministro delle politiche per la famiglia. È presidente dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Dal 2002 al 2009 è stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale e attualmente è componente per l'Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana-Miic-Icmica.

A parte la scelta, giusta e perfettamente condivisibile, da parte di Monti di detenere anche la delega all’Economia (unica possibilità per evitare una nuova proposizione tremontiana) per il resto si tratta di nomine non solo tecniche (come ampiamente previsto) ma addirittura asettiche: nessuno dei neo-Ministri ha un vero e proprio passato politico, tutti vengono dai gangli della Pubblica Amministrazione, all’interno della quale hanno fatto la debita carriera, o sono professionisti quantomeno stimati e rispettati nei rispettivi ruoli e mercati di appartenenza.

Contrariamente a quanto sottolineato da molti quotidiani nazionali e relativa accozzaglia di giornalisti televisivi, queste nomine non provengono da “forzature” da parte di banche d’affari o pseudo-occulti gruppi finanziari internazionali, sono solo la diretta conseguenza di quella che viene definita “tecnocrazia”, che è sempre l’effetto dell’incapacità della politica di condurre la cosa pubblica.

L’Italia un primo Governo “tecnocratico” (o presunto tale) l’ha già sperimentato, sotto l’egida di Carlo Azeglio Ciampi ed esclusivamente con lo scopo di traghettare il bel paese durante il “terremoto” di “mani pulite” (successivamente Ciampi ha rivestito il ruolo di Ministro del Tesoro nei Governi Prodi e D’Alema della fine degli anni ’90, con l’obiettivo di portare l’Italia nell’Euro, manovra perfettamente riuscita, così riuscita che Berlino ringrazia e noi piangiamo).

Oggi, si impone all’Italia di rimanere nell’Euro ed ecco belle pronto l’uomo della Provvidenza, investito in pectore dall’uomo delle Istituzioni, che come suo solito con questa mossa dà il classico colpo al cerchio ed un altro alla botte.

Tra il cerchio e la botte… il popolo italiano, che, in media, poco ha compreso di questa manovra (o trama) che sottile non è di certo, ma appare veramente grossolana, tant’è che la “squadra” Monti l’aveva già pronta da un bel po’ di tempo, chiusa nel suo cassetto, pronta a balzare fuori al momento opportuno. Atteggiamento tipico del vero professionista, sempre compassato, mai “in affanno” o “stressato” e sempre con la risposta giusta al momento giusto (quando non sa cosa dire, tace, giustamente).

Le “consultazioni” sono state solo fumo negli occhi per l’opinione pubblica e per contentare la visibilità e l’egocentricità di partiti e partitini che siedono nel Parlamento, oltre che per rispetto del protocollo.

Quanto durerà questo Governo tecnocratico è difficile da dire, anche perché, prima o poi, onorevoli e senatori, totalmente tagliati fuori dai centri decisionali del paese, presto o tardi rialzeranno la testa per reclamare il loro “sacrosanto diritto” al governo del paese (sono stati eletti, no?).

Intanto, alcuni Ministri dimissionari del precedente Governo hanno pensato bene di non restare con le mani in mano ed hanno firmato alcuni decreti, con relative nomine, dell’ultimo minuto per piazzare amici, parenti ed amici degli amici in posizioni “chiave”…

Riuscirà il nostro eroe a rintuzzare questi ed altri attacchi alla sua posizione? E riuscirà il prof. Monti a placare i mercati finanziari (di cui non è il diretto esponente) senza far sudare, lacrimare e sanguinare ulteriormente i già provati ed esausti italiani?

La risposta la vivremo nei prossimi mesi.

mercoledì 12 ottobre 2011

ADDIO STEVE JOBS di G. De Candia



di Gioacchino de Candia



Sono passati pochi giorni dalla morte di Jobs che i messaggi di cordoglio e le notizie relative sul “fondatore” della Apple rimbalzano e si sprecano dai quattro angoli del mondo.

Tutte queste notizie hanno il medesimo fondo: Jobs era un sognatore, un grande del ‘900, un innovatore, ecc. ecc.

C’è poco da fare: in ogni angolo del pianeta puoi aver fatto di tutto (del bene, del male o quasi niente) ma quando lasci questa valle di lacrime al tuo funerale difficilmente troverai qualcuno disposto a parlar male di te o anche solo a dissertare su chi eri veramente.

Perciò, andiamo per ordine e cerchiamo di capire chi era Steve Jobs.

Steven Paul Jobs (questo il suo nome per esteso) nasce nel 1955 da madre americana e padre siriano; non viene cresciuto dai genitori naturali (troppo giovani) e viene affidato ad una coppia di coniugi: Paul e Clara Jobs, che lo cresceranno e gli daranno il proprio cognome (e questo è stato detto anche da alcuni notiziari nazionali).

Poco si sa della sua vita fino all’iscrizione al College, che Jobs di fatto non frequenterà, ritirandosi dopo pochi mesi e cominciando a lavorare per ATARI, dove conoscerà uno dei suoi amici più cari e collaboratori più stretti: Steve Wozniak. Mentre Wozniak si affermava come sviluppatore hardware e software di alto livello, non è ben chiaro di cosa si occupasse Jobs alla ATARI. Comunque, nel 1976 i due decidono di mettersi in proprio e di fondare la Apple Computer. Il lavoro iniziale è di tipo artigianale (e tale può essere solo un manufatto nato nel garage di casa) e dà origine al primo personal computer (di marca fondamentalmente Wozniak) che i due riuscirono a vendere ad un’azienda del settore.

Ma la vera svolta nella vita di Jobs e Wozniak si avrà l’anno successivo, quando i due conosceranno Mike Markkula, che porterà nelle casse della neonata Apple la somma non indifferente di 250.000 $. Lo stesso Jobs, in seguito, encomierà pubblicamente l’operato di Markkula, definendolo il principale fautore del successo dell’azienda di Cupertino. Infatti, Markkula non solo riceverà, in cambio di questo apporto finanziario, un terzo del pacchetto azionario Apple, ma comincerà anche a lavorare all’espansione dell’azienda, mentre Wozniak lavorava al computer Apple II (grosso successo tecnico e commerciale). Markkula diverrà anche il secondo CEO (sorta di amministratore delegato) di Apple e continuerà a lavorare proficuamente per l’azienda fino al 1988, quando deciderà di lasciare il duo Jobs – Wozniak per fondare una nuova e fiorente società: Echelon Corporation (ma questa è un’altra storia).

Nel frattempo dai “cantieri” Apple nascono altri prodotti fino alla fatidica data del 1985, quando viene licenziato Macintosh (prima interfaccia grafica per PC) e grande rivoluzione nel mercato dell’informatica (fino a quel momento tutti i sistemi operativi erano “a caratteri”).

Proprio in quel momento il sodalizio Wozniak – Jobs si scioglie, senza un ben definito perché: forse Wozniak si sentiva appagato dalla esperienza con Apple e volle iniziare una nuova attività? (come poi fece) oppure Wozniak era stanco di lavorare indefessamente allo sviluppo di hardware e software, vedendosi riconoscere meno di ciò che meritava da Jobs? (in effetti il vero sviluppatore dei progetti Apple era stato Wozniak, non Jobs, che mediaticamente cominciava ad essere visto come “guru” dell’informatica mondiale dopo il lancio di Macintosh).

Invidie? Gelosie? Niente di tutto ciò o ben più di tutto ciò?

Sulla questione aleggia un velo di mistero che, ancora oggi, meriterebbe di essere approfondito e svelato.

Ad ogni modo, Jobs, rimasto “solo” alla Apple comincia ad avere i suoi dissapori con il CEO dell’epoca (John Sculley, che lo stesso Jobs aveva nominato!) e decide di uscire dall’azienda per fondare una nuova compagnia: NeXT Computer. Alcuni dicono che tale attività fu fruttuosa per Jobs, altri dicono che NeXT non raggiunse mai le aspettative dello stesso Jobs. Il punto fondamentale della questione è che Apple, nel frattempo, grazie a Macintosh diviene un vero colosso mondiale nel campo dell’informatica, rivaleggiando con la già potente Microsoft.

Jobs, dal suo canto, dimostra sempre più di essere un figura simbolica del mondo dei computer, più che uno sviluppatore e si lancia in una nuova avventura commerciale che porta il nome di Pixar (la oggi notissima casa di produzione cinematografica di film di animazione, poi acquistata dalla Disney, che ha rischiato di mettere letteralmente “in ginocchio” l’animazione classica della vera Disney e reale motore dell’azienda di Burbank per decenni, con valanghe di licenziamenti tra le file di disegnatori “con la matita”, ma anche questa è un’altra storia).

In questo caso, non tutta la “colpa” va al “nostro”, dato che nel frattempo Jobs esce dalla Pixar.

Arrivano gli anni ’90 ed a seguito di numerose scelte sbagliate dall’allora direttivo della Apple (scarsa attenzione al potenziamento di Macintosh e scarsa potenza del nuovo sistema OS) l’azienda di Cupertino è letteralmente in crisi. Microsoft gongola, non solo perché a metà di quegli anni lancerà Windows 95 (primo sistema operativo multitasking) ma anche perché quel volpone di Bill Gates caccia letteralmente fuori dal mercato altri competitors come Netscape includendo Internet Explorer nello stesso sistema operativo, più altre applicazioni che rendono Windows sempre più appetibile, riuscendo anche a contenere il prezzo di vendita! Successo mondiale assicurato, ma che porta la Microsoft nell’occhio dell’antitrust americana.

A questo punto nella vita di Steve Jobs subentra Bill Gates con un nuovo colpo di genio: per togliersi un po’ di fiato dal collo dell’antitrust decide di “salvare” Apple con un buon investimento personale e di rimettere Jobs in azienda, ma questa volta come CEO (carica che Jobs non aveva mai ricoperto prima, nonostante fosse tra i fondatori). Jobs non si fa pregare ed accetta. È il 1999 e di lì a poco parte la rinascita della Apple con il lancio di iPod e iTunes, che nel giro di poco tempo sbancano il mercato della musica multimediale con attualmente l’80% del mercato relativo ed oltre 10 miliardi! di brani venduti. Il resto è storia recente: nascono iPad e iPhone, che consentono anche a chi il computer non lo ha “mai acceso in vita sua” un facile accesso al mondo del multimedia, oltre al potenziamento dei sistemi OS.

Jobs diventa così il personaggio più famoso in assoluto (anche più di Bill Gates) del mondo dell’informatica e del multimediale, ma non è lui lo sviluppatore di tali progetti, né il vero mentore: dietro c’è sempre quella “vecchia volpe” di Bill Gates che presta “in segreto” alcuni dei più bravi sviluppatori della Microsoft per far rinascere l’azienda di Cupertino. Infatti, a Bill Gates sono riusciti tutti i colpi da lui pensati da quel momento in avanti: si è scrollato di dosso l’antitrust (anche con altre manovre aziendali ben note e che non è il caso di approfondire in questo contesto), ha realizzato un investimento personale, che gli è tornato indietro moltiplicato ed ha alleggerito la pressione mediatica che per lui stava diventando insopportabile, riportando sugli scudi il buon Jobs.

Nel mezzo di questo cammino recente, nel 2004 per l’esattezza, a Jobs diagnosticano un tumore al pancreas non operabile (tutto il denaro e la fama del mondo non possono nulla contro la natura, è bene ricordarlo). Resta in sella stoicamente e riesce a sfruttare questa malattia anche sotto il profilo mediatico (questi mali, si sa, commuovono spesso la gente); fino all’immancabile conclusione.

Le sue ultime parole pubbliche, pronunciate verso la fine di giugno di quest’anno, sono state “siate folli” e “abbiate sempre fame”.

Dette da un’altra persona ed in un contesto diverso, avrebbero scatenato un vero putiferio: “Siate folli”? francamente, più folle di come è il mondo oggi ci vorrebbe una guerra termonucleare globale! (Dio non voglia, gli uomini non vogliano); “Abbiate sempre fame”? alla velocità con la quale consumiamo le risorse di questo pianeta (soprattutto da parte americana) se la fame aumenta non ci resta più niente da consumare da qui al 2020!

Una maggiore moderazione si impone e… pace a te Steve Jobs.




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