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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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martedì 24 gennaio 2012

La pseudo-riforma del mercato del lavoro, di Riccardo Achilli


E’ naturalmente ancora troppo presto per stimare l’impatto che la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, presentata ieri in forma molto generica, avrà sul mercato del lavoro e sui lavoratori, perché siamo ancora all’enunciazione di linee-guida generiche, che peraltro potrebbero anche essere modificate, atteso che una volta tanto la CGIL ha avuto il coraggio di annunciare un timido “no” (poi si vedrà nel prosieguo della discussione se la Camusso riuscirà a mantenere la barra dritta, o se cederà). Tuttavia si possono già fare alcune considerazioni di ordine generale. La filosofia di fondo della riforma proposta mira ad offrire un compromesso, che in realtà non è tale. Lo scambio offerto è “maggiore flessibilità in uscita in cambio di un drastico smantellamento delle numerose segmentazioni interne al mercato del lavoro” (ovvero la suddivisione fra un nucleo, sempre più ristretto, di lavoratori “tutelati” da un contratto e tempo indeterminato e varie bolge infernali, sempre meno garantite, di lavoratori precari, dal purgatorio dei contratti a termine giù giù fino ai tormenti satanici dei contratti a progetto, a chiamata, a fischio, a urlo, delle false partite IVA ecc. ecc. – l’ISTAT conteggia qualcosa come 47 diverse tipologie contrattuali, ovvero 47 diverse pene da scontare).
Tale segmentazione di fatto porta ad una riedizione dei famosi modelli “insiders-outsiders” con cui l’economia del lavoro classica analizzava i mercati del lavoro, senza tuttavia eliminarne le conseguenze socialmente negative, ma anzi aggravandole. Infatti, mentre nel modello tradizionale gli insiders sono i lavoratori, che tendono, tramite le loro organizzazioni del lavoro e la negoziazione salariale, a stabilire un salario di esclusione, tale cioè da impedire l’accesso agli outsiders, ovvero i disoccupati, nella nuova versione di tale modello gli insiders sono i lavoratori a tempo indeterminato, mentre vi è una panoplia di figure di outsiders, dai tradizionali disoccupati fino ai lavoratori precari, nelle loro varie definizioni contrattuali. In questa nuova edizione del modello, gli insiders hanno perso potere negoziale, per cui non vi è più un salario di esclusione, mentre lo sbarramento fra lavoratori insiders e lavoratori precari outsiders si basa su fattori che ricadono fondamentalmente sotto il controllo del padronato, come la produttività delle diverse figure professionali, che dipende in larga misura dall’assetto dei cicli produttivi, oppure sono legati esogenamente agli andamenti dei mercati, per cui il maggior o minore grado di volatilità e differenziazione della domanda su un determinato mercato determina il grado di flessibilità richiesto alla forza-lavoro, o ancora riproducono le differenze sociali esistenti, per cui chi ha potuto studiare, pagarsi un master o un corso di specializzazione post-laurea, perché la famiglia lo ha potuto finanziare, acquisisce un profilo professionale “raro”, che può barattare con un posto di lavoro più garantito e remunerato. In estrema sintesi, la barriera di esclusione fra insiders ed outsiders, non essendo più determinata dal salario di sbarramento, stante la perdita di potere negoziale dei lavoratori, è interamente determinata dalle nuove forme con cui si svolge la riproduzione allargata del capitale e la determinazione del saggio di profitto. Inoltre, ad aggravare la situazione, vi è che gli outsiders non sono più una categoria omogenea, che può quindi autorappresentare i propri interessi e convergere unitariamente su questi nella lotta, ma è composta da figure diverse, con problemi diversi, esigenze diverse, spesso poste artificiosamente in conflitto l’una con l’altra (il lavoratore precario ed il disoccupato, e nell’ambito del lavoro precario chi ha un contratto a termine e chi ha un contratto a progetto, chi ha il contratto più lungo e chi ce lo ha più corto, il lavoratore a progetto, che ha una sia pur minima contribuzione previdenziale, ed il lavoratore sotto partita IVA, che è totalmente scoperto, ecc. ecc.) ciò rende oggettivamente più difficile per gli outsiders convergere su una piattaforma di lotta unitaria.
La logica del buon senso dei dati, porterebbe a ritenere che il superamento di tale segmentazione, avvenga verso l’alto, ovvero verso una estensione dei diritti e delle tutele, non verso il basso, ovvero verso una distruzione di qui pochi diritti e tutele che ancora sussistono. Infatti, questa riedizione del modello “insiders-outsiders”comporta:
- salari che non crescono allo stesso ritmo del tasso di inflazione: come è evidente dal grafico sotto riportato, gli indici delle retribuzioni sono sistematicamente più bassi di quelli dei prezzi, e, esprimendo entrambe le serie storiche su base omogenea (1995=100) l’incremento complessivo delle retribuzioni, fra 2007 e 2011, è pari ad 11,3 punti, ed è quindi inferiore all’incremento complessivo dei prezzi sullo stesso periodo (11,5 punti) con la conseguente erosione di potere d’acquisto. Non solo, ma il livello dei salari in Italia è fra i più bassi d’Europa: il reddito netto di una famiglia con due figli, in cui entrambi i coniugi lavorano, nel 2010, è in Italia pari a poco più dell’86% della media dell’Ue-27 ed al 78% della media della Ue-15 (dati Eurostat).

Graf. 1 – andamento dell’indice delle retribuzioni contrattuali e dell’indice dei prezzi per l’intera collettività (base 1995=100)
Fonte: Istat

- l’ampliamento di enormi divari sociali, territoriali, di genere e generazionali sul mercato del lavoro. L’Italia ha un tasso di disoccupazione giovanile più alto della media europea: il tasso di disoccupazione di chi ha meno di 25 anni è infatti pari al 27,8%, a fronte del 21,1% della Ue-27. Lo stesso dicasi per il tasso di disoccupazione femminile, pari al 9,7%, a fronte di una media del 9,6% nella Ue-27. Il tasso di disoccupazione di lungo periodo (cioè il tasso che si riferisce a chi è disoccupato da più di un anno, e quindi ha perso gli skills lavorativi necessari per rientrare sul mercato del lavoro e riottenere una occupazione, tendendo quindi a trasformarsi in disoccupato perenne) è del 4,1%, contro il 3,9% della Ue-27. In un’intera porzione del Paese, che assorbe il 30% della popolazione italiana, ovvero il Mezzogiorno, il tasso di disoccupazione ha un valore che è più che doppio rispetto al dato del Centro-Nord. Tutto ciò ha il suo riscontro in una enorme porzione di popolazione in età da lavoro esclusa dai processi lavorativi: il tasso di attività, che misura la quota di popolazione in età lavorativa che partecipa attivamente al mercato del lavoro, è pari ad appena l’87,6% del dato riferito alla Ue-27;
- l’ampliamento del bacino del precariato dà peraltro luogo ad un sensibile allargamento dell’area dell’economia informale e del sommerso. Il tasso di irregolarità del lavoro rappresenta il 10,3% del totale degli occupati, ed è fra i più alti dell’intera area-Ocse. Esiste una relazione statisticamente significativa, misurabile econometricamente (cfr. R. Achilli, “Sommerso economico, occupazione irregolare, mercato del lavoro e condizioni competitive delle imprese nelle regioni italiane”, in Svimez, Rivista Economica del Mezzogiorno, nr.3/2009) fra tasso di irregolarità del lavoro e ampiezza del bacino di lavoratori precari, giustificata dal fatto che flessibilità “subita” e occupazione irregolare sono in realtà le due facce del medesimo fenomeno di indebolimento del potere negoziale dei lavoratori.
Tutto ciò non fa altro che ridurre il tasso potenziale di accumulazione del capitale, perché il moltiplicarsi di barriere di accesso al nucleo più tutelato del mercato del lavoro, cioè il moltiplicarsi degli outsiders, di fatto riduce l’apporto del capitale variabile al processo di accumulazione. Lo si può vedere, ad esempio, dalla dinamica del numero di ore lavorate. Il numero di ore lavorate annualmente per dipendente, che nel 1980 era pari a 1.653,8, nel 2010 è sceso a 1.603,3, con una riduzione del 3%. Tale fenomeno è il risultato di una combinazione fra la stagnazione della produttività del lavoro ed il mancato aumento del valore assoluto del monte-ore lavorate, indotto dall’ampia platea di soggetti che escono, per disoccupazione o per scoraggiamento, dal mercato del lavoro. La stessa stagnazione della produttività, oltre che dipendere da fattori competitivi (modesto tasso di innovazione tecnologica, dimensione media delle imprese troppo ridotta) è legata anche ad una minore produttività delle figure professionali precarie. Infatti, la riduzione del numero di ore lavorate per addetto, se la si misura non soltanto sui dipendenti, ma su tutti gli occupati (quindi anche rispetto agli indipendenti, che nascondono al loro interno numerose casistiche di precariato) è, fra 1980 e 2010, ancora più forte, passando dal 3% al 4,3%. Il precario ha minori motivazioni a lavorare di più e meglio, e quindi ha una minore produttività. Perché dovrei lavorare di più se non mi garantisci nemmeno il futuro? Anche un bambino lo capirebbe. Inoltre un precario lavora saltuariamente, quindi il suo monte-ore lavorate si riduce rispetto ad un occupato alle dipendenze che lavora continuativamente. Di conseguenza il capitale variabile si riduce, e poiché, come Marx insegna, il processo di riproduzione allargata è basato anche sull’apporto di capitale variabile, la riduzione del monte-ore lavorate per addetto costituisce un ostacolo che rallenta, riduce, il processo di accumulazione capitalistica.
Inoltre, questa nuova edizione del modello insiders-outsiders produce un minore potere negoziale sui salari, e ciò non fa altro che riflettersi sulla domanda per consumi, che si riduce, aumentando la probabilità di crisi cicliche da sovrapproduzione. Infine, l’ampio bacino di lavoro sommerso che, come si è visto, è statisticamente correlato all’ampiezza delle frammentazioni interne al mercato del lavoro, genera evasione fiscale e contributiva, che incide sull’entità del deficit e del debito pubblico.
Nonostante tali evidenze, che dovrebbero suggerire anche ai liberali ed alla borghesia un processo di riforma del mercato del lavoro “verso l’alto”, ovvero aumentando e diffondendo le tutele, le esigenze di breve periodo di un capitalismo finanziarizzato che si disinteressa sempre di più delle caratteristiche dell’economia reale, nonché di una borghesia, alle prese con la forbice di una accresciuta pressione competitiva sul CLUP (e quindi sia sul costo che sulla produttività del lavoro) da parte delle economie BRIC, e di una crisi strutturale della domanda, premono in direzione di un aumento della flessibilità in uscita, quindi di un ulteriore smantellamento delle tutele, che anziché sanare l’attuale modello “insiders-outsiders” trasformandolo in un modello “insiders-insiders”, lo porterà inevitabilmente a divenire un modello “outsiders-outsiders”. Nel breve periodo, ovviamente, l’aumento dell’area della flessibilità consente di ridurre ulteriormente il potere negoziale sui salari, allineando il costo del lavoro alla sua ristagnante produttività, e di reperire micro-nicchie di mercato ancora al riparo dal calo generalizzato della domanda, tramite una personalizzazione estrema del prodotto, che ovviamente richiede altissimi tassi di flessibilità dei cicli produttivi. Nel medio e lungo periodo, però, come si è visto, tutto ciò va a pregiudicare il tasso di accumulazione capitalistica, e quindi la stessa formazione del plusvalore, e provoca anche effetti negativi sulle finanze pubbliche. Una borghesia oramai culturalmente inadatta ad affrontare le contraddizioni strutturali del suo sistema preferisce quindi adottare la massima di Keynes, secondo la quale “nel lungo periodo saremo tutti morti”, cercando soluzioni di breve respiro, e lasciando i danni strutturali che tali soluzioni comportano ai posteri.
Tutte le caratteristiche generali del progetto di riforma presentato ieri alle parti sociali vanno infatti in direzione di una affannosa ricerca di vantaggi di breve periodo. Non è vero che tali soluzioni comporteranno una drastica riduzione delle segmentazioni interne al mercato del lavoro, e quindi non è vero che porteranno al superamento del perverso modello “insiders-outsiders” che si è andato affermando. Il contratto unico di inserimento alla Boeri/Garibaldi, con tre anni di prova in cui è sempre possibile licenziare, in realtà genererà una nuova segmentazione del mercato del lavoro: fra figure professionali che sono rare e particolarmente pregiate, e che accederanno al tempo indeterminato, e figure professionali a minor qualificazione, facilmente sostituibili, che nei tre anni di prova verranno continuamente licenziate, per consentire alle imprese di avere la giusta dose di flessibilità. Il progetto di differenziazione del valore delle lauree in base agli atenei, presentato in parallelo, consentirà quindi di riprodurre sul mercato del lavoro le ingiustizie sociali, fra chi potrà pagarsi lauree di eccellenza, ed accederà al tempo indeterminato, e gli altri, che rimarranno per sempre prigionieri di un circuito di assunzioni con prova estesa a tre anni. Poiché tali figure avranno anche salari bassi, le compensazioni monetarie che le imprese corrisponderanno a seguito del licenziamento saranno anch’esse modeste.
Nella sostanza, il progetto presentato dal Governo Monti mira solamente a semplificare drasticamente la giungla contrattualistica oggi esistente, e che crea anche alle imprese dei problemi, perché finiscono spesso per dover pagare la parcella ad un consulente del lavoro, o ad un’agenzia interinale, che le aiuti a selezionare il modello contrattuale migliore. Ma non mira affatto a superare il dualismo interno al mercato del lavoro, perché con il modello del contratto unico di inserimento vi saranno sempre insiders garantiti, outsiders precari, intrappolati nell’inferno della prova triennale, e disoccupati/inoccupati che rimangono fuori dal mercato. E ancora una volta, tali segmentazioni riprodurranno le differenze sociali esistenti. In questo modo, con il contratto unico non è più nemmeno necessario toccare l’articolo 18, che rimane, però viene svuotato di significato, perché riguarderà soltanto i privilegiati che supereranno lo scoglio dei tre anni di prova. Ed in questo modo i sindacati padronali che fanno della difesa simbolica dell’articolo 18 il loro alibi per approvare qualsiasi cosa saranno soddisfatti. Il contratto unico semplificherà la vita alle imprese, evitando i costi delle consulenze resi necessari dalla complessità della precedente normativa, mantenendo l’attuale stato di fatto, ovvero l’estrema segmentazione interna al bacino degli occupati, che tende a riprodurre la struttura classista della società, e di fronte a ciò, gli incentivi previsti per la trasformazione in tempo indeterminato dei contratti a tempo determinato, oppure per aumentare il costo contributivo dei contratti flessibili oggi esistenti, non hanno alcuna natura sociale, ma rappresentano soltanto strumenti-ponte per agevolare il passaggio dalla vecchia alla nuova normativa.
L’unico modo per dare un minimo di sostenibilità sociale al progetto, ovvero la garanzia di un reddito minimo di disoccupazione, sull’impronta dei precetti della flexsecurity, diviene una presa in giro, in un momento in cui l’obiettivo è quello di tagliare la spesa pubblica, non di creare nuova spesa sociale. Ed infatti, sempre durante la riunione di ieri con le parti sociali, il reddito di disoccupazione è stato postergato “sine die”, ad un imprecisato futuro. Infatti, il Ministro Passera ha dichiarato che le risorse necessarie sarebbero al momento "non individuabili". Da qui l'ipotesi di inserirlo comunque nella riforma prevedendo però "una applicazione dilazionata". Cioè, tradotto dal gergo politico/amministrativo, tale reddito non sarà implementato mai. Mentre invece sarà immediatamente smantellata la CIG straordinaria, che era lo strumento per garantire un reddito minimo su periodi di tempo poliennali in caso di crisi aziendali strutturali. Mentre rimarrà la CIG ordinaria, quella che non supera le 52 settimane, perché tale strumento, più che avere natura assistenziale, ha natura di sostegno alle esigenze di flessibilità delle imprese, che in periodi di calo stagionale della domanda possono collocare i dipendenti in CIG ordinaria, per poi riprenderli a tempo pieno quando la domanda aumenta nuovamente, ancora una volta per stagionalità. Facendo pagare ai dipendenti il costo, in termini di un’indennità di CIG inferiore allo stipendio medio, di tale esigenza aziendale di flessibilità stagionale (è bene ricordare che il trattamento di CIG ordinaria non può superare l’80% della retribuzione globale di fatto, ed ha un massimale fra 908 euro e 1.089 euro, in questo caso solo per retribuzioni superiori a 1.962 euro).
Tutto ciò delinea il quadro di un progetto socialmente regressivo, culturalmente miserrimo, rivela l’incapacità della borghesia di affrontare con lungimiranza le enormi contraddizioni generate dal capitalismo marcescente, rivela l’incapacità dei sindacati di difendere ciò che resta del nostro popolo e del nostro Paese.



venerdì 20 gennaio 2012

Le liberalizzazioni illiberali, di Riccardo Achilli





di Riccardo Achilli




Introduzione

Il modello di mercato storicamente esistente comporta conseguenze sociali molto rilevanti sulla collettività. Ogni fase del capitalismo ha il suo modello dominante, ed in questa fase il ruolo crescente della concentrazione oligopolistica conduce a spacciare per liberalizzazioni, ovvero per provvedimenti mirati ad aumentare il grado di competizione sui mercati, interventi che in realtà sono puramente mirati ad estendere ulteriormente il ruolo dell'oligopolio, ed al contempo per fornire una utile cornice ideologica e mediatica per smantellare i vecchi monopoli pubblici, che garantivano l'accessibilità a servizi e beni essenziali anche ai cittadini più poveri ed emarginati. In tale articolo, illustrerò come con il pacchetto-liberalizzazioni recentemente approvato, Monti stia in realtà allontanandosi significativamente da un modello concorrenziale, al contempo smantellando i residui monopoli pubblici. Il tutto accompagnato dai gravi danni alla collettività derivanti dall'espansione dell'oligopolio, in luogo dei tanto sbandierati benefici da liberalizzazioni, che nel migliore dei casi saranno modesti e solo di breve periodo.
La fondamentale intuizione di Rudolf Hilferding è che “la borghesia fu - un tempo - in lotta contro il mercantilismo economico e l’assolutismo politico. (In un secondo momento dello sviluppo del capitalismo, nda) le esigenze del capitale finanziario favorirono la nascita e la diffusione di...una nuova ideologia adeguata ai propri interessi. Quest'ultima è però in netto contrasto con quella del liberalismo. Il capitale finanziario non chiede libertà, ma dominio: non tiene in alcun conto l’autonomia del singolo capitalista, anzi ne pretende l'assoggettamento; aborrisce l'anarchia della concorrenza e promuove l'organizzazione”.
In sostanza, Hilferding intuì come la finanziarizzazione del capitalismo avrebbe condotto non ad una esaltazione dei principi liberali classici, quanto piuttosto ad uno sviluppo degli oligopoli, riducendo per questa via il benessere complessivo della società. Di fatto, l'emergere del potere finanziario mette a disposizione quantità crescenti di capitale monetario iniziale per gli investimenti, accelerando l'accumulazione. Tutto ciò, lungi dal favorire la realizzazione dell'ideale liberale di concorrenza perfetta, finisce, in presenza di una curva di domanda spezzata (grande scoperta empirica fatta da Sweezy, Hall e Hitch) per favorire la rigidità dei prezzi (perché con curve di domanda spezzate l'impresa non può aumentare i prezzi, senza perdere la sua clientela, né ridurlo, perché l'aumento di domanda tenderebbe progressivamente ad azzerarsi). La rigidità del prezzo a sua volta finisce per impedire quegli aggiustamenti tipici del modello di concorrenza perfetta.
Quindi, la crescita del capitale finanziario e della concentrazione in sede di accumulazione, e la presenza di curve di domanda angolari, conducono non al paradiso del liberale, ma all'inferno dell'oligopolio, dei poteri forti, delle intese collusive, dei cartelli, e di sistemi politici sempre più legati agli interessi dei poteri imprenditoriali oligopolistici. Per una analisi dei processi di concentrazione oligopolistica in Italia, cfr. un altro mio scritto Processi di crescita dimensionale e concentrazione oligopolistica nell'economia italiana.


I modelli di mercato capitalistico esistenti


Prima di addentrarsi nell’esame del pacchetto-liberalizzazioni di Monti, è però necessaria una breve esposizione teorica dei principali modelli di mercato che il capitalismo propone: la concorrenza perfetta, l’oligopolio, con la sua variante denominata “concorrenza monopolistica”, ed il monopolio, specie quello pubblico. Senza un minimo di esposizione teorica delle forme di mercato, è infatti impossibile capire quali siano gli obiettivi reali del pacchetto-Monti, e si rischia di rimanere intrappolati nella gabbia mediatica che ci fa apparire le liberalizzazioni come una manna per l’economia e per il benessere del singolo cittadino.
Iniziamo a paragonare il modello di concorrenza perfetta con quello di oligopolio. Nel graf.1, il punto di equilibrio su un mercato perfettamente concorrenziale è rappresentato da N. In tale punto, infatti, la concorrenza perfetta fra imprese spinge il prezzo ad un livello di equilibrio, che eguaglia esattamente il ricavo marginale (che in concorrenza perfetta coincide con la retta orizzontale Rcp) con il costo marginale (curva Cmg (A)). Qualsiasi prezzo superiore a tale livello di equilibrio indurrebbe un profitto, e quindi un incentivo all'aumento dell'offerta, fino a che il prezzo scenderebbe fino al suo livello di equilibrio. Similmente, un prezzo inferiore all'equilibrio comporterebbe una perdita (cioè ricavi marginali inferiori ai costi marginali) e quindi una riduzione dei livelli di produzione ed offerta, fino a far risalire il prezzo al livello di equilibrio. In concorrenza perfetta, quindi, si produrrà la quantità di equilibrio Q del bene, venduta al prezzo di equilibrio P. La remunerazione dei fattori avviene in base al loro rendimento marginale, per cui il capitale è remunerato sulla base del suo effettivo apporto alla produzione (trascuriamo, perché allargherebbe troppo il discorso, l’ovvia obiezione marxista, per cui anche il capitale è in realtà frutto di lavoro indiretto). L'assenza di extra-profitti (ovvero aggiuntivi rispetto al rendimento marginale del capitale) è l’aspetto socialmente più positivo del modello perfettamente concorrenziale, cui si contrappongono i classici costi sociali derivanti da fallimenti del mercato (sia sulla quantità che sul prezzo).
In condizioni di oligopolio, però, la curva dei ricavi medi, e della domanda, diviene la curva Rm. Infatti, in oligopolio le imprese hanno la possibilità di influenzare il prezzo di mercato (mentre in concorrenza perfetta il prezzo di mercato è un dato esogeno alle imprese). Ciò significa che la curva di domanda, che in concorrenza perfetta è una retta orizzontale, in oligopolio diviene decrescente, e quindi il ricavo marginale, che è la sua derivata prima, non è più una costante, ma una retta decrescente. Ne consegue che l'equilibrio su un mercato oligopolistico non viene più realizzato in coincidenza con il punto N, ma con un punto che dipenderà dalle interazioni competitive (che nel modello di Cournot, qui assunto come base, avvengono sulle quantità prodotte) fra le imprese partecipanti all'oligopolio. Supponendo per semplicità un duopolio (cioè due sole imprese, l'impresa A e la B) se l'impresa A presume che il concorrente B produrrà la quantità O-B, allora fisserà la sua produzione al livello B-E, in modo da eguagliare, al punto E, il suo costo marginale (Cmg(A)) alla sua curva di ricavo marginale (Rmg(A)). Ne consegue che l'intero mercato oligopolistico produrrà una quantità totale pari ad E, che corrisponde, in base alla curva di domanda Rm, ad un prezzo di equilibrio pari a Po.
Ne consegue che l'impresa oligopolistica A benefici di un extra-profitto, segnalato dall'area tratteggiata, che è dato dal prodotto fra la quantità che essa produce (B-E) ed il prezzo Po, superiore al prezzo P di concorrenza perfetta che garantirebbe l'assenza di extra-profitto. Similmente, il concorrente B godrà di un extra-profitto dato dal prodotto fra la sua quantità prodotta O-B ed il prezzo Po, più alto del prezzo che azzera l'extra-profitto. Mentre in concorrenza perfetta le imprese non realizzano profitti aggiuntivi, e quindi il capitale ed il lavoro che utilizzano vengono remunerati esattamente in base al loro rendimento marginale nel processo produttivo, in oligopolio le imprese realizzano profitti aggiuntivi. Tale extra-profitto viene pagato dalla collettività, in termini di un livello di produzione, e quindi di disponibilità sociale del bene, più basso rispetto a quello che si sarebbe realizzato in condizioni di concorrenza perfetta (infatti il livello di produzione E è, se misurato sull'asse delle ascisse, inferiore a quello che si realizza in condizioni di concorrenza perfetta, pari a Q) ed in termini di un prezzo più alto rispetto a quello di concorrenza perfetta (infatti, Po è più alto di P).

Graf. 1 – equilibrio di mercato in concorrenza perfetta ed in oligopolio




Una variante dell’oligopolio è il modello di concorrenza monopolistica, che è basato sulla differenziazione del prodotto, in modo da creare tante nicchie di mini-monopolio, o di mini-oligopolio, a favore di ciascuno degli operatori che differenziano la loro offerta, in una sovrastruttura di mercato che però a prima vista appare concorrenziale, perché vi sono molti operatori. La differenza fondamentale con l’oligopolio è che le barriere di accesso al mercato sono particolarmente basse (le imprese, in concorrenza monopolistica, non possono fare cartelli o colludere fra loro per impedire l’accesso di nuovi competitors). L’equilibrio di breve periodo dell’impresa in concorrenza monopolistica è identico a quello dell’impresa in oligopolio, per cui si rimanda al graf. 1.
Nel lungo periodo, però, in tale tipo di mercato l’esistenza di una rendita oligopolistica comporterà l’ingresso di nuovi concorrenti (a differenza dell’oligopolio, non vi sono significative barriere all’ingresso) portando quindi l’extra-profitto verso lo zero, come in un modello di concorrenza perfetta, ma, a differenza di quest’ultima, l’impresa in concorrenza monopolistica genererà esattamente gli stessi costi sociali a carico della collettività esaminati nel caso dell’oligopolio: anche nell’equilibrio di lungo periodo, quando cioè l’extra-profitto sarà scomparso, in tale mercato si produrrà una quantità di beni/servizi inferiore, ad un prezzo più alto, rispetto al modello di concorrenza perfetta. Questo perché anche nel lungo periodo, esisterà un certo potere di mercato (quindi, a differenza della concorrenza perfetta, il prezzo non è completamente esogeno per le imprese, che almeno in parte lo possono influenzare) e quindi la retta del ricavo medio non sarà orizzontale in coincidenza del prezzo esogenamente dato (come in concorrenza perfetta) ma, come nel caso dell’oligopolio, sarà inclinata verso il basso. Il graf. 2 evidenzia esattamente la minore quantità ed il maggiore prezzo di equilibrio di lungo periodo su un mercato in concorrenza monopolistica, rispetto alla situazione di concorrenza perfetta.

Graf. 2 – differenze nelle quantità e nei prezzi di equilibrio di lungo periodo fra concorrenza perfetta e concorrenza monopolistica





Nel caso del monopolio a gestione pubblica, è possibile, per finalità di politica economica e sociale, ad esempio, una volta determinato il punto di equilibrio al punto A (corrispondente alla quantità di equilibrio Q* ed al prezzo P*) che corrisponde al punto di massimizzazione del profitto di un monopolista privato, vendere la quantità di equilibrio Q* ad un prezzo P’' inferiore al prezzo di equilibrio, subendo una perdita di profitto pari all'area tratteggiata (graf. 3), e cioè pari a (Q* x P*) - (Q* x P''). Ciò ad esempio può essere fatto per realizzare una politica di prezzi sussidiati a favore dei consumatori più poveri, che ovviamente un monopolista privato non avrebbe l'incentivo a fare.

Graf. 3 – Monopolio pubblico che pratica una politica di sussidi sui prezzi


Analogamente, al prezzo P* di equilibrio, un monopolista pubblico potrebbe decidere di erogare una quantità superiore alla quantità di equilibrio Q*, ovvero una quantità Q’’ che si trova collocata a destra della curva di domanda, perché rappresenta una domanda economicamente non efficiente (nel senso che il suo soddisfacimento comporta costi marginali più alti dei ricavi marginali). Servendo tale domanda, il monopolista pubblico si carica l’onere di costi marginali superiori ai ricavi marginali, in una forbice negativa crescente, rappresentata dall’area tratteggiata nel graf. 3. tale scelta corrisponde, ad esempio, alla scelta di erogare un servizio essenziale anche a bacini di utenza marginali, caricandosi l’onere (che un privato ovviamente, sulla base di considerazioni aziendalistiche, non si caricherebbe mai) di una crescente inefficienza economica (ad es., per una azienda ferroviaria pubblica, ciò corrisponderebbe a tenere in esercizio linee ferroviarie in perdita, i c.d. rami morti, in modo da garantire l’accesso al servizio ferroviario a tutta la popolazione).

Graf. 4 – Monopolio pubblico che pratica una politica di aumento della produzione per gli utenti marginali



Naturalmente anche il monopolio pubblico è un modello che ha i suoi difetti, il principale dei quali è che, tramite il controllo statale della produzione, la sfera di potere e di influenza dello Stato si amplia, realizzando un blocco di potere politico/economico perfettamente funzionale alle esigenze della classe dominante. Infatti, il modello del monopolio pubblico è perfettamente funzionale al capitalismo, e ne connota una particolare fase evolutiva, che nei nostri Paesi ha dominato il secondo dopoguerra, e che in Italia ha iniziato il suo smantellamento a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, con le prime privatizzazioni effettuate dall’allora Presidente dell’IRI, Romano Prodi.
Tale modello, in una fase particolare dello sviluppo capitalistico, è infatti perfettamente funzionale alle esigenze della borghesia, soprattutto perché garantisce una accelerazione nell’accumulazione, soprattutto in settori ad elevata composizione organica del capitale. Inoltre, come già detto, realizza una perfetta fusione fra potere economico e politico, che garantisce il massimo controllo capitalistico dell’intero sistema socio economico. Infine, in termini strettamente economici, il monopolio pubblico produce una tendenza quasi inarrestabile all’inefficienza gestionale ed economica, poiché, anche volendo escludere fenomeni degenerativi come l’appropriazione politica, e non meritocratica, dei vertici dirigenziali delle imprese pubbliche, è comunque teoricamente impossibile stabilire una frontiera entro la quale le perdite di esercizio del monopolista pubblico sono giustificabili in base ad obiettivi di politica sociale (prezzi sussidiati, mantenimento dei rami morti, ma anche, ad esempio, finalità di assorbimento occupazionale in aree territoriali particolarmente svantaggiate) ed oltre la quale sono frutto di pura inefficienza gestionale. Questo perché discriminare fra un’inefficienza giustificabile per fini sociali ed una ingiustificabile è operativamente quasi impossibile. Ecco perché in una determinata fase dello sviluppo capitalistico, quando la pressione competitiva globale aumenta, riducendo il tasso di crescita potenziale dell’economia al di sotto della soglia che garantisce la sopravvivenza del monopolio pubblico, la borghesia avverte la necessità di smantellarlo, non certo per fare spazio alla concorrenza libera, ma per ampliare l’area di influenza dell’oligopolio privato.
Riassumendo: l'avvento dell'oligopolio, e della sua variante (concorrenza monopolistica) tipico dell'attuale fase di evoluzione del capitalismo, produce extra-profitti per i poteri imprenditoriali forti, ai danni della collettività, penalizzata da quantità prodotte inferiori al valore potenziali, e da prezzi più alti. Tale costo sociale non esiste nel modello di concorrenza perfetta, che però non si è mai compiutamente diffuso (rimanendo confinato a pochi casi di studio) e che comunque produce esternalità negative, in termini di fallimenti del mercato. Il modello del monopolio pubblico consente di eliminare sia i fallimenti di mercato connessi al modello concorrenziale puro, sia le perdite di benessere sociale connesse all’oligopolio, ed è quindi il modello socialmente migliore fra quelli che il capitalismo offre, ma presenta una serie di inconvenienti economico-gestionali e costituisce, in una determinata fase, un potente strumento di controllo capitalistico sull’intero sistema socio-economico.


Il decreto-Monti

Tornando all’attualità, dopo il precedente excursus teorico, occorre premettere che è impensabile che un uomo come Monti possa fare una politica che avvicina il modello economico a quello della concorrenza perfetta. E' molto più ovvio che la sua politica tenda a favorire gli oligopoli, sia per la sua estrazione professionale (è un ex uomo della Goldman Sachs) sia, soprattutto, per quanto afferma Hilferding ad apertura del presente articolo, ovvero che la fase finanziaria ed oligopolistica del capitalismo richiede controllo e potere.
Intanto, lo schema di decreto sulle liberalizzazioni contiene disposizioni che niente hanno a che vedere con le liberalizzazioni stesse, ma che tradiscono chiaramente gli intenti degli estensori. Infatti, queste disposizioni sono in realtà mirate a favorire la crescita dimensionale, ovvero una ulteriore concentrazione. In questa chiave va letta la deroga all'art. 18 per le piccole imprese che si fondono fra loro per creare una unità più grande, oppure la definizione del criterio del price cap per le concessioni autostradali. Tale criterio, come è noto, incentiva l'adozione di misure per aumentare la produttività del concessionario, ed ovviamente privilegia i grandi operatori, che possono, tramite economie di scala ed investimenti adeguati, resi possibili da un grado di capitalizzazione più alto, ottenere incrementi significativi del fattore di produttività, in modo più incisivo di quanto possano fare i piccoli. Ciò si traduce in guadagni di redditività estratta dalle concessioni autostradali tendenzialmente crescenti al crescere della dimensione organizzativa e patrimoniale dei concessionari.
Dopodiché, nel dettaglio degli interventi, si prevede la liberalizzazione della possibilità, per gli esercizi commerciali, di praticare sconti, promozioni o vendite promozionali. Si tratta di un provvedimento mirato evidentemente a scatenare guerre commerciali sul prezzo, tali da indurre molti piccoli negozi ad abbandonare il mercato (perché ovviamente in una guerra di prezzi, gli esercizi della grande distribuzione organizzata, in virtù di una maggiore capitalizzazione, di una migliore possibilità di accedere al credito bancario, di una maggiore forza contrattuale con i fornitori, possono resistere un giorno in più rispetto ai piccoli negozi). Il risultato probabile sarà quello di incrementare il peso della GDO. Se nel breve periodo i consumatori avranno dei benefici dalla lotta sul prezzo, nel medio periodo si accentuerà il processo già in atto di concentrazione del commercio su un limitato numero di grandi superfici, rafforzando quindi i meccanismi oligopolistici. Quando la guerra dei prezzi sarà finita, i pochi oligopolisti della GDO che si saranno conquistati gli spazi di mercato abbandonati dalla piccola distribuzione (con la rovina economica di migliaia di famiglie piccolo borghesi) potranno, esattamente come succede negli Usa, che sono molto più avanti di noi nel processo di riorganizzazione oligopolistica della rete distributiva, spartirsi i bacini commerciali, ingaggiando quindi una competizione oligopolistica basata sulla quantità, simile al modello di Cournot che, come è noto, conduce ad un equilibrio-Nash nel quale si verificano gli stessi costi sociali del modello oligopolistico generale studiato sopra: i costi di acquisto dai fornitori primari saranno più bassi per la GDO, mentre solo in parte i prezzi di vendita finali beneficeranno del risparmio conseguito a monte nei confronti dei fornitori. Ne conseguirà che la catena complessiva del valore, nelle filiere, si sposterà a favore delle grandi superfici di vendita, ai danni dei fornitori (quindi anche di migliaia di piccoli agricoltori) e dei consumatori finali. La progressiva scomparsa del piccolo negozio di vicinato comporterà un aumento della congestione nei grandi centri commerciali, con tutti i costi ambientali (traffico, inquinamento, poiché non sarà più possibile, per molti, fare la spesa senza prendere l'auto per recarsi ad un centro commerciale non di rado lontano dalla propria abitazione) e sociali che ne conseguono.
Un ragionamento non molto dissimile riguarda il tema della cancellazione delle tariffe minime e massime per i servizi professionali. In questo caso, la competizione di prezzo che ne deriverà favorirà i grandi studi professionali, che per le loro dimensioni possono fruire di economie di scala ed offrire sconti alla clientela. Se questa ne beneficerà in un primo momento, nel medio periodo si verificherà una riduzione della concorrenza, perché i grandi studi professionali fagociteranno i piccoli, e con ciò stesso i prezzi e le tariffe saranno nuovamente rialzati, erodendo il guadagno iniziale ottenuto dai consumatori (d'altra parte, anche il limite superiore alle tariffe, oggi vigente a beneficio dei clienti, sarà scomparso). Alternativamente, potrà anche verificarsi che gli studi professionali in oligopolio tengano relativamente basso il prezzo dei loro servizi, applicando il criterio del prezzo di esclusione studiato nei modelli oligopolistici di Sylos Labini (ovvero un prezzo sufficientemente basso da scoraggiare l'ingresso di nuovi competitors sul mercato). Ma in questo caso, se è vero che il consumatore di servizi professionali continuerebbe a godere di tariffe più basse di quelle attuali, verrebbe sconfessato un altro degli obiettivi sociali dichiarati nel decreto-Monti, ovvero l'incremento dell'occupazione nel settore dei servizi professionali. Infatti, il meccanismo del prezzo di esclusione impedirebbe a nuovi professionisti di entrare nel mercato, se non come dipendenti dei grandi studi già affermati, con livelli salariali modesti (il meccanismo del prezzo di esclusione regge se i costi sono bassi). Si ripeterebbe cioè il meccanismo estremamente competitivo tipico dei servizi professionali negli Usa, dove i dipendenti sono sottopagati e costretti a lavorare molto duramente, nella speranza (per moltissimi del tutto vana) di divenire, un giorno, soci dello studio. In ogni caso, quindi, che il prezzo salga o rimanga basso, il consolidamento di un sistema oligopolistico nel settore dei servizi professionali non sembra produrre rilevanti benefici sociali alla collettività nel suo insieme (sia questa quella dei consumatori di tali servizi, oppure dei giovani che ambiscono ad una carriera come professionisti).
Rispetto alla liberalizzazione delle farmacie e dei distributori di carburante, il problema è che l'oligopolio, in tali settori, è a monte, fra i fornitori, per cui l'aumento del numero di farmacie o la possibilità di rifornirsi da fornitori di carburante diversi da quello dell'insegna non comporterà alcuna significativa riduzione del prezzo (se non per alcuni prodotti parafarmaceutici, ma in questo caso ci sono già le parafarmacie). In questo caso, la valenza del provvedimento è solo in un limitato aumento dell'occupazione di nuovi farmacisti. Nel settore dei distributori di benzina, la possibilità concessa di aprire rivendite alimentari, di giornali, tabacchi ecc. crea di fatto barriere all'entrata simili al modello di Bain. Come è noto, in tale modello la barriera all'ingresso di nuovi competitors sul mercato non è basata su un prezzo di esclusione, come in Sylos Labini, ma sulla possibilità di effettuare investimenti per diversificare l'offerta aziendale, arricchire la gamma, innovare. Ovviamente solo i più grandi e capitalizzati possono effettuare tali investimenti, possono ottenere dalle banche il credito necessario, ecc. Di fatto, quindi, la possibilità di diversificare l'offerta, dalla vendita di soli carburanti a quella di altri generi merceologici, pressoché infinita, come appare dalla bozza di decreto, finirà per favorire gli imprenditori più capitalizzati, espellendo dal mercato quelli che non possono effettuare investimenti simili, o che sono posizionati in aree dove la diversificazione merceologica non è conveniente, o che hanno una superficie di vendita troppo piccola, e non facilmente ampliabile (si pensi ad es. ai distributori di carburante localizzati nei centri storici delle città). Come già si verifica in molti Paesi europei che hanno adottato questo modello, l'offerta di combustibili si concentrerà su un numero ristretto di esercizi, veri e propri “drugstore” all'americana, generalmente posti alle periferie delle città, non si avrà un significativo calo del prezzo della benzina (perché in buona misura determinato a monte dal prezzo internazionale del petrolio, che ovviamente è un dato per l'esercente che acquista il combustibile, e dal carico fiscale che lo Stato italiano impone sulla benzina; in pratica l'esercente potrà abbassare di qualche centesimo il suo profitto sul litro di combustibile erogato, compensandolo con quello degli altri generi di consumo che vende, ma si tratta di pochi spiccioli di risparmio per l'automobilista) mentre il disagio (ed il costo monetario) di raggiungere fisicamente con la propria auto un minor numero di punti di vendita di combustibile, generalmente collocati all'estrema periferia, o fuori città, peserà sulla clientela. Anche la possibilità, concessa dal decreto, di fare gruppi di acquisto per ridurre prezzo di vendita all'ingrosso del carburante, sembra più che altro acqua fresca rispetto alle tasche ed alla qualità della vita del consumatore finale.
Il capitolo sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, poi, è semplicemente scandaloso. La possibilità di mantenere diritti di esclusiva o la proprietà pubblica per i servizi da parte degli enti locali, dovrà essere sottoposta alla verifica dell'Autorità per la concorrenza che, c'è da giurarci, si pronuncerà sempre negativamente, spingendo per la vendita ai privati. D'altro canto, si abbassa da 900.000 a 200.000 euro il limite del valore del servizio locale entro il quale è possibile continuare a gestire in house, di fatto obbligando gli enti pubblici a privatizzare tutto. Infine, gli stessi enti locali, sottoposti ai rigidi vincoli del patto di stabilità interno, vengono ulteriormente ricattati: la condizione per essere considerato “ente virtuoso”, e quindi per evitare in parte i tagli di spesa derivanti dal patto di stabilità interno, risiede nel privatizzare i propri servizi. Questa spinta alla privatizzazione dei servizi pubblici locali comporta evidenti problematiche, che rivengono dalla sostituzione di un monopolista pubblico con un modello di tipo oligopolistico: non essendovi più un monopolista pubblico, non sarà più possibile né praticare politiche di prezzi sovvenzionati, né politiche di erogazione del servizio agli utenti marginali. I “rami morti”, ovvero i bacini di utenza non più economicamente redditizi, saranno tagliati via dalla fruizione di servizi essenziali, ed inoltre, con l'avvento dei privati, è quasi sicuro che i prezzi dei servizi saranno più alti per coprire costi di investimento e di manutenzione, precedentemente fiscalizzati sull'intera collettività, quando la proprietà era pubblica. D'altra parte, tale settore è già oggi, a livello internazionale, dominato da pochissime imprese di multiutility che operano su scala transnazionale, che si spartiranno, con criteri oligopolistici, il mercato “liberalizzato” dei servizi pubblici locali italiani, senza quindi creare alcuna significativa ricaduta in termini di sviluppo economico per il nostro Paese, e generando tutti i costi sociali dell'oligopolio, associati alle esternalità negative tipiche dei modelli concorrenziali.
La spinta a privatizzare i servizi pubblici locali va di pari passo con quella di due servizi pubblici nazionali essenziali: il servizio postale e quello ferroviario. La privatizzazione di tali servizi comporterà gli stessi fallimenti di mercato già descritti per i servizi pubblici locali (taglio dei rami morti del servizio, rialzo dei prezzi a carico dell'utenza), senza di fatto avere, in cambio, la possibilità di creare mercati realmente concorrenziali. Nel settore ferroviario ed in quello delle Poste, infatti, gli investimenti iniziali per entrare nel mercato sono così alti, che solo pochissimi operatori molto grandi e patrimonializzati, opportunamente sostenuti dalle banche, potranno effettivamente avviare una loro attività. Questi pochissimi operatori potranno quindi creare meccanismi di concorrenza monopolistica, con tutti i costi sociali che tale modello comporta, e che son ostati analizzati in precedenza. Ad esempio, nel settore ferroviario, Montezemolo diverrà monopolista delle singole tratte in cui otterrà la concessione, poiché è impensabile che due operatori possano spartirsi, in modo economicamente redditizio, una singola tratta, per quanto affollata.
In sostanza, il pacchetto-liberalizzazioni di Monti, scritto evidentemente su dettatura dei grandi operatori oligopolistici, non fa che rafforzare le potenzialità di espansione dell'oligopolio in settori quali i servizi pubblici locali e nazionali, sostituendo il modello del monopolista pubblico con quello, ben più dannoso socialmente, della concorrenza monopolistica. Un discorso analogo vale per la liberalizzazione degli esercizi commerciali, che non farà altro che realizzare una concentrazione del settore su poche grandi superfici di vendita, con rendite oligopolistiche ai danni della collettività. La liberalizzazione delle professioni creerà oligopoli che sacrificheranno o l'utenza finale, con un successivo incremento delle tariffe (posto che nel decreto-Monti anche quelle massima son ostate cancellate) oppure gli obiettivi di garantire nuova occupazione decente e ben pagata nel settore dei servizi professionali. Il verificarsi dell'uno o dell'altro dei due possibili costi sociali dipenderà dalle strategie oligopolistiche che i grandi studi commerciali adotteranno: se utilizzeranno o meno il prezzo di esclusione per dissuadere i potenziali neo-entranti sul mercato.
Nel migliore dei casi, come nel caso dei distributori di carburante e delle farmacie, il pacchetto-Monti non “liberalizzerà” un bel niente, perché le condizioni oligopolistiche, in tali settori, si riscontrano a monte, fra i fornitori. Al contrario, ad esempio tramite la previsione di autorizzare i benzinai a vendere altri prodotti (possibilità che solo quelli che partono da condizioni iniziali più favorevoli potranno sfruttare), creerà condizioni oligopolistiche anche nell'unico anello della filiera che è in condizioni concorrenziali, ovvero quello della vendita finale del prodotto.
Di fatto, sembra che le uniche due categorie aperte ad una effettiva maggiore concorrenza, saranno quelle dei tassisti e dei notai. Davvero un risultato modesto per chi, come Monti, si autoproclama un “liberale”. Adam Smith si rivolterebbe nella tomba, caro professore. Sarebbe più dignitoso ammettere onestamente che si stanno servendo gli interessi del capitale oligopolistico e finanziario.


mercoledì 11 gennaio 2012

Il premier con la faccia d'uom giusto, di Norberto Fragiacomo





di Norberto Fragiacomo


Chi l’avrebbe mai detto? Mario Monti, uomo di multiforme ingegno, riesce persino a “bucare il video”: intervistato, domenica sera, da un Fazio più che ben disposto (nemmeno una domanda, ad esempio, sulla malinconica vicenda del sottosegretario in vacanza premio), il supertecnico ha dispensato ottimismo, bonomia, finanche comprensione verso i ceti deboli che, tartassati dalla manovra, hanno mostrato “senso di responsabilità” – io la chiamerei rassegnazione, ma fa niente. Fiducia nel futuro, dunque: “l’operazione di consolidamento mette in sicurezza i conti pubblici (…) l'equilibrio di bilancio nel 2013, che vuole dire che al netto degli interessi l'Italia avrà un avanzo di bilancio, è qualcosa che nessuno in Europa può dire di avere”. Il linguaggio forbito, l’espressione distesa del volto, la pacata eleganza sembravano (ed erano) diretti a rassicurare la platea televisiva; la duplice condanna, ma in punta di fioretto, di dirigismo e thatcherismo ha accreditato l’immagine di un “libero economista”, moderato e super partes. Non pago di aver tranquillizzato mezza Italia (quella che guarda più alle parole che ai fatti), il grande comunicatore bocconiano ha dipinto per la classe politica il suo capolavoro serale, affermando di provare pena “per i politici che sono così trattati male dalla opinione pubblica”: toccherà a lui “favorire una riconciliazione tra la classe politica e l'opinione pubblica (…), perché io mi considero parte dell'opinione pubblica” ha concluso. Mai pugnalata fu inferta con tanto garbo e savoir faire: gli applausi entusiastici erano meritati, ed anche chi scrive ha provato, per un momento, un sentimento vicino alla simpatia nei confronti di SuperMario. Che differenza di stile col cavalcatore di Arcore e la sua corte dei miracoli! E tuttavia c’è qualcosa che stride, in questa rappresentazione televisiva del Buon Governo: l’interpretazione da virtuoso non cancella il fatto che lo spartito è ancora quello vecchio. Non è certo la prima volta che un premier ed un ministro dell’economia (Monti assomma in sé le due cariche) negano la necessità di future manovre: Tremonti e Berlusconi l’hanno fatto in svariate occasioni, nel 2010 e nel 2011. Parole al vento, evidentemente: sappiamo tutti come è andata a finire – anche se, a onor del vero, non è finito un bel nulla. Perquanto concerne, poi, l’enfasi posta sul suo essere “parte dell’opinione pubblica”, cioè un professore e non un politico, Monti aggiorna, ma non stravolge, la strategia comunicativa di Silvio Berlusconi, impostata sulla contrapposizione tra il fondatore di ForzaItalia – “uomo del fare”, “Presidente operaio” ecc. – e i politici “che non hanno mai lavorato in vita loro”. Potremmo chiosare che chi di slogan ferisce, di slogan perisce: non senza malizia, Mario Monti ha arruolato anche il suo predecessore nell’esercito dei politicanti da compatire. Il messaggio era: destra e sinistra sono la medesima cosa, fanno “pena” entrambe; ed è passato senza difficoltà. Ora, è fuor di dubbio che la classe politica italiana faccia mediamente schifo: è formata, in parte non esigua, da gente incapace, semianalfabeta e/o disonesta, che della crisi se ne frega, perché convinta, a torto o a ragione, di esserne immune (prebende, vitalizi, viaggi gratis ecc. sono un vaccino efficace). Il problema, da noi già segnalato, è il seguente: gli italiani, nella loro esasperazione, non sono capaci di distinguere tra i politici e la Politica o, per meglio dire, sono tentati di annegare il bambino nell’acqua sporca. Di un simile atteggiamento fanno le spese non solo i principali responsabili del malgoverno italiano (il PDL in primis, poi Lega, UDC e PD), ma anche tutte quelle forze che, pur senza colpe specifiche, sono percepite come componenti del sistema. Più che l’ascesa del Movimento 5 stelle, telecomandato da un furbo qualunquista, dovrebbe inquietarci il dato, trasmesso da Ballarò, secondo cui soltanto tre (!) italiani su cento hanno fiducia nei partiti. Attenzione: la nostra “democrazia” è, dalle origini, parlamentare e partitica – se il Parlamento viene esautorato (anche sotto questo profilo si scorge una continuità tra l’esecutivo Berlusconi e quello Monti) e le formazioni organizzate ridotte all’afasia, che cosa succede? Mancando l’alternativa di una democrazia diretta, incompatibile col regime borghese, non resta che uno sbocco: l’autoritarismo. La Storia insegna che, rivoluzioni a parte, la delegittimazione delle istituzioni esistenti produce il restringimento degli spazi di libertà: capitò nell’Atene imperiale, a Roma, nella Francia di metà Ottocento – e non sempre tocca in sorte un Pericle o un Giulio Cesare. Lo stesso Berlusconi, quando si paragonava a Bonaparte, sbagliava numero: la sua parabola ha semmai punti di contatto con quella di Napoleone III, che Karl Marx definiva “il piccolo”. Oggi non rischiamo l’Impero (con la maiuscola), ma il totalitarismo sì. Intendiamoci: Mario Monti, facondissimo professore e uomo di potere (vero) non è il diavolo. Semmai è Caronte, incaricato di traghettarci sull’altra sponda – dove ci aspettano liberalizzazioni (anche dell’acqua: se la democrazia è sospesa per forza maggiore, i referendum non hanno valore), azzeramento dei diritti e divaricazioni sociali mai sperimentate nell’arco di una vita. In breve, l’aziendalizzazione/sinizzazione dell’Italia (rectius: dell’Europa) e la sostituzione del patto sociale con uno leonino. Non ingannino dunque assicurazioni e blandizie: se, all’indomani di una manovra pesante e palesemente iniqua, già si scommette sul prossimo default dell’Italia e Fitch annuncia la nostra “degradazione”, il futuro è nero come l’inferno. Criticando in tivù il “dirigismo” e lo “statalismo” degli anni’60-’70, ponendoli sullo stesso piano delle politiche classiste del duo Reagan/Thatcher, il premier “tecnico” decreta la morte (per lui inevitabile) del welfare, che di quella stagione – e di irripetibili condizioni storiche – è stato il prodotto. Caronte ci batte col remo, e intanto sorride mellifluo, promettendoci di perorare la nostra causa (persa) con Frau Merkel. Per quel che rimane della Sinistra, due possibili strade: lasciarsi condurre docilmente, blaterando di elezioni e di primarie – oppure mettersi di traverso, unificarsi, stilare un piano d’azione europeo, ritrovare consenso e conquistare le piazze. Equivale a gettarsi nella corrente, me ne rendo conto; ma forse è preferibile affogare cercando di riguadagnare la riva che bruciare in eterno nel fuoco della miseria e dell’ingiustizia.


giovedì 29 dicembre 2011

Monti e la "fase due", di Riccardo Achilli


Dopo aver bloccato una parte del centro storico di Roma per una parte della giornata, provocando danni economici alle attività comerciali e turistiche ivi ubicate, ed anche una spesa a carico del pubblico erario, Monti delude ogni aspettativa sull'illustrazione della "fase 2", mettendo in scena una delle conferenze stampa di fine anno più soporifere ed inutili della storia della Repubblica, almeno dai tempi in cui a farle erano i vari Fanfani, Andreotti, ecc. Non illustra alcuno dei provvedimenti materialmente in via di elaborazione, passando due ore e mezza a chiacchierare vagamente di massimi sistemi. E questo non è certo un comportamento da tecnico, avvezzo a parlare solo quando ha elementi tecnici da illustrare, quanto piuttosto da politicante demagogico. E non basta la ridicola esibizione di un foglietto con il grafico della serie storica dello spread, mostrato ai giornalisti in preda all'ilarità con fare da sapientino, per darsi arie da tecnico. Persino le riforme istituzionali vengono demandate alla responsabilità dei partiti, ben sapendo che sono assolutamente incapaci di trovare l'accordo per farle, e rinunciando all'unica possibilità di rinnovare un assetto istituzionale dello Stato in piena agonia.

Al vero e proprio "horror vacui" che suscita la conferenza stampa contribuisce persino la stampa (peraltro tutta quanta rappresentante della borghesia che sostiene il Governo Monti) che evita di fare domande scomode (del tipo "perché avete speso quasi tutto l'importo della manovra in acquisti di cacciabombardieri francamente inutili stante la situazione internazionale?" oppure "perché non avete ripristinato il prelievo dell'IMU sui beni ecclesiastici, perlomeno nella versione, comunque limitata, del 2006?", o ancora "perché non avete imposto un prelievo straordinario, anche solo simbolico, sull'1% delle famiglie più ricche del Paese?" "Perché non fate un'asta per assegnare le frequenze televisive?") Le domande dei giornalisti, dovutamente ammaestrati, si orientano invece su temi innocui ed ininteressanti, da pettegolezzo ("pensa di continuare a fare politica anche dopo il 2013?" ma scusate, a voi ve ne frega qualcosa di conoscere i destini futuri di Monti?) Oppure su domande che tradiscono l'inquietudine della borghesia di fronte a possibili derive antagoniste "ci saranno scenari simili a quelli delle contestazioni in Grecia?" Al solo fine di sentirsi rassicurare da Monti ("faremo di tutto per evitare tensioni sociali") e quindi a loro volta rassicurare i loro editori e padroni della borghesia. In questa pietosa scenetta da avanspettacolo, fra un premier che non vuole dire niente di significativo ad un Paese impaurito, e giornalisti ammaestrati a non insistere per cavargli fuori qualcosa, si scambiano le parti, e Monti, allegramente, si improvvisa giornalista, suggerendo ai "colleghi" lo slogan mediatico con cui battezzare la fase 2 "chiamatela Cresci Italia, non ho obiezioni".

Nel vuoto pneumatico di chiacchiere sembrano emergere obiettivi puramente politici, non mirati quindi a quello che dovrebbe essere il destinatario naturale di un simile discorso, ovvero il popolo martoriato, ma ai corridoi dei partiti ed ai sottoscala della politica: si inanellano inviti all'Idv a rientrare nei ranghi (a quanto pare anche con un certo successo, vista la risposta possibilista di Di Pietro, "valuteremo gli specifici provvedimenti", come se ci fosse la possibilità di qualche sorpresa favorevole da parte del Governo nelle prossime settimane, che possa essere condivisa da un partito che si dice di sinistra), elogi ai partiti che sostengono il Governo in Parlamento (gli stessi che hanno portato le finanze pubbliche, ed in generale l'economia italiana, all'attuale situazione di dissesto, e che, incapaci di proporre una soluzione, hanno abdicato in favore dei "tecnici"), sviolinate per Napolitano (che del resto è il regista, nemmeno tanto occulto, di tutta l'operazione-Monti). Si dispensano vere e proprie bugie, in puro stile berlusconiano, come quella secondo cui "le ultime aste dei titoli pubblici sono andate bene", quando invece ad andare benino è stata solo l'asta dei Bot semestrali di martedì, atteso che i mercati, ovviamente, non si aspettano il tracollo definitivo dell'economia italiana nel giro di soli 6 mesi, ora che al suo capezzale c'è un infermiere pronto a teneral in coma farmacologico anche per più di un anno, come Monti). L'asta odierna dei Btp, ovvero dei titoli a scadenza pluriennale, è invece andata maluccio, scontando la persistente sfiducia dei mercati nelel prospettive di medio termine dell'economia italiana: sono stati piazzati solo 7 degli 8,5 miliardi preventivati, il tasso di rendimento è rimasto alto, sfiorando il 7%. Il mercato interbancario è catatonico, le banche preferiscono depositare la loro liquidità in eccesso presso la Bce, con un rendimento prossimo allo zero, piuttosto che prestarselo fra loro, la Borsa continua a registrare tendenze al calo, il clima di fiducia di imprese e consumatori è agonizzante. Monti mente spudoratamente anche quando afferma che "non ci saranno altre manovre". Bugia evidente: per legge ne dovrà fare comunque un'altra entro il mese di Giugno, perché è a Giugno che si presenta la legge di stabilità per l'anno successivo, anche solo di tipo tabellare (che poi tabellare non è mai, c'è sempre una componente di aggiustamento, in questo caso anche cospicua, atteso che la recessione, iniziata già nel terzo trimestre del 2011, abbasserà gli obiettivi di gettito, richiedendo un supplemento di manovra i nestate). L'unico barlume di sincerità emerge forse da uno dei lapsus che caratterizzano il prode Monti di quando in quando: afferma infatti di essere stato scelto anche per "rassicurare l'opinione pubblica tedesca". Questo non è molto lontano dalla realtà, in effetti, visto che l'operazione-Monti, così come quella Papandreou/Papademos in Grecia, è stata cucinata dalla premiata coppia Merkel/Sarkozy.

Per il resto, il poco di concreto che emerge dal fumo delle chiacchiere del professore rivelano quanto già si sa, ovvero un'impostazione puramente neo liberista, in cui lo sviluppo non si fa utilizzando il volano della spesa pubblica, ma anzi riducendo lo Stato all'osso, e limitandone il ruolo alla predisposizione di un ambiente normativo favorevole al business ed all'allargamento della concorrenza. Tutto ciò, di per sè stesso, ancora una volta in una logica puramente neoclassica, contribuisce anche all'equità ed alla felicità sociale, poiché per un liberista il mercato in condizioni di concorrenza perfetta raggiunge di per sè, in automatico e senza necessità di interventi correttivi pubblici, le condizioni di equità distributiva ideali. Al rettore di economia Monti non importa che circa 80-100 anni di elaborazione della teoria economica abbiano dimostrato, in forma matematica oltre che con riscontri empirici innumerevoli, il fatto che i mercati concorrenziali garantiscono l'equità distributiva solo in particolari condizioni, completamente irrealistiche (rendimenti costanti dei fattori, così come modellati da funzioni della produzione, di tipo Cobb-Douglas, che nelle realtà produttive non esistono, perfetta informazione ed assenza di asimmetrie informative, perfetta razionalità nelle scelte di investimento, produzione e consumo, assenza di esternalità, assenza di posizioni oligopolistiche sui mercati, ecc.). In tali condizioni del tutto astratte ed irreali, praticamente da film di fantascienza, infatti, i rendimenti di scala costanti dei fattori consentirebbero, in base al teorema di Eulero, una remunerazione esattamente pari alla loro produttività, e non vi sarebbe extra-profitto, quindi non vi sarebbe sfruttamento, e si realizzerebbe l'equità.

Un modo semplice di spiegare l'illusione che vi possa essere "equità tramite i mercati in concorrenza" può essere il seguente: supponiamo che in condizioni di concorrenza perfetta, informazione perfetta e simmetrica, totale razionalità, assenza di frizioni in fase distributiva, la funzione di produzione sia una Cobb-Douglas del tipo Y=(l.k)^1/2, dove Y è il volume di produzione, l la quantità di lavoro e k di capitale, e supponiamo che si parta da una situazione in cui si produce con una unità di lavoro ed una di capitale, quindi con un valore di Y pari ad 1. Poiché la produttività e la quantità assoluta dei due fattori è identica, lavoro e capitale riceveranno lo stesso valore del prodotto complessivo come remunerazione (pari a 0.5 ciascuno). Se si aumenta della stessa misura la produttività di entrambi i fattori, in modo che ogni unità produca come se fossero due, si avrà quindi y=2, ed ancora una volta lavoro e capitale, avendo partecipato alla produzione con la stessa produttività e la stessa quantità, riceveranno lo stesso importo come remunerazione (pari a 1 ciascuno), importo che peraltro è pari all'incremento di produttività conseguito da ciascun fattore (da 1, nel periodo precedente, a 2). In altri termini, in queste condizioni del tutto teoriche e irrealizzabili nel mondo reale, la remunerazione dei fattori dipende eclusivamente dal loro apporto effettivo alla produzione (dato dalla loro produttività e dalla quantità assoluta di ciascun fattore immessa nel ciclo produttivo), senza extraprofitto. In pratica, a ciascuno verrebbe dato secondo il suo apporto al ciclo produttivo, per un importo pari alla variazione della sua produttività fra un periodo all'altro, senza qundi che vi sia sfruttamento. Se si verificasse uno squilibrio fra remunerazione ed apporto produttivo di un fattore, la razionalità degli agenti, e la possibilità di cambiare datore di lavoro in base alle condizioni di lavoro e di retribuzione che ciascuna azienda liberamente (e concorrenzialmente) offre, comporterebbero un rapido riaggiustamento verso l'equilibrio "equo". Nel caso dell'esempio, se un lavoratore, che abbia incrementato la sua produttività per un valore pari ad 1, ricevesse dal suo datore di lavoro una remunerazione inferiore all'incremento di produttività (poniamo, ad esempio, 0.8) in una condizione teorica di perfetta informazione e razionalità assoluta, di concorrenza perfetta sul mercato del lavoro e di assenza di vincoli esterni alla mobilità professionale, troverebbe sicuramente un altro datore di lavoro pronto ad offrirgli una remunerazione pari ad 1, per accaparrarsi un lavoratore a produttività elevata. Il datore di lavoro originario, per non perdere tale lavoratore (il che comporterebbe un declino delle sue capacità produttive, dunque del fatturato, ed il rischio di fallire) dovrebbe quindi riaggiustare verso l'alto, da 0.8 ad 1, la remunerazione offerta. Ed il sistema troverebbe dunque l'equlibrio ad un valore di remunerazione del fattore-lavoro pari alla sua incrementata produttività.

Peccato che tutto ciò dipenda da condizioni che nella realtà non si verificano mai: la presenza di una tecnologia produttiva che garantisca rendimenti di scala costanti di tutti i fattori, la perfetta informazione e totale razionalità degli agenti e l'assenza di esternalità in fase distributiva, la condizione di concorrenza perfetta, ovvero l'assenza di qualsiasi posizione di vantaggio, in termini di maggior potere di mercato, di un operatore sugli altri (senza la quale non è possible avere rendimenti costanti). Cioè la "giustizia dei mercati" dipende da un mondo teorico che non esiste. Tuttavia è bene comprendere che un liberale come Monti, nella sua mente, ha esattamente tale schema irrealistico, ed è sulla base di tale schema che ragiona, quando discetta di "equità".

Pertanto, nel mondo ingenuo e delirante di un liberista come Monti, per raggiungere una maggiore equità distributiva e felicità sociale è sufficiente creare condizioni più vicine al modello teorico di concorrenza perfetta, aumentando il grado di concorrenzialità sui mercati, magari abolendo le tariffe minime dei commercialisti e liberalizzando i taxi (come se nelle scelte di consumo di una famiglia di operai i viaggi in taxi o i consulti con il commercialista occupassero un peso rilevante).

Esattamente con lo stesso criterio di ampliamento della concorrenza sui mercati, per Monti il superamento del drammatico dualismo che affligge il mercato del lavoro italiano si ottiene non innalzando il livello delle tutele dei non garantiti (che ridurrebbe la concorrenza dal lato dell'offerta di lavoro, creando lavoratori maggiormente "protetti", e quindi con posizioni di vantaggio in termini di potere di mercato, in sede di contrattazione), ma eliminando quelle dei garantiti (in modo da creare condizioni di maggior concorrenza fra i lavoratori, senza più vincoli legislativi che li tutelino nel gioco competitivo con i datori di lavoro). D'altra parte, pensa il Monti, adottando il vecchio detto "mal comune mezzo gaudio" non vi saranno più precari infelici perché paragonano sè stessi ad un modello ideale di lavoratori a tempo indeterminato, ma solo precari e basta, e poi chi è più competitivo, o per meglio dire, poiché il modello teorico di concorrenza perfetta è irreale, chi è più privilegiato (per ragioni di famiglia, di estrazione sociale, di condizioni economiche di partenza) o chi è più aggressivo potrà camminare. Gli altri che muoiano. D'altra parte, "competition is competition". In cambio, per i tanti che finiranno dalla parte perdente della gara per la sopravvivenza vengono garantiti, se tutto andrà bene, 700 euro al mese per 6 mesi, in cambio dell'impegno ad accettare qualsiasi lavoro venga loro offerto, in qualsiasi luogo del Paese (quindi magari l'ingegnere di Milano dovrà andare a fare il netturbino a Pantelleria, abbandonando famiglia e legittime ambizioni profesisonali). Ecco che il contratto unico di inserimento di ichiniana genesi diviene utile: un contratto che prevede la libertà assoluta di licenziamento, dietro pagamento di una compensazione monetaria, crescente al crescere dell'anzianità (e quindi basta licenziare la gente dopo pochissimi anni di servizio, adottando modelli di gestione del personale caratterizzati da un continuo turnover di disgraziati, per ritrovarsi a dover pagare una compensazione monetaria insignificante, a tutto danno del poveraccio che verrà messo in mezzo ad una strada con quattro soldi).

Per comprendere quanta "felicità" porti questo modello sociale, basta vedere quello che succede negli USA, che di tale modello sono l'applicazione pratica più completa: forse pochi sanno che tale Paese è ai primi posti nelle classifiche mondiali (mondiali...) per tasso di suicidio, omicidi e indici di criminalità violenta, indice di povertà assoluta. Se questa è la felicità, professor Monti, preferiamo rimanercene all'inferno.

Poiché la controfaccia del liberismo economico è quasi sempre l'autoritarismo politico, l'ineffabile Monti si abbandona ad affermazioni che fanno venire i brividi: assicura che "non ci saranno tensioni sociali come in Grecia". E come pensa di fare, magari avvalendosi dei servizi di un ministro della difesa che, per la prima volta nella storia della Repubblica, è un militare (oltretutto esperto in operazioni antisommossa, avendo partecipato a misisoni di peacekeeping in Paesi dove ci sono guerre civili) anziché un politico civile che, in teoria, potrebbe fare da filtro all'animus pugnandi tipico dei militari? Ancora: dice una cosa spaventosa riguardo al finanziamento del fondo nazionale per l'editoria. La riporto tale e quale, affinché non si dica che la sto manipolando: "i contributi all'editoria verranno mantenuti ma stiamo lavorando a criteri obiettivi per scegliere e selezionare ciò che da un punto di vista generale ci parrà più meritevole del contributo". Stiamo scherzando? Un Governo che decide quali siano i criteri per finanziare alcuni giornali piuttosto che altri? Criteri stabiliti unilateralmente e non decisi né con i diretti interessati né con l'opinione pubblica? Questa è l'anticamera della censura! Naturalmente, poiché una piccola guerra ci starebbe a fagiolo per distruggere un pò di capitale produttivo in eccesso, e per far girare l'industria bellica ed il suo indotto, ecco che il pacifico professore varesotto si mette in testa il képi da ascaro e afferma che un eventuale blocco dello stretto di Hormuz da parte dell'Iran sarà trattato con la massima severità. Magari se scoppia una guerra e gli iraniani affondano un paio di fregate della Marina, sarà possibile evitare la chiusura dei cantieri di Sestri e Castellammare, poiché gli si potranno commisisonare le navi destinate a sostituire le perdite, facendo macinare buoni utili a migliaia di imprese private dell'enorme indotto della cantieristica militare.

Monti però, nonostante questa oscene dichiarazioni, che scivolano via come il burro senza che nemmeno un giornalista in sala si alzi per dirgli "ma lei è matto?" si riempie continuamente la bocca della parola "equità", sfruttando quella che Costanzo Preve ha efficamente definito "la demenza generalizzata del popolo italiano".

Caro Monti, se veramente il Suo riferimento fosse l'equità, perché non ha pronunciato una volta, una sola volta, la parola "Mezzogiorno" in tutta la conferenza stampa? E' o non è il Mezzogiorno l'area del Paese che ha più bisogno di equità nelle opportunità di sviluppo? Eppure Lei non ha bisogno dei voti della Lega per galleggiare nella melma parlamentare. Perché non ha pronunciato una sola volta la parola "immigrati", l'espressione "disoccupati di lungo periodo e di età ultraquarantenne", oppure "disabili", o ancora "ex detenuti da reinserire in società"? Eppure queste sono alcune fra le categorie sociali più affette da problemi di iniquità nella nostra società. Non basta darsi il patentino di equità citando la questionedei giovani o quella delle donne, perché si tratta di categorie trasversali. Se è vero che a livello aggregato giovani e donne hanno difficoltà particolari ad inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro, è anche vero che c'è giovane e giovane, e donna e donna. Il figlio di Berlusconi è giovane, ma non è certo uno svantaggiato. La Marcegaglia è una donna, ma non è certo una sventurata. Quindi, per fare politiche sociali e di equità, occorre capire "a quali giovani" sono rivolte, "a quali donne" sono rivolte (di quale età, di quale area geografica di residenza, a quale classe di reddito appartengono le relative famiglie, in quale condizione educativa e lavorativa di partenza, ecc.), e se tali categorie micro (non più quindi tutti i giovani e le donne indistintamente) esauriscano da sole l'intero panorama del disagio sociale, o se invece ve ne siano altre. In altri termini, affidarsi a macro-categorie trasversali e definite in modo generico e vago (i giovani, le donne) anziché analizzare specificamente l'assetto di classe della società , o quantomeno, se proprio non si vuole adottare l'approccio marxista (che rimane però il migliore per analizzare l'esclusione sociale) analizzare le condizioni di accesso alle opportunità di ascesa sociale dei diversi strati socio-anagrafici, socio-etnici o socio-lavorativi, riviene a fare esattamente il contrario di ciò che occorrerebbe fare per implementare meccanismi di equità. Perché per introdurre meccanismi di equità all'interno di un corpo sociale occorre prima averlo analizzato, dissezionato.

Caro Monti, se lo lasci dire da uno che, per età, ma non certo per censo, avrebbe potuto essere un Suo allievo: dismetta i panni del professore, riponga i foglietti di carta con gli istogrammi sull'andamento dello spread. Abbia perlomeno l'onestà, di fronte a sè stesso, di dire quello che Lei è: non un professore, non un intellettuale, non un tecnico (in questi panni Lei sta dando veramente una prova pessima, a dire il vero), ma un esecutore delle volontà della borghesia finanziaria. Si sentirà sicuramente meglio anche con sè stesso, farà meno gaffe, si renderà meno ridicolo.

IL DECRETO SALVA ITALIA NON SALVA GLI ITALIANI



Pubblichiamo in un'unica parte questo articolo che l'autore aveva all'origine diviso in due parti, la prima delle quali risale al 5 Dicembre 2011 e la seconda al 23.

di Gioacchino De Candia


PRIMA PARTE

Una delle cose più aberranti che la “civiltà occidentale” ha saputo produrre, soprattutto negli ultimi tempi, è il florilegio di notiziole, falsità, amenità, quisquilie e pinzellacchere che, in una parola, vanno sotto il nome di “gossip” e che inficiano sistematicamente tutti i mezzi di informazione di massa: dalla carta stampata alle TV per finire al web.

All’interno di tutte queste voci “fuori controllo” è davvero difficile, anche per chi sa distinguere l’informazione buona da quella cattiva, riuscire a barcamenarsi in questi mare magnum di insulsaggini. Molti ci sguazzano, molti ci speculano, tantissimi s’incavolano (dovrei usare un’espressione più colorita, ma sono un signore e quindi evito).

Inevitabilmente, anche il recentissimo decreto Monti (ribattezzato frettolosamente salva-Italia) finisce per cadere nella rete del gossip mass-mediatico, fornendo ulteriore elemento di distorsione alla manovra dell’attuale Governo tecnico italico, che il buon prof. Monti dimostra comunque di saper ben condurre, con il tipico piglio di capitano di lungo corso, che ne ha viste di cotte e di crude e che riesce agevolmente ed anche abilmente a sfiorare e scansare scogli, morene ed iceberg di turno (nonostante sia alla guida della nave Italia, tutt’altro che inaffondabile).

Infatti, sul web già da un paio di giorni sono recuperabili sedicenti bozze del decreto, che Monti stesso ha illustrato a grandi linee or ora coronato dallo stuolo di Ministri tecnici di cui si circonda, che non solo sono in palese contrasto tra loro, ma che vengono anche sbugiardate proprio oggi dal sito di libero, che pubblica un nuovo testo con altri ritagli e relative frattaglie.

Rifacendomi, quindi, a quanto declamato col suo stile impeccabile dal buon Super Mario nella II di avvento, devo purtroppo rimarcare il titolo del presente articolo: il decreto Monti salva (forse) l’Italia, ma non gli italiani.

Tante, troppe, sono le cose della nuova manovra da 24-25 miliardi (anche in questo la stampa non si trova perfettamente d’accordo) che non convincono, perchè non solo non rispecchiano criteri di equità, ma fanno anche da base per un ulteriore inasprimento dell’attuale fase di stagnazione dell’economia italiana, che potrà tradursi in vera e propria recessione da qui al 2015 (se non oltre).

In questo contesto mi soffermo sulle ricadute più immediate per ciò che riguarda, in primis, l’operatore famiglie: ritorno dell’ICI (con un nuovo nome) e nodo pensioni.

Riguardo la nuova ICI (ribattezzata IMU) le famiglie italiane pagheranno nuovamente la vecchia imposta comunale sugli immobili, ma con un inasprimento delle rendite catastali e, quindi, pagheranno di più un’imposta che la stessa Corte Costituzionale (ormai quindici anni fa) dichiarò chiaramente incostituzionale e perciò illegittima. Soffermandomi alle sole abitazioni (cat. A) le rendite dovrebbero essere rivalutate del 60% per tutte queste tipologie di immobili, eccettuata la cat. A10 (ossia tra le abitazioni definite di lusso e per le quali è prevista una rivalutazione molto più bassa): un salasso non da poco per le già striminzite casse delle famiglie italiche. Inoltre, questa imposta in tale nuova veste dovrebbe essere “sperimentale” (?) fino al 2014 ed entrare a regime nel 2015; cosa ulteriormente strana, dato che Monti ed i suoi Ministri hanno già una scadenza massima, ossia tra la primavera e l’estate del 2013.

Passando all’articolo “pensioni”, come da copione chi avrà voglia di smettere di lavorare non potrà farlo prima dei 66 anni (in media) per il maschietti e prima dei 62 anni (in media) per le femminucce. Tutti vedranno la loro futura pensione (se la vedranno) calcolata esclusivamente con il metodo contributivo, ma viene anche spontaneo da chiedersi chi mai, tra operai ed impiegati, sarà in grado, da qui ai prossimi 30 anni, di riuscire a raggiungere una pensione che non sia “da fame” o quasi. Altro aspetto peculiare del nodo gordiano pensionistico: la possibilità di non procedere a rivalutazione “inflattiva” pensioni sopra i 936 Euro per i prossimi due anni. Francamente, si tratta di un doppio insulto: da una parte si restringe ulteriormente il potere di acquisto di chi si trova di poco al di spora di tale soglia (con ulteriore restrizione dei consumi e quindi declino delle attività commerciali) e dall’altro si dà un ulteriore potere a tutti i “superpensionati”, nonché titolari di assegni vitalizi a cinque zeri, il cui valore nominale non dovrebbe subire variazioni, contro un evidente aumento del reale potere di acquisto.

Cacio sui maccheroni, la lacrimuccia del Ministro del Welfare, che proprio non ce l’ha fatta a non sentirsi partecipe dell’enorme dolore che sente di condividere con l’esercito dei pensionati e relative famiglie, il cui urlo di disperazione si eleva da ogni parte dello stivale (tipico di un autentico dramma pirandelliano).

Dulcis in fundo, Mario Monti, che con un autentico colpo da maestro ha deciso di sospendersi lo stipendio da Primo Ministro (sforzo enorme, dato che non solo percepisce il vitalizio da senatore a vita, ma anche altri emolumenti di varia natura sotto forma di pensioni maturate e non meglio specificate nel corso della sua ultradecennale carriera di professionista di “altissimo livello”).

Tutte le misure previste nel decreto attendono, ora, di passare al vaglio delle due Camere per l’approvazione e la promulgazione definitiva, per cui è lecito aspettarsi emendamenti e relativi mugugni da parte delle varie forze politiche, la cui influenza sul decreto medesimo sarà tutta da verificare. Prima, però, dovrà passare al vaglio di Porta a Porta.

Concludendo (per ora) anche la Santa Sede si è espressa sul decreto Monti… e non l’ha fatto in maniera positiva.



SECONDA PARTE

Nella giornata del 22 dicembre si è consumato il secondo atto della manovra finanziaria che, sempre secondo le intenzioni del Governo, dovrebbe “salvare” l’Italia.

Prima dell’approvazione definitiva del testo da parte del Senato della Repubblica, che diventerà Legge dopo la firma automatica del Presidente della Repubblica, come già preannunciato nella parte prima le invettive, minacce, insulti e dileggi si sono sprecati.

Infatti, nelle ultime due settimane prima i sindacati, poi le varie forze politiche si sono lanciate in pericolose e pericolanti “dissertazioni” sull’argomento, finendo soltanto per aggiungere danno al danno e beffa alla beffa.

Andiamo per ordine: all’indomani della presentazione del decreto (alla vigilia di San Nicola) i sindacati si sono affrettati a subire l’onta della disfatta sia sul piano sociale, sia politico. La reazione è stata unanime: “il momento è grave”, “dobbiamo fare sacrifici”, “attendiamoci ulteriore incremento della disoccupazione nei prossimi anni” (con Angeletti che quasi se la rideva sopra e sotto i baffi).

Insomma, i sindacati si adeguavano al decreto ed alla visione tecnicistica della cosa pubblica di Super Mario.

Per contro, la politica di palazzo reagiva in maniera contrastante: la Lega si dichiarava totalmente contraria non solo al decreto, ma all’intera compagine governativa, che cercava di contrastare in tutti i modi sia all’interno dei due rami del Parlamento, sia mediaticamente; l’Idv di Di Pietro dava inizialmente la sua fiducia al Governo, ma tra mille mugugni e con un “occhio sempre attento” all’evolvere della situazione; Pd e Pdl si prostavano di fronte al Mario Monti, ammettendo di fatto il fallimento delle rispettive politiche (con il buon Enrico che arrivava persino a pregare il neoeletto Presidente del Consiglio affinchè diventasse il suo fido e zelante scudiero, con tanto di lettera autografa scritta frettolosamente e puntualmente ed impietosamente inquadrata dalle telecamere di turno).

Di lì a presso si consumava il consueto rito davanti alle telecamere del “terzo ramo del Parlamento”, dove il conduttore quasi vestiva i panni del “professore”, davanti allo “scolaro” Monti (che rispondeva speditamente e compiutamente e quasi senza tentennamenti).

Nei giorni seguenti la bozza del decreto veniva via via digerita e cominciavano i mal di pancia prima dei sindacati, poi delle varie forze politiche (con autentiche gastriti croniche da parte di taluni).

Il decreto “salva Italia” piaceva sempre meno, tanto che si è dovuto persino scomodare lo “zio di Bonanni” per dare più forza alle invettive sindacali nei confronti del Governo. Le lacrime del Ministro del Welfare sono state utilizzate con dileggio nei confronti della medesima (e solo da persone appartenenti allo stesso genere, è bene ricordarlo).

La Lega ha rincarato la dose di critiche e l’Idv ha cominciato a paventare il proprio voto contrario nel momento dell’approvazione del decreto; lo stesso Berlusconi ha fatto sentire la sua voce, ma senza particolare convinzione, mentre il Pd ribadiva la sua fiducia incondizionata e quasi religiosa a Monti ed ai suoi Ministri.

La replica del Presidente del Consiglio non tardava ad arrivare: “Se non foste in questa situazione non avreste avuto bisogno di chiamare Noi”, “queste azioni dovevano essere fatte prima, perché non le avete fatte?”.

Ancora una volta, la colpa è degli italiani e dei politici che li rappresentano (come dargli torto?).

Tuttavia, Monti deve cedere ad alcune critiche che provengono da più parti e ricalibrare il decreto, ma senza grossi ripensamenti.

Così, si è arrivati all’approvazione definitiva del testo che, come consuetudine costituzionale, ha prima incassato la fiducia della Camera (402 voti a favore e 75 voti contrari) e poi del Senato (257 voti a favore e 40 contrari). Una larga maggioranza comunque prevista in partenza.

Entriamo ora nel dettaglio del decreto, seguendo da presso il commento già iniziato nella parte prima sulle ricadute immediate verso l’operatore famiglie: ritorno dell’ICI (con un nuovo nome) e nodo pensioni.

Sostanzialmente, il decreto nella sua veste finale conferma l’IMU (Imposta Municipale Propria) e quindi si tornerà a pagare la vecchia ICI su tutti gli immobili di proprietà secondo i termini previsti già nella bozza primigenia: rivalutazione del 5 per cento ai sensi dell’articolo 3, comma 48, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, secondo i seguenti moltiplicatori: 160 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con esclusione della categoria catastale A/10; 140 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie catastali C/3, C/4 e C/5; 80 per i fabbricati classificati nella categoria catastale A/10; 60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D; 55 per i fabbricati classificati nella categoria catastale C/1.

Si aggiungono anche i terreni agricoli, tassati dopo una rivalutazione del 25% e con un moltiplicatore pari a 120. Vi è traccia anche di riduzioni dell’imposizione per i fabbricati rurali, ma si tratta di poca cosa e davvero circoscritta (l’aliquota è ridotta allo 0,2% per i fabbricati rurali ad uso esclusivamente strumentale).

Perciò, si conferma la potente volontà da parte del Governo di continuare a spremere “sangue dalle rape”, alleviando i rincari per le categorie catastali più elevate (e quindi i più ricchi); infatti, il moltiplicatore per la categoria A/10 è esattamente la metà della restante categoria A.

Passando all’articolo “pensioni”, il decreto conferma il definitivo abbandono del sistema “retributivo” e “misto” per tutte le categorie di lavoratori, a favore del sistema “contributivo” (ovviamente a partire dal 1° gennaio 2012, ribadendo la necessità di mantenere i vecchi “privilegi” pensionistici per chi appartiene ai vecchi sistemi), confermando la soglia di 66 anni per il recepimento della pensione, con l’incremento di 1 anno a decorrere dal 1° gennaio 2018. Ci si potrà ritirare dal lavoro prima di questa soglia di età, ma solo a patto di aver maturato contributi per 42 anni ed 1 mese per i maschietti e 41 e 1 mese per le signore.

Anche in questo caso ci sono talune eccezioni, ma sono al momento trascurabili, anche perché la maggior parte del lavoratori italiani sono oggi molto lontani dal percepimento della pensione (sempre più lontana ed insicura con gli attuali parametri) senza contare altre leggi e decreti vari che potranno modificare la materia in futuro.

Unica nota “positiva”, il tetto dell’indicizzazione delle pensioni, che passa a 1.400 €, per cui al di sotto di tale soglia i pensionati continueranno a vedere adeguati i loro assegni rivalutati in base all’indice ISTAT relativo sia per il 2012, sia per il 2013, mentre chi percepisce pensioni di importo superiore non usufruirà di questo adeguamento.

Così come per l’IMU, anche la “riforma” del sistema pensionistico porta con sé lacrime sudore e sangue, ma solo per i soliti noti.

Questo il quadro delle ricadute immediate per l’operatore famiglie, che non è certo solitario nel quadro del sistema economico nazionale.

Alla prossima puntata le conseguenze per l’operatore imprese. Continuate a seguirci e… Buon Natale?



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